9 Settembre 2026 - 9.20

Il paradosso della difesa: ordini record, ma le Borse frenano

Umberto Baldo

C’è qualcosa di curioso, persino paradossale, nel grande riarmo europeo (quello che toglie i sonni ai nostri pacifisti da salotto).

Abbiamo guerre in corso, la Russia che continua a rappresentare una minaccia per l’Europa, Governi che aumentano le spese militari, la NATO che chiede agli alleati di spendere sempre di più, ed industrie della difesa che non sembrano neppure in grado di accettare ed evadere tutti gli ordini che ricevono. 

Eppure, se guardiamo alla Borsa, sembrerebbe quasi che tutto questo entusiasmo per le armi non sia poi così convincente.

Prendiamo Rheinmetall, il colosso tedesco diventato negli ultimi anni il simbolo della nuova industria bellica europea.

Il titolo un anno fa era arrivato a sfiorare i 2.000 euro, dopo una corsa impressionante. Oggi quota attorno ai 1.000.

E qui sta il paradosso.

Mentre l’azione ha perso quasi metà del valore dai massimi, l’azienda continua a presentare numeri che raccontano tutt’altra storia: nel primo semestre 2026 i ricavi sono cresciuti del 39%, l’utile operativo del 74%, ed il portafoglio ordini ha raggiunto la cifra record di 80,5 miliardi di euro.

Insomma, la guerra non ha prodotto una crisi della domanda.

Ha prodotto, semmai, un problema molto più terra-terra: come trasformare tutti quegli ordini in produzione, consegne, fatturato, e soprattutto cassa.

Perché un contratto da dieci miliardi non è ancora un incasso da dieci miliardi.

Un carro armato ordinato non è un carro armato consegnato. Un milione di proiettili promessi non è un milione di proiettili prodotti.

La fabbrica, del resto, ha una caratteristica piuttosto fastidiosa: non obbedisce ai comunicati stampa dei Governi.

Per aumentare la produzione servono stabilimenti, macchinari, materie prime, energia, personale specializzato, e tempo. 

E servono investimenti enormi.

Rheinmetall sta infatti investendo pesantemente per aumentare le proprie capacità produttive, con effetti inevitabili anche sulla generazione di cassa.

Ma c’è un’altra cosa che racconta bene quello che sta accadendo all’industria europea.

L’Europa sta cominciando a riconvertire parte della propria industria civile in industria della difesa.

Il caso Volkswagen è quasi da manuale.

Lo stabilimento di Osnabrück, dove la produzione automobilistica terminerà nel 2027, dovrebbe passare ad una nuova proprietà e trasformarsi in un centro per la produzione di componenti destinati alla difesa aerea, in collaborazione con l’israeliana Rafael. 

L’operazione dovrebbe salvaguardare circa 1.400 dei 1.800 posti di lavoro dello stabilimento.

La cosa è molto più significativa di quanto possa sembrare.

Perché mentre Rheinmetall deve costruire nuove capacità produttive, l’Europa possiede già una gigantesca infrastruttura industriale: capannoni, robot, lavoratori qualificati, fornitori, logistica, ingegneria meccanica.

Solo che per decenni quella macchina è stata utilizzata per produrre automobili.

Adesso la geopolitica (leggi Cina) sta dicendo qualcosa di piuttosto brutale all’industria europea: forse ci serviranno meno automobili e più sistemi d’arma.

È una trasformazione industriale che qualche anno fa sarebbe sembrata fantascienza.

Eppure non basta neppure questa spiegazione a chiarire del tutto il comportamento della Borsa.

Perché c’è un secondo cambiamento, forse ancora più importante.

La guerra sta cambiando il prodotto.

Il conflitto in Ucraina ha dimostrato che la guerra del XXI secolo non sarà necessariamente dominata soltanto dalle grandi piattaforme tradizionali: carri armati, artiglieria, aerei e navi.

Droni, guerra elettronica, sensori, software, intelligenza artificiale, sistemi anti-drone e difesa aerea stanno diventando altrettanto decisivi.

E questo cambia anche il modo in cui gli investitori guardano alle aziende della difesa.

Non basta più dire: “Questa è un’industria bellica”.

La domanda diventa: quale industria bellica?

Quella che costruisce grandi piattaforme per prodotti che richiedono anni per essere progettati, sviluppati e consegnati?

Oppure quella che sviluppa e consegna in tempi rapidi un drone relativamente economico, un sistema di intercettazione, un sensore, un algoritmo di intelligenza artificiale?

La risposta sta  anche nel divario profondo che separa l’illusione della politica dalla realtà della fabbrica. Le aziende della difesa hanno i taccuini stracolmi di ordini per i prossimi dieci anni, ma la Borsa non vive di promesse a lungo termine: vive di flussi di cassa immediati. E la filiera industriale europea sta mostrando tutti i suoi limiti strutturali nel trasformare questa imponente massa di carte e contratti in armi effettivamente consegnate e fatturate.

In altre parole il Mercato non sembra ancora aver scelto definitivamente dove puntare le proprie fiches.

E sarebbe sbagliato raccontare di una fuga generalizzata dei capitali dai grandi produttori verso le piccole società tecnologiche. 

Anche molti titoli legati ai droni hanno recentemente sofferto.

Ma il segnale è evidente: gli investitori stanno diventando molto più selettivi.

Non è finito il boom della difesa; potrebbe essere finito, però, il boom indiscriminato della difesa.

Ed ecco che torniamo a Rheinmetall.

Gli operatori di Borsa non stanno necessariamente dicendo che non credono nel riarmo europeo.

Potrebbero stare dicendo qualcosa di molto più sofisticato: “Crediamo nel riarmo. Ma non siamo ancora sicuri quali saranno i cavalli vincenti, quali aziende, quali tecnologie e quali Paesi ne trarranno davvero vantaggio

Perché la Borsa non compra le guerre; compra le aspettative sui profitti.

E quando quelle aspettative sono già state incorporate nei prezzi, arriva inevitabilmente il momento in cui gli investitori smettono di chiedersi quanti miliardi spenderanno i Governi, e cominciano a chiedersi quanti miliardi riusciranno davvero a guadagnare le aziende.

È la vecchia regola dei mercati: “si compra sulle aspettative e si vende quando le aspettative diventano realtà”, o se preferite “si compra sulle voci e si vende sulle notizie”.

Solo che stavolta c’è qualcosa di nuovo.

L’Europa sta contemporaneamente facendo due cose.

Da una parte sta cercando di trasformare vecchie fabbriche dell’industria civile, messe in crisi dalla concorrenza internazionale e dalla transizione tecnologica, in nuovi stabilimenti della difesa.   

Dall’altra deve capire quali saranno le tecnologie militari dominanti nei prossimi decenni.

In altre parole, stiamo riconvertendo le fabbriche del Novecento per preparare la guerra del XXI secolo, mentre la Borsa cerca di capire quali saranno le armi del XXI secolo.

È qui che si comprende il paradosso.

La domanda di armi può essere enorme, i Governi possono promettere miliardi, e le commesse acquisite dai produttori possono raggiungere livelli mai visti.

Ma tra l’annuncio politico e l’utile di bilancio c’è di mezzo un mondo fatto di fabbriche, investimenti, tecnologia, tempi di consegna e capacità produttiva.

In altri termini la guerra può riempire i portafogli ordini; ma non necessariamente riempie subito le casse.

E la Borsa, che non ha ideologie, sentimenti patriottici, e nemmeno particolare pietà per i racconti dei Governi, questo lo ha capito.

Alla fine, persino nella corsa al riarmo, vale la più antica delle regole capitalistiche: non basta vendere cannoni. Bisogna anche riuscire a guadagnarci.

Umberto Baldo

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