Gaza, la nuova religione dell’Occidente

Io percepisco qualcosa di curioso, e persino di inquietante, nel modo in cui una parte dell’Occidente sta vivendo la tragedia di Gaza.
Non basta più considerarla per quello che è: una guerra terribile, una catastrofe umanitaria, l’ennesimo fallimento della politica in Medio Oriente.
No. Gaza è diventata per molti una sorta di religione civile.
Un metro con cui misurare il bene ed il male del pianeta, un lasciapassare morale, un test di purezza ideologica.
E guai ad introdurre una sfumatura: si rischia immediatamente di essere catalogati come “filoisraeliani”, “sionisti”, “complici del genocidio” o, nella migliore delle ipotesi, “insensibili”.
Insomma, la geopolitica trasformata in derby calcistico: da una parte i buoni, dall’altra i cattivi.
E naturalmente ognuno ha già scelto la curva.
E basta guardarsi intorno per accorgersene.
La bandiera palestinese è ormai diventata una sorta di divisa identitaria: appesa ai balconi, esposta nelle piazze, sventolata alle manifestazioni, talvolta esibita perfino in luoghi e contesti nei quali sarebbe difficile capire quale rapporto abbia con ciò che lì si dovrebbe rappresentare.
Una bandiera può naturalmente essere un simbolo di solidarietà.
Ma quando un simbolo politico compare dappertutto, fino a diventare quasi un elemento dell’arredamento urbano, forse non siamo più soltanto di fronte alla solidarietà.
Siamo di fronte ad un’ossessione collettiva.
Il fenomeno non è soltanto italiano.
Le proteste nei campus americani, le mobilitazioni europee, le posizioni contrapposte di governi e opinioni pubbliche dimostrano che la questione palestinese è diventata uno dei principali catalizzatori politici dell’Occidente.
Il problema è che, in questo gioco, la realtà diventa un fastidio.
Perché la realtà è maledettamente complicata.
Hamas ha compiuto una strage di civili israeliani ed ha preso ostaggi.
Israele ha il diritto di difendere i propri cittadini.
I civili palestinesi non sono tutti attivisti di Hamas, e non possono essere considerati responsabili dei suoi crimini.
Gaza ha conosciuto una devastazione immensa ed una tragedia umanitaria che non può essere liquidata con una scrollata di spalle.
Tutte queste cose possono essere vere contemporaneamente.
Ma nella nuova religione della tifoseria questa semplice frase sembra quasi blasfema.
C’è però un altro problema, ancora più delicato.
L’antisemitismo sta riemergendo in Europa e in Occidente, e troppo spesso cerca riparo dietro la parola “sionismo”.
Sia chiaro: criticare il governo israeliano è legittimo. Criticare Netanyahu è legittimo. Contestare le decisioni militari di Israele è legittimo. Anche criticare il sionismo come corrente politica può essere legittimo.
Ma altra cosa è trasformare Israele nella personificazione del male assoluto, attribuire agli ebrei di tutto il mondo la responsabilità delle decisioni di un governo, ripescare vecchi stereotipi sugli ebrei, oppure pretendere che soltanto lo Stato ebraico non abbia il diritto di esistere.
Quello non è più dibattito politico.
È antisemitismo con un vocabolario aggiornato.
E sarebbe francamente curioso che proprio l’Occidente, dopo aver passato decenni a promettere “mai più”, scoprisse improvvisamente che basta cambiare qualche parola per rendere presentabile un pregiudizio antico come l’Europa.
C’è poi una domanda che sarebbe utile porsi.
Perché Gaza occupa uno spazio morale e mediatico infinitamente superiore rispetto a tante altre guerre e tragedie del pianeta?
Dove sono la stessa indignazione, gli stessi cortei, le stesse bandiere, gli stessi striscioni quando a morire sono gli ucraini, i sudanesi, gli yazidi, i cristiani perseguitati in alcune aree del Medio Oriente, o le vittime delle guerre dimenticate dell’Africa?
E soprattutto: dove sono le Sumud Flotilla?
Perché se il criterio è davvero portare aiuti ed attenzione ai civili vittime della guerra, il pianeta è pieno di tragedie che avrebbero disperatamente bisogno di una flottiglia.
Eppure, curiosamente, le barche sembrano conoscere molto bene la geografia delle cause politicamente più redditizie.
Naturalmente ogni tragedia merita attenzione.
Ma quando l’indignazione diventa selettiva, sarebbe bene interrogarsi sui criteri che la determinano.
Perché a volte sembra che il problema non sia soltanto ciò che Israele fa.
Sembra che, per una parte del dibattito occidentale, il problema sia l’esistenza di Israele in quanto tale.
E qui il confine tra antisionismo e antisemitismo può diventare terribilmente sottile.
Noi italiani abbiamo poi una specialità nazionale: trasformare ogni tragedia internazionale in una guerra civile per procura.
Non discutiamo di geopolitica; tifiamo. Non analizziamo; etichettiamo. Non cerchiamo di capire; cerchiamo il cattivo da mettere alla gogna.
Ed il clima è arrivato ad un punto abbastanza surreale da produrre persino una reazione dentro il Partito Democratico.
Graziano Delrio, insieme ad altri senatori riformisti, ha presentato un disegno di legge specificamente dedicato al contrasto dell’antisemitismo, richiamando anche la definizione dell’International Holocaust Remembrance Alliance.
Una proposta che ha provocato non poche tensioni dentro il suo stesso partito.
Insomma, siamo arrivati al paradosso per cui bisogna discutere persino se sia ancora possibile distinguere l’antisemitismo dall’antisionismo senza venire accusati di voler mettere il bavaglio alla solidarietà per la Palestina.
Forse non è proprio un dettaglio.
Se persino un esponente del centrosinistra riformista sente il bisogno di mettere nero su bianco che l’antisemitismo è tornato ad essere un problema specifico, forse qualche campanello d’allarme sta suonando.
Il problema è che una parte della sinistra sembra ancora convinta che il campanello sia quello di casa del vicino.
E così Gaza diventa contemporaneamente una tragedia umanitaria, una clava contro Meloni, una clava contro la sinistra moderata, un’occasione per attaccare l’Occidente, una condanna del capitalismo, una celebrazione del pacifismo e, per qualcuno, persino una nuova occasione per rispolverare l’antico odio antiebraico sotto le più rispettabili insegne dell’antisionismo.
Una vera fiera delle semplificazioni.
Il risultato è paradossale.
Più Gaza diventa simbolo, meno riusciamo a vedere le persone.
I bambini palestinesi diventano strumenti della propaganda.
Gli israeliani diventano automaticamente complici del governo.
Gli ebrei della diaspora diventano sospetti.
Hamas scompare dietro la parola “resistenza”.
E chi prova a mettere insieme più verità contemporaneamente viene immediatamente spedito in una delle due curve.
Forse sarebbe il caso di uscire dallo stadio.
Perché la geopolitica non è una partita di calcio.
E soprattutto perché, quando una tragedia umana diventa una bandiera ideologica, il rischio è che smettiamo di indignarci per i morti e cominciamo semplicemente a contarli in base alla maglia che indossavano.


















