Vista una, viste tutte. Tette, algoritmi e istinti: perché continuiamo a guardare

Umberto Baldo
C’è una cosa che mi incuriosisce sempre di più quando apro i Social, e Facebook in particolare.
Non sono le guerre. Non è la politica. Non sono nemmeno quelli che spiegano all’Universo mondo come dovrebbe essere governata l’Italia dopo aver letto tre post su Google.
Sono le fotografie.
Più precisamente, le fotografie di ragazze e donne sempre più discinte, con una particolare predilezione per le generose esposizioni della parte superiore del corpo.
Un vero e proprio “festival delle tette”, per la più parte di grossa taglia, spesso visibilmente rifatte, esibite con l’atteggiamento di chi non soltanto le possiede, ma sembra addirittura averle inventate.
E qui mi sorge spontanea una domanda: ma è business o esibizionismo?
Perché, a guardare certi profili, non è sempre facilissimo capirlo.
Da una parte c’è chi evidentemente ha trasformato il proprio corpo in uno strumento di marketing: più visualizzazioni, più follower, più attenzione e, prima o poi, qualche euro.
Dall’altra c’è sicuramente chi semplicemente ama essere guardata. E magari le due cose convivono perfettamente.
D’altra parte, che differenza c’è fra una persona che ama essere ammirata e una che ha scoperto che essere guardata può diventare un’attività redditizia?
Una volta si sarebbe chiamato esibizionismo.
Oggi si chiama personal branding. Dite la verità; in inglese fa tutta un’altra figura eh!
Ma la questione interessante non è nemmeno questa.
La vera domanda è: perché gli uomini sono così attratti dalla nudità femminile?
E sia chiaro: anche le donne guardano.
Non è che l’universo femminile abbia ricevuto alla nascita un certificato di immunità dall’attrazione fisica.
Però, mediamente, nella sessualità maschile la componente visiva sembra avere un peso particolarmente importante.
E qui bisogna fare un salto indietro. Un salto piuttosto lungo.
Perché l’uomo è un animale sessuale decisamente curioso.
Molti mammiferi utilizzano in maniera importantissima l’olfatto per individuare il partner e raccogliere informazioni sulla disponibilità sessuale. Odori, segnali chimici, feromoni.
Una specie di “Tinder biologico”, insomma. Solo che non serve lo smartphone.
Noi, invece, siamo diventati nel corso dell’evoluzione animali fortemente visivi.
In altre parole negli ultimi tempi sembriamo aver sviluppato una forma tutta nostra di sessualità: il “sesso oftalmico”. Invece di toccare, guardiamo. E a giudicare dai social, la specialità sembra essere parecchio praticata.
Tornando seri, abbiamo perso progressivamente gran parte della pelliccia corporea che caratterizza gli altri primati. Abbiamo conquistato la posizione eretta. Siamo diventati bipedi. E il corpo umano, liberato dalla pelliccia, è diventato probabilmente molto più leggibile attraverso la vista.
Il dimorfismo sessuale, le proporzioni corporee, la distribuzione del grasso, il volto, la pelle, il modo di muoversi: una quantità enorme di informazioni che il nostro cervello può raccogliere semplicemente guardando.
Non sappiamo se il nostro antenato preistorico, davanti a una bella donna, pensasse: “Accidenti, che bella f…..”.
Ma è ragionevole pensare che il suo cervello facesse già qualcosa di molto simile.
E poi c’è un particolare sul quale possiamo anche smettere per un momento di fare gli antropologi ed ammettere semplicemente l’evidenza.
Il corpo femminile piace. Agli uomini, mediamente, parecchio. E non credo ci sia bisogno di costruirci sopra una teoria sociologica di 400 pagine.
Un seno intravisto sotto una camicetta leggermente sbottonata, una schiena nuda, una gamba scoperta, una scollatura che lascia lavorare più l’immaginazione della stoffa: sono segnali capaci di catturare lo sguardo maschile con una rapidità che probabilmente precede di molto la nascita della nostra specie.
E forse c’è un motivo.
L’erotismo non è nella nudità in sé. È nella distanza fra ciò che si vede e ciò che si immagina.
Un corpo completamente nudo può mostrare tutto. Una scollatura, invece, può suggerire.
Ed il cervello umano, quando gli lasci un piccolo spazio vuoto da riempire, ci mette dentro tutto quello che serve.
È per questo che nella storia dell’erotismo la stoffa ha spesso avuto un ruolo curioso: può nascondere, ma contemporaneamente può attirare l’attenzione proprio su ciò che nasconde.
Non serve necessariamente mostrare tutto. Anzi, spesso è proprio il contrario.
Il desiderio ama gli spazi vuoti.
E qui forse Facebook ha combinato un piccolo disastro estetico.
Perché quando l’obiettivo diventa catturare il clic, l’allusione rischia di essere sostituita dall’esibizione.
Il mistero lascia il posto alla fotocopia.
Al riguardo riprenderei un vecchia battuta: vista una, viste tutte (anche se a dirla tutta è riferita ad una parte anatomica ben precisa).
Con una differenza, però.
Quella che cinquant’anni fa poteva essere una fotografia provocante su una rivista, oggi viene riproposta cento volte al giorno, da cento persone diverse, in cento pose diverse.
Il risultato è che persino l’erotismo rischia di diventare industriale.
E quando l’erotismo diventa industriale, perde una delle cose che lo rendevano erotico: l’attesa.
Perché il desiderio, dopotutto, ha bisogno anche di tempo, di immaginazione, di distanza.
Di quella piccola porzione di corpo che resta ancora nascosta e che il cervello, con la sua solita sfacciata fantasia, provvede immediatamente a completare.
Tornando al nostro uomo preistorico, lui aveva qualche problema logistico.
Niente Facebook. Niente Instagram. Niente influencer. E soprattutto niente algoritmo capace di proporgli un’altra donna tre secondi dopo.
Ed è proprio qui che arriva la parte interessante della nostra modernità.
La tecnologia ha preso una pulsione biologica vecchia di centinaia di migliaia di anni e l’ha inserita dentro una macchina progettata per catturare la nostra attenzione.
Il meccanismo è semplice.
Una fotografia attira lo sguardo. Lo sguardo produce attenzione. L’attenzione produce clic. I clic producono follower. I follower possono produrre denaro. Ed il denaro, come abbiamo imparato nella storia dell’umanità, possiede una straordinaria capacità di rendere rispettabile quasi qualsiasi cosa.
Così la ragazza che una volta “si metteva in mostra” oggi sta facendo “content creation”.
Quella che cercava attenzione oggi sta “costruendo una community”.
Quella che mostrava il proprio corpo oggi sta “valorizzando la propria immagine”.
Le parole cambiano. Il meccanismo molto meno. E qui arriva anche un’altra curiosità.
La nudità dovrebbe perdere il suo potere quando diventa onnipresente.
Ma non sembra funzionare esattamente così. Perché il cervello umano non cerca soltanto la bellezza.
Cerca anche la novità.
Ed i social sono una macchina praticamente perfetta per alimentare questa ricerca.
Una fotografia. Poi un’altra. Poi un’altra ancora. Cambiano la luce, la posa, il trucco, il filtro, l’angolazione, lo sfondo.
Ma, diciamocelo con una certa brutalità: “vista una, viste tutte”.
O quasi.
Perché il corpo umano, nonostante gli sforzi dell’industria della moda, della chirurgia estetica e dei filtri digitali, dispone ancora di un inventario abbastanza limitato.
Quando hai mostrato le tette e fatto intravedere anche l’inguine, il campionario dovrebbe esser esaurito.
Gli algoritmi però hanno scoperto il trucco.
Non devono inventare continuamente qualcosa di nuovo.
Devono soltanto cambiare abbastanza il contesto da convincere il nostro cervello che la prossima immagine meriti ancora un’occhiata.
E così quella che era una pulsione diventa un comportamento ripetitivo. E il comportamento ripetitivo diventa traffico. E il traffico diventa denaro.
Qui, secondo me, c’è la vera rivoluzione.
Non nel fatto che gli uomini guardino. Gli uomini guardano da quando esistono gli uomini. La rivoluzione consiste nel fatto che qualcuno ha imparato a monetizzare il loro guardare.
E naturalmente non sono soltanto gli uomini a essere coinvolti. Anche chi si mostra riceve una ricompensa.
Un like. Un commento. Un messaggio. Un aumento dei follower. Una conferma.
“Piaccio!”
E quel “piaccio” può avere un valore psicologico enorme.
Perché forse dietro certe fotografie non c’è soltanto il desiderio di sedurre. C’è anche il bisogno, molto umano, di sentirsi belli, desiderati, considerati.
E qui arriviamo a qualcosa che riguarda tutti noi.
I social hanno trasformato il bisogno umano di approvazione in una specie di contabilità quotidiana.
Quanti like? Quanti follower? Quante visualizzazioni? Quanti commenti?
Siamo arrivati al punto in cui perfino l’autostima può essere misurata con un numeretto sotto una fotografia.
Una follia? Probabilmente.
Ma una follia estremamente redditizia.
E allora forse dovremmo smettere di scandalizzarci troppo davanti alle ragazze discinte che compaiono sui nostri schermi.
Non perché tutto sia necessariamente innocuo od elegante.
Ma perché il fenomeno racconta qualcosa di molto più profondo.
Racconta quanto poco sia cambiata la nostra natura sotto la superficie della modernità.
Abbiamo inventato l’intelligenza artificiale; mandiamo sonde su Marte; abbiamo costruito computer capaci di fare in pochi secondi calcoli che avrebbero richiesto una vita ad un matematico dell’Ottocento.
E poi basta una bella fotografia, ed il nostro cervello torna immediatamente a occuparsi di una faccenda vecchia come l’umanità.
Guardare, desiderare, commentare, magari pesantemente, essere desiderati.
Forse è proprio questo il paradosso.
Pensiamo di vivere nell’epoca più tecnologica della storia, ma dentro il nostro cervello continuano a vivere uomini e donne del Paleolitico.
Solo che adesso il cacciatore-raccoglitore ha lo smartphone in mano. E davanti non ha una foresta. Ha Facebook.
E dietro Facebook c’è un algoritmo che lo conosce probabilmente meglio di quanto lui conosca se stesso.
Per questo, alla fine, la domanda non è tanto: “Perché gli uomini sono ossessionati dalla nudità?”
La domanda vera è: “Che cosa succede quando una pulsione biologica primordiale incontra una tecnologia capace di moltiplicarla all’infinito, e di trasformarla in denaro?”
La risposta la vediamo ogni giorno sul nostro schermo.
E magari, la prossima volta che Facebook ci proporrà l’ennesima fotografia ammiccante, prima di chiederci perché quella signora abbia deciso di mostrarsi così generosamente, potremmo porci una domanda ancora più scomoda.
Chi sta guardando chi?
Perché forse noi pensiamo di stare guardando lei.
Ma intanto l’algoritmo sta guardando noi.
Umberto Baldo


















