Il Regno dei quattro: quando Scozia, Galles e Irlanda cominciano a dire basta

Umberto Baldo
C’è qualcosa di profondamente britannico nel modo in cui questa storia sta cominciando.
Niente barricate. Niente eserciti. Niente dichiarazioni d’indipendenza lanciate dal balcone di un palazzo governativo.
Soltanto quattro persone sedute attorno ad un tavolo a Cardiff; tre nazionalismi che per la prima volta si ritrovano dalla stessa parte, ed un documento nel quale si afferma, con una certa tranquillità, che “i popoli di Scozia, Galles e Irlanda del Nord hanno il diritto di decidere autonomamente del proprio futuro”.
Insomma, lo sfratto da Westminster non è ancora stato notificato.
Ma qualcuno ha cominciato a preparare le valigie.
La notizia è importante perché non riguarda semplicemente un nuovo accordo tra partiti nazionalisti.
Per la prima volta dall’avvio della devoluzione nel 1999, Scozia, Galles e Irlanda del Nord hanno contemporaneamente alla guida First Ministers espressione di forze favorevoli all’autodeterminazione o all’indipendenza.
John Swinney guida il governo scozzese per lo Scottish National Party. Rhun ap Iorwerth guida Plaid Cymru in Galles. Michelle O’Neill è First Minister dell’Irlanda del Nord per Sinn Féin.
A loro si è aggiunta Mary Lou McDonald, leader di Sinn Féin nella Repubblica d’Irlanda.
Formalmente non si è trattato di una riunione dei tre Governi per avviare la dissoluzione del Regno Unito. E sarebbe sciocco raccontarla così.
Ma politicamente il messaggio è tutt’altro che simbolico.
I tre partiti hanno ieri sottoscritto un memorandum nel quale sostengono che le loro “Nazioni” hanno diritto all’autodeterminazione e chiedono al governo britannico di prepararsi, pianificare e facilitare eventuali cambiamenti costituzionali.
Come dicevo, non è ancora una dichiarazione d’indipendenza. È qualcosa di più sottile.
È la dichiarazione che l’indipendenza è entrata nell’agenda politica comune.
E questa è la novità.
Per capire quanto sia delicata la faccenda bisogna ricordare una cosa che spesso dimentichiamo quando guardiamo una carta geografica.
Il Regno Unito non è nato tutto in una volta.
Non esiste un giorno nel quale qualcuno abbia tracciato una linea sulla mappa e abbia detto: «Da oggi siete tutti britannici».
La storia è stata molto più complicata.
Ci sono state conquiste, guerre, unioni dinastiche, trattati, incorporazioni e compromessi.
L’Inghilterra ed il Galles hanno seguito una storia diversa da quella scozzese.
La Scozia ha mantenuto per secoli un proprio regno e proprie istituzioni.
L’Irlanda è stata progressivamente incorporata nella struttura britannica, per poi uscirne in gran parte dopo una lunga e sanguinosa lotta.
Nel 1707 nacque il Regno di Gran Bretagna dall’unione di Inghilterra e Scozia.
Nel 1801 arrivò l’unione con l’Irlanda.
Nel Novecento quella costruzione cominciò a perdere pezzi.
E oggi qualcuno a Cardiff, Edimburgo e Belfast sta cominciando a chiedersi se sia rimasto ancora qualcosa da tenere insieme.
E c’è un elemento ancora più profondo, che riguarda la lunga storia di queste terre.
Il Regno Unito, per quanto possa apparire oggi come una realtà politica consolidata e quasi naturale, è in fondo il risultato di una costruzione storica tutt’altro che spontanea.
La conquista normanna del 1066 segnò l’inizio di un lungo processo di espansione e di centralizzazione del potere inglese, che nei secoli successivi avrebbe portato all’assoggettamento ed all’incorporazione di territori con identità, lingue e tradizioni profondamente differenti.
Ma una cosa è conquistare un territorio, un’altra è cancellarne l’identità.
E sotto la superficie della costruzione britannica sono sopravvissute per secoli le antiche radici celtiche: nella lingua e nella cultura gallese, nell’identità scozzese, nella tradizione irlandese. Radici che possono essere state politicamente subordinate, ma che non sono mai state completamente recise.
Forse è proprio questo il paradosso della storia britannica: Londra è riuscita a costruire uno Stato comune, ma non è mai riuscita a trasformare completamente quattro popoli in un solo popolo.
C’è poi un dettaglio che sembra quasi una barzelletta, ma racconta meglio di molti trattati costituzionali la natura particolare del Regno Unito.
Nel calcio la Gran Bretagna praticamente non esiste.
Esistono Inghilterra, Scozia, Galles e Irlanda del Nord.
Ognuno ha la propria nazionale, la propria maglia, i propri tifosi e, soprattutto, la propria identità.
Nel rugby è la stessa storia, con ulteriori complicazioni.
Per il resto del mondo è un’anomalia; per gli abitanti dell’isola è perfettamente normale.
E forse è proprio questa la fotografia più sincera di quello che sta accadendo.
Lo Stato è uno. Le identità sono quattro. E da qualche tempo le identità stanno tornando a contare più dello Stato.
A Londra naturalmente non sono entusiasti.
Il Governo britannico non ha alcuna intenzione di accompagnare gentilmente alla porta Scozia, Galles e Irlanda del Nord.
Ma qui la situazione è diventata interessante anche per un altro motivo.
Il premier Andy Burnham, che fino a qualche settimana fa sembrava categorico nel chiudere la porta ad un nuovo referendum scozzese, ha recentemente lasciato aperta una possibilità: se emergesse una maggioranza chiara e consolidata a favore dell’indipendenza, la questione potrebbe essere presa in considerazione.
Per John Swinney quella porta socchiusa è naturalmente diventata una porta da spalancare.
Lo ha già invitato a trasformare quella disponibilità politica in un meccanismo concreto.
Perché questa è una vecchia regola della politica. Quando dici a qualcuno «mai», quello si mette a cercare il modo di dimostrarti che hai torto.
Quando gli dici «forse», comincia immediatamente a chiederti «quando?».
Poi c’è l’ironia della storia.
Nel 2016 il Regno Unito votò per uscire dall’Unione Europea.
Ma non votò tutto allo stesso modo.
Inghilterra e Galles votarono “Leave”. Scozia e Irlanda del Nord votarono “Remain”.
La maggioranza britannica decise comunque per la Brexit.
E oggi proprio Scozia, Galles e Irlanda del Nord, o almeno i loro partiti nazionalisti, guardano nuovamente verso Bruxelles.
Il memorandum di Cardiff sostiene apertamente che il futuro delle loro azioni è dentro l’Unione Europea, e considera la Brexit un errore che ha prodotto danni economici.
La storia, qualche volta, possiede un senso dell’umorismo notevole.
Prima Londra dice a Bruxelles: «Non abbiamo più bisogno di voi».
Adesso alcune delle Nazioni che compongono il Regno Unito dicono a Londra: «Forse siamo noi a non avere più bisogno di voi».
È una specie di Brexit dentro la Brexit.
Naturalmente sarebbe sbagliato immaginare che da Cardiff sia partito un esercito compatto diretto verso l’indipendenza.
Le differenze sono enormi. La Scozia è la più avanzata. Swinney vorrebbe arrivare ad un nuovo referendum entro i prossimi cinque anni.
L’Irlanda del Nord segue un percorso completamente diverso: qui non si tratta di diventare uno Stato indipendente, ma della possibilità di lasciare il Regno Unito per unirsi alla Repubblica d’Irlanda. E Michelle O’Neill lo ha detto con chiarezza: bisogna essere pronti al cambiamento costituzionale quando se ne presenterà l’occasione.
Il Galles, invece, procede più lentamente. Plaid Cymru vuole maggiore autonomia, ma non sta chiedendo un referendum immediato sull’indipendenza.
E questa differenza è fondamentale.
Non c’è ancora una marcia comune verso la dissoluzione del Regno Unito.
C’è qualcosa di politicamente più interessante: tre movimenti nazionali diversi hanno scoperto di avere un interesse comune nel mettere in discussione il rapporto con Westminster.
Come se non bastasse, nel fine settimana è arrivato anche Donald Trump.
Durante la sua visita in Irlanda, il Presidente americano ha detto di desiderare molto un’Irlanda unita, aggiungendo che prima o poi accadrà e chiedendo, retoricamente, quale potrebbe essere il problema.
Un Presidente degli Stati Uniti che incoraggia l’unificazione dell’Irlanda non è esattamente il genere di telefonata che Downing Street ama ricevere.
Anche perché l’Irlanda del Nord è una delle questioni più delicate della storia britannica moderna.
L’accordo del Venerdì Santo del 1998 ha messo fine a decenni di violenza.
La questione costituzionale è stata volutamente consegnata alla democrazia: l’Irlanda del Nord rimane nel Regno Unito finché la maggioranza dei suoi cittadini lo vuole.
Ma se un giorno quella maggioranza cambiasse, il meccanismo esiste già.
E questo rende la partita nordirlandese diversa da quella scozzese.
Concludendo, qui bisogna evitare una tentazione irresistibile: scambiare un segnale per una sentenza.
Il Regno Unito non sta per dissolversi.
I sondaggi non mostrano una maggioranza schiacciante e stabile per l’indipendenza scozzese.
In Galles il consenso è ancora più lontano da una rottura.
E in Irlanda del Nord la questione dell’unificazione resta complessa, anche se il quadro demografico e politico è cambiato profondamente negli ultimi decenni.
Inoltre, secondo la Corte Suprema britannica, il Parlamento scozzese non può indire autonomamente un referendum sull’indipendenza senza il consenso di Westminster.
La strada, insomma, è ancora lunga. Molto lunga. Ma la politica non comincia quando arriva il giorno del referendum. Comincia molto prima. Comincia quando un’idea smette di essere una provocazione e diventa un’opzione. E questo è esattamente ciò che è successo a Cardiff.
Forse è questa la vera storia.
Il Regno Unito è stato per secoli una straordinaria macchina politica, capace di trasformare quattro identità differenti in una delle più potenti costruzioni statali della storia moderna.
Ha costruito un impero. Ha dominato i mari. Ha esportato lingua, diritto, istituzioni e cultura in mezzo mondo. Poi l’Impero è finito. È arrivata l’Unione Europea. Poi la Brexit.
E adesso, mentre Londra cerca di ridefinire il proprio posto nel mondo, le sue stesse periferie stanno cominciando a ridefinire il proprio rapporto con Londra.
Non sappiamo come finirà.
Potrebbe finire con una Scozia indipendente, un’Irlanda riunificata e un Galles più autonomo.
Potrebbe finire con una nuova forma di federalismo britannico.
Oppure potrebbe non finire affatto.
Ma una cosa è cambiata.
Per la prima volta i tre grandi movimenti nazionali delle periferie britanniche hanno smesso di bussare separatamente alla porta di Westminster.
Hanno cominciato a bussare insieme.
E quando gli inquilini di un condominio cominciano a riunirsi per discutere di come dividersi l’appartamento, forse è ancora presto per chiamare l’ufficiale giudiziario.
Ma è decisamente troppo tardi per far finta che non stia succedendo nulla.
Umberto Baldo


















