23 Settembre 2026 - 9.06

Il conto di Vannacci: anche il centrodestra ha i suoi problemi

A guardarlo da lontano, il Centrodestra sembra oggi tutto un altro film rispetto al Centrosinistra.

Una Premier con una leadership riconosciuta, una maggioranza che governa da oltre quattro anni, tre Partiti che, pur litigando non poco, hanno finora trovato il modo di stare insieme.

Insomma, niente Campo largo da inventare, niente riunioni interminabili per decidere chi deve sedersi al tavolo, e soprattutto niente tavoli che rischiano di saltare prima ancora che arrivino le sedie.

Ma sarebbe un errore scambiare questa stabilità per armonia.

Perché una cosa è governare insieme quando il voto è ancora relativamente lontano; un’altra è affrontare una campagna elettorale quando ogni partito deve tornare a parlare soprattutto ai propri elettori.

E qui potrebbero cominciare i problemi.

Finora il collante del centrodestra è stato abbastanza semplice: governare (qualcun altro pensa “il potere”, ma tant’è!).

Giorgia Meloni ha interesse a mantenere compatta la maggioranza, Matteo Salvini a non perdere il proprio ruolo nella Lega, Antonio Tajani a preservare lo spazio di Forza Italia.

E tutti hanno interesse a non ripetere la storia delle coalizioni che si autodistruggono prima ancora di arrivare al traguardo.

Ma più ci si avvicinerà alle elezioni, più questa logica potrebbe cambiare.

Perché Fratelli d’Italia, Lega e Forza Italia dovranno tornare a marcare le proprie identità.

La Lega avrà bisogno di distinguersi sui suoi temi tradizionali: autonomia, immigrazione, sicurezza, fisco, rapporto con Bruxelles.

Forza Italia continuerà a rivendicare il proprio profilo liberal-moderato, europeista e popolare, cercando di occupare quello spazio centrista che rappresenta la ragione stessa della sua esistenza politica.

Fratelli d’Italia avrà invece un problema più particolare.

Essendo il Partito della Premier ed il perno della maggioranza, dovrà continuare a presentarsi come forza di governo responsabile, senza però lasciare agli alleati il monopolio dei temi identitari.

E poi ci sono le politiche economiche.

Qui la coperta è sempre quella: corta.

Pensioni, tasse, ceto medio, partite Iva, energia, spesa pubblica, difesa, vincoli europei.  

Ogni partito ha la sua lista della spesa. Il problema è che qualcuno alla fine dovrebbe pagare il conto.

Anche sul terreno internazionale le differenze non sono puramente teoriche.

Basti pensare alle diverse sensibilità emerse sul rapporto con la Russia e sulla futura politica energetica. Tajani ha ribadito la necessità che Mosca rispetti il diritto internazionale, mentre Salvini ha parlato della possibilità di tornare ad acquistare gas russo una volta terminato il conflitto.

E sul funzionamento dell’Unione europea lo stesso Tajani ha riconosciuto che, mentre lui sarebbe favorevole a superare il diritto di veto in politica estera, all’interno del Governo non c’è una maggioranza favorevole alla modifica.

Nulla di drammatico, naturalmente.  È la normale dialettica di una coalizione.

Il problema è che la normale dialettica diventa molto meno “normale” quando si avvicinano le urne.

Perché allora ogni distinguo può trasformarsi in un voto.

E poi arriva l’oste.  Ed è qui che compare Roberto Vannacci.

La nascita di Futuro Nazionale introduce infatti nella competizione un quarto soggetto che non può essere semplicemente trattato come una delle tante variabili interne alla maggioranza.

Vannacci ha lasciato la Lega ed ha trasformato quella rottura in un Movimento autonomo.

E soprattutto non sembra avere alcuna intenzione di presentarsi come un semplice avversario del centrodestra.

Al contrario, ha definito Futuro Nazionale l’interlocutore naturale dell’alleanza di centrodestra, dichiarandosi disponibile a discutere con le forze che ne condividano principi e valori.

Ed è proprio questo a rendere la situazione interessante.  

Perché un conto è avere un concorrente esterno, un altro è avere qualcuno che dice, in sostanza:  io sono fuori dalla coalizione, ma rappresento una parte della vostra stessa area politica.

Qui la faccenda si complica

Secondo la Supermedia YouTrend del 17 settembre, Futuro Nazionale viene accreditato del 7,7%, mentre la Lega è al 5,6% e Forza Italia al 7,4%. Naturalmente un sondaggio resta un sondaggio e non un risultato elettorale, ma il dato segnala che il fenomeno Vannacci non è più trascurabile.

E c’è un’altra questione, ancora più interessante.

Con l’attuale scenario della nuova legge elettorale, una simulazione realizzata da YouTrend per Sky TG24 ha mostrato quanto la collocazione di Futuro Nazionale possa incidere sulla distribuzione dei seggi. Con Vannacci dentro la coalizione di centrodestra, la simulazione assegna al centrodestra 226 deputati e 117 senatori; con Futuro Nazionale in corsa autonoma, il centrodestra scenderebbe a 139 deputati e 69 senatori, mentre il partito di Vannacci eleggerebbe 25 deputati e 12 senatori.

Naturalmente, lo ripeto, non è una previsione del risultato delle urne, ma una simulazione costruita sulle intenzioni di voto attuali. 

Che però rende plasticamente l’importanza della collocazione di quel 7,7%.

E qui torniamo al punto di partenza.

Sarebbe però sbagliato raccontare il centrodestra come se il suo unico problema fosse Roberto Vannacci.

Vannacci è piuttosto un elemento che si inserisce dentro contraddizioni già esistenti.

La vera questione sarà infatti capire come i tre partiti tradizionali riusciranno ad arrivare al voto senza trasformare la necessaria competizione interna in una guerra di identità.

Perché più si avvicineranno le urne, più Salvini dovrà dimostrare che la Lega ha ancora una ragione per esistere distinta da Fratelli d’Italia e dal Partito di Vannacci.

Più Tajani dovrà ricordare che Forza Italia non è semplicemente una versione moderata di Fratelli d’Italia.

E più Meloni dovrà tenere insieme due esigenze apparentemente contraddittorie: mantenere il profilo di una forza di governo affidabile e, contemporaneamente, non perdere il contatto con quella parte del proprio elettorato che pretende una destra più identitaria.

Non è un caso, del resto, che negli ultimi giorni Meloni abbia cominciato ad appropriarsi, da Premier, di temi che erano stati a lungo terreno di battaglia degli alleati, dal bollo auto caro a Forza Italia fino al velo nelle scuole caro alla Lega, mentre nei palazzi cominciano a circolare “rumors” su una possibile lista civica della Premier, capace di pescare anche nel bacino moderato oggi presidiato soprattutto da Forza Italia.

È qui che si giocherà una partita delicata.

Perché una coalizione può sopportare molte differenze quando governa.   Molto meno quando ogni differenza può trasformarsi in uno slogan elettorale.

E allora anche il Centrodestra, che oggi appare assai più compatto del Centrosinistra, potrebbe scoprire una vecchia verità della politica italiana:  le coalizioni sono facili da costruire quando si deve vincere insieme; diventano molto più difficili da gestire quando ciascuno deve dimostrare di essere indispensabile.

Il Centrosinistra ha il problema di mettere insieme anime molto diverse prima del voto.

Il Centrodestra potrebbe avere il problema opposto: evitare che le sue anime, avvicinandosi al voto, comincino a contendersi lo stesso elettorato.

E sul bordo destro del campo, intanto, c’è Vannacci.

Il quarto incomodo è già arrivato.

E potrebbe presentare il conto proprio quando Meloni, Salvini e Tajani avranno più bisogno di sedersi allo stesso tavolo.

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