La domenica mattina e il piacere di scoprire come morire..

La domenica mattina dovrebbe essere una cosa tranquilla.
Uno si alza, fa colazione, dà un’occhiata alle notizie, magari legge qualcosa che gli interessa e, se proprio vuole esagerare, si concede perfino il lusso di pensare che la giornata potrebbe trascorrere senza drammi.
Io invece ho commesso un errore. Ho aperto il motore di ricerca. E qui è cominciato il viaggio.
Non so se capita anche a voi, ma basta una ricerca qualsiasi, magari fatta per curiosità, e il buon vecchio Google sembra improvvisamente trasformarsi in una specie di primario di oncologia con una particolare predilezione per le brutte notizie.
Nel giro di pochi minuti mi sono comparsi davanti agli occhi:
“Metastasi ossee nel tumore mammario: cosa succede quando il tumore arriva alle ossa”.
Poi: “Cancro ai polmoni: 5 sintomi iniziali poco noti”.
E ancora: “La carne bianca associata al rischio di tumore allo stomaco nelle donne: lo studio su mezzo milione di persone”.
A questo punto cominciavo ad avere qualche perplessità perfino sul pollo arrosto.
Ma il motore di ricerca non si è fermato.
“Tumore ai testicoli: i sintomi, le cause e i trattamenti che tutti gli uomini devono conoscere”. Titolo comparso addirittura due volte. Evidentemente anche l’algoritmo, per sicurezza, aveva deciso di insistere.
Poi: “Cancro, 14 tipi di tumori individuati da un semplice esame del sangue”.
“Aumento del cancro al colon nei giovani adulti: sintomi e segnali da tenere d’occhio”.
“Che cos’è il sarcoma di Ewing e si può curare?”
E infine, quasi come il colpo di grazia:
“Quando fare l’analisi del sangue per ricercare marker tumorali”.
Mi sono fermato. Non perché avessi trovato la risposta alla domanda che stavo cercando.
Ma perché, arrivato a quel punto, mi sono chiesto se fosse ancora prudente uscire di casa.
Ora, intendiamoci.
La prevenzione è una cosa seria. Informarsi sulla salute è una cosa seria. E la medicina ha fatto passi avanti straordinari proprio perché oggi sappiamo molto più di ieri sulle malattie, sui fattori di rischio e sulle possibilità di cura.
Il problema è un altro.
Che cosa succede quando una quantità enorme di informazioni mediche viene messa a disposizione di persone che, nella stragrande maggioranza dei casi, non hanno gli strumenti per interpretarle?
Perché io posso anche leggere che un determinato sintomo può essere associato a una certa patologia.
Ma se quella mattina ho un po’ di mal di schiena, il mio cervello non necessariamente ragiona come quello di un medico.
Il medico vede un sintomo dentro un quadro clinico. Io vedo il sintomo. E poi vedo il tumore. È un piccolo particolare, ma non proprio irrilevante.
Il problema è che Internet non conosce la differenza tra informazione ed interpretazione.
Ti mette davanti tutto.
Il tumore raro, quello frequente, il sintomo iniziale, quello tardivo, lo studio su mezzo milione di persone, l’esperto che consiglia una cosa e quello che ne consiglia un’altra.
E soprattutto ti mette davanti titoli costruiti per farti cliccare.
Perché un titolo come “Cinque cose da sapere per stare in buona salute” è ragionevole.
Ma “Cinque sintomi poco noti del cancro che non devi ignorare” è molto più efficace.
E infatti lo clicchiamo. Perché siamo esseri umani.
Abbiamo paura della morte e, contemporaneamente, una curiosità morbosa di sapere quando potrebbe arrivare.
Una combinazione perfetta per l’economia del clic.
E così la prevenzione rischia di trasformarsi in una specie di ipocondria digitale.
Una volta poteva capitare di avere un dolore e aspettare qualche giorno.
Oggi abbiamo la possibilità di fare una ricerca. Ed è lì che cominciano i guai.
Perché una ricerca porta a un’altra ricerca, poi a uno studio, poi a un forum, poi a un video di un sedicente esperto e alla fine, senza quasi accorgercene, siamo passati da un innocuo mal di stomaco alla diagnosi differenziale di sette malattie rare.
Il tutto comodamente seduti in cucina.
E naturalmente, dopo averti spiegato come potresti morire in quattordici modi diversi, Internet ti offre anche la ricetta per vivere a lungo.
E qui arriva il professor Silvio Garattini.
Persona seria, grande studioso, uomo che ha dedicato una vita alla ricerca.
Ma anche lui, poveraccio, entra in questa domenica mattina nel momento sbagliato.
“Mangiare poco per vivere a lungo: a pranzo una spremuta o una banana bastano. Il vino? Cancerogeno”.
Ora, io non metto in discussione quello che dice Garattini.
Ma provate a mettervi nei miei panni.
Prima mi avete parlato di metastasi ossee. Poi del tumore ai polmoni. Poi di quello ai testicoli. Poi del colon. Poi del sarcoma di Ewing. Poi dei marker tumorali.
E quando finalmente penso di potermi consolare con un bel piatto di pasta senza vino perché sono astemio, arriva Garattini a spiegarmi che forse è meglio una banana.
A quel punto ho chiuso il computer.
Non perché avessi finalmente capito come vivere più a lungo.
Ma perché avevo cominciato ad avere seri dubbi sulla convenienza di vivere ancora cinque minuti.
La verità, naturalmente, è molto più semplice e molto più seria.
La medicina ha bisogno di informazione. Ma l’informazione sanitaria, senza contesto, può diventare disinformazione involontaria.
Dire che un sintomo può essere associato a una malattia non significa dire che chi presenta quel sintomo abbia quella malattia.
Dire che una sostanza aumenta un rischio non significa che chi la assume si ammalerà.
Dire che una patologia può comparire anche nei giovani non significa che ogni giovane debba vivere con il sospetto di averla.
Sono differenze elementari per un medico.
Non necessariamente per chi legge alle otto del mattino davanti a una tazza di caffè.
E allora forse dovremmo ricordarci che non tutto ciò che possiamo sapere ci fa necessariamente stare meglio.
Abbiamo conquistato un accesso alla conoscenza che nessuna generazione precedente ha mai avuto.
Ma non abbiamo ancora conquistato, evidentemente, la capacità di gestirla tutta.
E così può accadere il curioso paradosso del nostro tempo: abbiamo più informazioni per vivere meglio, più strumenti per prevenire le malattie, più possibilità di curarle, e contemporaneamente siamo diventati capaci di trascorrere la domenica mattina a scoprire tutte le possibili malattie che potremmo avere.
A pensarci bene, forse la prossima volta faccio colazione senza Internet.
Pane, caffè e……… una banana.
Naturalmente senza sapere se la banana fa bene o male.
Almeno fino a lunedì.
PS: confesso che una volta uscito, mi era quasi venuto spontanei salutare un passante con “Fratello ricordati che devi morire”. Mi sono trattenuto per timore di qualche reazione inconsulta.


















