Scatta, posta e dimentica: la vita che non viviamo più

La sete di scatti
di Alessandro Cammarano
L’umanità ha smesso di vivere il presente per dedicarsi anima e batteria alla sua compilation postuma. Un tempo si guardava un tramonto e basta, gesto primitivo, quasi imbarazzante a ripensarci oggi. Ora lo si inquadra, lo si ritaglia, gli si affibbia un filtro che lo rende più arancione di quanto la natura avesse in programma, e solo dopo, spedito l’algoritmo al giudizio popolare, ci si concede il lusso di chiedersi se valesse davvero la pena guardarlo. È la sete di scatti: patologia democratica, trasversale, che non risparmia età né ceto e che ha reclutato ogni proprietario di smartphone come cronista ossessivo del proprio, quasi sempre modesto, quotidiano.
Il primo esemplare da catalogare è il fotografo del piatto. Lo si riconosce dal gesto rituale: prima lo smartphone, poi la forchetta, mai il contrario, pena l’anatema social. Il risotto si raffredda mentre viene ritoccata la luminosità, il commensale di fronte aspetta paziente come si aspetta un sacramento, e il piatto, ormai tiepido, verrà mangiato distrattamente mentre già si controllano i primi like. Il cibo, va detto, non ha mai chiesto di essere immortalato. Lo subisce con la stessa rassegnazione con cui subisce il sale.
Ma l’esemplare che merita il disprezzo più meditato è il documentarista da concerto, specie particolarmente odiosa per chi scrive di musica da una vita. Si presenta in platea armato di telefono, braccio teso come un’antenna, e filma trenta secondi di un’aria che ne dura sette, convinto che quei trenta secondi valgano più dell’esperienza intera, quando in realtà non varranno mai nulla: non li riguarderà nessuno, nemmeno lui. Il problema non è solo la sua sordità elettiva, la sua incapacità di stare fermo davanti a qualcosa di bello senza doverlo processare in file. Il problema è che si porta dietro tutta la platea. Chi ha pagato il biglietto per ascoltare si ritrova a fissare una selva di rettangoli luminosi che si alza puntuale a ogni acuto, schermi accesi che rubano il buio necessario alla musica, teste che si spostano per inquadrare meglio invece di restare ferme ad ascoltare. Non si gode il concerto, e con perfetta indifferenza verso il prossimo, si assicura che non lo goda nessun altro. È l’unico crimine, tra quelli qui elencati, che non resta confinato al proprio schermo: si allarga, contagia, rovina la serata a chi aveva solo chiesto silenzio e buio.
Non manca il cronista della prole, categoria delicata e diffusissima: il bambino che soffia sulla torta, il bambino al primo giorno di scuola, il bambino che dorme, tutto pubblicato con dovizia di dettagli su profili aperti al mondo intero, senza che l’interessato abbia mai firmato nulla. Chi scrive non si permette lezioni di genitorialità, ma un dubbio, sommesso, resta: forse certe immagini andrebbero custodite in un cassetto, non consegnate a un pubblico che il bambino non ha scelto e che un giorno, cresciuto, potrebbe non ringraziare.
Merita un capitolo a parte la categoria della cinquantenne in crisi esistenziale che si traveste da Ariana Grande o da Miley Cyrus per un pomeriggio, coda alta, ombretto di scena, labbra rifatte apposta per l’occasione, e si fotografa in salotto discount con lo sguardo languido rivolto altrove, mentre sullo sfondo, incurante della finzione, la pentola del brodo continua a bollire allegra sul fuoco. È forse l’esemplare più struggente dell’intero catalogo: un desiderio di gioventù travestito da estetica pop, immortalato proprio nella cucina che quella gioventù l’ha consumata giorno dopo giorno, tra una spesa e un compito da controllare.
C’è poi il turista da monumento, che raggiunge la meta dei sogni e le volta subito le spalle per un autoscatto, lasciando che il Colosseo o la Torre Eiffel facciano da sfondo a un primo piano di se stesso; il collezionista di tramonti, che ne possiede ormai centinaia, tutti identici, tutti intitolati “magia”; il testimone del brindisi, che filma il calzare dei bicchieri invece di alzare il proprio; e infine il paparazzo di se stesso, specie in costante espansione, che documenta ogni istante della propria giornata come se il mondo attendesse con ansia il resoconto.
Il filo che lega questi esemplari è sempre lo stesso: la convinzione, mai dichiarata ma agita in ogni gesto, che un’esperienza non vissuta attraverso uno schermo sia un’esperienza sprecata. Si è passati dal carpe diem al carpe pixel, e la differenza non è solo lessicale. Il primo presuppone che l’attimo vada afferrato per essere vissuto; il secondo lo afferra solo per depositarlo altrove, rimandandone il godimento a un momento che, puntualmente, non arriva mai. Si scorre, non si guarda. Si archivia, non si ricorda.
Non è nostalgia per un’epoca priva di telefoni, sarebbe ipocrita fingerlo da chi scrive su uno schermo. È piuttosto la constatazione, un po’ amara e un po’ divertita, che la tecnologia promessa come strumento per condividere la vita finisca spesso per sottrarla a chi dovrebbe viverla per primo. Il piatto si raffredda, la musica sfuma, il tramonto tramonta comunque, con o senza filtro. E chi lo ha vissuto solo attraverso l’obiettivo, alla fine, non ha in tasca un ricordo, ma soltanto un file.


















