25 Settembre 2026 - 9.22

Medio Oriente.  E se fosse anche colpa degli dèi?

Umberto Baldo

C’è una domanda che mi frulla in testa da qualche giorno. 

Da quando esiste l’uomo sulla Terra sono nati culti, religioni, riti, tradizioni, divinità e sistemi di credenze. 

Evidentemente l’uomo, oltre a mangiare, lavorare e litigare con il vicino, ha sempre sentito il bisogno di interrogarsi su ciò che sta sopra di lui.

Ma c’è una parte del mondo dove questa concentrazione di religioni, popoli, identità e memorie storiche non ha probabilmente eguali: il Medio Oriente.

È lì che sono nate le tre grandi religioni monoteiste; Ebraismo, Cristianesimo e Islam.

Ma è anche una terra nella quale, nei secoli, hanno vissuto e si sono incontrate comunità e tradizioni diversissime: drusi, yazidi, zoroastriani, assiri, armeni, copti, maroniti, siriaci, curdi e molte altre.

Una straordinaria concentrazione di fedi ed identità in uno spazio geografico relativamente ristretto.

E forse non è un caso che una terra così piccola abbia prodotto una quantità così enorme di storia.

Il problema è che la storia, da quelle parti, sembra non voler mai finire.

E allora mi sono posto una domanda che, lo ammetto, non pretende di avere una risposta semplice.

E se questa straordinaria concentrazione di religioni e identità avesse contribuito, almeno in parte, alla cronica instabilità della regione?

Attenzione: non sto dicendo che le religioni siano la causa delle guerre mediorientali. 

Sarebbe una semplificazione tanto facile quanto sbagliata.

Il punto è un altro.

In Medio Oriente la religione non è mai stata soltanto una questione privata o spirituale. 

È stata spesso identità, appartenenza, memoria storica, organizzazione sociale e anche strumento di potere.

Quando poi religione, etnia, territorio e politica finiscono per sovrapporsi, il compromesso diventa maledettamente difficile.

Prendiamo Gerusalemme.

Per noi può essere solo una città contesa. 

Per ebrei, cristiani e musulmani è molto di più: è un luogo sacro, carico di una memoria religiosa e storica che precede di millenni gli Stati moderni.

E lo stesso discorso, con caratteristiche diverse, può essere fatto per la storica frattura fra sunniti e sciiti.

Non si tratta semplicemente di due modi diversi di interpretare l’Islam. Nel corso dei secoli quella divisione si è intrecciata con dinastie, imperi, Stati, alleanze e conflitti. 

E ancora oggi la rivalità fra Iran ed Arabia Saudita ha anche una dimensione confessionale, oltre ad essere una competizione geopolitica per l’influenza regionale.

Ma sarebbe un errore fermarsi alla religione.

Perché il Medio Oriente non è stato soltanto il crocevia delle grandi religioni.

È stato anche il crocevia degli imperi e delle potenze.

Ottomani, persiani, britannici, francesi, russi, americani.

E poi il petrolio, il gas, Suez, Hormuz, Bab el-Mandeb, le grandi rotte commerciali.

Insomma, Dio non è stato l’unico giocatore al tavolo. 

E spesso, probabilmente, nemmeno quello che aveva le carte migliori.

Dopo la caduta dell’Impero ottomano, inoltre, il vecchio ordine imperiale venne sostituito da nuovi Stati e nuovi confini, non sempre coincidenti con la complessa realtà etnica, religiosa e tribale dei territori.

Ed è qui che forse emerge una differenza fondamentale con l’Europa.

Anche l’Europa ha conosciuto secoli di guerre di religione. Ma, attraverso un percorso lungo e tutt’altro che indolore, è arrivata progressivamente alla separazione fra fede e potere politico.

Riforma protestante, guerre di religione, Illuminismo, rivoluzioni liberali, nascita dello Stato moderno.

Il Medio Oriente ha seguito un percorso storico diverso.

E ancora oggi, in molti Paesi, la religione può essere contemporaneamente fede, identità, appartenenza politica e legittimazione del potere.

Forse è anche per questo che noi occidentali facciamo tanta fatica a capire quella regione.

Noi tendiamo a separare ciò che là spesso rimane intrecciato: religione e politica, fede e identità, territorio e memoria.

E quando tutto questo si concentra nello stesso luogo, ogni conflitto diventa inevitabilmente più complicato.

Non significa che il Medio Oriente sia condannato alla guerra.

Significa però che stiamo parlando di una regione nella quale gli uomini non combattono soltanto per il presente, ma spesso anche per ciò che credono sia accaduto migliaia di anni fa.

E allora torno alla domanda iniziale.

Forse una parte dell’instabilità del Medio Oriente dipende anche da questo straordinario intreccio di fede, identità, territorio, memoria e potere?

Perché quando la terra è sacra, la memoria è millenaria, ed il diritto viene fatto discendere direttamente da Dio, il compromesso diventa una parola terribilmente difficile da pronunciare.

In definitiva, la straordinaria ricchezza spirituale del Medio Oriente non è una condanna intrinseca, ma la sua tragedia è stata quella di diventare il terreno in cui le fedi, cariche di assoluti, si sono scontrate con gli interessi più cinici della realpolitik mondiale.

Forse la tragedia di quella terra non è avere troppi dèi.

È avere troppi uomini convinti che il proprio Dio abbia consegnato loro, insieme alla fede, anche un pezzo di terra da difendere.

Umberto Baldo

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