La pentastellizzazione del PD e il capolavoro tattico di Giuseppe Conte

Umberto Baldo
Il dibattito politico attorno alla linea della Segreteria del Partito Democratico, ed al suo rapporto con il Movimento 5 Stelle, sta offrendo uno spettacolo che definire surreale è quasi riduttivo.
Schlein ha battezzato la sua strategia “testardamente unitaria”.
E bisogna riconoscerle almeno una cosa: sulla testardaggine non sembrano esserci dubbi.
Il problema è capire chi stia davvero costruendo l’unità e, soprattutto, attorno a quale progetto politico.
Perché quello che sta emergendo, più che un Campo largo, assomiglia sempre di più ad un Campo nel quale il PD allarga le porte, e Giuseppe Conte decide chi può entrare e con quali condizioni.
Ed è proprio qui, a mio avviso, che si realizza il vero capolavoro tattico dell’ex Presidente del Consiglio.
Conte ha capito una cosa elementare: la segreteria Schlein non può permettersi di rompere con il Movimento 5 Stelle.
La parola «unità» per lei è diventata infatti una specie di vincolo politico.
Chi mette in discussione l’alleanza rischia di essere accusato di lavorare per la destra, di dividere il campo progressista, di compromettere la possibilità stessa di battere la Meloni.
E così il PD si è ritrovato nella singolare condizione di dover dimostrare continuamente di essere abbastanza progressista per non perdere il Movimento 5S.
Ma c’è di più.
Elly Schlein non sembra essersi limitata ad accettare l’alleanza come una necessità elettorale.
Ha progressivamente trasformato l’alleanza stessa in una sorta di orizzonte politico obbligato.
È questa, a mio avviso, la vera “pentastellizzazione del PD”.
Non significa che il PD sia diventato il Movimento 5 Stelle.
Significa qualcosa di più sottile e forse più importante: che sempre più spesso è il PD a dover spiegare perché non può seguire il M5S fino in fondo, anziché essere il M5S a spiegare perché dovrebbe seguire il PD.
E qui entra in scena “NOVA”.
Conte non si è limitato a preparare una lista di desiderata da portare agli alleati.
Ha costruito un percorso interno, ha raccolto proposte, ha individuato venti punti programmatici, e li ha sottoposti al voto degli iscritti.
Di conseguenza potrà presentarsi al tavolo con il PD non semplicemente dicendo: «Queste sono le mie condizioni per il programma».
Potrà dire: «Queste sono le condizioni che mi ha dato il Movimento».
Ed è una differenza enorme.
Perché così Conte si è costruito preventivamente una sorta di scudo politico.
Prendiamo ad esempio il tema dell’Ucraina e delle armi.
Se una posizione viene presentata come una scelta personale di Conte, il PD può cercare di negoziarla.
Se invece quella posizione viene inserita dentro un mandato approvato dalla base del Movimento, ogni concessione diventa per Conte un problema interno, ed ogni rifiuto del PD può essere presentato come un problema dell’alleanza.
Geniale? Politicamente, almeno, certamente astuto.
Conte ha cioè fatto qualcosa che la politica italiana conosce bene: ha trasformato un vincolo interno in una leva negoziale esterna.
Ed è qui che la strategia «testardamente unitaria» della segreteria Schlein rischia di produrre un effetto curioso.
Schlein pensava di utilizzare il Campo largo per rafforzare la capacità del Centrosinistra di competere con la destra.
Conte sembra utilizzare il Campo largo per rafforzare il proprio peso politico personale dentro il Centrosinistra.
Sono due strategie molto diverse.
E una delle due, almeno per ora, a mio avviso appare assai più lucida.
Perché mentre il PD discute di come tenere insieme tutti (e le uscite degli ultimi tempi mostrano le crepe), Conte sta costruendo le condizioni affinché siano gli altri a dover decidere quanto della propria linea sono disposti a “sacrificare” per tenere insieme il fronte comune.
Compresa, naturalmente, la questione della leadership.
Perché se il principio diventa quello dell’unità a tutti i costi, prima o poi qualcuno dovrà spiegare una cosa piuttosto semplice: unità attorno a quale programma? E soprattutto, attorno a chi?
È qui che la vicenda diventa intrigante, perché è una domanda che dovrebbe interessare soprattutto quell’elettorato riformista che non si riconosce né nella destra sovranista né in una sinistra progressivamente modellata sulle parole d’ordine del Movimento 5 Stelle.
Perché il vecchio PD, quello che si proponeva come forza di governo, europeista, riformista e capace di parlare anche al mondo produttivo, rischia di diventare progressivamente irriconoscibile.
Non perché qualcuno lo abbia conquistato con un colpo di mano.
Ma perché, passo dopo passo, ha deciso di non poter fare a meno di chi gli sta a sinistra, ammesso che il Movimento 5Stelle sia di sinistra.
E quando una Forza politica decide che l’alleanza con un altro Partito è indispensabile per la propria sopravvivenza, il problema non è più soltanto chi vincerà le elezioni.
Il problema diventa chi, dopo averle vinte, avrà davvero l’ultima parola.
Perché il capolavoro di Conte potrebbe essere non solo quello di diventare Presidente del Consiglio.
Potrebbe essere qualcosa di ancora più sottile: aver fatto sì che il PD arrivasse a Palazzo Chigi con una parte decisiva del programma già scritta da lui.
La politica, qualche volta, è fatta anche di queste piccole ironie.
Si può perdere un’elezione.
Ma si può anche vincerla e perdere, nel frattempo, la propria identità.
Umberto Baldo


















