Bab el Mandeb, Suez, porti e sicurezza: l’Italia non può restare a guardare

Umberto Baldo
L’annuncio del Ministro della Difesa, Guido Crosetto, sulla necessità di inviare navi della Marina Militare per proteggere lo stretto di Bab el Mandeb non è l’ennesimo esercizio di muscoli geopolitici.
E’ il grido d’allarme di un Paese che rischia di restare soffocato.
Perché dopo quella di Hormuz, la crisi del Mar Rosso, tra droni degli Houthi e tensioni permanenti nel Golfo di Aden, non riguarda soltanto le navi che transitano in quelle acque.
Riguarda l’intera architettura logistica e commerciale italiana.
L’Italia è un Paese marittimo: un fetta consistente del nostro commercio estero viaggia via mare. E Suez è la porta naturale attraverso cui il Mediterraneo si collega alle grandi rotte commerciali dell’Asia. Se quella porta resta insicura, non è soltanto la navigazione a pagare il prezzo: sono gli approvvigionamenti, i porti, le imprese, ed alla fine la competitività italiana.
E qui arriva il problema.
Da una parte c’è la tentazione, molto europea, di aspettare.
Aspettare Bruxelles, aspettare il coordinamento fra 27 governi, aspettare che tutti siano d’accordo.
E si sa che i Paesi del Nord Europa sono piuttosto tiepidi al riguardo di un intervento in quell’area.
Forse perché la solidarietà europea è una cosa, mentre gli interessi dei grandi porti del Nord e delle loro rotte commerciali sono un’altra.
Del resto, quando si tratta di difendere i propri interessi economici, la geografia europea sembra improvvisamente diventare molto meno solidale e molto più nazionale.
E non è un dettaglio che i grandi porti del Nord Europa non sono esattamente sul Mediterraneo.
Solo che nel frattempo le navi non aspettano.
Se il passaggio attraverso Bab el-Mandeb e Suez continua a essere considerato troppo rischioso, le grandi compagnie di navigazione continueranno a circumnavigare l’Africa.
E quei 10-15 giorni di navigazione in più significano costi, ritardi, assicurazioni più care e, alla fine, prezzi più alti.
Ma c’è un rischio ancora più serio.
Le compagnie globali non hanno alcun obbligo sentimentale nei confronti dei porti italiani.
Se Rotterdam, Amburgo o Anversa (l’antica Lega Anseatica) diventano più affidabili e convenienti per l’arrivo e la distribuzione delle merci, i grandi operatori sposteranno lì quote sempre maggiori dei loro traffici.
E qui forse sarebbe il caso di smetterla con una certa ingenuità tutta europea.
Perché la competizione fra porti esiste eccome. E quando la merce prende una nuova rotta, difficilmente ritornerà indietro per spirito di solidarietà mediterranea.
Il Mediterraneo, insomma, e parlo di Genova, Trieste, Gioia Tauro, potrebbe smettere di essere per l’Italia un vantaggio geografico, e diventare semplicemente una bella cartolina per turisti.
In altre parole, la geografia, che per secoli è stata un alleato dell’Italia, non produce traffici e non manda fatture.
Ma quando non la sappiamo difendere, presenta il conto.
E per un Paese che vive di trasformazione industriale, esportazioni ed importazioni di materie prime e prodotti, non è esattamente un dettaglio.
Per questo la protezione delle rotte commerciali non può essere liquidata come una questione di militarismo.
Una Marina Militare che protegge la libertà di navigazione non sta difendendo soltanto le navi.
Sta difendendo porti, imprese, occupazione, approvvigionamenti e competitività.
Naturalmente ci sarà qualche partito infarcito di “pacifismo da salotto” che, appena sentirà parlare di navi militari, si straccerà le vesti gridando: “Mai l’Italia in guerra!”
È una curiosa forma di pacifismo quella che sembra preoccuparsi moltissimo delle armi quando servono a proteggere una nave commerciale, ma assai meno del fatto che qualcuno, dall’altra parte del mare, possa decidere arbitrariamente quali navi possono passare e quali no.
Forse perché è più facile manifestare contro una fregata italiana che contro un drone Houthi. Il drone, evidentemente, non legge i nostri giornali e non partecipa ai talk show.
Ma forse sarebbe il caso di ricordare una cosa piuttosto elementare: difendere una rotta commerciale non significa dichiarare una guerra. Significa impedire che qualcun altro decida chi può percorrerla e chi no.
E allora la Politica ed il Parlamento facciano pure tutte le discussioni che ritengono necessarie.
Ma senza dimenticare che mentre noi discutiamo, le navi fanno il giro dell’Africa.
E l’economia italiana, purtroppo, il giro dell’Africa non se lo può permettere.
Umberto Baldo


















