Il vicolo cieco del centrosinistra: tra il «campo largo» e la chimera riformista

Umberto Baldo
Dopo il pezzo di ieri sulla “pentastellizzazione” del PD ho avuto modo di interloquire con alcuni di voi.
E devo dire che il confronto mi ha confermato una sensazione: il problema del centrosinistra italiano è molto più profondo della semplice scelta del candidato Premier.
Perché una coalizione può anche sommare voti. Il problema è capire se riesce a sommare idee.
Il dibattito sul futuro del centrosinistra continua invece a girare attorno ad un equivoco di fondo: si discute di alleanze, leadership e premiership come se la politica fosse una semplice operazione aritmetica.
Metti insieme PD, M5S, AVS e qualche altra sigla, fai la somma dei voti e, voilà, hai costruito una maggioranza.
Magari fosse così semplice.
Il precedente del Governo Conte 2 dimostra che un asse tra Movimento 5 Stelle e Partito Democratico è già stato sperimentato a Palazzo Chigi.
Ma oggi riproporre quell’esperienza sotto forma di «Campo largo» apre una serie di interrogativi che nessuna calcolatrice elettorale può risolvere.
Il primo riguarda la leadership.
Il PD mantiene nei sondaggi un vantaggio di circa otto punti sul M5S.
È quindi difficile immaginare che il maggiore partito della coalizione possa accettare passivamente una posizione di subalternità rispetto a Giuseppe Conte, che sembra rivendicare invece per sé un ruolo centrale nella guida del futuro schieramento.
Non è soltanto una questione di ambizioni personali.
È una questione di identità politica.
Perché se il PD finisse per essere semplicemente il socio maggiore di una coalizione costruita attorno alla cultura politica pentastellata, la domanda sarebbe inevitabile: chi sta trascinando chi?
E qui arriviamo al secondo problema.
Il cosiddetto «Campo largo» non è soltanto un’alleanza tra partiti diversi.
È un’alleanza tra culture politiche, che su alcuni temi fondamentali continuano ad avere posizioni differenti.
Prendiamo la politica estera.
Il rapporto con l’Europa, la guerra in Ucraina, la difesa europea, la NATO, il rapporto con gli Stati Uniti, non sono dettagli da mettere in fondo al programma dopo aver deciso chi farà il candidato premier.
Sono questioni che definiscono una cultura politica.
E quando dentro la stessa coalizione convivono posizioni molto diverse, il rischio è che l’unico collante rimanga l’opposizione a Giorgia Meloni.
Ma una coalizione costruita soprattutto contro qualcuno deve prima o poi spiegare per che cosa sta insieme.
Poi c’è la questione delle primarie.
Affidare la scelta del candidato alla guida dell’alleanza ad uno strumento di partecipazione democratica può essere perfettamente legittimo.
Ma immaginare primarie gestite magari anche attraverso il voto telematico in un’epoca nella quale interferenze digitali ed operazioni di influenza straniera sono una realtà documentata, sarebbe quantomeno un azzardo.
Non perché qualcuno debba necessariamente manomettere una consultazione.
Semplicemente perché, quando in gioco c’è la scelta del candidato alla guida di una possibile maggioranza di governo, anche la credibilità del processo diventa parte della partita.
E poi c’è la famosa «terza gamba».
AVS rappresenta un’altra componente che, su diversi temi, spinge il baricentro della coalizione verso posizioni più movimentiste e radicali.
E non è soltanto una questione di programmi: basta guardare anche alle personalità che Nicola Fratoianni ed Angelo Bonelli hanno portato dentro il perimetro politico della sinistra, da Aboubakar Soumahoro a Ilaria Salis, fino all’ipotesi, già circolata, di Francesca Albanese come possibile nome da mettere in campo per la leadership del centrosinistra.
Sono scelte politiche legittime, naturalmente. Ma raccontano bene quale tipo di elettorato e quale sensibilità culturale AVS intenda rappresentare.
E proprio per questo rendono ancora più complicato immaginare un equilibrio stabile con un PD che vorrebbe contemporaneamente tenere insieme l’ala riformista, quella più radicale e l’universo pentastellato.
Tutto ciò pone come inevitabile la domanda: quanto sarebbe larga, alla fine, la distanza tra il centrosinistra che si presenta agli elettori e quello che dovrebbe governare il giorno dopo?
Perché vincere una campagna elettorale è una cosa.
Governare un Paese è un’altra.
E richiede una classe dirigente capace di confrontarsi con Bruxelles, Washington, Pechino, Mosca, e con i grandi dossier internazionali senza ridurre tutto ad uno slogan da assemblea studentesca.
Il problema, allora, non è soltanto Giuseppe Conte. E non è nemmeno Elly Schlein.
Il problema è che il centrosinistra sembra non avere ancora trovato una sintesi politica credibile tra le sue diverse anime.
Ed è qui che entra in scena la grande chimera del “riformismo”.
Perché il riformismo italiano esiste. Esiste come domanda politica.
Ci sono elettori che non si riconoscono nel sovranismo, ma nemmeno nel populismo.
Che credono nell’economia di mercato ma anche nella protezione sociale. Che vogliono un’Europa più forte, non un’Europa paralizzata dai veti nazionali.
Che considerano l’Alleanza atlantica un pilastro della sicurezza europea.
Che pensano che i conti pubblici abbiano un’importanza, e che ogni promessa elettorale prima o poi qualcuno debba pagarla.
Il problema è che questa domanda politica continua ad essere dispersa.
Ci sono pezzi nel PD, pezzi di Azione, Italia Viva, +Europa ed altre realtà centriste e liberal-democratiche come quella guidata da Marattin.
Ma sono spesso più impegnati a contendersi lo stesso spazio che a costruire uno spazio comune.
E così il riformismo rischia di rimanere quello che in Italia è diventato molte volte: una bellissima parola, accompagnata da parecchie sigle e da pochissimi voti.
Eppure proprio da qui potrebbe arrivare una possibile alternativa.
Non necessariamente l’ennesima sigla personale costruita attorno al leader di turno.
Ma un vero polo liberal-democratico, autonomo, europeista, atlantista e riformista.
Uno spazio politico che, riunendo energie oggi disperse, potrebbe avere una dimensione tutt’altro che marginale, per parlare a quell’Italia produttiva, professionale, imprenditoriale e semplicemente pragmatica che non si riconosce né nei sovranismi né nei populismi.
Naturalmente il problema è sempre lo stesso: i personalismi.
In Italia abbiamo una curiosa capacità di trasformare ogni progetto politico in una questione di leadership.
Prima ancora di chiederci «che cosa vogliamo fare?», cominciamo a litigare su «chi deve comandare?».
E così il progetto muore, ma almeno abbiamo stabilito chi avrebbe dovuto guidarlo.
Concludendo, io credo che la domanda da porsi oggi sia un’altra.
Il centrosinistra vuole davvero costruire una coalizione capace di governare il Paese, oppure vuole semplicemente costruire la coalizione più larga possibile per battere la destra?
Perché le due cose non sono necessariamente la stessa cosa.
Il «Campo largo» può anche diventare abbastanza ampio da vincere una partita elettorale.
Ma se al suo interno non esiste una visione condivisa dell’Italia, dell’Europa e del mondo, rischia di trasformarsi soltanto in un grande cartello elettorale.
Per vincere può bastare. Per governare, no.
Umberto Baldo
PS: se a qualcuno è venuto il dubbio che io sia pregiudizialmente contro la sinistra politica, domani verrà il turno della destra.


















