Il velo islamico, le suore e la libertà

Umberto Baldo
L’altro giorno ero con un paio di coetanei quando sono passate davanti a noi due donne musulmane con il capo coperto dall’hijab. Con loro c’erano le figlie, anch’esse velate.
Uno dei miei amici, mangiapreti da sempre, e quindi persona che difficilmente potrebbe essere sospettata di simpatie per il Vaticano, le ha guardate e ha detto: «Ragazzi, ma in fondo cosa fanno di diverso dalle nostre suore?».
Bella domanda. Perché, a prima vista, la somiglianza c’è: donne che per motivi religiosi si coprono il capo.
Solo che nelle questioni di libertà c’è una domanda che vale più di tutte le altre; che cosa succede quando una donna dice no?
È qui che il paragone fra una suora cattolica ed una donna musulmana con l’hijab comincia a perdere qualche pezzo.
Una suora ha scelto una vita religiosa, ha scelto una comunità, ha pronunciato dei voti, ha voluto un abito che renda visibile quella scelta.
Domani può cambiare idea; può togliersi il velo, l’abito, uscire dal convento e tornare alla vita civile. Qualche zia particolarmente bigotta potrebbe arrivare a dirle che è un peccato, che era tanto una brava ragazza, che «ai suoi tempi certe cose non succedevano».
Ma finisce lì. Nessuno la arresta. Nessuno la picchia. Nessuno la insegue per strada. Nessuno stabilisce per legge che, essendo donna, debba coprirsi.
Perché la sua scelta riguarda lei.
E qui bisogna essere molto chiari anche dall’altra parte.
Se una donna musulmana adulta decide liberamente di portare l’hijab, per me può farlo.
Punto.
Non vedo perché lo Stato si arroghi il diritto di decidere come debba vestirsi una donna adulta, purché naturalmente siano rispettate le norme previste dalla legge, per esempio quelle che impongono di rendere possibile l’identificazione della persona.
Per quanto mi riguarda quindi può mettersi il velo, può toglierselo, può cambiarlo; può anche decidere di non voler più avere nulla a che fare con la religione nella quale è cresciuta.
La libertà religiosa, se prendiamo sul serio le parole che usiamo, significa anche questo.
Il problema nasce quando il velo non è più una scelta.
E qui arriviamo all’Iran, all’Afghanistan e a tutti quei luoghi nei quali una donna non può semplicemente decidere se coprirsi oppure no.
Lì il pezzo di stoffa non è più soltanto un simbolo religioso. Può diventare uno strumento di potere, e soprattutto di coercizione e sottomissione.
E quando una donna rischia il carcere, la violenza o qualcosa di peggio se si toglie il velo, siamo davanti ad una cosa molto diversa dalla scelta di una suora.
E qui mi permetto una domanda che nel nostro Occidente politicamente corretto sembra diventata quasi una bestemmia: perché siamo così preoccupati di rispettare le diversità culturali da dimenticarci di rispettare la donna?
Perché quando una donna musulmana mette il velo siamo prontissimi a dire che dobbiamo rispettare la sua scelta.
Giustissimo.
Ma quando vuole toglierselo?
Improvvisamente arrivano gli esperti: ”È la sua cultura, per lei è identità, non dobbiamo imporre i nostri valori”.
Tutto molto nobile. Ma una scelta imposta in una sola direzione non è una scelta: è un obbligo travestito da libertà, è un ordine.
Magari un ordine pronunciato con parole gentili. Magari accompagnato da una bella spiegazione antropologica. Ma sempre un ordine rimane.
E qui, francamente, il nostro multiculturalismo comincia a diventare curioso. Abbiamo passato secoli a costruire l’idea che una donna occidentale debba essere libera di scegliere come vestirsi.
Poi abbiamo scoperto che, se a decidere per una donna è una tradizione culturale diversa dalla nostra, dobbiamo improvvisamente diventare molto prudenti.
In altre parole, se un padre cattolico dice alla figlia come deve vestirsi, è patriarcato.
Se lo stesso principio viene praticato in nome della cultura o della religione islamica, invece bisogna capire, contestualizzare, rispettare.
E così, nel nome del rispetto per una cultura, finiamo per rispettare tutto tranne la libertà di chi quella cultura la deve subire.
E arriviamo alle bambine. Perché qui la questione diventa ancora più delicata.
Una donna adulta può scegliere. Ma una bambina di dieci anni?
Quando ne vedo qualcuna anche qui ad Abano, accompagnata dalla madre anch’essa velata, mi pongo inevitabilmente la domanda: quanto c’è di scelta e quanto c’è di condizionamento?
È davvero una domanda così scandalosa?
Una bambina può certamente essere educata secondo la religione della propria famiglia.
Succede da sempre.
Ma faccio fatica a credere che una bambina di dieci anni abbia già compiuto una libera scelta religiosa capace di stabilire come deve presentarsi al mondo.
Qualcosa non torna.
E non torna nemmeno il paragone con le nostre bambine. Una bambina cattolica può crescere con il crocifisso al collo, andare a catechismo e a Messa. Poi, a vent’anni, può decidere che non crede più a nulla. Può togliersi il crocifisso. Può non andare più a Messa. Può sposare chi vuole. Può diventare atea. Può persino dire alla nonna che il rosario non fa per lei, anche se la nonna potrebbe avere un mancamento.
Ma, salvo complicazioni cardiache, non succede altro.
Non esiste una polizia morale cattolica.
E questa, piaccia o non piaccia, è una differenza enorme.
L’Occidente ha costruito la propria idea di libertà proprio mettendo in discussione tradizioni, autorità e dogmi.
Abbiamo impiegato secoli per arrivare ad un principio elementare: una persona non appartiene a nessuno.
Non al padre. Non al marito. Non alla Chiesa. Non allo Stato.
Appartiene a se stessa.
E allora non capisco perché questo principio dovrebbe improvvisamente diventare negoziabile quando cambia la religione della persona interessata.
Una cultura merita rispetto, una tradizione merita rispetto, una religione merita rispetto. Senza dubbio!
Ma nessuna cultura, nessuna tradizione e nessuna religione possiede un diritto di proprietà sulla persona.
Questo per quanto mi riguarda dovrebbe essere il limite invalicabile.
Se una donna vuole mettere il velo, difendiamo la sua libertà. Se vuole toglierlo, difendiamo la sua libertà. Se vuole essere musulmana, difendiamo la sua libertà. Se vuole smettere di esserlo, difendiamo la sua libertà.
Altrimenti non stiamo difendendo una persona. Stiamo difendendo un’appartenenza.
E forse è proprio questa la cosa che abbiamo dimenticato.
Torniamo allora al mio amico mangiapreti, ed alla sua domanda: «Ma cosa fanno di diverso dalle nostre suore?».
Adesso gli risponderei così.
La questione non è il velo. La questione è chi decide.
Una suora decide per se stessa. Una donna musulmana adulta deve poter decidere per se stessa.
Ma se qualcun altro decide al posto suo, non importa quanto nobile sia la motivazione, quanto antica sia la tradizione, o quanto rispettabile sia la cultura.
Non è più libertà.
E allora eccola, la domanda che dovrebbe interessarci davvero.
Non: «Perché porta il velo?». Ma: «Può toglierselo?»
Se la risposta è sì, possiamo parlare di libertà. Se la risposta è no, possiamo parlare di cultura quanto vogliamo; ma chiamarla libertà sarebbe soltanto una presa in giro.
Perché la libertà non è il diritto di fare ciò che gli altri approvano.
È il diritto di scegliere.
Anche di dire no.
Umberto Baldo


















