Il vero risiko non è quello delle Banche

Da qualche mese seguo con grande interesse il risiko bancario italiano: offerte, controfferte, partecipazioni, alleanze, rilanci.
Mps guarda a Banco Bpm e Banca Generali, Intesa dopo l’Opas muove le proprie pedine, UniCredit osserva il campo, Mediobanca è finita dentro una partita più grande e, sullo sfondo, c’è sempre il Leone di Trieste.
Quindi una partita complicata, che i giornali finanziari raccontano giorno per giorno come una specie di campionato di calcio.
Chi compra chi. Chi rilancia. Chi resiste. Chi entra nel capitale. Chi potrebbe uscire.
Tutto vero.
Ma ho la sensazione che, continuando a guardare soltanto le Banche, rischiamo di perderci la partita vera.
Perché forse il grande premio del risiko non sono le Banche; bensì il risparmio che passa attraverso le Banche.
Vi sembra la stessa cosa?
Non è così, perché questo cambia parecchio la prospettiva.
Una Banca, infatti, non è soltanto un bilancio fatto di crediti, obbligazioni e capitale.
È soprattutto una Rete di distribuzione.
È il luogo nel quale milioni di italiani decidono che cosa fare dei propri soldi.
Depositi, fondi, obbligazioni, previdenza, polizze vita, prodotti di investimento.
Il cliente entra in Banca per parlare del mutuo e magari esce con una polizza vita; entra per rinnovare un investimento e gli viene proposto un fondo; entra per cambiare un conto e scopre che qualcuno ha pensato anche alla sua pensione integrativa.
È qui che il gioco diventa interessante.
Perché chi controlla la Rete non controlla necessariamente il prodotto.
Ma chi riesce a mettere insieme Rete e Prodotto si trova in una posizione straordinariamente forte.
È il modello della bancassurance, ormai maturo in Paesi come Francia e Germania, ma ancora poco definito nel BelPaese delle contrade e dei borghi.
E allora forse dovremmo smettere per un momento di chiederci soltanto quale Banca finirà nelle mani di quale azionista.
La domanda vera potrebbe essere un’altra: chi avrà accesso privilegiato al risparmio degli italiani nei prossimi vent’anni?
A quel punto alcune cose che oggi sembrano scollegate cominciano ad apparire sotto una luce diversa.
Crédit Agricole, per esempio, non è soltanto l’azionista più importante di Banco Bpm.
È anche uno dei grandi protagonisti europei dell’integrazione fra Banca, Assicurazione e Gestione del risparmio.
E questa è una differenza sostanziale.
Perché per entrare in una Banca non è sempre necessario comprarla (magari rischiando un Golden Power).
A volte è sufficiente entrare nella sua Rete, diventare azionista, diventare partner, costruire accordi commerciali di lungo periodo, presidiare i rapporti con il management, e lasciare che sia la Rete a fare, ogni giorno, il lavoro più importante: incontrare il cliente.
È una strategia molto meno rumorosa di un’Opa, e che soprattutto allarma meno una politica come quella nostrana da sempre abituata a guardare il dito e mai la luna.
E proprio per questo può essere molto più efficace.
Gli americani invece mi sembra tendano a guardare queste vicende con una lente diversa dalla nostra.
Per un grande investitore internazionale il problema non è tanto se una Banca si chiami Banco Bpm, Mps, Intesa o UniCredit.
L’unica cosa che conta è capire quanto capitale assorbe, quanto rendimento produce, quale la capacità di estrarre sinergie e tagliare costi, e quale massa di risparmio possa contribuire a gestire, favorendo il consolidamento senza guardare le bandiere.
Le frontiere nazionali, nei bilanci dei grandi investitori, sono molto meno importanti di quanto lo siano nei nostri talk show.
Capite bene che per i componenti di un Cda di un grande Fondo di investimento internazionale il concetto di “senesità” è letteralmente incomprensibile.
E qui arriva il paradosso italiano.
Giuseppe Castagna e Luigi Lovaglio possono avere tutte le ragioni industriali del mondo per giocare le loro partite. Ma il risultato delle loro mosse rischia comunque di essere un altro: rafforzare Crédit Agricole ed aprire quello che potrebbe diventare il più formidabile corridoio d’influenza francese sulla finanza italiana.
Non è necessario immaginare complotti, né attribuire ai protagonisti intenzioni che probabilmente non hanno.
In finanza conta anche l’effetto oggettivo delle operazioni.
E se alla fine una parte crescente delle nostre Reti bancarie, assicurative e distributive finisse collegata, direttamente o indirettamente, a grandi gruppi francesi, allora il problema non sarebbe più soltanto chi ha vinto l’ultima Opa.
Sarebbe capire chi ha conquistato una posizione privilegiata per orientare il risparmio italiano.
In altre parole, noi continuiamo a discutere di “Banche italiane”, “interessi francesi”, “interessi americani”, “campioni nazionali”.
Ma il denaro, ormai, non ragiona più così.
Il denaro cerca rendimento, scala ed accesso ai clienti.
E il nostro Paese ha una caratteristica che lo rende particolarmente interessante: una ricchezza finanziaria privata enorme, concentrata nelle mani di famiglie che per decenni hanno accumulato risparmio.
Quella ricchezza rappresenta una straordinaria opportunità commerciale; ma anche una questione strategica.
Ecco perché, secondo una certa visione, un Paese con un enorme debito pubblico, ma con una ricchezza privata straordinaria, non può permettersi di considerare la gestione del risparmio come una semplice faccenda tra azionisti.
Ed è qui che entrano in gioco le Assicurazioni Generali.
Ed è per questo che la partita che ruota attorno al Leone di Trieste non può essere considerata soltanto una questione di governance societaria, o di poltrone.
Quando si parla di Assicurazioni, Banche, Risparmio gestito e Reti distributive, in realtà si sta parlando di chi orienterà una parte enorme dei flussi finanziari italiani ed europei.
E allora forse anche la presenza francese va letta con maggiore attenzione.
Non necessariamente come una conquista, e nemmeno come una cospirazione.
Più semplicemente come una strategia industriale.
I francesi hanno costruito alcuni dei più importanti Gruppi europei nei settori bancario e assicurativo.
Hanno imparato che non occorre necessariamente possedere ogni pezzo della filiera; può essere sufficiente presidiare i nodi decisivi.
Una Banca qui, una partecipazione là, un accordo di bancassurance, una società di gestione, una Rete distributiva.
E quando tutti questi elementi cominciano a stare sulla stessa mappa, quello che sembrava un insieme di operazioni separate diventa un disegno industriale.
Naturalmente sarebbe ingenuo pensare che esista un’unica cabina di regia francese, americana o italiana.
La finanza non funziona così.
Ci sono interessi diversi, Fondi che entrano ed escono, manager che perseguono strategie proprie, azionisti con obiettivi differenti.
Ma proprio per questo bisogna guardare alle strutture, non soltanto alle mosse quotidiane.
Perché mentre noi ci appassioniamo alla domanda “chi vincerà il risiko bancario?”, qualcun altro potrebbe farsi una domanda molto più concreta: chi controllerà i canali attraverso i quali passerà il risparmio europeo?
Ed allora il vero risiko potrebbe non essere quello che vediamo sulle prime pagine.
Potrebbe essere molto più silenzioso; perché non si combatte soltanto per gli sportelli. Si combatte per la relazione con il cliente; non soltanto per gli asset bancari, ma per gli asset che quei clienti affideranno domani a qualcuno; non soltanto per le Banche, ma per le Assicurazioni, il Risparmio gestito, la Previdenza.
In altre parole, non è detto che il vincitore sia quello che possiede più Banche.
Potrebbe essere quello che controlla meglio il flusso che dalle Banche arriva al Risparmio gestito.
Ecco perché il Leone di Trieste non è soltanto una compagnia assicurativa.
È uno dei grandi snodi attraverso i quali passa il risparmio europeo; con una massa di attività gestite ormai prossima al trilione di euro.
E con una massa del genere non si amministra soltanto una società.
Si influenza un Paese.
La mia sensazione, insomma, è che mentre sul nostro campo da gioco continuiamo a disputare un Palio locale tra rivalità di contrada, difese della poltrona e campanilismi, la vera finale si stia giocando su un altro tavolo.
Ed a quel tavolo il premio per chi vince ha un valore ben preciso: il controllo di una parte dei flussi finanziari dei prossimi vent’anni.
È forse questa, più di tutte le Opa e le controfferte che riempiono le pagine dei giornali, la vera partita che dovremmo cominciare a guardare.


















