8 Settembre 2026 - 9.43

AfD in Sassonia. Per chi suona la campana?

Umberto Baldo 

La domanda, un richiamo chiaramente “hemingwayano”, mi è venuta in mente guardando le reazioni al voto in Sassonia-Anhalt.

Perché una cosa colpisce più del risultato stesso: la cautela, quasi la preoccupazione, con cui la stampa tedesca sta cercando di capire che cosa potrebbe accadere adesso.

L’AfD ha stravinto; ma non può governare da sola.   La Cdu esclude di collaborare con l’AfD.

Il BSW, la formazione di  estrema sinistra guidata da Sahra Wagenknecht, dice di non voler sostenere un governo guidato dall’AfD.

Eppure, proprio qui comincia la parte interessante.

Perché tra le righe dei commenti della stampa teutonica si intravede uno scenario che fino a qualche tempo fa sarebbe sembrato semplicemente impensabile: una qualche forma di convergenza fra AfD e BSW.

Mi ha colpito che Die Welt e Die Zeit ricordino entrambi un dettaglio procedurale del diritto costituzionale del Land: se nei primi due scrutini nessun candidato Ministro Presidente raggiunge la maggioranza assoluta, al terzo voto basta la maggioranza relativa. 

Quindi, qualora il BSW decidesse di astenersi per non votare con i partiti tradizionali, l’AfD potrebbe far eleggere il proprio candidato anche senza una formale alleanza.

In tal caso non uscirebbe necessariamente una coalizione.

Potrebbe essere una “tolleranza” esterna, il voto su singoli provvedimenti, oppure un governo sostenuto di volta in volta da maggioranze diverse.

Insomma, qualcosa che non verrà  chiamata alleanza; non ancora, almeno.

Ma il problema è che in politica, qualche volta, le cose importanti cominciano proprio evitando di chiamarle con il loro nome.

Il BSW ha già fatto sapere di essere disponibile a votare insieme all’AfD su singoli progetti.

E le due forze, pur collocate agli estremi opposti della tradizionale geografia politica, hanno parecchi punti di contatto: la contrarietà all’invio di armi all’Ucraina, la richiesta di riaprire il dialogo con Mosca, la critica alle sanzioni contro la Russia ed una linea molto più dura sull’immigrazione.

Naturalmente le differenze rimangono profonde, soprattutto sulla politica economica, sulla scuola, sulla sanità e sul ruolo dello Stato.

Ma è proprio questo il punto.

Non occorre che due Partiti siano uguali per poter convergere. È sufficiente che, su alcune questioni decisive, abbiano un nemico comune.

E qui la storia politica europea dovrebbe insegnarci qualcosa.

Sarebbe rassicurante raccontarsi che quasi metà degli elettori della Sassonia-Anhalt sia improvvisamente diventata estremista.

Ma a mio avviso sarebbe anche un modo per non capire nulla.

L’AfD non ha conquistato il 44% dei voti soltanto perché esiste un elettorato radicale di destra.

Ha intercettato un malessere che viene da lontano.

Una parte dell’elettorato si sente impoverita, insicura, culturalmente spaesata e soprattutto non rappresentata dai partiti tradizionali.

La globalizzazione ha prodotto vincitori e perdenti; le trasformazioni del mercato del lavoro hanno creato nuove opportunità, ma anche nuove insicurezze, l’immigrazione ha aggiunto un ulteriore elemento di competizione e di tensione sociale.

E mentre tutto questo accadeva, la politica tradizionale continuava spesso a spiegare ai cittadini che il problema era soprattutto capire meglio le magnifiche opportunità offerte dal cambiamento.

Peccato che chi perde il lavoro, vede diminuire il proprio potere d’acquisto, o vede il proprio quartiere trasformarsi in un “melting pot” non viva esattamente dentro un convegno dell’OCSE.

E così il disagio economico si è progressivamente trasformato in disagio identitario.

È una dinamica che l’Europa conosce da almeno vent’anni.

Il campanello d’allarme suonò già nel 2002, con il ballottaggio presidenziale francese fra Jacques Chirac e Jean-Marie Le Pen.

Avremmo dovuto ascoltarlo.

Invece abbiamo preferito pensare che il problema fosse passeggero, che il sistema avrebbe assorbito le tensioni e che, nel lungo periodo, il modello europeo avrebbe continuato a funzionare.

Solo che, come ricordava Keynes, nel lungo periodo siamo tutti morti.

La questione diventa ora ancora più interessante se guardiamo a Sahra Wagenknecht.

Il BSW non è AfD.

Non lo è ideologicamente, non lo è socialmente e non lo è sul terreno dello Stato sociale.   Ma è una forza nata anch’essa dalla critica radicale al sistema politico tradizionale. E questo ci porta ad una domanda che sarebbe un errore liquidare come una stranezza tedesca; può esistere una convergenza fra estrema destra ed estrema sinistra?

La risposta, piaccia o non piaccia, è sì.

Non perché destra e sinistra radicali siano diventate improvvisamente la stessa cosa.

Ma perché nella storia politica gli estremi possono incontrarsi quando individuano un avversario comune.

Il punto di contatto può essere l’avversione al capitalismo finanziario, alla globalizzazione, alle élite, all’Unione europea, alla NATO, alle sanzioni contro Mosca, alla politica migratoria.

E soprattutto può essere l’ostilità verso il sistema liberale e parlamentare, considerato incapace di risolvere i problemi della società.

È quella che potremmo chiamare, senza troppi giri di parole, una possibile convergenza rosso-bruna.

E oggi la Russia osserva (e secondo me sostiene) con evidente interesse la crescita dei movimenti che, da destra e da sinistra, mettono in discussione l’ordine liberale occidentale.

Qui però sarebbe troppo facile fermarsi alla denuncia degli estremismi.

Perché i liberali, e più in generale i partiti democratici tradizionali, dovrebbero avere il coraggio di fare anche un po’ di autocritica.

Perché se quasi un elettore su due vota AfD, non basta dirgli che ha votato male.

Bisogna capire perché ha deciso di farlo.

Per vent’anni l’Europa ha pensato che il proprio modello fosse praticamente irreversibile.

Economia di mercato, società aperta, welfare e democrazia liberale sembravano un equilibrio destinato a durare.

Poi sono arrivati la crisi finanziaria, l’austerità, la globalizzazione, la pandemia, le migrazioni, la guerra in Ucraina, l’inflazione e una crescente percezione di insicurezza.

E ogni volta il sistema ha chiesto ai cittadini di avere pazienza.

Il problema è che la pazienza, in politica, non è una risorsa infinita.

Quando le persone smettono di credere che il sistema possa correggersi da solo, cominciano a cercare qualcuno disposto a promettere di cambiarlo.

Ed è esattamente quello che stanno facendo i partiti antisistema.

Per chi suona dunque la campana?

Per l’AfD?   Certamente.

Ma non soltanto.  Suona anche per il BSW, che ora si trova davanti a una scelta tutt’altro che semplice.

Se aiuterà l’AfD, anche soltanto indirettamente, dovrà spiegare ai propri elettori  di estrema sinistra come sia possibile combattere l’estrema destra e contemporaneamente consentirle di governare.

Se invece la ostacolerà, dovrà spiegare perché su alcune questioni fondamentali continua a trovarsi più vicina all’AfD che ai partiti tradizionali.

E suona soprattutto per la CDU e per il sistema politico tedesco.

Perché quando un partito arriva al 44% e sfiora la maggioranza assoluta dei seggi, continuare semplicemente a ripetere che con quel partito non si governa non risolve il problema.

Lo rinvia.

E i problemi rinviati, in politica, hanno una caratteristica fastidiosa: tendono a tornare più grandi.

La Sassonia-Anhalt non è ancora governata dall’AfD.

Ma qualcosa è già cambiato.

Perché il vero risultato di questa elezione non è soltanto che AfD ha vinto.

È che una parte enorme dell’elettorato tedesco ha deciso che il vecchio equilibrio politico non è più sufficiente.

E quando destra radicale e sinistra radicale scoprono di poter marciare, almeno su alcuni terreni, nella stessa direzione, forse la domanda non è più soltanto chi governerà la Sassonia-Anhalt.

La domanda è molto più grande.

Per chi suona la campana?

Forse per tutti quelli che hanno continuato a pensare che il sistema liberale fosse eterno.

La storia, purtroppo, non ha mai firmato questa garanzia.

Umberto Baldo

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