7 Settembre 2026 - 10.35

AfD, la destra non è più un’onda. È la marea

C’è ancora qualcuno che ha dei dubbi sul fatto che le destre politiche stiano vincendo in Europa?

La mia domanda, oggi, non è affatto retorica.

Perché dalla Germania arriva un risultato che ha tutte le caratteristiche di uno di quei terremoti politici destinati a provocare scosse di assestamento per molto tempo.

In Sassonia-Anhalt il Partito Alternative für Deutschland, AfD, ha ottenuto il 43,8% dei voti.

Nel 2021 aveva preso il 20,8%.

La CDU, il partito del Cancelliere Merz, è precipitata al 17,2%, contro il 37,1% di cinque anni fa.

Non è più una proiezione.   È il risultato della notte.  Ed è il miglior risultato mai ottenuto dall’AfD in una elezione regionale tedesca.

Ma c’è un altro numero che, a mio avviso, merita ancora più attenzione; l‘affluenza è arrivata al 77,8%.  Nel 2021 si era fermata al 60,3%quasi diciotto punti in meno.

E questo significa che non siamo davanti semplicemente ad una protesta di una minoranza particolarmente motivata.

Questa volta sono andati a votare molti più cittadini; ed una parte consistente di quel voto aggiuntivo è finita proprio all’AfD.

È un particolare che sarebbe un errore sottovalutare.

Perché il vero serbatoio delle forze che contestano il sistema politico europeo non è costituito soltanto da chi già le vota.

È costituito anche da chi per anni non ha votato più nessuno.

Da chi si è disilluso.  Da chi ha smesso di credere che cambiare Partito significasse cambiare politica. Da chi considera le vecchie forze politiche sostanzialmente intercambiabili.

E quando queste persone tornano alle urne, possono cambiare radicalmente gli equilibri.

Naturalmente non significa che tutti i non votanti siano elettori dell’AfD in sonno.

Sarebbe una conclusione che i dati non consentono.

Ma significa qualcosa di altrettanto importante: l’area del dissenso politico può essere molto più grande di quella che emerge dai risultati elettorali quando una parte significativa degli elettori resta a casa.

Ed è proprio questo che dovrebbe preoccupare maggiormente i partiti tradizionali.

Perché l’AfD non ha soltanto conquistato il primo posto; ha ottenuto 39 degli 83 seggi del Landtag.

Per la maggioranza assoluta ne servivano 42.

Tre seggi.  Soltanto tre.

Gli altri partiti hanno ottenuto: CDU 15 seggi, SPD 8, Verdi 8, Linke 8, BSW 5.

E qui comincia il secondo capitolo della storia.

CDU, SPD e Verdi insieme arrivano a 31 seggi.  Anche aggiungendo il BSW arrivano soltanto a 36.

L’unica combinazione numericamente maggioritaria che coinvolga AfD è quella con il BSW, il partito di Sahra Wagenknecht, formazione di sinistra populista e fortemente critica verso l’establishment; insieme arriverebbero a 44 seggi.

Un’alleanza che, in altri tempi, sarebbe sembrata semplicemente impensabile. Ma questi non sono più tempi normali.

Va rimarcato che, finora, tutti gli altri partiti hanno escluso una collaborazione con l’AfD.

E così potrebbe verificarsi l’ennesimo paradosso della politica contemporanea.

Il partito che ha preso quasi il 44% dei voti e quasi la metà dei seggi potrebbe essere escluso dal governo attraverso una maggioranza costruita mettendo insieme partiti che, elettoralmente, valgono complessivamente molto meno.

È perfettamente legittimo.

In democrazia le maggioranze parlamentari si costruiscono così.

Ma prima o poi arriva la domanda politica; quanto può durare una democrazia nella quale il primo partito viene sistematicamente considerato impresentabile da tutti gli altri?

E soprattutto: cosa succede se, elezione dopo elezione, quel primo partito continua a crescere?

Perché questo è il punto che a me interessa maggiormente.

Non l’AfD in sé.

Non la possibilità che governi domani la Sassonia-Anhalt.

Ma la tendenza.

Guardiamo alla Francia.

Marine Le Pen continua a essere una protagonista centrale della corsa verso le presidenziali del 2027 e Jordan Bardella ha ormai assunto un ruolo centrale nella strategia del Rassemblement National.

Guardiamo alla Spagna.

Pedro Sanchez, dopo anni di abilissima sopravvivenza politica, appare sempre più logorato dalle difficoltà del suo governo e dalle vicende giudiziarie che coinvolgono il suo partito e persone a lui vicine. E nelle diverse tornate regionali la destra, con il PP e spesso con Vox, continua a rafforzarsi.

E guardiamo, infine, a casa nostra.

Qui non abbiamo bisogno di andare lontano.

Roberto Vannacci ha costruito in pochi mesi Futuro Nazionale, trasformandolo in una forza che i sondaggi hanno già portato davanti a Forza Italia.

L’ultima rilevazione YouTrend lo dà al 7,9%, contro il 7,1% di Forza Italia.

Naturalmente Vannacci non è l’AfD.  Meloni non è Le Pen.  Vox non è Fratelli d’Italia. 

Le storie nazionali sono diverse e sarebbe semplicistico mettere tutto nello stesso calderone.

Ma esiste una tendenza comune che sarebbe davvero imprudente ignorare.

Una parte crescente degli elettori europei sta spostando il proprio consenso verso forze di destra estrema che contestano il vecchio equilibrio politico.

E non lo sta facendo soltanto per protesta.

Sta votando su immigrazione, sicurezza, identità nazionale, costo della vita, rapporto con Bruxelles, difesa dei confini e sfiducia nei confronti delle vecchie classi dirigenti.

E soprattutto sta votando contro qualcosa.

Contro un establishment politico che spesso sembra parlare un linguaggio completamente diverso da quello della vita quotidiana.

È questo il punto che le sinistre europee, ma non soltanto loro, sembrano ancora faticare a comprendere.

Continuano troppo spesso a studiare l’elettore di destra come se fosse un fenomeno patologico, invece di chiedersi perché una parte dei loro vecchi elettori abbia cambiato medico.

Leader come Elly Schliein continuano spesso a considerare il fenomeno come una parentesi, una specie di febbre populista destinata a passare.

Ma una febbre che dura anni, attraversa Paesi diversi e conquista elettori di generazioni differenti comincia a somigliare a qualcosa di più strutturale.

E  poi c’è un’altra cosa che dovrebbero capire.

Non è sufficiente demonizzare chi vota AfD, Le Pen, Vox o altre forze sovraniste.

Perché puoi anche convincere qualcuno che il partito che ha scelto è impresentabile.

Ma se non gli dai una ragione per tornare a votare te, quello continuerà a votare qualcun altro.

Oppure, ed è forse ancora più pericoloso, continuerà a stare a casa fino a quando non troverà qualcuno capace di riportarlo alle urne.

In Sassonia-Anhalt quel qualcuno è stato l’AfD.

E quasi diciotto punti di affluenza in più rispetto al 2021 ci dicono che il bacino elettorale mobilitabile è molto più grande di quello che i vecchi partiti avevano forse immaginato.

Per questo non credo che la storia finisca qui.

Potremmo vedere altre sorprese in Europa. E potremmo vederne anche in Italia. Dove l’area del “non voto” si aggira sul 30%.

Perché quando milioni di persone che per anni hanno disertato le urne ricominciano a votare, gli equilibri politici possono cambiare molto più rapidamente di quanto raccontino i sondaggi.

E allora forse la domanda da porsi non è più:  “Come fermiamo le destre neo naziste o neo fasciste?”

La domanda seria sarebbe: “Perché sempre più europei scelgono di votarla?”

Perché se non si risponde a questa domanda, il rischio è quello di scoprire, una elezione dopo l’altra, che il problema non è l’onda nera che arriva.

È che il mare europeo sta cambiando.

E forse, a questo punto, quella che sembrava un’onda non è più un’onda.

È la marea.

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