24 Settembre 2026 - 8.42

Più vecchi, meno giovani, più sanità: un giorno in una sala pre-ricovero

Umberto Baldo

C’è una cosa che ho imparato ormai da parecchio tempo, e che vale per quasi tutto nella vita: le cose viste con i propri occhi sono diverse da quelle che ci vengono raccontate.

Puoi leggere cento articoli su un terremoto, vedere fotografie delle macerie, ascoltare i servizi televisivi e conoscere perfino il numero delle vittime.

Poi vai sul posto.   E improvvisamente capisci che non avevi capito.

Lo stesso vale per le alluvioni, per le guerre, per la povertà, per il degrado delle città.

E, nel mio piccolo, anche per la sanità.

Per capire davvero qualcosa della sanità italiana, infatti, non occorre necessariamente andare in un Pronto Soccorso.   Quelli, sempre più spesso, sembrano diventati una specie di terra di nessuno dove arrivano malati, parenti esasperati, personale stremato e, qualche volta, persino la violenza.

Basta accompagnare qualcuno in una clinica nella fase del pre-ricovero.

Quella fase in cui, prima di un intervento chirurgico, si fanno esami, accertamenti e visite per verificare che il paziente sia nelle condizioni di affrontare l’operazione.

Qualsiasi operazione.

E lì ho avuto una sorpresa.

Io, che ho superato i settanta, mi sono sentito quasi giovane.

Non sto scherzando.

Tolti alcuni rari pazienti più giovani, quei circa 150 pazienti ammassati in quello che, più che una sala d’attesa, sembrava un corridoio, erano in gran parte della mia generazione. E parecchi appartenevano già alla generazione successiva: quella dei più anziani.

Ad un certo punto ho avuto quasi la sensazione di essere finito nella sala d’attesa di un Paese che non avevo mai visto.

Poi ho capito che quel Paese era semplicemente l’Italia di domani.

E allora conviene distogliere per un momento gli occhi dalla sala d’attesa e puntarli sui numeri.

Al 1° gennaio 2026 gli italiani con almeno 65 anni sono 14,8 milioni: il 25,1% della popolazione. Gli ultraottantacinquenni sono già 2,5 milioni.

Ma il dato veramente impressionante è quello che arriva dopo.

Secondo le più recenti proiezioni dell’Istat, entro il 2050 gli over 65 potrebbero rappresentare il 34,5% della popolazione.  In altre parole, un italiano su tre.  E gli over 85 supereranno il 7%.

Non è una previsione sulla temperatura fra trent’anni.
È una trasformazione demografica che, in buona parte, è già scritta nella struttura della popolazione. E contro la demografia, per fortuna o purtroppo, non servono opinioni: servono numeri.

E non riguarda soltanto gli anziani.

Nel 2050 la popolazione tra i 15 e i 64 anni potrebbe scendere al 55,3% del totale.

Avremo quindi contemporaneamente più persone che avranno bisogno della sanità, e meno persone in età lavorativa per finanziarla e per farla funzionare.

E qui comincia il problema vero.

Perché il nostro sistema sanitario è stato costruito negli anni ‘70 quando la medicina doveva soprattutto affrontare malattie acute: l’infezione, il trauma, l’intervento chirurgico, il problema da risolvere, ed il paziente da rimandare a casa.

Oggi il paziente anziano che arriva per un intervento anche banale, di quelli di routine, porta spesso con sé un piccolo condominio di patologie: ipertensione, diabete, problemi cardiovascolari, terapie diverse da coordinare.

Un’operazione all’anca od alla cataratta può quindi riguardare una persona che, dal punto di vista sanitario, è tutt’altro che «sana».

E questo significa più controlli, più accertamenti, più assistenza, più riabilitazione.

Insomma, più sanità.

Ma attenzione: invecchiare non significa necessariamente ammalarsi di più. La vera sfida sarà riuscire ad allungare non soltanto la vita, ma anche gli anni vissuti in buona salute. Prevenzione, stili di vita, diagnosi precoci e assistenza territoriale diventano quindi parte della stessa partita

E c’è un altro problema: anche i medici e gli infermieri invecchiano.  Non vengono prodotti in laboratorio, almeno per ora.

E quindi pensionamenti, dimissioni, mobilità verso il privato o verso l’estero, e ricambio generazionale insufficiente, rischiano di rendere sempre più difficile trovare le persone necessarie per far funzionare il sistema.

Vi sembra normale che una parte consistente dei medici continui a lavorare anche dopo l’età della pensione?   Forse dovremmo chiederci perché.

E poi c’è la famiglia.

Per decenni ha rappresentato una specie di ammortizzatore sociale gratuito: genitori, figli, fratelli, nipoti.

Quando qualcuno stava male, in qualche modo si trovava una soluzione.

Ma quella famiglia è diventata sempre più piccola.

Sempre secondo le proiezioni dell’Istat, nel 2050 gli ultrasessantacinquenni che vivranno soli potrebbero arrivare a 6,5 milioni.

Insomma, non avremo soltanto più anziani; avremo anche più anziani soli.

E questo cambia completamente il problema.

Perché un conto è avere un ottantenne che, dopo un intervento, torna a casa dove lo aspettano moglie, figli e magari nipoti.

Un altro conto è avere un ottantenne che torna in un appartamento vuoto.

Il bisturi può aver lavorato perfettamente; ma poi qualcuno deve accompagnarlo a casa, preparargli da mangiare, ricordargli le medicine, aiutarlo a lavarsi, portarlo ai controlli.

E già oggi, ogni tanto, leggiamo di anziani trovati morti in casa dopo giorni, quando qualcuno si accorge che non rispondono più al telefono o che non hanno ritirato la posta.

Non occorre avere poteri divinatori per immaginare che, in un Paese con milioni di anziani soli, con una spesa sanitaria che esploderà, quelle che oggi ci sembrano notizie drammaticamente eccezionali rischiano di diventare una parte quasi ordinaria della cronaca quotidiana.

La sanità, insomma, finisce per incontrare il welfare.  E il welfare finisce per incontrare la demografia.

A questo punto, però, arriva la domanda che in politica compare quasi sempre per ultima.

Con quali soldi?    Perché le risorse pubbliche non sono infinite.

E se nei prossimi decenni avremo più anziani, più malattie croniche, più bisogno di assistenza, e contemporaneamente meno persone in età lavorativa, qualcuno dovrà pur pagare il conto.

Le strade, alla fine, non sono poi moltissime.

Si può recuperare una parte molto più consistente dell’evasione fiscale.

Si può chiedere un contributo maggiore a quella metà di italiani che vivono sulle spalle dell’altra. 

Oppure si può avere il coraggio di dire che, se vogliamo destinare più risorse alla sanità, qualche altra voce della spesa sociale dovrà necessariamente crescere meno, o persino essere ridimensionata.

E qui comincia il difficile.

Perché in Italia siamo bravissimi a dire che una prestazione pubblica è indispensabile.

Molto meno bravi a spiegare quale altra prestazione siamo disposti a sacrificare per pagarla.

Siamo capaci di discutere per ore su come aumentare la spesa sanitaria.

Molto meno su quale spesa ridurre per poterla aumentare. E, personalmente, comincerei proprio dalla giungla dei bonus distribuiti negli anni per raccogliere consenso.

Ed è qui che la politica dovrebbe smettere per un momento di inseguire l’emergenza del giorno e cominciare a fare una cosa piuttosto desueta: programmare.

Perché la politica italiana ha una straordinaria capacità.

Riesce a discutere per mesi di un problema quando è già esploso, e poi a chiamarlo «emergenza», come se fosse comparso la sera prima.

La demografia, invece, non ha fretta.

Non fa conferenze stampa, non lancia slogan, e soprattutto non va a votare.

Ma alla fine presenta il conto.

Possiamo discutere per anni di pubblico contro privato, ticket, convenzioni, liste d’attesa, medici di famiglia, case di comunità ed assunzioni.

Sono tutte questioni importanti.

Ma fanno parte della stessa storia.

Una storia che si chiama invecchiamento della popolazione.

E quindi la domanda fondamentale non è soltanto come sarà la sanità italiana quando un italiano su tre avrà più di 65 anni.

È soprattutto questa: chi la farà funzionare, e con quali risorse?

Perché oggi, in quella sala d’attesa, mi è capitato un piccolo paradosso; a più di settant’anni mi sono sentito più giovane.

Una sensazione gratificante, per carità.  Ma non sono sicuro che sia una buona notizia.

Quella sala d’attesa non era soltanto piena di vecchi.

Era una fotografia del futuro.

Ed il futuro, come sempre, arriverà prima che la politica abbia finito di discuterne.

I numeri, del resto, ce lo stanno dicendo da parecchio tempo.

Umberto Baldo

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