Due lingue, due mondi. La madre, il figlio e l’Occidente. L’integrazione a senso unico

Umberto Baldo
Le camminate del primo mattino hanno un pregio: ogni tanto ti fanno incontrare la realtà prima che venga passata al frullatore della politica, delle ideologie e del politicamente corretto.
Quotidianamente lungo la strada verso le scuole elementari, mi imbatto in una scena normalissima.
Una madre straniera ed il suo bambino, o bambina.
Lei con il capo velato ed un abbigliamento che la rende immediatamente riconoscibile come appartenente ad un’altra cultura (il solito camicione informe).
E qui arriva la parte che mi ha fatto pensare.
Il bambino parlava un italiano perfetto.
La madre gli rispondeva nella propria lingua.
Non so quale fosse. Arabo, forse. O una lingua slava. Non importa.
Si capivano benissimo. Una scena normalissima, si dirà. E probabilmente lo era.
Ma proprio perché era normalissima, mi sono chiesto se non nascondesse qualcosa di molto meno innocente.
Perché il bambino sembrava già perfettamente dentro il nostro mondo. La madre quasi estranea.
Naturalmente non ho la minima idea di quanto italiano conoscesse quella donna.
Potrebbe parlarlo benissimo. Potrebbe aver semplicemente scelto di parlare al figlio nella lingua della propria famiglia. E sarebbe anche comprensibile.
Ma se quella scena non fosse soltanto una questione linguistica?
Se la lingua fosse soltanto il segnale più evidente di una distanza culturale più profonda?
Perché l’integrazione non consiste soltanto nel vivere fisicamente in un Paese.
Consiste anche nel riconoscersi, almeno in parte, nella società nella quale si vive.
E qui nasce il problema.
Possiamo accettare che una persona conservi la propria lingua, la propria religione, le proprie tradizioni e persino il proprio modo di vestire. Ci mancherebbe.
Ma dove finisce la legittima conservazione della propria identità e dove comincia il rifiuto di entrare nella società che ti ospita?
È una linea sottile. E forse il problema delle nostre società occidentali è proprio che abbiamo smesso di porci questa domanda.
Soprattutto negli ambienti cosiddetti ”progressisti” abbiamo trasformato l’integrazione in una specie di processo a senso unico.
Noi dobbiamo capire loro. Noi dobbiamo rispettare le loro tradizioni. Noi dobbiamo accettare le loro differenze. Noi dobbiamo evitare accuratamente di chiedere loro qualcosa in cambio.
Ma l’integrazione, se vogliamo chiamarla così, non dovrebbe essere un contratto a senso unico.
E allora quella madre e quel bambino diventano quasi un’immagine simbolica dell’Occidente contemporaneo.
Il figlio parla la lingua del Paese nel quale vive. La madre continua a parlare la lingua della società dalla quale proviene.
Il figlio corre verso il mondo nuovo. La madre sembra tenere un piede ben piantato nel vecchio.
E magari è soltanto una mia impressione. Ma il velo, l’abbigliamento, la lingua, e soprattutto il modo diverso di rapportarsi con la società circostante compongono un’immagine che qualche domanda la pone.
Perché possiamo anche raccontarci che l’integrazione sia già riuscita.
Ma se ad integrarsi sono soprattutto i figli, mentre una parte dei genitori continua a vivere dentro comunità culturalmente separate, non stiamo forse semplicemente aspettando che sia la seconda generazione a fare il lavoro che la prima non ha voluto o non ha potuto fare?
Ma forse quell’immagine ci sta dicendo una cosa molto semplice: i bambini si integrano molto più velocemente degli adulti.
La domanda, allora, non è se sia bello o brutto che una madre parli al figlio nella propria lingua.
La domanda è un’altra: quando vediamo per strada una madre che parla nella sua lingua ed un figlio che le risponde in italiano, stiamo guardando il successo dell’integrazione del figlio od il ritardo dell’integrazione della madre?
Forse, semplicemente, stiamo guardando entrambe le cose.
Umberto Baldo




















