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	<title>Luca Faietti, Autore a TViWeb</title>
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	<lastBuildDate>Thu, 30 Jul 2026 13:17:00 +0000</lastBuildDate>
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		<title>Vicenza, il sondaggio fantasma (e chi paga il conto)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 30 Jul 2026 13:14:19 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[POLITICA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>C’è una nuova specialità della casa nella politica vicentina, ed è il sondaggio orfano.Nei giorni scorsi in città è spuntata un’indagine demoscopica firmata dall’istituto Demetra opinioni.net: ottocento interviste, domande minuziose sul gradimento del sindaco Giacomo Possamai, pagelle sulla sicurezza, persino<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p><br>C’è una nuova specialità della casa nella politica vicentina, ed è il sondaggio orfano.<br>Nei giorni scorsi in città è spuntata un’indagine demoscopica firmata dall’istituto Demetra opinioni.net: ottocento interviste, domande minuziose sul gradimento del sindaco Giacomo Possamai, pagelle sulla sicurezza, persino i test sugli sfidanti per la campagna elettorale del… 2028. Praticamente un’enciclopedia del consenso nostrano.<br>Il problema? Nessuno lo ha commissionato. O meglio: nessuno ammette di averlo fatto.<br>Appena i dati sono emersi sui media locali, è scattato il fuggi fuggi generale. Il centrosinistra che beneficia dei risultati ottenuti, ha spalancato le braccia sostenendo di non saperne nulla; il centrodestra ovviamente tanto meno; i civici hanno guardato altrove fischiettando. In un colpo solo assistiamo a un miracolo della demoscopia moderna: la rilevazione spontanea. Un sondaggio che nasce per partenogenesi, spinto dall’irresistibile desiderio scientifico di Demetra di sapere cosa pensano i vicentini alle tre del pomeriggio? <br>Certo, la spiegazione ufficiale degli &#8220;studi interni self-financed&#8221; regge sempre bene nei comunicati stampa. Fa molto laboratorio d&#8217;analisi e spirito di servizio. Ma in una politica abituata a contare anche i centesimi della farina per la festa di partito, credere che un istituto regali centinaia di telefonate alla causa del dibattito vicentino richiede un atto di fede che neanche in Vescovado.<br>La realtà — che poi è il vero capolavoro di questo piccolo giallo di provincia — è che ci troviamo di fronte a un soggetto ignoto che commissiona, paga, incassa le risposte e poi si nasconde dietro la siepe per vedere l&#8217;effetto che fa. Un committente timido, o forse spaventato dai risultati che lui stesso ha ordinato.<br>A questo punto non resta che attendere i prossimi sviluppi. Magari scopriremo che a Vicenza i sondaggi non si ordinano più: arrivano da soli, come la pioggia d&#8217;autunno. E mentre la politica si accapiglia sui decimali e si chiede da dove arrivi la fattura, ai cittadini resta una sola certezza: in città le cose cambiano, ma il conto — da qualche parte e in qualche modo — alla fine lo paga sempre qualcun altro.</p>



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		<title>Nazionale, alla fine vincono gli amici del quartierino e il calcio italiano va in malora</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 28 Jul 2026 22:35:04 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[IL GRAFFIO]]></category>
		<category><![CDATA[SPORT]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La Nazionale degli amici miei. Quando il calcio perde, ma il circolo vince C&#8217;è un momento preciso in cui una tragedia sportiva diventa una commedia all’italiana.E’ quando una Nazionale che non si qualifica ai Mondiali da dodici anni, invece di<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p>La Nazionale degli amici miei. Quando il calcio perde, ma il circolo vince</p>



<p>C&#8217;è un momento preciso in cui una tragedia sportiva diventa una commedia all’italiana.<br>E’ quando una Nazionale che non si qualifica ai Mondiali da dodici anni, invece di interrogarsi sul perché sia sprofondata in questa situazione, apre il grande mercato delle amicizie.<br>Non servono più scouting, programmi, competenze.<br>Servono relazioni.<br>Il calcio italiano ha dimostrato ancora una volta di essere l&#8217;unico settore al mondo dove, dopo un fallimento, la prima domanda non è &#8220;chi ha sbagliato?&#8221;, ma &#8220;chi conosce chi?&#8221;.<br>E così la scelta del nuovo commissario tecnico si è trasformata in un magnifico spettacolo di teatro dell&#8217;assurdo.<br>Non una selezione del migliore candidato. Una guerra tra compagnie teatrali.<br>La compagnia dell&#8217;amico di questo, quella dell&#8217;amico di quello, quella del dirigente che conosce l&#8217;ex campione, quella del presidente che preferisce il tecnico incontrato al circolo.<br>Mancava soltanto il cameriere con il vassoio degli aperitivi a raccogliere le preferenze.<br>Alla fine ha vinto Roberto Mancini, con Claudio Ranieri nel ruolo di direttore tecnico.<br>Due professionisti di valore, nessun dubbio.<br>A parte che uno è emigrato in Arabia Saudita senza salutare nessuno, e l’altro aveva già optato per la pensione.<br>Ma il problema non è il curriculum dei prescelti.<br>Il problema è il curriculum di chi sceglie.<br>Perché il calcio italiano è riuscito nell&#8217;impresa straordinaria di fallire tre qualificazioni mondiali e poi comportarsi come se il problema fosse trovare il nome giusto sulla porta dell&#8217;ufficio.<br>È come se un ospedale avesse un reparto in crisi da anni e il consiglio dei medici si riunisse per decidere soltanto il colore delle tende.<br>Il malato può aspettare. Prima vengono le tende.<br>Nel frattempo i dirigenti spiegano che tutto è stato fatto con il &#8220;metodo della condivisione&#8221;.<br>Una parola meravigliosa.<br>In Italia &#8220;condivisione&#8221; spesso significa che tutti devono essere d&#8217;accordo, purché vinca il mio candidato.<br>È la versione moderna del vecchio manuale della politica italiana: nessuno perde mai davvero, perché chi perde oggi può sempre sedersi al tavolo domani.<br>Anche il calcio ha imparato la grande arte nazionale: trasformare la responsabilità in un concetto astratto.<br>Se la Nazionale fallisce, sarà colpa dell&#8217;allenatore.<br>Se non arrivano giovani talenti, sarà colpa dei giovani.<br>Se gli stadi sono vuoti, sarà colpa dei tifosi.<br>I vertici invece restano lì, immobili come monumenti.<br>Solo che i monumenti almeno ricordano qualcuno. Questi spesso ricordano soltanto se stessi.<br>La cosa più incredibile è che tutto questo avviene mentre il calcio italiano perde terreno ovunque.<br>La Premier League vola, i club stranieri investono, i giovani migliori emigrano, gli stadi italiani sembrano spesso musei con il prato.<br>Ma il vero campionato continua a giocarsi nei corridoi.<br>Lì siamo imbattibili.<br>Nessuna squadra europea può competere con la nostra specialità nazionale: il posizionamento strategico della poltrona.<br>Abbiamo inventato il catenaccio.<br>Poi lo abbiamo applicato anche alle idee.<br>Tutti chiusi dietro, nessuno responsabile davanti.<br>Il Mondiale del 2030 resta un obiettivo.<br>Prima però la Nazionale dovrà superare l&#8217;avversario più difficile.<br>Non sarà la Germania. Non sarà la Spagna. Non sarà la Francia. Non sarà il Brasile.<br>Sarà il calcio italiano stesso.</p>
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		<title>Il caro carburante ci ammazzerà: è la fine di un’epoca</title>
		<link>https://www.tviweb.it/il-caro-carburante-ci-ammazzera-e-la-fine-di-unepoca/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 26 Jul 2026 16:30:43 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[IL GRAFFIO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La favola del carburante economico. La politica nasconde la fine di un&#8217;epoca Prendete i giornali italiani in questi giorni.Le foto a tutta pagina dei distributori con benzina e diesel oltre i 2,50 euro al litro sono perfette per alimentare l&#8217;indignazione<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p>La favola del carburante economico. La politica nasconde la fine di un&#8217;epoca</p>



<p></p>



<p>Prendete i giornali italiani in questi giorni.<br>Le foto a tutta pagina dei distributori con benzina e diesel oltre i 2,50 euro al litro sono perfette per alimentare l&#8217;indignazione quotidiana.<br>Poco importa che si tratti spesso di prezzi da rete autostradale o di casi limite: la realtà è che il costo dei carburanti continua a salire, e non soltanto in Italia.<br>Basta confrontare i prezzi con quelli dei nostri principali partner europei per capire che non siamo di fronte a una peculiarità italiana. In Germania, Francia e Spagna i listini viaggiano su livelli analoghi (basta fare qualche ricerca in Rete), con differenze legate soprattutto alla diversa pressione fiscale.<br>Ila verità è che nessun Paese europeo, oggi, fare il pieno è un&#8217;operazione leggera per il portafoglio.<br>Ma la vera notizia di questa ennesima &#8220;crisi del carburante&#8221; non è il prezzo alla pompa.<br>È lo spettacolo deprimente della politica.<br>Un copione stanco che si ripete identico ad ogni aumento dei prezzi, con ruoli alternati ma con una sceneggiatura sempre uguale.<br>Da una parte un&#8217;Opposizione che accusa il Governo di provocare un massacro sociale. Sparare sull&#8217;Esecutivo quando benzina e gasolio aumentano è sempre facile: è quasi come sparare sulla Croce Rossa.<br>La soluzione proposta è immancabilmente la stessa: utilizzare il presunto surplus di IVA incassato dallo Stato per calmierare i prezzi.<br>Peccato che bastino pochi calcoli per capire che si tratta, nella migliore delle ipotesi, di un intervento marginale.<br>Anche ipotizzando una riduzione fiscale significativa, il risultato sarebbe quello di abbassare il prezzo di pochi centesimi.<br>Passare, per esempio, da 2,50 a 2,44 euro al litro può forse produrre un titolo di giornale, ma cambia poco o nulla nella vita quotidiana delle famiglie.<br>È un pannicello caldo presentato come una cura miracolosa.<br>Dall&#8217;altra parte c&#8217;è un Governo che conosce perfettamente il problema, ma si trova davanti alla solita realtà dei conti pubblici italiani: ogni euro di entrata fiscale diventa prezioso (. Quell&#8217;extra-gettito che oggi viene indicato come un tesoretto da restituire ai cittadini, domani serve per finanziare la spesa pubblica, coprire promesse elettorali od evitare nuove tensioni sui bilanci ( ma vedrete che Giorgia Meloni finirà inevitabilmente per cedere alle pressioni)<br>La politica, insomma, recita la sua parte. Gli uni promettono di abbassare i prezzi. Gli altri promettono di proteggere i conti.<br>Ma nessuno ha il coraggio di dire la verità.<br>E la verità è molto più scomoda di qualche centesimo di sconto fiscale.<br>Per decenni la politica occidentale, di qualunque colore, ha costruito il consenso su una promessa implicita: energia abbondante, carburanti economici, crescita continua, consumi senza limiti.<br>Abbiamo vissuto in un mondo nel quale sembrava normale poter viaggiare sempre di più, riscaldare e raffreddare case sempre più grandi, acquistare prodotti arrivati dall&#8217;altra parte del pianeta pagando trasporti quasi irrilevanti.<br>Abbiamo scambiato una condizione storica eccezionale per un diritto acquisito.<br>Ma non era un diritto.<br>Era il risultato di un equilibrio geopolitico favorevole, di mercati energetici relativamente stabili e di una disponibilità di risorse che oggi non possiamo più dare per scontata.<br>La prima grande favola che la politica dovrebbe smettere di raccontare è quindi questa: l&#8217;energia a basso costo non è garantita per sempre.<br>Se finora non abbiamo pagato la benzina 3 euro o più al litro, è anche perché negli ultimi anni gli Stati occidentali hanno utilizzato le proprie riserve petrolifere strategiche per assorbire gli shock dei mercati e contenere gli aumenti.<br>Ma le riserve, per definizione, non sono infinite.<br>Sono un salvagente da usare nelle emergenze, non una soluzione permanente.<br>Ed oggi il quadro internazionale non lascia spazio a grandi illusioni.<br>La guerra in Ucraina dura ormai da anni. Il Medio Oriente continua ad essere una polveriera. Le rotte commerciali fondamentali sono diventate vulnerabili: prima Hormuz poi Bab el-Mandeb, due dei passaggi più importanti per il commercio mondiale dell&#8217;energia.<br>In questo scenario pensare che i prezzi dei carburanti possano tornare stabilmente ai livelli del passato significa vendere agli elettori una promessa che nessun Governo può mantenere.<br>La colpa della politica non è soltanto quella di non riuscire a risolvere il problema.<br>È quella di fingere che il problema non esista.<br>Una classe dirigente seria dovrebbe preparare i cittadini a un cambiamento profondo: probabilmente l&#8217;epoca dell&#8217;energia sempre disponibile e sempre economica sta finendo.<br>Non è una questione ideologica. Non è una battaglia tra ambientalisti e consumisti negazionisti. È la realtà dei numeri, della geopolitica e delle risorse.<br>Come accadde durante la crisi energetica degli anni Settanta, potremmo essere costretti a cambiare abitudini. Non perché qualcuno ce lo impone dall&#8217;alto, ma perché le condizioni del mondo ci obbligheranno a farlo.<br>Ridurre gli sprechi. Usare l&#8217;automobile con maggiore attenzione. Valutare se ogni spostamento sia davvero indispensabile. Recuperare una certa cultura della moderazione.<br>Sono concetti poco popolari, perché la politica moderna preferisce distribuire promesse invece di spiegare limiti.<br>Dire la verità richiederebbe leadership, maturità e il coraggio di trattare i cittadini da adulti.<br>Ma in un sistema dove ogni problema deve avere una soluzione immediata, ogni costo deve essere cancellato e ogni difficoltà trasformata in colpa di qualcun altro, dire la verità è diventato quasi un atto rivoluzionario.<br>La politica continua a promettere carburante economico.<br>Peccato che il petrolio, la geopolitica e la matematica dei conti pubblici non partecipino alle campagne elettorali.<br>E, prima o poi, presentano sempre il conto,<br>A settembre quasi sicuramente la cosa sarà ancora più palese.<br>Umberto Baldo</p>
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		<title>MPS, l’ultima trincea. Quando la storia diventa uno scudo contro il mercato</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 25 Jul 2026 08:12:02 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ECONOMIA]]></category>
		<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>C’è un momento, nelle grandi operazioni finanziarie, in cui finiscono i numeri e comincia la poesia.E quando una Banca entra nella fase in cui si parla più di identità, memoria, territorio e valori immateriali che di capitale, redditività e sinergie,<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p></p>



<p>C’è un momento, nelle grandi operazioni finanziarie, in cui finiscono i numeri e comincia la poesia.<br>E quando una Banca entra nella fase in cui si parla più di identità, memoria, territorio e valori immateriali che di capitale, redditività e sinergie, normalmente significa che il conto economico ha lasciato il posto alla liturgia.<br>È quello che sta accadendo attorno al Monte dei Paschi di Siena, la Banca più antica del mondo, e forse anche una delle più raccontate.<br>Il Ministero dell&#8217;Economia si prepara a vendere l&#8217;ultimo 4,86% detenuto nel capitale.<br>Una quota ormai simbolica per qualsiasi analista finanziario, ma diventata improvvisamente per la Politica Toscana l&#8217;ultimo baluardo della sovranità nazionale, quasi una versione bancaria della Linea Maginot.<br>Perché, si sa, in Italia abbiamo una particolare passione: quando una fortezza cade, anziché chiedersi perché sia successo, ci affezioniamo alle mura.<br>In prima fila nella difesa dell&#8217;indipendenza senese troviamo il presidente della Regione Toscana Eugenio Giani, che richiama il valore storico della Banca come presidio strategico per l&#8217;economia italiana e per l&#8217;identità regionale.<br>Ora, con tutto il dovuto rispetto per il Rinascimento e le contrade, viene spontaneo chiedersi: fondamentale per l&#8217;economia italiana?<br>Davvero il PIL del Paese e la stabilità del sistema creditizio nazionale possono dipendere dal destino di un Istituto che per oltre un decennio è sopravvissuto a suon di ricapitalizzazioni pubbliche, salvataggi di Stato e riassetti dolorosi?<br>C’è qualcosa di quasi poetico nel considerare questo 4,86% residuo non come una quota oramai simbolica, ma come l&#8217;ultimo scudo della sovranità economica nazionale.<br>Ora, nessuno vuole negare la straordinaria storia del Monte dei Paschi. Cinquecento anni di vicende economiche e sociali sono un patrimonio che merita rispetto.<br>Ma una domanda resta inevitabile: la storia può diventare una categoria del bilancio?<br>Perché il mercato, nella sua brutale semplicità, ragiona con criteri leggermente meno romantici: capitale, redditività, rischi, crediti deteriorati, capacità di generare utili.<br>Un investitore non compra una banca per custodire un capitolo di storia medievale. Compra una banca per farla funzionare.<br>Altrimenti tanto varrebbe trasformare MPS in un museo del credito con biglietto d&#8217;ingresso, visite guidate e magari una riproduzione del vecchio consiglio di amministrazione in cera.<br>Il vero capolavoro retorico arriva quando entra in scena il cosiddetto &#8220;valore immateriale&#8221;.<br>Un concetto sicuramente importante, ma che rischia di diventare una sorta di passe-partout universale: serve per difendere il marchio, la sede, il management, l&#8217;occupazione, l&#8217;autonomia.<br>In pratica tutto deve rimanere uguale.<br>Ed è qui che emerge il paradosso italiano nella sua forma più pura: si cerca un compratore privato, ma gli si chiede di comportarsi come se fosse ancora lo Stato.<br>Bisogna comprare la banca, ma non cambiarla.<br>Integrare, ma senza integrare.<br>Creare efficienza, ma senza tagliare nulla.<br>Fare mercato, ma rispettando una sceneggiatura già scritta dalla politica.<br>Per me è il trionfo perfetto del Gattopardismo italico: trovare un compratore di mercato affinché nulla cambi.<br>Nessun taglio, nessuna riorganizzazione, comandi sempre Siena, ed il nuovo azionista si limiti a fare da generoso sponsor della continuità storica.<br>E pretendere poi che il Governo intervenga per &#8220;blindare&#8221; queste pretese, dopo che già in passato l&#8217;Europa ci ha giustamente censurato per le troppe ingerenze pubbliche, non è politica industriale: è pura fantascienza..<br>La vicenda ricorda molto da vicino anche quella di Commerzbank in Germania. Anche lì, quando UniCredit ha manifestato interesse, si sono levate barricate politiche in nome della sovranità economica nazionale.<br>Berlino ha parlato di interesse strategico, di banca tedesca da proteggere, di rischio di perdita dell&#8217;identità.<br>Poi è arrivata la realtà.<br>E la realtà, in economia, ha spesso il pessimo vizio di non leggere i comunicati stampa della politica.<br>Quando un azionista arriva vicino al 50% di una società, prima o poi bisogna fare i conti con i numeri. Anche la Germania, patria dell&#8217;ordine e della disciplina finanziaria, ha dovuto prendere atto che le regole del mercato europeo valgono per tutti.<br>Persino per chi vorrebbe essere più uguale degli altri.<br>A Siena, invece, resiste l&#8217;idea che esista una sorta di eccezione geografica alle leggi della finanza.<br>La richiesta è chiara: mantenere il Management nella città, lasciare la Direzione Generale tute le funzioni di vertice a Siena, garantire occupazione e indotto.<br>Obiettivi comprensibili, soprattutto per una comunità che ha legato la propria identità alla Banca, e per una politica abituata a vendere ai cittadini i “libri dei sogni”.<br>Ma c&#8217;è una domanda che dovrebbe essere posta con altrettanta chiarezza: se chi compra deve lasciare tutto com&#8217;è, perché dovrebbe comprare?<br>Nessun imprenditore serio acquisisce una società per congelarla nel tempo.<br>Le fusioni servono a creare valore, eliminare duplicazioni, aumentare competitività. Non sono cerimonie commemorative.<br>Il Monte dei Paschi non deve essere cancellato dalla sua storia. Sarebbe un errore.<br>Ma neppure può essere prigioniero della propria storia.<br>Perché una banca non vive soltanto del passato, per quanto glorioso. Vive del futuro.<br>E il futuro, piaccia o meno, non si costruisce con le contrade, le bandiere e la nostalgia.<br>Si costruisce con capitale, capacità manageriale e regole uguali per tutti.<br>Un&#8217;altra considerazione riguarda proprio il ruolo del mercato.<br>Difendere le regole non significa sostenere necessariamente l&#8217;operazione di Intesa Sanpaolo.<br>Significa accettare che siano gli azionisti, e non la politica, a decidere.<br>Oggi l&#8217;OPAS attribuisce a ciascuna azione MPS un valore di 10,09 euro, mentre ieri il titolo ha chiuso in Borsa a 11,624 euro. Dovranno essere dunque i proprietari della Panca, cioè gli azionisti, a valutare se il prezzo offerto sia adeguato oppure no.<br>Se il mercato riterrà l&#8217;offerta insufficiente, la risposta è altrettanto semplice: chi vuole acquisire dovrà migliorare la proposta, oppure prendere atto che l&#8217;operazione non è conveniente e lasciare spazio ad altre soluzioni.<br>È questa la logica del capitalismo: non esistono offerte sacre né acquirenti predestinati.<br>Esistono valori, aspettative e decisioni degli investitori. Il mercato può dare torto a Intesa, ma non può essere sostituito da una conferenza stampa della politica locale.<br>La vera domanda non è quindi se MPS debba conservare la propria anima.<br>La domanda è se qualcuno abbia ancora il coraggio di spiegare che anche le anime, nel mondo della finanza, devono avere un corpo sano che le sorregga.<br>Altrimenti il rischio è che il Monte dei Paschi rimanga davvero un monumento.<br>Solo che i monumenti, generalmente, non fanno credito alle imprese.<br>Umberto Baldo</p>
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		<title>Tony Boy fa impazzire il Summer Tour a Bassano</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 21 Jul 2026 12:31:28 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[CULTURA ARTE]]></category>
		<category><![CDATA[CURIOSITÀ - LIFESTYLE]]></category>
		<category><![CDATA[MUSICA & SPETTACOLO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Tony Boy inaugura il Summer Tour a Bassano: migliaia di giovani cantano sotto il palco del Bassano Music Park L&#8217;estate del Bassano Music Park è entrata nel vivo con uno degli appuntamenti più attesi dal pubblico più giovane. Venerdì 11<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p>Tony Boy inaugura il Summer Tour a Bassano: migliaia di giovani cantano sotto il palco del Bassano Music Park</p>



<p>L&#8217;estate del Bassano Music Park è entrata nel vivo con uno degli appuntamenti più attesi dal pubblico più giovane. Venerdì 11 luglio il palco del Parco Ragazzi del &#8217;99 ha ospitato Tony Boy, protagonista della prima data del suo Summer Tour 2026, richiamando a Bassano del Grappa migliaia di fan provenienti da tutto il Veneto e anche dalle regioni vicine.<br>Fin dalle prime ore della sera l&#8217;atmosfera era quella delle grandi occasioni: code agli ingressi, gruppi di amici arrivati con largo anticipo e tanti ragazzi pronti a conquistare un posto sotto il palco. Un pubblico giovane, ma molto eterogeneo, unito dalla voglia di vivere una serata di musica e condividere dal vivo i brani che hanno reso Tony Boy uno degli artisti più seguiti della nuova scena urban italiana.<br>All&#8217;accendersi delle luci, l&#8217;energia è esplosa. Per oltre un&#8217;ora e mezza il rapper ha alternato i brani più amati del suo repertorio alle canzoni più recenti, accompagnato da un pubblico che ha cantato praticamente ogni testo dall&#8217;inizio alla fine. Cori, smartphone illuminati e mani alzate hanno trasformato il concerto in un momento di partecipazione collettiva, confermando il forte legame tra l&#8217;artista e la sua fanbase.<br>Il live ha saputo alternare momenti ad alta intensità a passaggi più introspettivi, creando un equilibrio che ha coinvolto il pubblico per tutta la serata. L&#8217;impianto scenografico essenziale, ma d&#8217;impatto, insieme ai giochi di luce e ai visual sul maxi schermo, ha valorizzato uno spettacolo costruito soprattutto sull&#8217;energia della performance e sull&#8217;interazione con i fan.<br>Per Bassano del Grappa si è trattato di un&#8217;altra serata di successo all&#8217;interno della programmazione estiva del Bassano Music Park, che continua a portare in città artisti capaci di attirare migliaia di spettatori. La presenza di tanti giovani ha confermato come eventi di questo tipo rappresentino non solo un&#8217;occasione di intrattenimento, ma anche un importante momento di aggregazione.<br>Con la data bassanese si è aperto ufficialmente il tour estivo di Tony Boy, che nei prossimi mesi lo porterà sui palchi dei principali festival italiani. Un debutto accolto con entusiasmo, tra musica, emozioni e un pubblico che ha trasformato il concerto in una grande festa sotto le stelle.</p>
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		<title>Cialtrònia, il welfare della rapina. Quando il crimine rende anche dopo la morte</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 19 Jul 2026 10:28:08 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Se avessi qualche decennio in meno, lo confesso con assoluta e disarmante franchezza, non perderei un solo secondo: preparerei le valigie, saluterei i confini della gloriosa Repubblica di Cialtrònia e mi trasferirei in un qualunque Paese civile.Un luogo, per intenderci,<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p>Se avessi qualche decennio in meno, lo confesso con assoluta e disarmante franchezza, non perderei un solo secondo: preparerei le valigie, saluterei i confini della gloriosa Repubblica di Cialtrònia e mi trasferirei in un qualunque Paese civile.<br>Un luogo, per intenderci, dove il vocabolario conserva ancora un legame logico con la realtà, e dove la giustizia non è stata surclassata da una sceneggiatura degna del teatro dell&#8217;assurdo.<br>Ma poiché l&#8217;anagrafe non fa sconti, sono costretto a rimanere qui, a guardare, e soprattutto a non stare zitto davanti alle cronache surreali che stanno imperversando in questi giorni.<br>Sia chiaro non ho alcuna intenzione di intrattenervi oggi sui tecnicismi penali o sulle complesse architetture giuridiche del caso del gioielliere di Cuneo; ne abbiamo già discusso non più di qualche giorno fa denunciando il paradosso sistemico di uno Stato che si adopera a risarcire il rapinatore a spese della vittima (https://www.tviweb.it/fiat-iustitia-sed-victimis-il-paradosso-italiano-risarcire-il-rapinatore/).<br>Ma le ultime notizie superano ogni più ardita fantasia satirica.<br>Ci troviamo ufficialmente di fronte alla consacrazione definitiva di Cialtrònia quale autentico &#8220;Paese dei Balocchi&#8221; per la criminalità.<br>Una terra promessa dove delinquere non è più un rischio calcolato, bensì un lucroso e garantito investimento a lungo termine per l&#8217;intero nucleo familiare.<br>Il caso Roggero è diventato il paradigma assoluto di questa stortura.<br>Riflettiamoci un istante, ovviamente con la dovuta gelida paradossale ironia: stando alla narrazione imperante, se una famiglia numerosa si trovasse in gravi difficoltà economiche, oggi potrebbe anche pensare di non ricorrere a faticosi prestiti bancari, o di sperare nella lotteria.<br>Le basterebbe avviare saggiamente un figlio alla carriera della delinquenza a mano armata, con la vibrante speranza che quest&#8217;ultimo incroci sulla sua strada una vittima esasperata e terrorizzata, pronta a reagire.<br>Se il ragazzo venisse ferito o ucciso nell&#8217;esercizio delle sue funzioni criminali, il miracolo economico sarebbe compiuto: l&#8217;intera dinastia si sistemerebbe per la vita.<br>A leggere con attenzione le cifre che circolano sui media, si comprende quanto siamo arrivati al culmine dell’ingiustizia e del ridicolo.<br>A quanto si apprende parliamo di ben quindici persone che oggi si presentano all&#8217;incasso, pronte a pignorare le proprietà e la stessa casa dove il gioielliere viveva con la moglie Mariangela fino a venerdì scorso, giorno del suo ingresso in carcere.<br>A quale titolo affettivo o morale addirittura un patrigno debba essere economicamente ristorato per la morte di un figliastro colto in flagrante rapina a mano armata resta uno dei misteri della nostra logica cialtronesca.<br>E non dimentichiamo il terzo complice, Alessandro Modica: rimasto felicemente ferito, già tornato in totale libertà, ma titolare del sacrosanto diritto di pretendere denaro dal rapinato perché catalogato come vittima di «tentato omicidio».<br>Sullo sfondo si agita la scure finale: una richiesta complessiva da 3 milioni e 200.000 euro.<br>Viene spontanea una domanda: quei milioni sono stati quantificati sul danno morale o sul fatturato potenziale di rapine future?<br>Una cifra che, come giustamente rilevato dalla difesa guidata dal professor Sergio Novani e dall&#8217;avvocato Stefano Marcolini, mette sotto scacco mortale una famiglia che ha gestito una bottega per cinquant&#8217;anni tra mille crisi, ignorando totalmente l&#8217;articolo 1227 che, secondo la difesa, avrebbe dovuto comportare una consistente riduzione del risarcimento.<br>Ma a Cialtronia le sfumature non piacciono.<br>Dopotutto, nel Paese dei Balocchi, manifestare empatia per le vittime, ed esasperazione per l&#8217;impunità dei criminali, è ormai considerato un intollerabile atto di rozzezza culturale.<br>Tra pochi giorni le chiacchiere finiranno.<br>In Parlamento non conteranno più i comunicati stampa, ma i pulsanti verdi e rossi.<br>Sapremo finalmente quali forze politiche considerano una rapina a mano armata un reato, e quali invece continuano a trattarla come un “infortunio professionale.&#8221;<br>Sarà un eccellente indicatore per capire chi preferisce tutelare i cittadini onesti e chi, al contrario, vuole mantenere inalterato questo fantastico e redditizio welfare della rapina.<br>Nel frattempo, teniamoci stretta la nostra Cialtronia: l&#8217;unico posto al mondo dove il crimine non solo paga, ma garantisce anche una sontuosa liquidazione ai parenti della ditta.</p>
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		<title>Lottizzazioni: Durigon sta alla pallavolo femminile come io sto a Messi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 19 Jul 2026 09:52:34 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[IL GRAFFIO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Claudio Durigon presidente della Lega Volley femminile. La prima domanda non è se farà bene o male. La prima domanda è un’altra: che cosa c’entra con la pallavolo? La risposta è semplice: poco o nulla. Esattamente come il sottoscritto c’entra<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p>Claudio Durigon presidente della Lega Volley femminile. La prima domanda non è se farà bene o male. La prima domanda è un’altra: che cosa c’entra con la pallavolo?</p>



<p>La risposta è semplice: poco o nulla. Esattamente come il sottoscritto c’entra con Lionel Messi. Eppure oggi, nell’Italia del merito tanto evocato dalla politica, un esponente di primo piano della Lega viene catapultato alla guida di uno dei movimenti sportivi più importanti del Paese.</p>



<p>Non è una questione personale. È una questione di sistema.</p>



<p>Il problema non è Durigon. Il problema è l’idea che ogni spazio di potere debba essere occupato dalla politica. Che ogni istituzione, ogni ente, ogni federazione, ogni società partecipata debba finire sotto il controllo di qualcuno che abbia il “bollino” del partito giusto.</p>



<p>È una logica antica, che pensavamo appartenesse ai manuali della Prima Repubblica. Invece è tornata più viva che mai. Cambiano i partiti, cambiano i simboli, cambiano gli slogan, ma il metodo è sempre lo stesso: spartirsi le poltrone.</p>



<p>La destra aveva promesso una rivoluzione contro il sistema delle nomine, contro le élite, contro le rendite di posizione. Aveva promesso meritocrazia. Ma quando arriva il momento di scegliere chi guida un’istituzione, il curriculum sembra passare in secondo piano rispetto all’appartenenza politica.</p>



<p>Lo sport, poi, dovrebbe essere il luogo in cui il merito è l’unico criterio possibile. Un atleta non gioca perché è amico del presidente. Un allenatore non vince perché ha la tessera di un partito. Un dirigente dovrebbe essere scelto perché conosce quel mondo, ne comprende le dinamiche, ha dimostrato capacità manageriali e visione.</p>



<p>Invece assistiamo alla colonizzazione della politica anche nello sport.</p>



<p>Il rischio è enorme. Perché quando tutto diventa terreno di conquista, nulla rimane realmente autonomo. La politica smette di governare e comincia a occupare. È una differenza sostanziale. Governare significa creare regole; occupare significa distribuire incarichi.</p>



<p>Qualcuno obietterà che anche in passato è sempre successo. Ed è vero. Ma proprio perché è sempre successo bisognerebbe smettere di considerarlo normale. La lottizzazione non diventa una buona pratica solo perché è bipartisan. Resta un vizio della politica italiana, uno dei principali fattori che hanno alimentato sfiducia nelle istituzioni e mediocrità nella classe dirigente.</p>



<p>Chi oggi difende queste nomine con il classico “lo facevano anche gli altri” rinuncia a qualsiasi pretesa di cambiamento. È la certificazione che nulla è cambiato.</p>



<p>Il punto non è sapere se Durigon sarà un buon presidente. Glielo si può anche augurare. Il punto è che quella poltrona dovrebbe essere assegnata al migliore, non al più vicino al potere.</p>



<p>Perché quando la politica entra ovunque, lo sport perde autonomia, le istituzioni perdono credibilità e il merito diventa soltanto uno slogan da campagna elettorale.</p>



<p>E così, un incarico dopo l’altro, una nomina dopo l’altra, l’Italia torna lentamente a ciò che aveva giurato di lasciarsi alle spalle: la Repubblica delle spartizioni, dove le competenze contano meno delle appartenenze e le poltrone sono il premio di una fedeltà politica, non il riconoscimento di un merito.</p>



<p>Altro che Terza Repubblica. Sembra di essere tornati alla Prima</p>
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		<title>Jesolo, ovvero il mare che non dorme mai!</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 18 Jul 2026 17:21:18 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[CULTURA ARTE]]></category>
		<category><![CDATA[CURIOSITÀ - LIFESTYLE]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>C&#8217;è chi sceglie Jesolo per il mare, chi per lo shopping e chi per la vivace vita notturna. Ma questa località del litorale veneziano riesce a mettere d&#8217;accordo tutti, offrendo attività e momenti di relax dall&#8217;alba fino a tarda notte.<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;">
C&#8217;è chi sceglie Jesolo per il mare, chi per lo shopping e chi per la vivace vita notturna. Ma questa località del litorale veneziano riesce a mettere d&#8217;accordo tutti, offrendo attività e momenti di relax dall&#8217;alba fino a tarda notte. Ecco come trascorrere una giornata perfetta.</p>
<p>La giornata non può che iniziare con una ricca colazione. A Jesolo non mancano locali dove concedersi un momento di dolcezza: tra i più apprezzati c&#8217;è il Bar 23, famoso per le vaste proposte creative di brioche e dolci, mentre per chi preferisce i grandi classici, la Pasticceria Zamuner rappresenta una tappa immancabile con brioche, pasticcini e caffetteria di qualità.</p>
<p>Dopo colazione è il momento di raggiungere il mare. Una passeggiata sul lungomare permette di respirare l&#8217;atmosfera estiva e godersi il panorama dell&#8217;Adriatico, prima di sistemarsi sotto l&#8217;ombrellone per qualche ora di relax tra tintarella e un tuffo rinfrescante.<br />
Quando arriva l&#8217;ora di pranzo non serve allontanarsi troppo dalla spiaggia. I numerosi chioschi e bar sul litorale propongono piatti leggeri e freschi, perfetti per una pausa senza rinunciare al mare: dai classici club sandwich alle insalatone, passando per poke, toast e bevande ghiacciate.</p>
<p>Nelle ore più calde del primo pomeriggio la soluzione migliore è spostarsi in via Bafile, il cuore dello shopping jesolano. Tra negozi di abbigliamento, boutique, souvenir e accessori c&#8217;è solo l&#8217;imbarazzo della scelta. E per una pausa rinfrescante non può mancare una granita, un gelato artigianale o una bevanda fresca in uno dei tanti bar che animano la via.</p>
<p>Quando il sole inizia a calare, la spiaggia torna ad essere protagonista. Le temperature diventano più piacevoli e le ultime ore del pomeriggio sono perfette per una passeggiata sul bagnasciuga, una partita a beach volley o semplicemente per rilassarsi osservando il tramonto.</p>
<p>L&#8217;aperitivo è uno dei momenti più attesi della giornata. Jesolo offre numerose location vista mare dove brindare al tramonto: dalle terrazze panoramiche come il Tacco11 American Bar, all&#8217;interno del J44 Hotel, fino al rooftop del 1923 Casa Bianca, entrambi ideali per sorseggiare un cocktail con vista sull&#8217;Adriatico.</p>
<p>Per la cena le possibilità sono davvero tante. Chi vuole continuare a vivere l&#8217;atmosfera della spiaggia può scegliere uno dei ristoranti vicini al mare, gustando specialità di pesce fresco, mentre chi preferisce una serata più informale troverà pizzerie, hamburgerie e locali adatti a tutti i gusti e a tutte le età.</p>
<p>E quando cala il buio, Jesolo cambia volto e si trasforma in una delle capitali della movida estiva. Tra beach club, cocktail bar e discoteche, il divertimento continua fino a notte fonda. Locali storici come Il Muretto, La Capannina e King&#8217;s Club richiamano ogni estate migliaia di giovani italiani e stranieri, offrendo serate con dj set, musica dal vivo ed eventi che rendono indimenticabile una giornata trascorsa nella località balneare.</p>
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		<title>A Sant’Agostino al via la disinfestazione dopo il caso di Chikungunya</title>
		<link>https://www.tviweb.it/a-santagostino-al-via-la-disinfestazione-dopo-il-caso-di-chikungunya/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 09 Jul 2026 17:33:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
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					<description><![CDATA[<p>In relazione al caso di Chikungunya (malattia virale trasmessa da una zanzara del genere Aedes) diagnosticato dall’Ulss 8 Berica a una paziente residente nel Comune di Vicenza, di ritorno da un viaggio all’estero, il sindaco ha firmato un’ordinanza contingibile e<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>In relazione al caso di Chikungunya (malattia virale trasmessa da una zanzara del genere Aedes) diagnosticato dall’Ulss 8 Berica a una paziente residente nel Comune di Vicenza, di ritorno da un viaggio all’estero, il sindaco ha firmato un’ordinanza contingibile e urgente che dispone &#8211; come previsto dal protocollo regionale per la gestione dei casi di arbovirosi, le modalità di una disinfestazione nel raggio di circa 200 metri dall’abitazione della paziente, nel quartiere di Sant’Agostino.</p>



<p>La disinfestazione, che inizierà già nella giornata di domani venerdì 10 luglio dalle 23, riguarderà sia le aree pubbliche sia le aree private all’interno del perimetro indicato dalle disposizioni regionali.</p>



<p>L’amministrazione chiede pertanto la massima collaborazione ai residenti della zona interessata.</p>



<p>Il perimetro oggetto della disinfestazione (indicato nella mappa allegata all’ordinanza) non coinvolge la zona dove è in corso il festival Ferrock.</p>



<p><strong>Le disposizioni per il trattamento di disinfestazione</strong></p>



<p>Nel dettaglio, dopo attenta valutazione del contesto con il personale dell&#8217;Azienda ULSS n. 8 e seguendo le “Indicazioni specifiche previste per il controllo del vettore di emergenza”, il sindaco ordina a tutti i residenti, amministratori condominiali, operatori commerciali, gestori di attività produttive, ricreative, sportive all’interno del perimetro indicato dall’ordinanza, di permettere e agevolare l’accesso degli operatori della ditta incaricata del servizio di disinfestazione.</p>



<p>A partire da domani venerdì 10 luglio alle 23 per tre notti consecutive la ditta interverrà con un trattamento adulticida, mediante nebulizzazione da automezzo. Inoltre, a partire da sabato 11 luglio si occuperà della disinfestazione &#8220;porta a porta&#8221;, con ispezione e trattamento larvicida dei focolai (caditoie, tombini, sottovasi e piccoli ristagni) ed adulticida.</p>



<p>Gli interventi della ditta incaricata si concluderanno entro le 24 di martedì 14 luglio.</p>



<p><strong>Le disposizioni per i privati cittadini</strong></p>



<p>Gli interessati dovranno inoltre attenersi a quanto prescritto dagli operatori addetti alle attività di rimozione dei focolai larvali per evitare il riformarsi dei focolai.</p>



<p>In particolare, dovranno evitare l&#8217;abbandono negli spazi aperti pubblici e privati (compresi terrazzi, balconi e lastrici solari) di contenitori di qualsiasi natura e dimensione nei quali possa raccogliersi acqua piovana; evitare qualsiasi raccolta d&#8217;acqua stagnante anche temporanea; provvedere allo svuotamento dell&#8217;acqua eventualmente contenuta nei contenitori e alla loro sistemazione in modo da evitare accumuli d’acqua piovana o procedere alla loro chiusura con zanzariera o coperchio a tenuta o allo svuotamento settimanale sul terreno, evitando l&#8217;immissione dell&#8217;acqua nei tombini.</p>



<p>Dovranno inoltre tenere i cortili e le aree aperte di proprietà privata libere da erbacce, da sterpi e rifiuti di ogni genere e sistemarli in modo da evitare il ristagno delle acque meteoriche o di qualsiasi altra provenienza, nonché provvedere al taglio periodico dell&#8217;erba per impedire l&#8217;annidamento di adulti di zanzara.</p>



<p>Dovranno infine trattare l&#8217;acqua presente in tombini, griglie di scarico, pozzetti di raccolta delle acque meteoriche, negli spazi di proprietà privata, ricorrendo a prodotti di sicura efficacia larvicida; svuotare le piscine non in esercizio e le fontane o eseguire adeguati trattamenti larvicidi; affiggere la copia dell’ordinanza negli spazi di ingresso condominiali.</p>



<p><strong>Raccomandazioni prima dell’intervento di disinfestazione</strong></p>



<p>Prima del trattamento adulticida, l’ordinanza raccomanda di raccogliere la verdura e la frutta degli orti pronta al consumo o proteggere le piante con teli di plastica in modo che non sia direttamente investita dal prodotto insetticida. Durante il trattamento è opportuno restare al chiuso con finestre e porte ben chiuse e sospendere il funzionamento di impianti di ricambio d&#8217;aria; tenere al chiuso eventuali animali domestici e proteggere i loro ricoveri e suppellettili. Dopo il trattamento adulticida si raccomanda di procedere, con uso di guanti lavabili o a perdere, alla pulizia con acqua e sapone di mobili, suppellettili e giochi dei bambini lasciati all&#8217;esterno e che siano stati esposti al trattamento; in caso di contatto accidentale con il prodotto insetticida, lavare abbondantemente la parte interessata con acqua e sapone; per 12 ore dalla fine del trattamento adulticida, evitare di sostare in modo prolungato nelle aree trattate.</p>



<p>Come precisato dall’Ulss 8 Berica, la paziente è in isolamento domiciliare, monitorata dal personale dell’Azienda socio-sanitaria, con sintomi parainfluenzali ma in condizioni stabili.</p>
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		<title>La Gazzetta dello sport ed il naufragio di un giornale che abbiamo amato</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 06 Jul 2026 09:32:55 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
		<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[IL GRAFFIO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>C’è stato un tempo in cui La Gazzetta dello Sport era molto più di un quotidiano sportivo. Era un rito, un riferimento, un linguaggio comune. La “rosea” accompagnava generazioni di lettori non solo nelle vittorie e nelle sconfitte, ma anche<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p>C’è stato un tempo in cui La Gazzetta dello Sport era molto più di un quotidiano sportivo. Era un rito, un riferimento, un linguaggio comune. La “rosea” accompagnava generazioni di lettori non solo nelle vittorie e nelle sconfitte, ma anche nella formazione di un’idea alta di racconto sportivo: passione, competenza, equilibrio, memoria.</p>



<p>Oggi, per molti lettori, quella fiducia appare incrinata. Non per una singola prima pagina, non per un titolo discutibile, non per una scelta editoriale isolata. Il problema è più profondo: la sensazione crescente che il giornale abbia smarrito la sua terzietà, lasciando spazio a una linea percepita come sempre più orientata, selettiva, militante. Una linea che, invece di raccontare il calcio italiano nella sua complessità, sembra spesso piegarlo dentro una narrazione precostituita.</p>



<p>Quando un quotidiano sportivo diventa prevedibile, perde la sua forza. Quando il lettore intuisce già quale sarà il tono di un articolo prima ancora di leggerlo, qualcosa si è rotto. E quando una testata storica viene percepita non più come osservatore autorevole, ma come parte del gioco di potere che dovrebbe raccontare, il danno non è soltanto reputazionale: è culturale.</p>



<p>Il punto non è pretendere una neutralità impossibile o negare che ogni giornale abbia sensibilità, gerarchie e scelte. Il giornalismo non è matematica. Ma esiste una differenza enorme tra una linea editoriale riconoscibile e una redazione percepita come allineata a interessi, simpatie o convenienze. La prima è legittima. La seconda è una resa.</p>



<p>Il tema dell’editore, in questo senso, non può essere ignorato. In Italia il rapporto tra proprietà, informazione, industria e sport è spesso opaco, intrecciato, carico di ambiguità. Quando chi possiede un giornale ha anche interessi, rapporti o battaglie aperte nel sistema che quel giornale racconta, il dovere di indipendenza dovrebbe diventare ancora più rigoroso, non più debole. Proprio in quei casi una redazione dovrebbe dimostrare con i fatti di non essere una cinghia di trasmissione, ma un presidio autonomo.</p>



<p>E qui si arriva al ruolo dei giornalisti. Perché nessun editore, da solo, può cancellare la dignità professionale di una redazione se quella redazione decide di difenderla. Il giornalista non è un funzionario della convenienza, non è un addetto stampa mascherato, non è un soldato arruolato in una guerra tra proprietà, club, famiglie industriali o centri di potere. Il giornalista dovrebbe avere un solo padrone: i fatti. E un solo obbligo: raccontarli senza inginocchiarsi.</p>



<p>La crisi della Gazzetta, almeno agli occhi di una parte dei suoi lettori storici, nasce da qui. Non dall’amore o dall’odio verso una squadra. Non dal tifo. Nasce dalla percezione di una rinuncia: la rinuncia a disturbare tutti, a fare domande scomode a chiunque, a non concedere trattamenti di favore, a non trasformare il racconto sportivo in una battaglia di campo travestita da informazione.</p>



<p>Chi ha amato la “rosea” non gode nel criticarla. Al contrario, prova amarezza. Perché vedere un simbolo del giornalismo sportivo italiano ridursi, anche solo nella percezione pubblica, a strumento di una narrazione di parte è una sconfitta per tutti: per i lettori, per il calcio, per il giornalismo e per gli stessi professionisti che ogni giorno firmano quelle pagine.</p>



<p>La dignità giornalistica non consiste nell’essere contro qualcuno. Consiste nel non essere al servizio di nessuno. Consiste nel saper scrivere un articolo che non piaccia all’editore, al presidente, al dirigente, al grande inserzionista, alla piazza più rumorosa. Consiste nel ricordare che una testata storica non appartiene soltanto a chi la possiede, ma anche alla comunità di lettori che l’ha resa autorevole nel tempo.</p>



<p>La Gazzetta dello Sport può ancora scegliere cosa essere: un giornale che racconta il potere o un giornale che se ne lascia raccontare. Una voce libera o una voce prevedibile. Una memoria dello sport italiano o un bollettino di parte.</p>



<p>Ma per tornare grande non bastano le firme, la storia o il colore della carta. Serve una cosa più rara: il coraggio di essere indipendenti anche quando l’indipendenza costa.</p>
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		<title>Ondata di calore, le città bruciano: e se l’inferno fosse ora?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 29 Jun 2026 15:11:50 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[AMBIENTE]]></category>
		<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Siamo cresciuti immaginando l’inferno come un luogo sotterraneo, pieno di fiamme, diavoli con il forcone e anime in coda per l’eternità. Una specie di ufficio pubblico, ma con più zolfo e meno aria condizionata. E invece, a guardarsi attorno, viene<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p>Siamo cresciuti immaginando l’inferno come un luogo sotterraneo, pieno di fiamme, diavoli con il forcone e anime in coda per l’eternità. Una specie di ufficio pubblico, ma con più zolfo e meno aria condizionata. E invece, a guardarsi attorno, viene un sospetto: e se l’inferno non fosse sotto di noi, ma tutto intorno? E se non iniziasse dopo la morte, ma durante una conferenza stampa in cui qualcuno dice: “È solo estate”?</p>



<p>Le città bruciano. Non in senso poetico, purtroppo. Bruciano nell’asfalto che restituisce calore anche di notte, nei palazzi che diventano forni verticali, nelle case degli anziani, nelle fabbriche, nei cantieri, nei campi. Bruciano nei pronto soccorso, nei treni fermi, nelle scuole chiuse, nei parchi vuoti perché perfino i cani guardano il padrone come a dire: “Oggi no, umano, oggi sopravviviamo sul divano”.</p>



<p>L’Europa sta vivendo ondate di caldo sempre più violente. In questi giorni diverse città italiane ed europee sono finite sotto allerta rossa, con temperature prossime o superiori ai 40 gradi, incendi, disagi nei trasporti e un aumento dei rischi sanitari. Secondo la World Meteorological Organization, il periodo 2015-2025 è stato il più caldo mai registrato e il 2025 è risultato tra gli anni più caldi di sempre, circa 1,43 °C sopra la media preindustriale. Non è più una previsione da convegno scientifico: è il bollettino medico del pianeta.&nbsp;</p>



<p>Eppure l’uomo minimizza. È una delle nostre specialità evolutive: abbiamo inventato la ruota, la penicillina, internet e la frase “ha sempre fatto caldo”. Quest’ultima, va detto, è una meraviglia della pigrizia intellettuale. Sta al cambiamento climatico come “mio nonno fumava ed è campato cent’anni” sta all’oncologia. Un capolavoro di negazione, pronunciato magari mentre il termometro segna 41 gradi e il gatto si è trasferito spontaneamente nel frigorifero.</p>



<p>Il problema è che il caldo non è solo fastidio. Non è soltanto sudore, notti insonni e condizionatori che lavorano come minatori dell’Ottocento. Il caldo uccide, peggiora le malattie cardiovascolari e respiratorie, colpisce i più fragili, riduce la produttività, consuma energia, mette sotto stress reti elettriche, agricoltura, turismo, trasporti e sanità. L’IPCC ha già segnalato che in Europa i danni da cambiamento climatico riguardano persone e beni, con impatti legati soprattutto a inondazioni, tempeste e ondate di calore. Le città, poi, amplificano tutto con l’effetto “isola di calore”: cemento, asfalto e poco verde trasformano i centri urbani in griglie da barbecue, ma senza la parte allegra della grigliata.&nbsp;</p>



<p>Anche l’economia, che spesso viene usata come scusa per rinviare le scelte ambientali, comincia a presentare il conto. Meno ore lavorabili all’aperto, più spese sanitarie, raccolti danneggiati, turismo che cambia rotta, assicurazioni più care, infrastrutture che cedono. Il caldo piega i binari, svuota le piazze, riempie gli ospedali e costringe le amministrazioni a rincorrere emergenze sempre più frequenti. È curioso: per anni ci hanno detto che salvare il clima costava troppo. Ora stiamo scoprendo che non salvarlo costa molto di più. Solo che arriva senza preventivo, senza sconto e senza possibilità di recesso.</p>



<p>Intanto continuiamo a inquinare. Bruciamo combustibili fossili, consumiamo suolo, costruiamo quartieri senz’ombra, tagliamo alberi come se fossero elementi decorativi e poi ci stupiamo se la città diventa invivibile. È come buttare benzina sul pavimento, accendere un fiammifero e poi convocare una task force per capire da dove venga tutto questo caldo.</p>



<p>La tragedia è che non manca la conoscenza. Non siamo ignoranti per mancanza di dati, ma per eccesso di comodità. Sappiamo cosa sta succedendo, sappiamo perché succede, sappiamo perfino cosa bisognerebbe fare: ridurre le emissioni, cambiare energia, ripensare mobilità e consumi, piantare alberi veri e non rendering elettorali, proteggere i fragili, adattare le città, smettere di trattare l’ambiente come una cantina dove buttare quello che non vogliamo vedere.</p>



<p>Ma l’umanità, spesso, assomiglia a quel passeggero sul Titanic che, mentre l’acqua sale, protesta perché il mojito non ha abbastanza ghiaccio. Ci indigniamo per il traffico, per il parcheggio, per il vicino che annaffia fuori orario. Poi davanti al riscaldamento globale diventiamo filosofi del fatalismo: “Tanto cosa vuoi che cambi?”. Cambia tutto. Cambia l’aria che respiriamo, il cibo che produciamo, le città in cui viviamo, le bollette che paghiamo, la salute dei nostri figli.</p>



<p>E allora sì, forse l’inferno è questo: non un luogo mitologico, ma una condizione costruita giorno dopo giorno da una specie intelligentissima e ostinatamente sciocca. Un inferno con il climatizzatore acceso, l’auto in doppia fila, il centro commerciale refrigerato e il telegiornale che parla di “temperature anomale” come se l’anomalia non fosse ormai diventata la nuova normalità.</p>



<p>La buona notizia, se così vogliamo chiamarla, è che questo inferno non è ancora eterno. Non siamo condannati da un dio vendicativo, ma dalle nostre scelte. E proprio per questo possiamo ancora cambiare rotta. Non basterà un albero piantato il giorno della festa dell’ambiente, non basterà bere più acqua, non basterà dire “state al fresco” a chi vive in case roventi e lavora sotto il sole. Servono politiche serie, città più verdi, energia pulita, meno emissioni, più cura e meno propaganda.</p>



<p>L’inferno, dopotutto, potrebbe non essere una punizione. Potrebbe essere un avvertimento. E come tutti gli avvertimenti, ha una scadenza.</p>



<p>Il problema è che il termometro non aspetta. E nemmeno il pianeta.</p>
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		<title>Settecà, i cittadini contro l’attraversamento a raso della Tav</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 29 Jun 2026 10:16:09 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Si torna a parlare di Alta Velocità E di treni che spaccherebbero in due Vicenza all’altezza di Settecà. Il Comitato locale lo scrive chiaro. Non ci sta. “Risparmiare oggi sull&#8217;infrastruttura significa chiedere ai cittadini di pagare il prezzo per i<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p>Si torna a parlare di Alta Velocità E di treni che spaccherebbero in due Vicenza all’altezza di Settecà. Il Comitato locale lo scrive chiaro. Non ci sta. “Risparmiare oggi sull&#8217;infrastruttura significa chiedere ai cittadini di pagare il prezzo per i prossimi decenni- dicono i cittadini-<br>Non siamo d&#8217;accordo sulle conclusioni di RFI. <br>RFI sostiene che la soluzione in superficie sia la migliore sotto il profilo economico, ambientale e sociale. Ma molte di queste affermazioni meritano di essere contestate.</p>



<p>1️⃣ Minori emissioni durante il cantiere? Forse sì. Ma il confronto non può fermarsi ai pochi anni dei lavori. Una linea in superficie significa per decenni, forse per sempre, più rumore, vibrazioni, polveri e peggioramento della qualità della vita per chi abita lungo il tracciato. L&#8217;impatto va valutato sull&#8217;intero ciclo di vita dell&#8217;opera, non solo sulla fase di cantiere.</p>



<p>2️⃣ &#8220;Ricucitura dei quartieri&#8221;: come può esserci una ricucitura se la ferrovia continuerà a rappresentare una barriera fisica tra le diverse parti della città? La vera ricucitura urbana sarebbe stata possibile soltanto con l&#8217;interramento della linea.</p>



<p>3️⃣ RFI rivendica di demolire qualche edificio in meno, ma il prezzo sarà rendere meno vivibile un&#8217;area molto più vasta, con viadotti, barriere fonoassorbenti alte diversi metri e un impatto permanente sul paesaggio urbano e sulla qualità della vita di migliaia di persone.</p>



<p>4️⃣ Costa meno. Questo è probabilmente il vero motivo della scelta. Ma allora la domanda è inevitabile: Vicenza vale meno di altre città italiane? A Ferrara si interrano i binari. L&#8217;intera stazione AV di Bologna è stata realizzata sottoterra. Perché qui si deve accettare una soluzione più economica, ma più impattante per il territorio e per chi ci vive?</p>



<p>E soprattutto: dov&#8217;è chi dovrebbe difendere il nostro territorio e la qualità della vita dei cittadini?”</p>



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		<title>Tav a Settecà: perché non può ridursi tutto ad uno scontro politico (ed è troppo tardi)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 28 Jun 2026 14:53:55 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[IL GRAFFIO]]></category>
		<category><![CDATA[POLITICA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La polemica sulla Tav a est di Vicenza ha un pregio: costringe finalmente tutti a dire con chiarezza che cosa vogliono. E ha un difetto: arriva quando la partita tecnica sembra già molto avanzata, se non quasi chiusa. Il caso<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p>La polemica sulla Tav a est di Vicenza ha un pregio: costringe finalmente tutti a dire con chiarezza che cosa vogliono. E ha un difetto: arriva quando la partita tecnica sembra già molto avanzata, se non quasi chiusa. Il caso è quello del passaggio dell’Alta Velocità verso Padova, nel tratto di uscita dalla città, con la soluzione a raso indicata da RFI e con il contestato scavalco ferroviario, il cosiddetto “salto del montone”, previsto nell’area di Settecà. Tradotto fuori dal linguaggio tecnico: la linea correrebbe in affiancamento ai binari esistenti, ma per risolvere l’incrocio tra la nuova infrastruttura e la linea storica servirebbe un’opera in elevazione, lunga, visibile, impattante. Ed è lì che esplode lo scontro.</p>



<p>Chi ha ragione? Dipende da quale domanda si pone. Se la domanda è quale sia la soluzione più rapida, più semplice da realizzare e meno rischiosa per l’avanzamento complessivo della Verona-Padova, la risposta è probabilmente quella sostenuta da RFI, dal Ministero e dalla Regione: il tracciato a raso, con scavalco, consente di sbloccare il nodo, contenere costi e tempi, evitare di riaprire da capo una progettazione già complessa. Dal punto di vista dell’opera nazionale, questa posizione ha una sua logica. La Tav non è una strada comunale, ma un’infrastruttura strategica inserita in un corridoio più ampio. Chi la guarda da Roma o da Venezia vede soprattutto il rischio di fermare per anni un tratto decisivo per collegare Verona, Vicenza, Padova e il resto della rete.</p>



<p>Ma se la domanda è quale sia la soluzione migliore per Vicenza, per Settecà, per i quartieri attraversati e per una città che ha già pagato un prezzo altissimo in termini di cantieri, demolizioni, trasformazioni urbane e disagi, allora la risposta cambia. Un cavalcaferrovia di quelle dimensioni non è un dettaglio tecnico. È un segno permanente nel paesaggio. È un’infrastruttura che modifica il rapporto tra case, campagna, viabilità locale e qualità della vita. È un’opera che non si misura soltanto in metri, euro e cronoprogrammi, ma anche in rumore, visuale, valore degli immobili, percezione di isolamento, vivibilità dei residenti. Da questo punto di vista, il no del Comune e dei cittadini allo scavalco a Settecà non è una posizione ideologica: è una preoccupazione concreta.</p>



<p>Il punto politico più delicato è che entrambe le parti usano una parte di verità. Il centrodestra accusa l’amministrazione Possamai di essersi mossa tardi e di aver lasciato correre la progettazione fino al punto in cui tornare indietro diventa difficilissimo. È un’accusa che pesa, perché nelle grandi opere il tempo non è neutro: ogni mese perso riduce le alternative reali e aumenta il costo politico ed economico delle modifiche. Ma anche l’amministrazione Possamai ha un argomento forte quando ricorda che la localizzazione dello scavalco a Settecà non nasce oggi e che il problema affonda le radici nelle scelte e nelle omissioni degli anni precedenti. Se davvero nel 2021 il progetto ha imboccato quella direzione di chi è la responsabilità se non di tutti?</p>



<p>La verità, quindi, è scomoda per tutti: RFI ha ragione quando dice che una grande opera non può restare indefinitamente ostaggio di ripensamenti locali; il Comune ha ragione quando dice che Settecà non può essere sacrificata come se fosse uno spazio vuoto; il centrodestra ha ragione quando sottolinea che su questi dossier bisogna incidere prima, non quando il progetto è già maturato; il centrosinistra ha ragione quando ricorda che la soluzione oggi contestata non è comparsa all’improvviso durante questa amministrazione. Ma avere un pezzo di ragione non significa avere tutta la ragione.</p>



<p>La scelta migliore, allora, non è semplicemente dire sì o no alla Tav. Quella è una scorciatoia propagandistica. La scelta migliore è pretendere che il Ministero e RFI mettano nero su bianco, in modo pubblico e verificabile, il confronto tra tutte le alternative: a raso con scavalco a Settecà, galleria corta, galleria lunga, eventuali soluzioni miste e mitigazioni possibili. Non basta dire che l’analisi multicriterio ha scelto la soluzione più efficiente. Bisogna spiegare quanto pesano i costi, quanto pesano i tempi, quanto pesa l’impatto urbano, quanto pesa la tutela dei residenti, quanto pesa il rischio di contenziosi. Perché se il criterio dominante è soltanto “fare prima e spendere meno”, allora è chiaro che la città parte sconfitta.</p>



<p>Nel merito, la soluzione migliore per Vicenza sarebbe evitare lo scavalco a Settecà e privilegiare un’alternativa meno impattante, anche se più costosa, purché tecnicamente sostenibile e compatibile con tempi certi. Una città attraversata da un’opera nazionale non può chiedere di cancellare l’opera, ma può e deve chiedere che l’opera non scarichi il proprio peso su un quartiere per il prossimo secolo. Se l’interramento o una soluzione in galleria sono ancora realmente praticabili, vanno scelte. Se invece RFI dimostrerà, con dati trasparenti e non con formule burocratiche, che quelle alternative sono ormai impraticabili, allora la battaglia dovrà spostarsi su un pacchetto vincolante di compensazioni: barriere antirumore di qualità, inserimento paesaggistico, ricucitura della viabilità, tutela delle abitazioni più esposte, indennizzi adeguati, opere verdi e monitoraggi ambientali permanenti. Non promesse generiche, ma obblighi scritti.</p>



<p>In questa vicenda il torto più grande sarebbe ridurre tutto a una guerra tra partiti. Settecà non è un pretesto elettorale e la Tav non è un feticcio ideologico. È una decisione urbana irreversibile. Proprio per questo la scelta migliore non può essere quella più comoda per chi deve chiudere un dossier, ma quella che regge alla domanda più semplice: fra trent’anni, guardando quel tratto di città, potremo dire che Vicenza è stata attraversata da un’opera necessaria ma rispettosa, oppure dovremo ammettere che, per fare prima, si è scelta la soluzione più pesante per chi ci vive accanto? La risposta, oggi, non può essere affidata solo ai tecnici né solo ai comunicati politici. Deve essere pubblica, motivata e comprensibile. Perché la Tav passerà; il problema è che cosa lascerà dietro di sé.</p>
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		<title>Caldo infernale è allarme totale: 12 mila morti in Europa secondo l’Economist</title>
		<link>https://www.tviweb.it/caldo-infernale-e-allarme-totale-12-mila-morti-in-europa-secondo-leconomist/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 27 Jun 2026 14:16:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ECONOMIA]]></category>
		<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[ITALIA e MONDO]]></category>
		<category><![CDATA[SALUTE e SANITÀ]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L’ondata di calore che sta attraversando l’Europa continua ad avanzare verso est e assume dimensioni sempre più allarmanti. Oggi almeno 193 milioni di persone nel continente, di cui circa 75 milioni soltanto in Germania, sperimenteranno temperature superiori ai 35 gradi.<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>L’ondata di calore che sta attraversando l’Europa continua ad avanzare verso est e assume dimensioni sempre più allarmanti. Oggi almeno 193 milioni di persone nel continente, di cui circa 75 milioni soltanto in Germania, sperimenteranno temperature superiori ai 35 gradi. A indicarlo sono i calcoli dell’agenzia France Presse, basati sulle previsioni del Servizio meteorologico tedesco e sulle proiezioni demografiche 2025 del Centro comune di ricerca. Si tratta di un ulteriore aumento rispetto al 26 giugno, quando la massa d’aria rovente interessava ancora soprattutto l’Europa occidentale, prima di spostarsi progressivamente verso Germania, Polonia e altri Paesi dell’area centro-orientale.&nbsp;</p>



<p>La Germania è ora tra i Paesi più esposti. Nelle scorse ore è stata registrata una temperatura provvisoria di 41,3 gradi nei pressi di Saarbrücken, mentre le autorità hanno diffuso allerte per caldo estremo, invitato la popolazione a ridurre i consumi d’acqua e adottato misure preventive anche sui trasporti. Le alte temperature stanno infatti mettendo sotto pressione non solo la salute pubblica, ma anche infrastrutture, ferrovie, strade, agricoltura e servizi essenziali. Disagi e provvedimenti analoghi sono stati segnalati anche in Italia, Francia, Regno Unito, Svizzera e in altri Paesi europei, dove il caldo ha già provocato chiusure di scuole, cancellazioni di eventi e difficoltà per ospedali e servizi di emergenza.&nbsp;</p>



<p>Il dato più preoccupante riguarda però l’impatto sulla mortalità. Secondo un’analisi pubblicata da The Economist, in soli tre giorni, tra il 24 e il 26 giugno, il caldo estremo potrebbe aver causato circa 12mila decessi in eccesso in Europa. La stima si basa sulle temperature medie previste in 854 città europee e su un modello sviluppato da Pierre Masselot e dalla London School of Hygiene &amp; Tropical Medicine per valutare il rapporto tra temperatura e mortalità. Non si tratta quindi di un bilancio ufficiale già consolidato, ma di una proiezione statistica che misura quante morti potrebbero verificarsi oltre il livello normalmente atteso in assenza di un evento estremo.&nbsp;</p>



<p>Gli esperti sottolineano che il caldo estremo è particolarmente pericoloso per anziani, bambini, persone con malattie croniche e lavoratori esposti all’aperto, ma anche per chi vive in abitazioni poco isolate o in aree urbane dove l’asfalto e il cemento trattengono il calore. A rendere più grave la situazione sono anche le notti tropicali, quando le temperature non scendono abbastanza da permettere all’organismo di recuperare. In diverse città europee le minime notturne hanno raggiunto valori record, aumentando il rischio di stress termico prolungato.</p>



<p>L’Organizzazione meteorologica mondiale ha definito l’ondata di calore di fine giugno un evento intenso e diffuso, con effetti rilevanti su salute, ecosistemi, agricoltura, infrastrutture e produttività del lavoro. Secondo gli scienziati di World Weather Attribution, il riscaldamento globale ha reso le ondate di calore europee molto più severe: un episodio simile, nel giugno del 1976, sarebbe stato circa 3,5 gradi più fresco rispetto a quello attuale.&nbsp;</p>



<p>L’Europa si trova così di fronte a una crisi che non riguarda più soltanto le temperature record, ma la capacità dei sistemi sanitari, urbani e produttivi di adattarsi a un clima che cambia rapidamente. Le raccomandazioni restano quelle di evitare l’esposizione nelle ore più calde, bere frequentemente, controllare le persone fragili e seguire le indicazioni delle autorità locali. Ma l’ondata di questi giorni mostra anche un problema più profondo: senza interventi strutturali su città, case, sanità, lavoro e riduzione delle emissioni, eventi di questo tipo rischiano di diventare sempre più frequenti, estesi e letali.</p>



<p>Anche l’Italia nella morsa del caldo africano, con temperature in ulteriore aumento e afa intensa da Nord a Sud. L’ondata di calore che sta investendo il Paese raggiunge il suo picco nel weekend, con valori che in diverse zone possono arrivare fino a 38-45 gradi e condizioni difficili soprattutto nelle città, dove l’effetto dell’asfalto e del cemento rende l’aria ancora più pesante.</p>



<p>Secondo il bollettino del ministero della Salute, restano numerose le città da bollino rosso, il livello massimo di allerta per il caldo, che indica un rischio per la salute non solo di anziani, bambini e persone fragili, ma anche della popolazione sana. Tra i centri più esposti figurano grandi città del Centro-Nord e del Centro-Sud, con Firenze, Bologna, Roma, Milano, Torino, Venezia, Verona, Perugia, Pescara e Bari tra le aree più sotto pressione.</p>



<p>Le autorità raccomandano di evitare l’esposizione al sole nelle ore centrali della giornata, bere spesso, limitare l’attività fisica all’aperto e prestare attenzione alle persone più vulnerabili. Il caldo sta creando disagi anche sul lavoro, nei trasporti e nei servizi pubblici, mentre in alcune città si moltiplicano gli interventi per fronteggiare l’emergenza. La tregua, al momento, non appare immediata: l’anticiclone continua a mantenere alte le temperature e l’Italia resta stretta in una delle fasi più roventi dell’estate.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.tviweb.it/caldo-infernale-e-allarme-totale-12-mila-morti-in-europa-secondo-leconomist/">Caldo infernale è allarme totale: 12 mila morti in Europa secondo l’Economist</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.tviweb.it">TViWeb</a>.</p>
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		<title>Veneto fa troppo caldo: niente sesso meglio una doccia fredda!</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 25 Jun 2026 20:28:27 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[Erotico Vicentino]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il Veneto boccheggia, le tapparelle si arrendono, i ventilatori chiedono il sindacato e nei letti matrimoniali si registra il fenomeno dell’estate 2026: non più “fuoco della passione”, ma “modalità risparmio energetico”. Con temperature che, secondo Arpav, in questi giorni sono<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.tviweb.it/veneto-fa-troppo-caldo-niente-sesso-meglio-una-doccia-fredda/">Veneto fa troppo caldo: niente sesso meglio una doccia fredda!</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.tviweb.it">TViWeb</a>.</p>
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<p>Il Veneto boccheggia, le tapparelle si arrendono, i ventilatori chiedono il sindacato e nei letti matrimoniali si registra il fenomeno dell’estate 2026: non più “fuoco della passione”, ma “modalità risparmio energetico”.</p>



<p>Con temperature che, secondo Arpav, in questi giorni sono arrivate a circa&nbsp;<strong>4 gradi sopra la media</strong>, l’ondata di caldo sta trasformando la regione in una grande piastra per polenta abbrustolita. E quando anche il comodino suda, la libido prende ferie anticipate.&nbsp;&nbsp;</p>



<p>Altro che “stasera da me”: il nuovo linguaggio della seduzione è diventato “hai il climatizzatore?”. Il corteggiamento veneto 2.0 non passa più da rose, prosecco e messaggini audaci, ma da una domanda secca: “Classe energetica A+++ o niente”.</p>



<p>Gli esperti lo dicono da tempo: caldo, spossatezza, sudorazione e pressione sotto i tacchi possono raffreddare anche le migliori intenzioni. Il desiderio, poveretto, c’è anche, ma appena vede le lenzuola appiccicose fa dietrofront e va a dormire sul pavimento.&nbsp;&nbsp;</p>



<p>In molte case venete si segnalano scene drammatiche: coppie che si sfiorano per sbaglio e si scusano, partner separati da un cuscino refrigerante, mariti che propongono romanticismo e mogli che rispondono: “Prima fammi vedere il bollettino dell’umidità”.</p>



<p>La vera trasgressione? Una doccia fredda. Non più preliminari, ma prelavaggio. Non più sospiri, ma “passami il bagnoschiuma che sto evaporando”. E se proprio deve esserci intimità, che almeno sia sotto il getto d’acqua, con tempi contingentati: tre minuti a testa, come da emergenza idrica sentimentale.</p>



<p>La Regione ha già previsto stop per alcune attività all’aperto nelle ore più calde; nelle abitazioni, invece, lo stop è spontaneo: dalle 12.30 alle 16.00 sospese anche le attività “ricreative ad alta sudorazione”.&nbsp;&nbsp;</p>



<p>Insomma, il Veneto resta terra di passione, ma con buon senso climatico. L’amore non è finito: è solo in pausa, in frigo, accanto all’anguria.</p>



<p>E per chi teme il crollo definitivo del desiderio, niente panico: basterà aspettare un temporale, un abbassamento dell’umidità o, più realisticamente, una camera d’albergo con aria condizionata e telecomando funzionante.</p>
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		<title>Il mondo brucia, ma i coglioni continuano a negare il cambiamento climatico</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 23 Jun 2026 14:31:51 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[IL GRAFFIO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il mondo brucia, ma c’è ancora chi preferisce discutere del fiammifero. C’è chi guarda le città soffocare nel caldo, i campi spaccarsi per la siccità, le alluvioni spazzare via case e lavoro, i mari salire centimetro dopo centimetro, e trova<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p>Il mondo brucia, ma c’è ancora chi preferisce discutere del fiammifero. C’è chi guarda le città soffocare nel caldo, i campi spaccarsi per la siccità, le alluvioni spazzare via case e lavoro, i mari salire centimetro dopo centimetro, e trova comunque il modo di dire che è sempre successo, che il clima è sempre cambiato, che non bisogna esagerare, che l’economia viene prima. Come se l’economia potesse respirare sott’acqua. Come se un raccolto bruciato producesse Pil. Come se un territorio devastato fosse solo un fastidio meteorologico.</p>



<p>La verità è che negare il cambiamento climatico non è più ignoranza: è spesso convenienza. È la comodità di non dover cambiare nulla. È la paura di ammettere che il modello su cui abbiamo costruito consumi, trasporti, produzione, energia e politica ha un conto da pagare. Ed è un conto salato, perché il clima non contratta, non aspetta i tempi dei talk show, non si lascia convincere da uno slogan. La fisica non ha bisogno del consenso degli opinionisti.</p>



<p>Dire che serve cambiare dà fastidio perché significa toccare abitudini, interessi, profitti, rendite, privilegi. Significa dire che non tutto ciò che conviene oggi può essere permesso domani. Significa pretendere città meno dipendenti dalle auto, case più efficienti, industrie più pulite, agricoltura meno fragile, energia meno legata ai combustibili fossili, consumi meno compulsivi. Significa anche chiedere alla politica di smettere di usare l’ambiente come decorazione elettorale e trattarlo per quello che è: la base materiale della nostra sopravvivenza.</p>



<p>E qui nasce il fastidio. Perché il cambiamento climatico non chiede solo pannelli solari e raccolta differenziata. Chiede responsabilità. Chiede di guardare in faccia il fatto che alcune conseguenze sono già irreversibili su scale umane: ghiacciai perduti, ecosistemi danneggiati, specie cancellate, coste sempre più vulnerabili, oceani più caldi e più acidi. Non tutto si potrà riparare. Non tutto tornerà come prima. Questa è la parte che molti non vogliono sentire: non siamo davanti a un allarme teorico, ma a una trasformazione in corso.</p>



<p>Chi nega, spesso, non difende la verità. Difende la propria tranquillità. Difende il diritto immaginario di continuare come prima senza sentirsi chiamato in causa. Per questo ogni proposta concreta diventa “ideologia verde”, ogni limite diventa “dittatura”, ogni dato diventa “terrorismo climatico”. È un riflesso infantile: se la realtà disturba, si insulta chi la descrive. Se il termometro segna febbre, si accusa il medico di essere catastrofista.</p>



<p>Ma il catastrofismo non è dire che la casa sta bruciando mentre il fumo entra dalle finestre. Il catastrofismo vero è restare seduti sul divano spiegando che aprire l’acqua sarebbe troppo costoso. Il fanatismo non è chiedere di ridurre le emissioni, proteggere il suolo, ripensare trasporti ed energia. Il fanatismo è credere che un pianeta finito possa reggere all’infinito un’economia che consuma come se avesse scorte infinite.</p>



<p>Il problema, allora, non è solo climatico. È culturale. È morale. È politico. Abbiamo una parte di società che ha trasformato il rifiuto del cambiamento in identità. Non discutono più dei dati: discutono del loro fastidio. Non contestano le soluzioni perché inefficaci: le contestano perché chiedono maturità. E la maturità, in tempi di propaganda facile, è merce rara.</p>



<p>Cambiare non significa tornare alle candele, come ripetono i caricaturisti del nulla. Significa evitare di consegnare ai figli un mondo più povero, più caldo, più instabile e più ingiusto. Significa scegliere innovazione invece di nostalgia fossile. Significa capire che la transizione non è una punizione, ma l’unica manutenzione seria della casa comune. Certo, costa. Ma costa molto di più non farla. Costa in vite, in salute, in raccolti, in infrastrutture distrutte, in migrazioni forzate, in territori resi invivibili.</p>



<p>Il mondo brucia e i negazionisti si offendono perché qualcuno propone di spegnere l’incendio cambiando anche il modo in cui lo abbiamo acceso. Gli sta sulle scatole ammettere che serve cambiare perché significherebbe riconoscere una responsabilità. E allora preferiscono il sarcasmo, la minimizzazione, la battuta da bar, la guerra contro gli ambientalisti, come se screditare chi avverte del pericolo potesse abbassare la temperatura.</p>



<p>Ma il clima non si cura delle nostre scuse. La storia, probabilmente, sarà meno indulgente di quanto lo siamo stati noi. Perché arriverà un momento in cui non si chiederà più chi aveva ragione nei dibattiti televisivi, ma chi ha perso tempo mentre c’era ancora tempo. E allora la domanda non sarà perché gli ambientalisti insistevano tanto. Sarà perché tanti altri, davanti all’evidenza, hanno scelto di negare.</p>
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		<title>Fratelli d’Italia, l’Italia (del pallone) s’è rotta: da Infantino alla Figc tutte le colpe mentre arriva Mancini</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 20 Jun 2026 12:46:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[Gossipando]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Un Mondiale senza l’Italia ormai non è più una notizia: è diventato un’abitudine. E forse proprio questa è la cosa più grave. Perché quando una Nazionale quattro volte campione del mondo resta fuori da tre edizioni consecutive, non siamo più<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p>Un Mondiale senza l’Italia ormai non è più una notizia: è diventato un’abitudine. E forse proprio questa è la cosa più grave. Perché quando una Nazionale quattro volte campione del mondo resta fuori da tre edizioni consecutive, non siamo più davanti a un incidente, a una serata storta, a un rigore sbagliato o a un sorteggio sfortunato. Siamo davanti a un crollo di sistema. Un crollo che nessuno, però, sembra voler chiamare davvero con il suo nome.</p>



<p>Da quando la FIFA è presieduta dallo svizzero Gianni Infantino, l’Italia ai Mondiali non si è più vista. Russia 2018: assente. Qatar 2022: assente. Stati Uniti, Canada e Messico 2026: ancora assente. Tre Mondiali, zero Italia. Una coincidenza? Può darsi. Ma nel calcio, si sa, le coincidenze fanno sempre comodo a chi non vuole farsi domande.</p>



<p>E allora chiediamo: com’è possibile che il Paese che ha vinto quattro Coppe del Mondo, che ha prodotto generazioni di fuoriclasse, difensori leggendari, portieri monumentali, allenatori esportati ovunque, oggi debba guardare il Mondiale dal divano? Com’è possibile che gli altri vadano avanti e noi restiamo impantanati sempre nello stesso pantano, tra federazioni in crisi, presidenti dimissionari, commissari tecnici bruciati, playoff trasformati in incubi e promesse di “rifondazione” che durano il tempo di una conferenza stampa?</p>



<p>Il problema, certo, non è solo Infantino. Sarebbe troppo facile, e forse anche troppo comodo, scaricare tutto sulla FIFA e sul suo presidente. L’Italia si è eliminata anche da sola: con scelte sbagliate, vivai impoveriti, club pieni di stranieri mediocri, giovani italiani trattati come soprammobili, dirigenti incapaci di guardare oltre il prossimo bilancio e una cultura calcistica che vive ancora di nostalgia. Ma resta il dato politico e simbolico: nell’era Infantino, il Mondiale si allarga, si gonfia, si moltiplica, diventa un prodotto globale sempre più enorme, e l’Italia non riesce nemmeno a trovare una porta d’ingresso. Un paradosso quasi grottesco.</p>



<p>Il calcio italiano oggi è questo: esporta allenatori, ma non porta la Nazionale al Mondiale. Vede Ancelotti, Cannavaro, Montella e tanti altri protagonisti in giro per il mondo, mentre gli Azzurri restano fuori dalla festa. Abbiamo tecnici che fanno scuola, ma una Nazionale senza scuola. Abbiamo storia, maglie, coppe, musei, retorica e inni. Ma non abbiamo più una squadra capace di qualificarsi.</p>



<p>Dopo l’ennesima figuraccia, è ricominciato il solito giro di nomi. Gattuso se n’è andato, Silvio Baldini ha fatto da traghettatore, la FIGC deve ricostruire un’immagine prima ancora che una squadra. E il nome che torna con più forza è quello di Roberto Mancini. Proprio lui: l’uomo dell’Europeo vinto, ma anche l’uomo del Mondiale 2022 mancato. L’uomo del trionfo di Wembley e della notte nera con la Macedonia del Nord. Il tecnico che ha restituito orgoglio all’Italia e poi se n’è andato lasciando dietro di sé macerie, polemiche e rimpianti.</p>



<p>Mancini oggi è libero dopo l’addio all’Al Sadd e tutto lascia pensare che possa essere lui il prossimo commissario tecnico dell’Italia. Una scelta che sa di ritorno al passato, ma anche di ammissione: non abbiamo trovato di meglio, non abbiamo costruito un progetto, non abbiamo preparato un futuro. Torniamo da chi almeno una volta ci aveva fatto sentire vivi.</p>



<p>Ma il punto è proprio questo: Mancini può anche tornare, può anche rimettere ordine, può anche ridare un’identità alla Nazionale. Però nessun allenatore, da solo, può guarire un movimento malato. Nessun ct può inventarsi centravanti che non giocano, centrocampisti che non crescono, difensori che non vengono responsabilizzati, dirigenti che non programmano. La panchina azzurra è diventata un parafulmine: arriva uno, promette entusiasmo, perde due partite, viene processato, se ne va. Poi ne arriva un altro e si ricomincia.</p>



<p>Intanto il Mondiale va avanti senza di noi. Le altre Nazionali giocano, i tifosi cantano, gli stadi si riempiono, il mondo guarda. L’Italia osserva. Commenta. Rimpiange. Polemizza. E aspetta il prossimo salvatore.</p>



<p>Chissà come mai, verrebbe da dire. Chissà come mai una delle grandi capitali del calcio mondiale è diventata una comparsa assente. Chissà come mai ogni fallimento viene spiegato come un caso isolato, quando ormai i casi isolati sono diventati una catena. Chissà come mai nessuno paga davvero, nessuno cambia davvero, nessuno ha il coraggio di dire che il problema non è l’ultimo rigore sbagliato, ma tutto quello che viene prima.</p>



<p>Il prossimo allenatore dell’Italia, salvo sorprese, sarà Roberto Mancini. Ma la vera domanda non è chi siederà in panchina. La vera domanda è chi avrà finalmente il coraggio di rifare il calcio italiano da capo. Perché altrimenti possiamo cambiare ct, presidente, modulo, maglia e slogan. Ma il risultato sarà sempre lo stesso: Mondiale in televisione, Italia a casa.</p>
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		<title>Trump perché “sputtani” la Meloni? Quanto costa all’Italia il mancato asservimento agli USA</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 19 Jun 2026 14:17:21 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
		<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[IL GRAFFIO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Perché Trump umilia Meloni? La risposta più semplice — “la odia” — è anche la meno utile. Trump non ragiona quasi mai in termini di alleanze stabili, gratitudine politica o coerenza ideologica. Ragiona in termini di forza, dominio, visibilità e<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p>Perché Trump umilia Meloni? La risposta più semplice — “la odia” — è anche la meno utile. Trump non ragiona quasi mai in termini di alleanze stabili, gratitudine politica o coerenza ideologica. Ragiona in termini di forza, dominio, visibilità e convenienza immediata. Per questo l’attacco a Giorgia Meloni non va letto soltanto come una volgarità personale, ma come un messaggio politico: il presidente americano sta dicendo che nessun alleato europeo, neppure quello che più aveva cercato di costruire un rapporto privilegiato con lui, può sentirsi al riparo dalla sua logica di subordinazione.</p>



<p>La premier italiana aveva investito molto sul rapporto con Trump. Non solo per affinità politica con una parte del mondo conservatore americano, ma per una ragione strategica: presentarsi come il ponte più affidabile tra Washington e l’Europa. Meloni voleva essere la leader europea capace di parlare con la Casa Bianca trumpiana senza rompere con Bruxelles, con la Nato, con l’Ucraina e con l’establishment atlantico. Era un equilibrio difficile, ma finché Trump la trattava come interlocutrice speciale poteva funzionare. Ora quel capitale politico viene colpito nel punto più sensibile: l’immagine di una premier forte all’estero, rispettata dai grandi, capace di ottenere ascolto dove altri europei vengono respinti.</p>



<p>Trump, però, non riconosce rendite di posizione. Anzi, spesso colpisce proprio chi ha più da perdere dal rapporto con lui. Umiliare Meloni serve a ricordare che il legame con gli Stati Uniti, nella sua visione, non è un’alleanza tra pari ma un rapporto gerarchico. Il messaggio implicito è brutale: se vuoi accesso alla Casa Bianca, devi accettare anche il prezzo dell’umiliazione pubblica. È la stessa tecnica usata più volte con partner, collaboratori e avversari: prima l’investitura, poi lo schiaffo, infine la richiesta di lealtà. Chi incassa resta nel gioco; chi reagisce viene accusato di non capire il nuovo ordine.</p>



<p>Non c’è bisogno di immaginare un odio personale verso Meloni. C’è qualcosa di più freddo: Trump sembra non tollerare che un alleato rivendichi autonomia quando gli Stati Uniti chiedono allineamento pieno. La premier italiana, pur essendo politicamente più vicina a lui di molti leader europei, non può trasformare l’Italia in un satellite americano. Deve fare i conti con l’Unione europea, con il Quirinale, con la Nato, con l’interesse nazionale, con le imprese esportatrici, con l’opinione pubblica italiana e con dossier esplosivi come Ucraina, Medio Oriente, dazi, energia e difesa. Quando Meloni non coincide perfettamente con la linea di Trump, agli occhi del presidente americano smette di essere “l’amica italiana” e diventa una qualunque leader europea da piegare.</p>



<p>L’attacco è tanto più pesante perché arriva dopo mesi in cui Palazzo Chigi aveva provato a evitare lo scontro frontale. Meloni aveva scelto la via della prudenza: non rompere con Trump, non consegnarsi completamente a lui, non farsi trascinare nelle fratture più estreme tra Washington e Bruxelles. Ma questa posizione intermedia, che in Europa poteva apparire come realismo, per Trump può sembrare ambiguità. Il presidente americano preferisce i rapporti binari: o si è con lui, o si è contro di lui. E quando qualcuno tenta di restare nel mezzo, lui spesso forza la scena con una provocazione pubblica.</p>



<p>Per Meloni il danno è doppio. Sul piano internazionale viene colpita la narrazione della premier autorevole, quella che sa sedersi al tavolo dei potenti senza complessi. Sul piano interno viene messa in difficoltà la linea atlantista della destra di governo: se l’alleato americano si comporta da bullo, diventa più difficile spiegare agli italiani che Washington resta il punto di riferimento naturale e indiscutibile. Non a caso la reazione della premier è stata immediata e patriottica: “io e l’Italia non imploriamo mai”. In quella frase c’è la necessità di separare la dignità nazionale dal rapporto personale con Trump.</p>



<p>Quanto può pesare per l’Italia questo conflitto? Molto, se lo scontro smette di essere una sceneggiata verbale e diventa linea politica. Gli Stati Uniti non sono un partner qualsiasi: pesano sulla sicurezza europea, sulla Nato, sull’Ucraina, sull’intelligence, sulla stabilità del Mediterraneo, sull’energia, sui mercati finanziari e sull’export italiano. Un raffreddamento vero con Washington potrebbe complicare i dossier militari, indebolire la capacità italiana di incidere nei negoziati occidentali e aumentare l’esposizione delle imprese a ritorsioni commerciali o nuove incertezze tariffarie. Per un Paese manifatturiero come l’Italia, che vende molto negli Stati Uniti e vive di credibilità internazionale, il costo di una crisi prolungata non sarebbe simbolico.</p>



<p>Ma c’è anche un limite al potere di Trump. L’Italia non è sola: è dentro l’Unione europea, dentro la Nato, dentro una rete di interessi economici e strategici che nessun presidente americano può cancellare con una battuta. Se Meloni saprà trasformare l’offesa personale in una posizione istituzionale ferma, il danno potrà persino essere contenuto. La solidarietà di Mattarella va letta proprio in questa chiave: non è solo sostegno alla presidente del Consiglio, ma difesa della dignità dello Stato italiano. Quando un leader straniero umilia il capo del governo, il problema non riguarda una leader o un partito, riguarda il rango del Paese.</p>



<p>Il punto vero, quindi, non è se Trump odi Meloni. Il punto è che Trump non rispetta l’idea tradizionale di alleanza. Per lui gli alleati sono utili finché si mostrano docili, riconoscenti, spendibili nella sua narrazione di forza. Meloni aveva provato a essere l’interprete europea del trumpismo senza diventarne prigioniera. Oggi scopre che quel rapporto non garantisce protezione, ma espone a un rischio particolare: essere usata come esempio pubblico per intimidire gli altri.</p>



<p>La premier italiana ha davanti una scelta delicata. Se minimizza troppo, apparirà debole. Se rompe troppo, rischia di compromettere dossier strategici per l’Italia. La via più utile è una fermezza senza isteria: difendere la dignità nazionale, evitare l’escalation personale, ricostruire canali istituzionali con Washington e, soprattutto, smettere di fondare la politica estera su rapporti individuali con leader imprevedibili. Perché questa vicenda dimostra una cosa: con Trump non basta essere politicamente affini. Bisogna essere pronti al fatto che, da un giorno all’altro, l’amico diventi il bersaglio.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.tviweb.it/trump-perche-sputtani-la-meloni-quanto-costa-allitalia-il-mancato-asservimento-agli-usa/">Trump perché “sputtani” la Meloni? Quanto costa all’Italia il mancato asservimento agli USA</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.tviweb.it">TViWeb</a>.</p>
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		<title>Shiva il bad boy che tutti vogliono</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 11 Jun 2026 13:21:28 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[CRONACA]]></category>
		<category><![CDATA[IL GRAFFIO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Shiva è il bad boy che tutti vogliono perché, nel rap italiano di oggi, riesce a stare esattamente nel punto in cui gli opposti si toccano: strada e pop, rabbia e melodia, culto dei fan e curiosità del grande pubblico,<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p>Shiva è il bad boy che tutti vogliono perché, nel rap italiano di oggi, riesce a stare esattamente nel punto in cui gli opposti si toccano: strada e pop, rabbia e melodia, culto dei fan e curiosità del grande pubblico, immaginario estremo e ritornelli che restano addosso. È un artista divisivo, certo, ma proprio per questo centrale. Il suo nome non passa mai inosservato: quando esce un disco, quando compare in una collaborazione, quando torna sui social o quando finisce al centro della cronaca, attorno a lui si accende sempre una discussione. E nella musica contemporanea, dove l’attenzione è la vera moneta, Shiva ha dimostrato di saperla attirare come pochi.</p>



<p>Andrea Arrigoni, in arte Shiva, è diventato uno dei volti più riconoscibili della trap italiana perché non ha mai cercato di sembrare rassicurante. La sua forza sta in un’estetica dura, a tratti cupa, costruita su codici di appartenenza, lealtà, riscatto, soldi, ferite e ambizione. La sua musica non chiede permesso: entra diretta, spesso aggressiva, con un linguaggio che parla alla generazione cresciuta tra periferie reali e periferie digitali, tra storie di strada, Instagram, successo ostentato e senso di vuoto. È estrema non solo nei suoni, ma nell’immaginario: Shiva porta in scena un mondo dove tutto sembra vivere al massimo volume, senza mezze misure.</p>



<p>Eppure il paradosso è proprio questo: più Shiva estremizza il suo personaggio, più allarga il suo pubblico. Perché dietro la scorza da cattivo ragazzo c’è una capacità molto pop di trasformare la tensione in canzoni. I beat sono pesanti, le barre spesso frontali, ma la scrittura sa aprirsi a melodie immediate e a frasi che diventano slogan. Shiva non resta chiuso in una nicchia: prende l’energia della trap, la disciplina del rap, l’attitudine street e le mette dentro una forma accessibile anche a chi non vive quel mondo dall’interno. Per questo riesce a farsi ascoltare dal fan hardcore e dal pubblico più largo, dal ragazzo che cerca autenticità e da chi vuole semplicemente una hit da mettere in macchina.</p>



<p>Negli ultimi anni il suo percorso ha confermato questa doppia natura. “Milano Angels”, pubblicato nel 2024, ha debuttato al primo posto in Italia e ha consolidato la sua posizione tra i nomi pesanti della scena. Poi è arrivato “Santana Money Gang” con Sfera Ebbasta, un joint album che ha unito due immaginari fortissimi della trap italiana, trasformando la collaborazione in una dichiarazione di potere artistico. Nel 2026 Shiva è tornato con “Vangelo”, un progetto costruito già dal titolo su un’idea quasi sacrale della propria storia: caduta, condanna, morte simbolica e resurrezione. È una narrazione potente, perfetta per un artista che vive costantemente tra musica, mito personale e cronaca.</p>



<p>La vicenda giudiziaria ha reso il personaggio ancora più controverso. Shiva è stato condannato in primo grado per tentato omicidio, porto abusivo d’arma e ricettazione in relazione alla sparatoria avvenuta nel 2023 a Settimo Milanese; nel marzo 2025 gli sono stati revocati gli arresti domiciliari, sostituiti dall’obbligo di firma. È un capitolo pesante, che non può essere ignorato né trasformato in folklore. Ma è anche il punto in cui si capisce perché il suo caso divida così tanto: per alcuni Shiva incarna il rischio di una musica che romanticizza la violenza; per altri è il simbolo di un artista che racconta un ambiente, una tensione sociale, un modo di stare al mondo che esiste anche quando la cultura ufficiale preferisce non guardarlo.</p>



<p>Il motivo per cui “mette d’accordo tutti”, allora, non è che piaccia davvero a tutti. È che tutti sono costretti a farci i conti. I fan lo difendono perché vedono in lui coerenza, fame e appartenenza. I colleghi lo cercano perché ha peso, numeri, credibilità e una voce riconoscibile. L’industria lo vuole perché muove ascolti, attenzione e immaginario. Anche chi lo critica finisce per confermarne la centralità, perché Shiva è uno di quegli artisti che non restano sullo sfondo: o li segui, o li contesti, ma difficilmente li ignori.</p>



<p>La sua musica estrema funziona perché intercetta un bisogno preciso: trasformare la rabbia in identità. In un’epoca in cui molti giovani si sentono osservati, giudicati, bloccati o esclusi, Shiva offre un linguaggio di rivalsa. Non promette consolazione, promette forza. Non addolcisce il disagio, lo veste di lusso, crew, barre e bassi profondi. È una formula rischiosa, ma potentissima: prende il buio e lo rende spettacolo, prende la pressione e la trasforma in status, prende la ferita e la fa diventare marchio.</p>



<p>Shiva è il bad boy che tutti vogliono perché rappresenta ciò che il mercato musicale desidera e teme allo stesso tempo: autenticità percepita, conflitto, riconoscibilità, capacità di generare racconto. La sua musica è estrema perché non cerca equilibrio, ma impatto. E proprio in quell’impatto sta la sua forza. Piaccia o no, Shiva è uno dei nomi che hanno definito il suono e l’immaginario della nuova trap italiana: un artista capace di dividere la piazza e riempirla nello stesso momento, di far discutere i giornali e cantare i ragazzi, di trasformare ogni uscita in un evento. Non è il bravo ragazzo della porta accanto. È il personaggio scomodo che la scena continua a chiamare, perché sa fare una cosa che oggi vale più di tutto: non passare mai inosservato.</p>



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		<title>Trissino, che impresa! Il tricolore parla ancora vicentino</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 11 Jun 2026 13:13:11 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[SPORT]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Trenta secondi alla sirena. Giuliani sul dischetto, il PalaUbroker che trattiene il fiato, tremila bassanesi aggrappati all&#8217;ultima speranza di riaprire la contesa. Zampoli respinge. E in quel guanto c&#8217;è tutto: lo scudetto, il secondo di fila, il sigillo su una<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p>Trenta secondi alla sirena. Giuliani sul dischetto, il PalaUbroker che trattiene il fiato, tremila bassanesi aggrappati all&#8217;ultima speranza di riaprire la contesa. Zampoli respinge. E in quel guanto c&#8217;è tutto: lo scudetto, il secondo di fila, il sigillo su una stagione che il Trissino consegna direttamente alla storia.</p>



<p>Gara-4 finisce 2-1 per i ragazzi di Joao Pinto, in casa d&#8217;altri, nel tempio giallorosso che sognava di riportare lo scudo sulle rive del Brenta. Non è andata così: perché questo Trissino è una squadra che ha imparato a vincere quando conta, e il tricolore resta saldamente nella valle dell&#8217;Agno.</p>



<p><strong>La partita</strong></p>



<p>Il copione lo scrive Gioele Piccoli, freddo come il ghiaccio quando nel primo tempo punisce la difesa bassanese e indirizza la contesa. Nella ripresa ci pensa Guilherme, sicario implacabile di questa serie, a firmare il raddoppio con una delle sue stoccate chirurgiche. Il Bassano, che ha cuore e orgoglio da vendere, accorcia con Montigel e si getta in avanti con la furia di chi non vuole arrendersi.</p>



<p>Ma lì, tra i pali, c&#8217;è un muro che si chiama Zampoli. Il portiere bluceleste abbassa la saracinesca, e quando a trenta secondi dalla sirena Giuliani si presenta sul dischetto del rigore con l&#8217;ultima speranza giallorossa tra le mani, è ancora lui a dire no. Una parata che vale uno scudetto. Una parata che vale una stagione.</p>



<p><strong>Il triplete</strong></p>



<p>Perché questo titolo non è un episodio: è il sigillo di un&#8217;annata irripetibile. Supercoppa italiana, Coppa Italia e ora lo scudetto. Il triplete. Roba che nella pista vicentina si racconterà per anni, nei bar e negli spogliatoi, ai figli e ai nipoti.</p>



<p>Pinto, il condottiero portoghese, ha parlato di mentalità, di un solco tracciato già nella vittoria di gara-2 al PalaUbroker. E ha avuto l&#8217;eleganza di rendere omaggio agli avversari: complimenti sinceri a un Bassano che ha venduto carissima la pelle, confermandosi piazza nobile di questo sport.</p>



<p>Onore dunque ai vinti, che sotto la grandine di un pomeriggio infuocato hanno lottato fino all&#8217;ultimo refolo. Ma la storia, stavolta, la scrivono loro: i bluceleste. Trissino campione d&#8217;Italia, ancora. E il Veneto dell&#8217;hockey, ancora una volta, si scopre capitale.</p>



<p>Arrigo Abalti</p>
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		<title>Vicenza, se si votasse domani Possamai leggermente avanti. Ma sicurezza e quartieri terrebbero aperta la partita</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 30 May 2026 07:41:49 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[IL GRAFFIO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Se a Vicenza si votasse domani per eleggere il sindaco, il centrosinistra partirebbe con un leggero vantaggio, ma la partita sarebbe tutt’altro che chiusa. Il sindaco Giacomo Possamai avrebbe dalla sua il peso dell’amministrazione in carica, la visibilità istituzionale e<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p>Se a Vicenza si votasse domani per eleggere il sindaco, il centrosinistra partirebbe con un leggero vantaggio, ma la partita sarebbe tutt’altro che chiusa. Il sindaco Giacomo Possamai avrebbe dalla sua il peso dell’amministrazione in carica, la visibilità istituzionale e una coalizione che, almeno sulla carta, continua a parlare a mondi diversi: centrosinistra, civismo, area moderata e riformista. Ma Vicenza resta una città politicamente contendibile, dove l’elettorato si muove spesso più sui temi concreti che sulle appartenenze di partito.</p>



<p>L’ultima sfida comunale ha dimostrato quanto il confine tra vittoria e sconfitta sia sottile. La città non ha espresso un orientamento granitico: ha scelto il cambiamento, ma con un margine ristretto. Questo significa che, in caso di voto immediato, nessuno potrebbe considerarsi davvero al sicuro. Possamai sarebbe favorito, sì, ma dentro uno scenario da ballottaggio, con il centrodestra pronto a giocare la partita soprattutto sul terreno dove oggi sente di avere più presa: la sicurezza.</p>



<p>È proprio la sicurezza il tema che potrebbe pesare di più in una campagna elettorale ipotetica. Il centrodestra lo cavalcherebbe con forza, perché intercetta un’esigenza reale, più volte palesata dai cittadini nei quartieri, nelle zone più sensibili della città e nelle conversazioni quotidiane su degrado, microcriminalità, spaccio, presenze moleste, illuminazione, controlli e percezione di abbandono. Non è solo una questione statistica o di numeri ufficiali: in politica conta molto anche come le persone vivono gli spazi urbani, quanto si sentono tranquille tornando a casa la sera, quanto percepiscono la presenza dello Stato e del Comune nelle strade.</p>



<p>Su questo punto il centrodestra avrebbe un messaggio semplice e potenzialmente efficace: più controlli, più presidio del territorio, più attenzione ai quartieri, più fermezza contro degrado e illegalità. È una linea che parla direttamente a una parte dell’elettorato moderato, agli anziani, ai commercianti, alle famiglie e a chi vive nelle aree dove il tema della sicurezza è sentito come prioritario. Se riuscisse a trasformare questa percezione in giudizio politico sull’amministrazione, il centrodestra potrebbe ridurre il vantaggio di Possamai e portare la sfida sul terreno più favorevole.</p>



<p>Per il sindaco, invece, la sfida sarebbe duplice. Da un lato dovrebbe difendere il lavoro svolto e rivendicare una visione della sicurezza non soltanto repressiva, ma legata anche a vivibilità, presidio sociale, cura degli spazi pubblici, illuminazione, manutenzione, politiche giovanili e collaborazione con le forze dell’ordine. Dall’altro dovrebbe evitare che l’opposizione riesca a imporre l’idea di una città fuori controllo. Perché anche quando questa rappresentazione è parziale o esasperata, può diventare politicamente molto forte se incontra paure e disagi già presenti nella popolazione.</p>



<p>La sicurezza, però, non sarebbe l’unico fronte. Viabilità, cantieri, sosta, grandi opere, centro storico, commercio, casa, servizi e manutenzioni continuerebbero a pesare nel giudizio degli elettori. Vicenza è una città che chiede ordine, efficienza e risposte rapide. Un’amministrazione viene valutata non solo per le grandi strategie, ma per la capacità di risolvere problemi quotidiani: una strada dissestata, una zona poco illuminata, un parco percepito come insicuro, un quartiere che si sente ascoltato poco, un cantiere che complica la vita per mesi.</p>



<p>In questo quadro Possamai conserverebbe un vantaggio politico non trascurabile. Il suo profilo civico, giovane e istituzionale gli consente di parlare anche oltre il perimetro tradizionale del centrosinistra. È il sindaco in carica, quindi può presentarsi come garante di continuità amministrativa e stabilità. Inoltre, la sua coalizione ha dimostrato di saper tenere insieme sensibilità diverse, elemento decisivo in una città dove il voto moderato può spostare l’esito finale.</p>



<p>Ma proprio questa coalizione larga potrebbe diventare anche un punto fragile. Più il dibattito si sposta su sicurezza, ordine pubblico, Tav, mobilità e grandi trasformazioni urbane, più diventa difficile tenere allineate tutte le componenti della maggioranza. Il centrodestra proverebbe a infilarsi lì: nelle contraddizioni, nei tempi lunghi, nelle differenze interne, nella distanza tra annunci e risultati percepiti.</p>



<p>Se il centrodestra arrivasse unito, con un candidato credibile e non puramente identitario, avrebbe reali possibilità di giocarsela. La città conserva un’anima moderata e conservatrice significativa. Ma per vincere non basterebbe agitare il tema della sicurezza: servirebbe una proposta complessiva di governo, capace di convincere non solo chi è già contrario a Possamai, ma anche chi oggi sospende il giudizio e vuole capire chi possa amministrare meglio Vicenza nei prossimi anni.</p>



<p>La previsione, dunque, è prudente ma chiara. Se si votasse domani, Possamai partirebbe davanti e sarebbe il candidato più probabile alla vittoria finale. Al primo turno potrebbe collocarsi in un’area attorno al 43-47 per cento, mentre un centrodestra unito potrebbe muoversi tra il 38 e il 43 per cento. Le liste civiche autonome e l’area centrista non schierata potrebbero essere determinanti, soprattutto in vista del ballottaggio.</p>



<p>Al secondo turno, il sindaco uscente sarebbe leggermente favorito, ma con un margine ridotto. La sicurezza sarebbe il tema in grado di accorciare le distanze più di ogni altro, perché tocca una sensibilità diffusa e perché il centrodestra ha già dimostrato di saperlo trasformare in battaglia politica. Possamai vincerebbe solo se riuscisse a convincere i cittadini che la città è governata, presidiata e ascoltata. Il centrodestra potrebbe vincere solo se riuscisse a dimostrare che su sicurezza, quartieri e vivibilità serve una svolta.</p>



<p>In sintesi, oggi Vicenza non avrebbe un vincitore scontato, ma un favorito sì: Possamai. La sua posizione è più forte, ma non inattaccabile. La partita vera si giocherebbe nei quartieri, tra chi chiede più sicurezza, più ordine e più presenza, e tra chi teme che la città venga raccontata peggio di com’è. In mezzo, come spesso accade a Vicenza, ci sarebbe l’elettorato moderato: pragmatico, esigente, poco ideologico. E probabilmente decisivo.</p>
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		<title>Sinner, l’Italia che vince e il calcio che affonda: basta celebrare il nanismo pedatorio, siamo ridicoli</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 17 May 2026 17:52:34 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[IL GRAFFIO]]></category>
		<category><![CDATA[SPORT]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>C’è un’Italia sportiva che oggi cammina a petto in fuori. Jannik Sinner ha vinto il Masters 1000 di Roma e ha riportato un italiano sul trono del Foro Italico cinquant’anni dopo Adriano Panatta. Non è solo una vittoria: è la<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p>C’è un’Italia sportiva che oggi cammina a petto in fuori. Jannik Sinner ha vinto il Masters 1000 di Roma e ha riportato un italiano sul trono del Foro Italico cinquant’anni dopo Adriano Panatta. Non è solo una vittoria: è la conferma di una superiorità tecnica, mentale, organizzativa. Sinner è il numero uno del mondo e lo è perché dietro il talento c’è metodo, lavoro, programmazione, competenza.</p>



<p>E non c’è solo il tennis. L’Italia dello sport oggi è forte, credibile, rispettata. Nei motori abbiamo protagonisti di vertice, in MotoGP e in Formula 1, tra piloti, squadre, tecnologia e cultura della competizione. Abbiamo nazionali di pallavolo tra le più forti del pianeta, atleti capaci di lasciare il segno nell’atletica, nel nuoto, nella scherma, nel ciclismo, negli sport invernali. Abbiamo una generazione che vince, che compete, che non chiede permesso. Un’Italia sportiva moderna, preparata, internazionale.</p>



<p>Poi c’è il calcio.</p>



<p>Il calcio italiano è diventato una periferia dell’impero. Non il centro del mondo, non un modello, non una scuola. Una periferia. E la cosa peggiore è che continua a raccontarsi favole, a gonfiare piccole vittorie domestiche, a celebrare trionfi di cortile come se fossero segnali di rinascita.</p>



<p>Ma il dato è spietato: siamo fuori dal Mondiale. Un fallimento enorme, sportivo, culturale, politico. Altro che festa. C’è poco da festeggiare il nanismo delle vittorie casalinghe, delle coppe di condominio, delle classifiche interne usate come anestetico.</p>



<p>Il calcio italiano non produce abbastanza talento, non protegge i giovani, non innova, non programma. Si è avvitato in logiche di gestione del potere più che di crescita del movimento. Conta chi occupa una poltrona, non chi sa costruire. Conta l’equilibrio tra correnti, non la competenza. Conta la conservazione, non il futuro.</p>



<p>E intanto ci facciamo irridere da tutti.</p>



<p>Gli altri corrono. Noi discutiamo. Gli altri investono su vivai, strutture, seconde squadre, formazione degli allenatori, calcio femminile, tecnologia, arbitraggio, trasparenza. Noi ci perdiamo nei palazzi, nelle liturgie federali, nelle guerre tra club, nei sospetti, nei silenzi. Anche sul fronte arbitrale, dove servirebbero chiarezza assoluta, indipendenza e credibilità totale, il sistema appare spesso chiuso, autoreferenziale, protetto da una narrazione mediatica troppo timida, troppo comoda, troppo allineata.</p>



<p>Il risultato è sotto gli occhi di tutti: stadi vecchi, prodotto impoverito, giovani italiani ai margini, Nazionale fuori dalla storia, tifosi disillusi. E mentre Sinner insegna che il talento ha bisogno di disciplina, visione e standard altissimi, il calcio continua a rifugiarsi nel provincialismo, nell’alibi, nella propaganda.</p>



<p>Serve una rivoluzione. Non cosmetica. Non il solito cambio di nomi per non cambiare niente. Serve gente seria e competente. Serve una federazione che abbia il coraggio di misurare i risultati, premiare chi forma, punire chi vivacchia, aprire finestre, togliere rendite, abbattere feudi.</p>



<p>Serve un progetto nazionale vero: giovani, scuole calcio, impianti, allenatori, arbitri, dirigenti, sostenibilità economica, trasparenza.</p>



<p>Perché l’Italia sportiva dimostra ogni giorno che vincere si può. Non siamo condannati alla mediocrità. Lo dimostrano Sinner, la pallavolo, i motori, gli atleti che nel mondo portano serietà e orgoglio. Il problema non è il Paese. Il problema è il calcio italiano, così com’è governato.</p>



<p>E allora sì: se questo calcio non cambia, chissenefrega di questo calcio. Seguiremo altri sport. Quelli dove l’Italia lavora, cresce, vince. Quelli dove il merito conta ancora più della poltrona.</p>
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		<title>Hantavirus, è a Padova il turista monitorato per possibile contatto con il virus</title>
		<link>https://www.tviweb.it/hantavirus-e-a-padova-il-turista-monitorato-per-possibile-contatto-con-il-virus/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 10 May 2026 09:15:15 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
		<category><![CDATA[CRONACA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>In una camera d’albergo di Padova è stato posto in quarantena precauzionale il turista sudafricano che avrebbe viaggiato sullo stesso volo della donna poi deceduta. L’uomo, un professionista di 50 anni originario di Johannesburg, si trova attualmente sotto osservazione da<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p>In una camera d’albergo di Padova è stato posto in quarantena precauzionale il turista sudafricano che avrebbe viaggiato sullo stesso volo della donna poi deceduta. L’uomo, un professionista di 50 anni originario di Johannesburg, si trova attualmente sotto osservazione da parte del servizio di prevenzione dell’Usl Euganea, che ne sta monitorando costantemente le condizioni di salute.</p>



<p>Secondo quanto ricostruito, il turista era atterrato a Venezia con un altro volo e, pur non essendo considerato un contatto stretto, rientra tra le persone che le autorità sanitarie ritengono opportuno seguire con particolare attenzione. La misura della quarantena è stata adottata in via prudenziale, nell’ambito delle procedure di sorveglianza previste in casi potenzialmente sensibili dal punto di vista sanitario.</p>



<p>L’uomo, al momento, non presenta alcun sintomo riconducibile all’infezione e le sue condizioni generali vengono definite buone. A rassicurare sulla situazione è stato anche il governatore del Veneto, Alberto Stefani: «È collaborativo, non presenta alcun sintomo e gode di buona salute. Il contatto con la signora deceduta non è stato né ravvicinato né prolungato, quindi è considerato un soggetto a basso rischio».</p>



<p>Nonostante il profilo di rischio venga giudicato contenuto, nelle prossime ore il turista sarà comunque sottoposto, per precauzione, al test per la ricerca dell’Hantavirus. L’esame servirà a escludere ogni possibile contagio e a fornire ulteriori elementi di valutazione agli operatori sanitari che stanno seguendo il caso.</p>



<p>La situazione resta dunque sotto controllo, ma viene gestita con la massima prudenza dalle autorità sanitarie locali. L’Usl Euganea continuerà a seguire l’uomo durante il periodo di isolamento, verificando l’eventuale comparsa di sintomi e mantenendo attive tutte le misure di prevenzione previste.</p>
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		<title>Hantavirus e No Vax: il virus è meno pericoloso della stupidità</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 09 May 2026 15:02:49 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[IL GRAFFIO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Umberto Baldo Cosa avrebbe dovuto fare l’Organizzazione Mondiale della Sanità davanti a persone morte su una nave da crociera a causa di un virus collegato ai roditori?Fingere che non sia successo?Pubblicare ricette di tiramisù per non turbare la sensibilità dei<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p></p>



<p>Umberto Baldo</p>



<p>Cosa avrebbe dovuto fare l’Organizzazione Mondiale della Sanità davanti a persone morte su una nave da crociera a causa di un virus collegato ai roditori?<br>Fingere che non sia successo?<br>Pubblicare ricette di tiramisù per non turbare la sensibilità dei professionisti della paranoia sanitaria?<br>Ed il Ministero della Salute italiano cosa avrebbe dovuto fare dopo il transito nel nostro Paese, fra cui uno per il nostro Veneto, di passeggeri potenzialmente esposti all’hantavirus?<br>Tacere?<br>Nascondere tutto?<br>Aspettare magari il placet di Heather Parisi prima di attivare i protocolli sanitari?<br>Siamo ormai arrivati a questo punto grottesco: le Autorità Sanitarie non possono nemmeno comunicare prudentemente un fatto senza scatenare l’isteria preventiva dei No Vax, diventati una specie di setta apocalittica dove ogni raffreddore è un complotto globale, ed ogni epidemiologo un emissario di Big Pharma.<br>Manca solo che accusino i topi di essere finanziati da Bill Gates. Ma diamogli tempo.<br>Eppure, sia l’OMS sia il Ministero italiano si sono mossi esattamente per evitare il panico.<br>Nessun allarme globale.<br>Nessuna emergenza stile Covid.<br>Nessuna previsione catastrofica.<br>Solo l’attivazione dei normali controlli previsti dalla legge in presenza di possibili esposizioni a patogeni infettivi.<br>Cioè il minimo sindacale che uno Stato civile deve fare per proteggere la salute pubblica. Roba quasi offensiva nella sua banalità amministrativa.<br>Hanno anche precisato che l’hantavirus si trasmette normalmente tramite roditori infetti, e che il contagio interumano è raro.<br>Hanno spiegato che il rischio globale è basso, così rassicurando la popolazione.<br>Ma niente.<br>Sui social si è subito aperto il solito circo Barnum della disinformazione compulsiva.<br>Un’umanità che durante il Covid ha imparato una sola cosa: diffidare di chi studia e credere ciecamente a chi urla più forte su TikTok.<br>Così ecco Heather Parisi pontificare su lockdown inesistenti e vaccini che non esistono nemmeno. Un capolavoro.<br>È come protestare contro l’obbligo di patente per guidare un unicorno.<br>Il professor Bassetti le ha risposto ricordando un dettaglio trascurabile: per l’hantavirus non esiste un vaccino, ed il tasso di mortalità può essere altissimo (il 50% di chi si contagia con hantavirus muore).<br>Dettagli, appunto. La realtà scientifica sui social è considerata una fastidiosa superstizione.<br>Nel frattempo è riesplosa la pornografia complottista delle “profezie”.<br>Vecchi tweet rilanciati come fossero i rotoli del Mar Morto.<br>Spam account trasformati in profezie di Nostradamus digitali da milioni di utenti disposti a credere a tutto, purché sia abbastanza assurdo da sembrare segreto.<br>E poi i video di X-Files, le clip tagliate, TikTok trasformato in una fogna epistemologica dove fiction, paura e ignoranza si fondono in una poltiglia tossica.<br>Basta una scena televisiva del 2000 ed improvvisamente qualcuno forse si è convinto che Mulder e Scully lavorassero per l’OMS.<br>Del resto viviamo nell’epoca in cui uno con tre follower ed un cappellino di stagnola si sente più attendibile di un virologo che studia da trent’anni.<br>La verità è molto meno cinematografica e molto più semplice: le Autorità sanitarie fanno il loro lavoro.<br>Monitorano, verificano, informano, cercano di prevenire.<br>Che poi sarebbe esattamente ciò che i cittadini dovrebbero pretendere da uno Stato serio.<br>Ma dopo anni di avvelenamento social, una parte dell’opinione pubblica reagisce alle parole “sorveglianza sanitaria” come Dracula davanti all’aglio.<br>Il problema vero, ormai, non è soltanto il virus.<br>È l’analfabetismo scientifico trasformato in identità politica.<br>È la convinzione arrogante che “una mia opinione” valga quanto anni di ricerca.<br>È la ribellione permanente di persone che si sentono oppresse persino da un comunicato prudente del Ministero della Salute.<br>E qui bisogna essere chiari: criticare le istituzioni è legittimo. Sempre.<br>Trasformare ogni misura sanitaria in una teoria del complotto è invece una forma moderna di fanatismo.<br>Non diverso, nella struttura mentale, da quello religioso. Solo con più emoji e meno latino.<br>La cosa tragicomica è che gli stessi che accusano l’OMS di “terrorismo psicologico” sarebbero i primi a gridare allo scandalo se le Autorità non dicessero nulla ed il problema si aggravasse.<br>Vogliono contemporaneamente controlli perfetti e nessun controllo.<br>Sicurezza totale e totale anarchia.<br>Una posizione filosofica sofisticata quanto pretendere di attraversare l’autostrada bendati accusando il guardrail di limitare la libertà personale.<br>L’hantavirus probabilmente non diventerà il nuovo Covid.<br>Lo dicono gli esperti veri, non gli sciamani da social network.<br>Ma questa vicenda conferma una realtà inquietante: dopo la pandemia non siamo diventati più saggi.<br>Siamo diventati più sospettosi, più isterici e soprattutto più convinti che l’ignoranza personale equivalga a spirito critico.<br>E questa, purtroppo, è una malattia per la quale non esiste ancora alcun vaccino.<br>Umberto Baldo</p>



<p>PS: per quanto ci riguarda, poiché crediamo che i media debbano informare con la massima onestà e trasparenza, state tranquilli che Tviweb, nonostante proteste ed anatemi, continuerà a tenere fede al proprio compito.</p>
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		<title>Veneto allarme Hantavirus: quattro passeggeri del volo KLM transitati da Roma: coinvolta la nostra regione!</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 09 May 2026 11:08:59 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
		<category><![CDATA[SALUTE e SANITÀ]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Hantavirus, quattro passeggeri del volo KLM transitati da Roma: coinvolto anche il Veneto Quattro persone che si trovavano a bordo del volo KLM sul quale viaggiava una donna poi deceduta a causa dell’hantavirus sono transitate da Roma. A renderlo noto<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p>Hantavirus, quattro passeggeri del volo KLM transitati da Roma: coinvolto anche il Veneto</p>



<p>Quattro persone che si trovavano a bordo del volo KLM sul quale viaggiava una donna poi deceduta a causa dell’hantavirus sono transitate da Roma. A renderlo noto è stato il Ministero della Salute italiano, che ha comunicato l’attivazione delle verifiche previste in casi di possibile esposizione a patogeni infettivi.</p>



<p>Secondo quanto emerso, le autorità sanitarie italiane sono state informate della presenza sul volo di alcuni passeggeri che, dopo l’arrivo in Europa, avrebbero proseguito il proprio viaggio passando anche per il territorio italiano. Tra le regioni interessate dalle attività di monitoraggio figura anche il Veneto.</p>



<p>Il Ministero ha precisato che la situazione è seguita con attenzione dalle strutture competenti, in raccordo con le autorità sanitarie regionali. L’obiettivo è ricostruire gli spostamenti delle persone coinvolte e valutare eventuali misure di sorveglianza sanitaria, come previsto dai protocolli.</p>



<p>L’hantavirus è un’infezione virale generalmente trasmessa all’uomo attraverso il contatto con escrementi, urine o saliva di roditori infetti. La trasmissione da persona a persona è considerata rara e dipende dal tipo di virus coinvolto. Per questo motivo, al momento, l’attenzione delle autorità è concentrata soprattutto sull’identificazione dei contatti e sulla valutazione del rischio effettivo.</p>



<p>Non risultano, al momento, indicazioni di allarme per la popolazione. Le autorità sanitarie invitano comunque a mantenere alta l’attenzione e a seguire eventuali comunicazioni ufficiali che dovessero essere diffuse nelle prossime ore.</p>



<p>Il caso resta sotto osservazione, mentre proseguono gli accertamenti sui passeggeri transitati in Italia e sui possibili collegamenti con il territorio veneto.</p>
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		<title>Lonigo al voto: tutti contro tutti, ben 5 i candidati sindaci</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 30 Apr 2026 07:48:13 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[BASSO VICENTINO - AREA BERICA]]></category>
		<category><![CDATA[POLITICA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Lonigo si prepara a vivere una nuova stagione elettorale. Domenica 24 e lunedì 25 maggio 2026 i cittadini saranno chiamati alle urne per scegliere il sindaco e rinnovare il Consiglio comunale. L’appuntamento amministrativo arriva al termine del mandato dell’attuale amministrazione<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Lonigo si prepara a vivere una nuova stagione elettorale. Domenica 24 e lunedì 25 maggio 2026 i cittadini saranno chiamati alle urne per scegliere il sindaco e rinnovare il Consiglio comunale. L’appuntamento amministrativo arriva al termine del mandato dell’attuale amministrazione e si annuncia particolarmente partecipato, con cinque candidati in campo per la guida del Comune.</p>



<p>Il sindaco uscente Pier Luigi Giacomello si presenta agli elettori per chiedere la conferma. La sua candidatura punta sulla continuità dell’azione amministrativa svolta negli ultimi cinque anni e sul completamento del percorso avviato durante il mandato. Attorno alla sua proposta si raccolgono anche forze del centrodestra come Lega, Fratelli d’Italia e Noi Moderati.</p>



<p>Tra gli sfidanti c’è Luca Restello, avvocato ed ex sindaco di Lonigo, figura già conosciuta nel panorama politico locale. La sua candidatura riporta nella competizione un’esperienza amministrativa precedente e si propone come alternativa all’attuale guida del Comune.</p>



<p>In corsa anche Valerio De Toni, sostenuto da un progetto civico che guarda all’area del centrosinistra e raccoglie sensibilità diverse, comprese componenti vicine al Partito Democratico. La sua proposta punta a rappresentare un campo progressista riorganizzato attorno a un profilo civico.</p>



<p>Il quadro dei candidati è completato da Riccardo Contro, alla guida di una lista civica, e da Silvano Marchetto, già sindaco in passato e riferimento cittadino di Forza Italia. La presenza di più candidati provenienti da esperienze politiche e amministrative differenti rende la competizione aperta e frammentata.</p>



<p>La campagna elettorale entrerà ora nel vivo. Al centro del confronto sono attesi i temi più sentiti dalla comunità: opere pubbliche, servizi ai cittadini, sicurezza, sviluppo economico, attenzione al centro storico e alle frazioni, oltre alla qualità della vita e alla gestione del territorio.</p>



<p>Lonigo, con una popolazione superiore ai 15 mila abitanti, voterà con il sistema che prevede la possibilità del ballottaggio nel caso in cui nessun candidato raggiunga la maggioranza assoluta al primo turno. Con cinque aspiranti sindaci, l’esito appare tutt’altro che scontato.</p>



<p>Le urne del 24 e 25 maggio rappresenteranno quindi un passaggio decisivo per il futuro della città. Gli elettori saranno chiamati a scegliere non solo il prossimo sindaco, ma anche l’indirizzo politico e amministrativo che accompagnerà Lonigo nei prossimi anni.</p>
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		<item>
		<title>Un bassanese a capo degli arbitri e l’Inter coinvolta ma non indagata (per ora)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 27 Apr 2026 17:59:05 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[IL GRAFFIO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Dino Tommasi, 50 anni, di Bassano del Grappa, prende il posto di Gianluca Rocchi come designatore arbitrale ad interim per Serie A e Serie B fino al termine dell’attuale campionato. Una nomina arrivata nel pieno di una bufera che scuote<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Dino Tommasi, 50 anni, di Bassano del Grappa, prende il posto di Gianluca Rocchi come designatore arbitrale ad interim per Serie A e Serie B fino al termine dell’attuale campionato. Una nomina arrivata nel pieno di una bufera che scuote il sistema arbitrale italiano e che impone, al di là degli sviluppi giudiziari, una riflessione profonda sulla credibilità dell’intero movimento.</p>



<p>Tommasi eredita una poltrona diventata improvvisamente incandescente. Dovrà gestire il finale di stagione in un clima avvelenato, con le designazioni sotto osservazione e ogni scelta destinata a essere letta attraverso la lente del sospetto. Il suo incarico, formalmente temporaneo, ha in realtà un peso enorme: garantire regolarità, trasparenza e autorevolezza proprio nel momento in cui il mondo arbitrale appare più fragile.</p>



<p>Il punto più delicato riguarda però l’altro fronte della vicenda. La Procura di Milano avrebbe smentito il coinvolgimento dell’Inter tra gli indagati. Vale a dire che Rocchi avrebbe assegnato arbitraggi graditi all’Inter senza il coinvolgimento dell’Inter stessa. Siamo davanti a un paradosso difficile perfino da raccontare: un presunto favore senza un presunto beneficiario attivo, una condotta sospetta che, almeno nella ricostruzione finora emersa, non avrebbe dall’altra parte un interlocutore societario coinvolto.</p>



<p>È qui che il caso assume contorni quasi surreali. Se davvero qualcuno avesse orientato scelte arbitrali verso arbitri graditi a una squadra senza alcun input, richiesta o contatto da parte della squadra stessa, bisognerebbe spiegare quale sarebbe stato il movente, quale il vantaggio perseguito e a beneficio di chi. Il rischio è di trovarsi davanti a un cortocircuito logico prima ancora che sportivo: una presunta anomalia costruita attorno a un soggetto che però non risulta coinvolto.</p>



<p>Naturalmente vale per tutti il principio della presunzione di innocenza, a partire da Rocchi e dagli altri soggetti citati nella vicenda. Ma sul piano sportivo il danno d’immagine è già pesantissimo. Il calcio italiano, che da anni promette trasparenza, uniformità arbitrale e modernizzazione attraverso il VAR, si ritrova ancora una volta a fare i conti con sospetti, retroscena e comunicazioni istituzionali che non bastano a rassicurare tifosi e addetti ai lavori.</p>



<p>La nomina di Tommasi serve a mettere una toppa immediata, non a chiudere il problema. Il finale di campionato dovrà essere gestito con attenzione quasi chirurgica, perché ogni designazione sarà vivisezionata, ogni errore sarà ingigantito, ogni episodio discusso come possibile conferma di una tesi. In questo contesto, l’AIA non può limitarsi alla sostituzione dell’uomo al vertice: deve pretendere e offrire chiarezza, perché il vero tema non è solo chi designa gli arbitri nelle ultime giornate, ma se il sistema sia ancora percepito come credibile.</p>



<p>Il paradosso dell’Inter non indagata, a fronte di ipotesi che parlano di arbitraggi graditi al club, resta il nodo più difficile da spiegare all’opinione pubblica. Se non c’è coinvolgimento della società, allora la narrazione del favore rischia di apparire monca, contraddittoria, persino ridicola. Se invece emergeranno altri elementi, saranno gli organi competenti a definirne il peso. Per ora resta una vicenda che somiglia all’ennesimo terremoto del calcio italiano: molte ombre, poche certezze e una domanda inevitabile sullo sfondo. Chi controlla davvero i controllori?</p>
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		<title>Scandalo arbitri, cosa rischia l’Inter?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 26 Apr 2026 06:54:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[IL GRAFFIO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La vicenda Inter-Rocchi, se confermata nei suoi aspetti più gravi, avrebbe un peso potenzialmente enorme sul piano sportivo. La premessa resta decisiva: finché non c’è un accertamento davanti agli organi competenti, si parla di ipotesi e non di responsabilità provate.<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p></p>



<p>La vicenda Inter-Rocchi, se confermata nei suoi aspetti più gravi, avrebbe un peso potenzialmente enorme sul piano sportivo. La premessa resta decisiva: finché non c’è un accertamento davanti agli organi competenti, si parla di ipotesi e non di responsabilità provate. Ma se venisse dimostrato che l’Inter, attraverso propri dirigenti, tesserati o soggetti riconducibili al club, ha concordato con il designatore Gianluca Rocchi gli arbitri da assegnare alle proprie partite, il caso entrerebbe nel terreno dell’illecito sportivo.</p>



<p>Il punto non sarebbe la semplice preferenza per un arbitro rispetto a un altro. Nel calcio, come in ogni ambiente competitivo, possono esistere valutazioni, timori o gradimenti. La questione cambierebbe radicalmente se quel gradimento si fosse trasformato in un’intesa, in una pressione o in un accordo finalizzato a orientare le designazioni arbitrali. In quel caso, per la giustizia sportiva, il tema diventerebbe l’eventuale alterazione del regolare svolgimento delle gare o il tentativo di assicurarsi un vantaggio in classifica.</p>



<p>Le conseguenze per l’Inter dipenderebbero dalla gravità dei fatti accertati, dal numero delle partite coinvolte, dal ruolo dei soggetti eventualmente responsabili e dall’effetto prodotto sulla classifica. Se fosse provata una responsabilità diretta del club, lo scenario sanzionatorio potrebbe essere molto pesante: penalizzazione in classifica, revoca o non assegnazione di un titolo, retrocessione all’ultimo posto, esclusione dal campionato o da determinate competizioni. Nei casi più gravi, dunque, non si tratterebbe di una semplice ammenda, ma di misure capaci di incidere sulla stagione, sul palmarès e sulla partecipazione alle coppe.</p>



<p>La penalizzazione sarebbe una delle ipotesi più realistiche nel caso in cui la responsabilità fosse ritenuta grave ma non tale da imporre automaticamente la retrocessione o l’esclusione. Potrebbe essere applicata nella stagione in corso oppure in quella successiva, soprattutto se la classifica fosse ormai definita o se la sanzione dovesse risultare davvero afflittiva. Più alto sarebbe il numero di gare condizionate, maggiore sarebbe il rischio di una pena severa.</p>



<p>La revoca dello scudetto o la non assegnazione del titolo entrerebbero in gioco se l’eventuale illecito fosse collegato in modo significativo alla conquista del campionato. Anche qui, però, servirebbe un accertamento preciso: non basterebbe dimostrare un’anomalia nel sistema arbitrale, ma bisognerebbe provare che il club abbia avuto un ruolo e che quelle condotte siano state dirette a ottenere un vantaggio sportivo concreto.</p>



<p>La retrocessione rappresenterebbe lo scenario più duro, insieme all’esclusione dal campionato. Sarebbe ipotizzabile davanti a un quadro probatorio particolarmente grave: accordi sistematici, coinvolgimento di figure apicali del club, pluralità di partite interessate e vantaggio effettivo in classifica. In una situazione del genere, la giustizia sportiva potrebbe ritenere insufficiente una semplice penalizzazione e optare per una misura più drastica.</p>



<p>Anche i singoli dirigenti o tesserati eventualmente coinvolti rischierebbero sanzioni pesanti, a partire da lunghe inibizioni o squalifiche. Per chi avesse partecipato a un illecito sportivo, il rischio sarebbe quello di restare fuori dal calcio per anni. Anche l’omessa denuncia avrebbe un peso: chi fosse venuto a conoscenza di condotte illecite senza segnalarle potrebbe a sua volta essere sanzionato.</p>



<p>Resta però fondamentale distinguere tra inchiesta penale e giustizia sportiva. Un’indagine della magistratura ordinaria non equivale automaticamente a una condanna sportiva. Gli atti possono essere trasmessi alla Procura federale e diventare la base di un procedimento disciplinare, ma l’eventuale responsabilità dell’Inter dovrebbe essere accertata nel sistema della giustizia sportiva. Allo stesso modo, un’eventuale responsabilità di singoli soggetti del mondo arbitrale non comporterebbe da sola una sanzione per il club, se non fosse provato un coinvolgimento diretto o un vantaggio ottenuto attraverso condotte riconducibili all’Inter.</p>



<p>In sintesi, se fosse accertato che l’Inter ha concordato con Rocchi gli arbitri da designare per le proprie partite, il club rischierebbe sanzioni molto serie: dalla penalizzazione alla revoca di titoli, fino alla retrocessione o all’esclusione nei casi più gravi. </p>
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		<title>Rocchi indagato, l’Inter nel mirino: è la nuova calciopoli?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 25 Apr 2026 15:59:36 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
		<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[SPORT]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Gianluca Rocchi indagato, il Var sotto accusa, l’ombra dei favoritismi verso l’Inter e una domanda che torna a bruciare nel calcio italiano: siamo davanti a una nuova Calciopoli? Il solo fatto che questa domanda sia diventata credibile racconta già la<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p>Gianluca Rocchi indagato, il Var sotto accusa, l’ombra dei favoritismi verso l’Inter e una domanda che torna a bruciare nel calcio italiano: siamo davanti a una nuova Calciopoli? Il solo fatto che questa domanda sia diventata credibile racconta già la gravità del momento. Perché quando un designatore arbitrale finisce nel mirino per presunte pressioni e possibili condizionamenti delle decisioni, non si parla più soltanto di un rigore discusso, di un fuorigioco millimetrico o di un errore umano. Si entra in un territorio molto più pericoloso: quello della fiducia tradita.</p>



<p>Il calcio italiano conosce bene questo tipo di rumore. Lo ha già sentito nel 2006, quando Calciopoli spazzò via la presunta normalità del sistema e mostrò quanto potere potesse nascondersi dietro una designazione, una telefonata, una pressione indiretta, una scelta arbitrale apparentemente tecnica. Oggi nessuno può dire che la storia si stia ripetendo identica, ma sarebbe ingenuo fingere che non ci siano somiglianze inquietanti. Anche allora, all’inizio, sembravano solo sospetti. Anche allora, molti parlavano di polemiche da bar, di vittimismo dei tifosi, di teorie costruite sulle moviole. Poi il quadro cambiò.</p>



<p>Il punto non è stabilire oggi una sentenza definitiva. Il punto è che il sistema arbitrale italiano si trova di nuovo davanti a un’accusa devastante: quella di non essere stato soltanto imperfetto, ma potenzialmente orientato. Se davvero alcune decisioni fossero state condizionate, se davvero il Var fosse stato usato non come strumento di giustizia ma come leva per indirizzare partite e risultati, allora saremmo oltre l’errore tecnico. Saremmo dentro uno scandalo di sistema. E a quel punto il paragone con Calciopoli non sarebbe più una provocazione giornalistica, ma una chiave di lettura inevitabile.</p>



<p>Il nome dell’Inter rende tutto ancora più esplosivo. Da mesi, una parte del tifo avversario denuncia presunti episodi favorevoli ai nerazzurri, decisioni contestate, interventi Var considerati discutibili, una sensazione diffusa di squilibrio. Fino a ieri potevano sembrare accuse di parte, figlie della rivalità e del clima tossico che accompagna ogni campionato. Ma quando un’inchiesta tocca il vertice della gestione arbitrale, quelle lamentele cambiano peso. Non diventano automaticamente prove, ma smettono di essere liquidabili come semplice folklore da social.</p>



<p>È qui che nasce l’effetto “nuova Calciopoli”. Non perché ci siano già verdetti, retrocessioni o condanne sportive. Ma perché il cuore del sospetto è lo stesso: chi controlla i controllori? Chi garantisce che le decisioni siano libere, autonome, trasparenti? Chi può assicurare ai tifosi che il Var non sia diventato una stanza opaca, dove una partita può cambiare direzione non per ciò che accade in campo, ma per ciò che viene deciso davanti a un monitor?</p>



<p>Rocchi, in questa vicenda, non è una figura qualunque. È il capo dei designatori, l’uomo che rappresenta la linea tecnica degli arbitri, la gestione delle valutazioni, il rapporto tra campo e sala Var. Per questo la sua posizione è così pesante. Se il sospetto riguarda un arbitro isolato, il danno è grave ma circoscritto. Se riguarda chi coordina, valuta e indirizza l’intero movimento arbitrale, il danno diventa istituzionale. Non è più solo una partita sotto osservazione: è l’intero campionato a finire sul banco degli imputati.</p>



<p>Il calcio italiano non può permettersi di rispondere con il solito copione: silenzi, comunicati freddi, difesa corporativa, attesa che la bufera passi. Sarebbe l’errore peggiore. Perché quando il sospetto riguarda la regolarità della competizione, ogni giorno di ambiguità diventa veleno. Ogni audio non chiarito, ogni designazione contestata, ogni immagine Var non spiegata alimenta l’idea che il sistema abbia qualcosa da nascondere. E nel calcio, la percezione spesso pesa quasi quanto la verità giudiziaria.</p>



<p>La nuova Calciopoli, se davvero sta nascendo, potrebbe essere diversa da quella del 2006. Meno fatta di telefonate tradizionali e più di pressioni tecniche, interpretazioni pilotate, interventi selettivi, valutazioni Var usate in modo diseguale. Non necessariamente un sistema identico al passato, ma forse un sistema più moderno, più difficile da leggere, più raffinato. Ed è proprio questo a renderlo potenzialmente ancora più insidioso: oggi non serve sempre cambiare una designazione per influenzare una partita. Può bastare decidere quando intervenire e quando no.</p>



<p>La domanda più scomoda è questa: quanti risultati sono stati realmente determinati dal campo e quanti, invece, sono stati alterati da decisioni opache? È una domanda durissima, ma ormai inevitabile. Perché se il tifoso comincia a pensare che il campionato non sia più una competizione leale, il danno è già fatto. Non serve nemmeno attendere una sentenza per capire che il rapporto di fiducia tra pubblico, arbitri e istituzioni è stato colpito al cuore.</p>



<p>Naturalmente, la presunzione di innocenza resta un principio fondamentale. Rocchi e chiunque altro venga coinvolto hanno il diritto di difendersi, e nessuna accusa può essere trasformata in condanna prima del tempo. Ma la prudenza giudiziaria non può diventare cecità sportiva. Il calcio ha il dovere di pretendere chiarezza immediata, perché non si tratta di una vicenda privata: si tratta della credibilità del campionato, dei club, dei tifosi e degli stessi arbitri.</p>



<p>Se emergerà che tutto è stato un equivoco, il sistema dovrà comunque spiegare perché sia stato possibile arrivare a un livello simile di sfiducia. Se invece verranno confermati favoritismi, pressioni o condizionamenti, allora il calcio italiano dovrà avere il coraggio di chiamare le cose con il loro nome. Non “polemiche arbitrali”, non “sviste Var”, non “episodi controversi”. Ma scandalo. Sistema. Nuova Calciopoli.</p>



<p>E forse è proprio questo il punto: la nuova Calciopoli non comincia il giorno delle sentenze. Comincia quando milioni di tifosi guardano una partita e non credono più a ciò che vedono. Comincia quando ogni fischio viene sospettato, ogni silenzio del Var diventa un indizio, ogni favore arbitrale sembra parte di un disegno più grande. Se il calcio italiano vuole evitare di rivivere il suo incubo peggiore, deve fare adesso ciò che troppo spesso ha evitato: aprire tutto, spiegare tutto, punire tutto ciò che va punito.</p>



<p>Perché questa volta non basterà dire che sono solo errori. Questa volta il sospetto è troppo grande, i nomi sono troppo pesanti e la ferita è troppo profonda. E quando il sospetto arriva fino al vertice del sistema arbitrale, il fantasma di Calciopoli non è più un ricordo del passato. È una minaccia presente.</p>
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		<title>Troppe vigne in Veneto: è tempo di mettere un limite!</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 20 Apr 2026 19:45:44 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[FOOD & DRINK]]></category>
		<category><![CDATA[IL GRAFFIO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Torni in un luogo, in bici, magari dopo un paio d’anni ed è completamente trasformato. Là dove c’era prato, magari qualche coltura tradizionale oggi c’è &#8230; una vigna! In Veneto la vite non è più soltanto una coltura. È diventata<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p></p>



<p>Torni in un luogo, in bici, magari dopo un paio d’anni ed è completamente trasformato. Là dove c’era prato, magari qualche coltura tradizionale oggi c’è &#8230; una vigna! In Veneto la vite non è più soltanto una coltura. È diventata un modello economico dominante, un paesaggio industriale diffuso, un simbolo identitario che negli anni ha occupato spazio, risorse, scelte politiche e immaginario collettivo. Ma proprio per questo oggi serve il coraggio di dirlo con chiarezza: di vigne ce ne sono troppe, e continuare ad allargarne la superficie è un errore economico, ambientale e sanitario.</p>



<p>Per molto tempo il vino veneto è stato raccontato come una storia di successo senza ombre. Export, turismo, promozione territoriale, reputazione internazionale: tutto sembrava confermare la bontà di una corsa apparentemente inarrestabile. Ma ogni monocultura spinta oltre una certa soglia finisce per presentare il conto. E quel conto oggi non riguarda solo i produttori: riguarda il territorio intero, chi lo abita, chi lavora in agricoltura e chi vorrebbe un’economia più equilibrata e meno fragile.</p>



<p>Il primo nodo è economico. Puntare in modo sempre più massiccio sulla vite significa legare una parte enorme del destino agricolo regionale a un solo comparto, esposto per definizione alle oscillazioni dei mercati, ai cambiamenti nei consumi, alla concorrenza internazionale e alle crisi climatiche. Quando un territorio investe quasi tutto su una sola filiera, smette di essere forte: diventa dipendente. E la dipendenza, in economia, non è mai una buona notizia. Se il vino rallenta, se i prezzi si comprimono, se la domanda cala o si sposta, intere aree rischiano di trovarsi senza alternative credibili. È la fragilità nascosta dietro l’apparente prosperità.</p>



<p>Il secondo nodo è agricolo e sociale. L’espansione della vite ha sottratto spazio ad altre colture, impoverendo la diversità produttiva e restringendo le possibilità per chi vorrebbe fare un’agricoltura diversa: cereali di qualità, orticole, frutteti, allevamento estensivo, produzioni biologiche, filiere locali per il mercato interno. Quando il valore fondiario sale perché tutto ruota attorno al vigneto, entrare in agricoltura diventa più difficile per i giovani e per chi non appartiene già al sistema. Il rischio è un territorio meno pluralista, meno accessibile, meno resiliente.</p>



<p>Poi c’è il tema ambientale, che non può più essere liquidato come un fastidio ideologico. La trasformazione intensiva del paesaggio porta con sé consumo di suolo, semplificazione ecologica, erosione, pressione idrica, perdita di biodiversità. Le colline e le campagne non possono essere considerate solo come superfici da mettere a reddito. Sono ecosistemi, non fabbriche all’aperto. E un ecosistema impoverito è un danno collettivo, anche quando produce profitto per qualcuno.</p>



<p>A questo si aggiunge la questione più delicata, ma non meno urgente: la salute. Dove la viticoltura è intensiva, soprattutto se concentrata in prossimità di abitazioni, scuole e aree frequentate, cresce inevitabilmente la preoccupazione dei residenti rispetto all’uso di trattamenti fitosanitari. Non si può far finta che il problema non esista o ridurre ogni critica a un attacco ideologico contro il vino. La salute pubblica viene prima di qualsiasi rendita di settore. Un grande comparto economico dovrebbe essere il primo a pretendere regole più severe, distanze chiare, controlli rigorosi e trasparenza totale. Se invece reagisce difendendo lo status quo, finisce per alimentare sfiducia e conflitto.</p>



<p>Per tutte queste ragioni serve una scelta politica netta: fermare l’ulteriore espansione dei vigneti nelle aree già sature. Non è una crociata contro il vino, né contro i produttori. È una misura di equilibrio, di buon senso e di lungimiranza. Porre un limite non significa demolire una filiera importante; significa impedirle di divorare tutto il resto. Significa riconoscere che lo sviluppo, per essere davvero tale, deve avere un confine.</p>



<p>Il Veneto ha bisogno di meno retorica e più governo del territorio. Ha bisogno di una programmazione che tuteli la varietà agricola, sostenga le colture alternative, premi le pratiche davvero sostenibili e rimetta al centro l’interesse generale. Continuare a piantare vigne come se il futuro fosse la semplice replica del passato è una scorciatoia pericolosa. I segnali della crisi ci dicono che quella stagione dell’espansione infinita è finita.</p>



<p>Ora la domanda è semplice: vogliamo un Veneto interamente piegato alla monocultura del vino, o un Veneto capace di difendere il proprio paesaggio, la salute dei cittadini e un’economia agricola più equilibrata?</p>



<p>La risposta, se si guarda oltre gli slogan, dovrebbe essere altrettanto semplice: serve un limite, e serve adesso.</p>
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		<title>Veneto, la scuola inizierà il 10 settembre: lezioni sino al 12 giugno ‘27</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 18 Apr 2026 12:41:13 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Veneto, via all’anno scolastico 2026-2027 il 10 settembre: lezioni fino al 12 giugno Sarà giovedì 10 settembre 2026 il primo giorno di scuola in Veneto per gli studenti delle scuole dell’infanzia, del primo e del secondo ciclo d’istruzione. Lo ha<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p></p>



<p>Veneto, via all’anno scolastico 2026-2027 il 10 settembre: lezioni fino al 12 giugno</p>



<p>Sarà giovedì 10 settembre 2026 il primo giorno di scuola in Veneto per gli studenti delle scuole dell’infanzia, del primo e del secondo ciclo d’istruzione. Lo ha stabilito la Giunta regionale, che ha approvato il calendario scolastico per l’anno 2026-2027.</p>



<p>La conclusione delle lezioni è stata fissata al 12 giugno 2027 per scuole primarie, secondarie di primo grado e secondarie di secondo grado, mentre per le scuole dell’infanzia le attività termineranno il 30 giugno 2027.</p>



<p>Il calendario prevede diverse sospensioni delle attività didattiche oltre alle festività nazionali obbligatorie. Le scuole resteranno chiuse da venerdì 30 ottobre a lunedì 2 novembre 2026 per la ricorrenza di Ognissanti, lunedì 7 dicembre per il ponte dell’Immacolata, dal 24 dicembre 2026 al 5 gennaio 2027 per le vacanze natalizie, dall’8 al 10 febbraio 2027 per Carnevale e Mercoledì delle Ceneri, dal 25 al 30 marzo 2027 per le vacanze pasquali, il 29 e 30 aprile 2027 in occasione del ponte della Festa del Lavoro e dal 31 maggio al 1° giugno 2027 per il ponte della Festa della Repubblica.</p>



<p>Nel complesso, i giorni effettivi di lezione saranno 206 per elementari, medie e superiori e 222 per le scuole dell’infanzia. A questi andrà eventualmente sottratto il giorno dedicato al Santo Patrono, qualora coincida con una giornata di attività scolastica.</p>



<p>Le singole istituzioni scolastiche potranno comunque apportare adattamenti al calendario fino a tre giorni all’anno, purché venga garantito il recupero delle lezioni non svolte.</p>



<p>Confermate anche per il nuovo anno scolastico le “Giornate dello Sport”, in programma l’11, 12 e 13 febbraio 2027, subito dopo la pausa di Carnevale. L’iniziativa, promossa dalla Regione del Veneto, offrirà alle scuole la possibilità di organizzare attività ed eventi dedicati alla valorizzazione dello sport e del movimento.</p>



<p>Spazio anche ai temi della cittadinanza: il 22 marzo 2027 potrà essere dedicato ad attività di approfondimento sull’educazione alla legalità, dal momento che la ricorrenza del 21 marzo cadrà di domenica.</p>



<p>Il calendario approvato dalla Regione traccia così l’ossatura del prossimo anno scolastico, lasciando alle scuole margini limitati di flessibilità organizzativa.</p>



<p></p>
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		<title>L’imprenditore vicentino Filippi sequestrato e rapinato nella notte</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 18 Apr 2026 10:08:48 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[CRONACA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Rapina nella notte con tanto di sequestro di persone. È capitato all’ex senatore della Lega Nord Alberto Filippi, imprenditore vicentino, è stato rapinato in casa da un gruppo di quattro malviventi che lo hanno sorpreso al rientro nella sua villa di Arcugnano<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p>Rapina nella notte con tanto di sequestro di persone. È capitato all’ex senatore della Lega Nord Alberto Filippi, imprenditore vicentino, è stato rapinato in casa da un gruppo di <strong>quattro malviventi</strong> che lo hanno sorpreso al rientro nella sua villa di Arcugnano (Vicenza) e lo hanno tenuto sequestrato per circa un&#8217;ora. L&#8217;episodio è avvenuto intorno alle ore 23.00 di venerdì sera. I banditi, secondo le prime ricostruzioni, sono sbucati da un cespuglio, armati di pistola e incappucciati, hanno percosso Filippi mentre stava parcheggiando l&#8217;auto in garage e lo hanno portato all&#8217;interno dell&#8217;abitazione, dove <strong>c&#8217;erano la moglie e le figlie piccole</strong>. Qui i malviventi hanno preso l&#8217;imprenditore e lo hanno portato a forza in un&#8217;altra stanza, rubando orologi di pregio, del valore di alcune centinaia di migliaia di euro, e delle borse. Il bottino è ancora da quantificare ma si aggirerebbe su <strong>alcuni milioni di euro</strong>.</p>
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		<title>MPS: lo squillo di Lovaglio (ovvero, quando i numeri rompono il giocattolo)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 15 Apr 2026 20:19:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ECONOMIA]]></category>
		<category><![CDATA[IL GRAFFIO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Fossimo in un’osteria del Veneto profondo, tra un’ombra e l’altra, il commento sarebbe uno solo, urlato sbattendo il pugno sul legno: “Ma gavio visto che Lovaglio ghe lo ga messo in culo a tutti quanti?”E avrebbe ragione il nostro saggio<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p>Fossimo in un’osteria del Veneto profondo, tra un’ombra e l’altra, il commento sarebbe uno solo, urlato sbattendo il pugno sul legno: “Ma gavio visto che Lovaglio ghe lo ga messo in culo a tutti quanti?”<br>E avrebbe ragione il nostro saggio avvinazzato.<br>Perché in un Paese dove solitamente le assemblee societarie finiscono in risse da condominio, la notizia ha dell’incredibile: Luigi Lovaglio ha vinto.<br>Sì quello stesso Lovaglio cui il Cda aveva revocato le deleghe, e di recente persino licenziato per giusta causa.<br>Pulito, senza sbavature, quasi con arroganza.<br>Certo, uno scontro all’ultimo sangue, ma tutto sommato niente colpi di scena da film di serie B.<br>Nessun azionista sbucato dalle Cayman con il 12% del capitale nascosto nelle mutande o nel cappello.<br>È successa una cosa che in Italia consideriamo quasi un atto di terrorismo: ha vinto la realtà.<br>Per anni MPS è stata il nostro &#8220;Parco Giochi del Disastro&#8221;: aumenti di capitale che si susseguivano con la frequenza delle sagre paesane, piani industriali scritti col gessetto sulla lavagna durante l&#8217;ora di ricreazione, salvataggi pubblici a go go, una propensione al suicidio finanziario che nemmeno un lemming depresso.<br>Per lungo tempo i soliti soloni ci hanno ammorbato con la favola del “Risiko bancario”.<br>Grandi manovre, regie occulte, sussurri nei corridoi che contano.<br>In prima fila i soliti noti,<br>Delfin e Caltagirone, con lo Stato a fare da arbitro.<br>Uno Stato che si diceva &#8220;neutrale&#8221;, ma era credibile come un arbitro che si presenta in campo con la maglia della Juve e il tatuaggio della Curva Sud.<br>L’obiettivo era nobile, quasi poetico: trattare MPS non come una Banca che deve prestare soldi e far quadrare i conti, ma come una figurina dell&#8217;album Panini per completare lo scambio perfetto nel sistema bancario-assicurativo.<br>&#8220;Te do un pezzetto di Siena e Mediabanca, tu mi dai un po&#8217; di Trieste, e vissero tutti felici e padroni.&#8221;<br>Il piano era perfetto, mancava solo un dettaglio: Lovaglio si è messo a fare la Banca.<br>Mentre gli strateghi galattici discutevano di massimi sistemi ed incastri di potere, questo &#8220;rompiscatole&#8221; ha commesso l&#8217;errore imperdonabile: ha iniziato a fare utili.<br>Ma utili veri, eh?<br>Di quelli che si vedono, che pesano, e che soprattutto rovinano i sogni di gloria dei manovratori.<br>Gli azionisti, con un cinismo che sfiora la maleducazione, hanno fatto una scelta scandalosa: hanno votato per chi fa guadagnare i soldi invece che per chi voleva usarli come pedine del Monopoli.<br>Lo Stato alla fine si è ritrovato nella posizione del &#8220;povero diavolo&#8221;: quello che intriga e suggerisce, ma non decide, che prova ad influenzare ma non comanda, e che alla fine guarda gli altri che festeggiano.<br>Il grande disegno si è sgonfiato come un soufflé tolto troppo presto dal forno.<br>Il risultato?<br>Il &#8220;Risiko&#8221; è rimasto nella scatola, a prendere polvere.<br>MPS, contro ogni pronostico e tradizione, continua a fare la Banca (incredibile, vero?)<br>Morale della favola: in Italia puoi orchestrare tutto, evocare spiriti, costruire castelli di carte e scenari da fantapolitica.<br>Poi però arrivano i numeri, i soci guardano il portafoglio e votano.<br>Ed è lì che i &#8220;fenomeni&#8221; capiscono che, a forza di voler fare i furbi, sono rimasti col cerino in mano.<br>O come direbbero in osteria: &#8220;I pensava de esser lupi, i se gà sveglià piegore.&#8221;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.tviweb.it/mps-lo-squillo-di-lovaglio-ovvero-quando-i-numeri-rompono-il-giocattolo/">MPS: lo squillo di Lovaglio (ovvero, quando i numeri rompono il giocattolo)</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.tviweb.it">TViWeb</a>.</p>
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		<title>Vannacci è già fuori moda? Dopo il crollo di Orban e il calo di Trump che succede al sovranismo?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 13 Apr 2026 17:45:36 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[IL GRAFFIO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Non è ancora la fine del sovranismo, ma è certamente finita la sua stagione di onnipotenza. Per anni è sembrato il linguaggio politico dominante dell’Occidente inquieto: prometteva protezione, identità, confini, ordine; denunciava le élite, sfidava le istituzioni sovranazionali, trasformava ogni<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p>Non è ancora la fine del sovranismo, ma è certamente finita la sua stagione di onnipotenza. Per anni è sembrato il linguaggio politico dominante dell’Occidente inquieto: prometteva protezione, identità, confini, ordine; denunciava le élite, sfidava le istituzioni sovranazionali, trasformava ogni conflitto in una prova di autenticità popolare. Oggi, però, qualcosa si è rotto. La caduta di Viktor Orbán in Ungheria, dopo un dominio che sembrava inattaccabile, e l’appannamento di Donald Trump, il cui consenso attraversa una fase di evidente indebolimento, raccontano che il sovranismo non è più percepito come una forza inevitabile. Non è sparito, ma ha smesso di apparire invincibile.</p>



<p>Il caso ungherese è il più simbolico. Orbán non era solo un leader nazionale: era il punto di riferimento internazionale di una destra che aveva fatto dell’“illiberalismo” una proposta di governo. Il suo modello era stato studiato, imitato, celebrato ben oltre Budapest. Per questo la sua sconfitta pesa più del semplice alternarsi delle maggioranze: colpisce il mito di un sistema politico capace di durare indefinitamente grazie alla combinazione di nazionalismo, controllo del potere e costruzione del nemico. Ma proprio il modo in cui Orbán è caduto suggerisce prudenza prima di firmare il necrologio del sovranismo. Gli elettori non hanno rigettato solo una postura ideologica; hanno presentato il conto a un governo logorato, identificato con problemi concreti come inflazione, fatica economica, servizi in crisi, stanchezza del potere. È qui che il sovranismo mostra la sua fragilità: quando smette di sembrare una diga contro il caos e finisce per apparire esso stesso parte del problema.</p>



<p>Lo stesso meccanismo si osserva negli Stati Uniti. Trump resta una figura enorme, capace ancora di polarizzare il dibattito e mobilitare uno zoccolo duro vastissimo. Ma il trumpismo non gode più dell’aura dirompente che lo aveva reso, per molti, sinonimo stesso del futuro. Una parte dell’elettorato che lo aveva sostenuto per rabbia, protesta o fede nell’uomo forte oggi misura il suo giudizio su parametri più materiali: il costo della vita, l’efficacia del governo, la tenuta del quadro internazionale. Quando la promessa di “riprendere il controllo” si scontra con il carovita, con le tensioni geopolitiche o con l’impressione di un conflitto permanente incapace di produrre benessere, il magnetismo del leader si indebolisce. Non scompare, ma si fa più vulnerabile.</p>



<p>È questo il punto politico centrale: il sovranismo non perde perché gli elettori improvvisamente si innamorano del cosmopolitismo, ma perché la sua promessa di protezione viene sottoposta alla prova dei risultati. Finché resta all’opposizione, può presentarsi come rivolta morale contro un sistema corrotto o distante. Quando governa a lungo, però, deve dimostrare di saper trasformare l’identità in amministrazione, la rabbia in efficacia, la propaganda in soluzioni. E qui il meccanismo si inceppa. Perché è relativamente semplice evocare un popolo da difendere; molto più difficile è governarne la complessità senza scaricare ogni fallimento su nemici esterni, complotti o tradimenti interni.</p>



<p>In Europa questo passaggio è particolarmente evidente. La parabola di Orbán segna una discontinuità, ma non cancella il lessico politico che egli ha contribuito a imporre. Anzi, molte delle parole d’ordine del sovranismo sono ormai penetrate nel discorso pubblico ben oltre i partiti che le hanno brandite per primi. Sicurezza, confini, identità, critica delle burocrazie sovranazionali, sospetto verso le mediazioni liberali: sono temi che continuano a orientare il dibattito anche quando il fronte sovranista arretra. Questo significa che il fenomeno non va misurato solo in termini di vittorie o sconfitte elettorali. Una cultura politica può perdere centralità al governo e conservare, tuttavia, una forte capacità di condizionamento simbolico. È per questo che parlare di tramonto definitivo sarebbe prematuro.</p>



<p>Anche in Italia il quadro è meno lineare di quanto possa sembrare. Il sovranismo italiano ha già conosciuto una metamorfosi: da forza apertamente anti-sistema a componente istituzionalizzata del potere. Giorgia Meloni ha incarnato questa trasformazione meglio di chiunque altro, traducendo buona parte del linguaggio identitario in una postura di governo più prudente, più riconoscibile, più compatibile con le regole del gioco europeo. È una normalizzazione che non equivale a una sconfitta del sovranismo, ma piuttosto alla sua adattabilità. Eppure proprio questa versione più disciplinata mostra i suoi limiti quando la realtà economica si fa più dura. Perché anche la destra che si presenta come affidabile deve, alla fine, misurarsi con i conti, con i salari, con i prezzi, con il giudizio quotidiano degli elettori.</p>



<p>Dentro questo scenario si colloca anche Roberto Vannacci. Chiedersi se sia già “fuori moda” significa forse porre male la questione. Vannacci non rappresenta tanto il futuro del sovranismo quanto una sua accentuazione caricaturale e personale. La sua forza sta nell’immediatezza del messaggio, nella provocazione, nella semplificazione brutale, nella capacità di trasformare l’identità in una sfida continua al politicamente corretto. Ma proprio questi tratti, che ne hanno alimentato l’ascesa mediatica, rischiano di segnarne anche il limite. Più che fuori moda, Vannacci appare come il prodotto di un repertorio ormai codificato: non l’invenzione di una stagione nuova, ma la ripetizione in forma più aspra di formule già viste.</p>



<p>Il suo spazio politico esiste, e sarebbe un errore sottovalutarlo. Intercetta una quota di elettorato insofferente non solo verso la sinistra, ma anche verso una destra percepita come troppo normalizzata, troppo istituzionale, troppo addomesticata. In questo senso Vannacci può disturbare, sottrarre consensi, spostare l’asse del discorso pubblico. Ma un conto è agitare il malessere, un altro è trasformarlo in proposta egemonica. Finora la sua figura appare più efficace come detonatore che come costruttore. Più capace di rappresentare una rabbia che di organizzarla in progetto politico duraturo.</p>



<p>Il nodo vero, allora, è che il sovranismo non sta scomparendo: sta entrando nell’età della verifica. Per un lungo ciclo storico ha potuto vivere di rendita simbolica, presentandosi come l’unica risposta netta a una società spaesata dalla globalizzazione, dall’immigrazione, dalle disuguaglianze, dalla crisi della rappresentanza. Oggi quella rendita non basta più. Gli elettori continuano ad avvertire paura, insicurezza, bisogno di appartenenza. Ma chiedono anche risultati. E quando non arrivano, la forza della narrazione si consuma.</p>



<p>Più che la fine di una cultura politica, siamo dunque davanti alla fine del suo automatismo. Non basta più gridare contro Bruxelles, contro le élite, contro gli stranieri, contro il sistema, per apparire credibili. Non basta più incarnare la trasgressione per sembrare il nuovo. Orbán sconfitto, Trump in affanno, Vannacci ancora sospeso tra exploit mediatico e limite politico raccontano tutti la stessa cosa: il sovranismo non è morto, ma non è più il destino naturale della politica contemporanea. È diventato, finalmente, una proposta da giudicare per quello che produce. E per chi ha costruito il proprio successo sulla promessa di difendere il popolo da tutto, è forse questa la prova più difficile.</p>
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		<title>Il voto in Ungheria cambia l’Europa: Trump, Putin, tutti in campo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 12 Apr 2026 09:42:38 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[POLITICA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Istruzioni per l’uso: capire le elezioni ungheresi senza perdere la bussola Se vi state chiedendo perché, per una volta, non sentite la solita grancassa entusiasta della sinistra europea, e di quella italica in particolare, la risposta è semplice: l’avversario di<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p>Istruzioni per l’uso: capire le elezioni ungheresi senza perdere la bussola</p>



<p>Se vi state chiedendo perché, per una volta, non sentite la solita grancassa entusiasta della sinistra europea, e di quella italica in particolare, la risposta è semplice: l’avversario di Orbán non è “dei loro”.<br>Già questo manda in tilt parecchi riflessi condizionati.<br>Il protagonista della partita è Péter Magyar, e la prima cosa da sapere è che non arriva da qualche circolo rivoluzionario, ma direttamente dal sistema costruito da Viktor Orbán.<br>Uno che conosce la casa, le stanze, e probabilmente anche dove stanno nascosti i cassetti più delicati.<br>Ha circa 45 anni, avvocato, cresciuto vicino al partito di governo (Fidesz), quindi non è un outsider “puro”.<br>Nel 2024 rompe clamorosamente con Orbán denunciando corruzione e degenerazione del sistema; fonda il suo partito, Tisza, che in pochissimo tempo diventa il punto di riferimento dell’opposizione (tanto che molti piccoli Partiti non si sono presentati per non creargli problemi).<br>Credo vi sia chiaro adesso che Magyar è un conservatore.<br>Non vuole cambiare l’Ungheria in un laboratorio progressista, non sogna bandiere arcobaleno su ogni edificio pubblico, e non ha nessuna intenzione di fare il paladino di battaglie ideologiche da salotto.<br>Ed è proprio questo il punto: parla allo stesso elettorato di Orbán, invece di parlare solo alla sinistra.<br>La differenza, però, sta nel come.<br>Dopo anni dentro il sistema, Magyar ha rotto denunciando corruzione e concentrazione di potere.<br>In pratica, non contesta tanto la linea politica in sé, quanto il modo in cui è stata gestita: meno Stato-partito, più regole normali.<br>Che, detta così, sembra banale. Ma in politica spesso le cose più banali sono anche le più sovversive.<br>Sul fronte europeo il contrasto è ancora più chiaro.<br>Orbán ha costruito la sua forza su un rapporto conflittuale con Bruxelles: dentro l’Unione, ma sempre con il piede sul freno e la mano pronta allo strappo.<br>Magyar, invece, non vuole fare guerre quotidiane con Bruxelles; meglio vuole riportare l’Ungheria dentro il gioco europeo<br>Non per amore romantico dell’UE, ma per una ragione più terra terra: stare nel gioco conviene, in un momento in cui l&#8217;Ungheria ha miliardi di euro congelati da Bruxelles per questioni di Stato di diritto, il messaggio di Magyar (&#8220;torniamo in gioco per non restare poveri e isolati&#8221;) è molto più potente di qualsiasi manifesto federalista.<br>Traduzione per uso domestico:<br>Magyar non è un liberale “alla francese” o un progressista da salotto europeo.<br>È più corretto definirlo un conservatore pragmatico filo-europeo.<br>Orbán è il sovranista combattivo che negozia a colpi di scontro e di “veti”.<br>Ecco perché questa elezione è diversa dalle precedenti.<br>Non è la solita sfida tra destra e sinistra, con copioni già scritti e tifo organizzato.<br>È una partita interna al campo conservatore, tra chi ha costruito un sistema di potere molto solido e chi, venendone dall’interno, prova a smontarlo pezzo per pezzo.<br>In questi casi, il risultato è meno prevedibile del solito.<br>Ed è proprio questo che rende la faccenda interessante: per una volta, Orbán non gioca da solo.<br>Che poi sia anche costretto a fare una vera campagna elettorale, dopo anni di dominio incontrastato, è un piccolo dettaglio.<br>Ma, si sa, sono spesso i dettagli a cambiare la storia.<br>Stasera vedremo come la pensano gli ungheresi!</p>
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		<title>Simona Siotto (Nuova Arcugnano): “Un presidio medico per riportare la sanità vicino alle persone”</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 01 Apr 2026 17:10:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
		<category><![CDATA[BASSO VICENTINO - AREA BERICA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Arcugnano merita servizi all’altezza dei bisogni dei suoi cittadini, a partire da quello più&#160;importante: la salute. Negli ultimi anni, anche nel nostro territorio,&#160;è&#160;cambiato profondamente il rapporto con la medicina di base: ambulatori sempre più&#160;lontani, minore continuità&#160;nel rapporto medico-paziente, difficoltà&#160;crescenti soprattutto<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p>Arcugnano merita servizi all’altezza dei bisogni dei suoi cittadini, a partire da quello più&nbsp;importante: la salute.</p>



<p>Negli ultimi anni, anche nel nostro territorio,&nbsp;è&nbsp;cambiato profondamente il rapporto con la medicina di base: ambulatori sempre più&nbsp;lontani, minore continuità&nbsp;nel rapporto medico-paziente, difficoltà&nbsp;crescenti soprattutto per anziani e famiglie.</p>



<p>Un tema tutt’altro che astratto. In Italia, oltre il 23% della popolazione ha più&nbsp;di 65 anni, una percentuale in costante aumento anche nei nostri territori. Sono proprio gli anziani i cittadini che più&nbsp;necessitano di una presenza medica stabile, facilmente raggiungibile e capace di garantire continuità&nbsp;nelle cure. A questo si aggiunge un dato ormai evidente: sempre più&nbsp;persone incontrano difficoltà&nbsp;nel reperire un medico di base o nel mantenere un rapporto continuativo, con un conseguente aumento del ricorso improprio al pronto soccorso.</p>



<p>«La salute non&nbsp;è&nbsp;solo una questione sanitaria,&nbsp;è&nbsp;una questione di comunità» –&nbsp;dichiara Simona Siotto, candidata sindaco per la lista Nuova Arcugnano.&nbsp;«Avere un medico vicino, conosciuto, che segue nel tempo le persone fa la differenza, non solo nelle cure ma anche nella serenità&nbsp;quotidiana».</p>



<p>Per questo, tra i punti centrali del programma, Nuova Arcugnano propone la realizzazione di un presidio medico in paese, costruito in collaborazione con i medici di medicina generale del territorio.</p>



<p>L’obiettivo&nbsp;è&nbsp;chiaro: creare uno spazio accessibile e stabile dove i cittadini possano trovare il proprio medico, in un contesto organizzato ma umano, supportato da servizi di segreteria e, dove possibile, da personale infermieristico.</p>



<p>«Un Comune moderno&nbsp;–&nbsp;prosegue Siotto&nbsp;–&nbsp;non si limita a gestire l’ordinario, ma costruisce servizi di prossimità&nbsp;che migliorano concretamente la qualità&nbsp;della vita. Un presidio medico significa meno spostamenti, più&nbsp;sicurezza per le persone fragili, meno pressione sugli ospedali e un territorio più&nbsp;attrattivo anche per le famiglie».</p>



<p>Il Comune farà&nbsp;la sua parte, mettendo a disposizione spazi adeguati e sostenendo le condizioni organizzative necessarie per rendere questo servizio sostenibile e attrattivo per i professionisti.&nbsp;«Vogliamo un’Arcugnano che torni a prendersi cura delle persone, davvero. Dove nessuno si senta solo, soprattutto quando si parla di salute».</p>
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		<title>Uilca Veneto: Vigolo eletto nuovo segretario generale</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 27 Mar 2026 13:15:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ECONOMIA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Nella giornata di ieri 26 marzo 2026, a Lazise (VR) si è svolto l’8° Congresso Regionale della Uilca Veneto “Nel Labirinto tra Tempo e Lavoro: quali scenari per la persona?”. Si sono confrontati sul tema il prof. Ronsivalle, docente di<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p>Nella giornata di ieri 26 marzo 2026, a Lazise (VR) si è svolto l’8° Congresso Regionale della Uilca Veneto “Nel Labirinto tra Tempo e Lavoro: quali scenari per la persona?”. Si sono confrontati sul tema il prof. Ronsivalle, docente di Digitalizzazione all’Università La Sapienza di Roma, il prof. Gosetti docente di sociologia all’università di Verona, Fulvio Furlan Segretario Generale della UILCA e Roberto Toigo Segretario Generale della UIL Veneto.</p>



<p>La relazione introduttiva è stata fatta dalla Segretaria uscente Elisa Carletto, entrata recentemente in Segreteria Nazionale Uilca, che ha ripercorso tutto il lavoro svolto dalla Uilca del Veneto nel corso degli ultimi 4 anni.</p>



<p>Al termine sono stati eletti gli Organi Statutari che hanno eletto il vicentino MIRKO VIGOLO nuovo Segretario Generale della UILCA del Veneto.</p>



<p>“Il mio mandato sarà caratterizzato dalla regionalizzazione delle varie provincie che non farà cambiare la presenza della nostra Organizzazione a fianco delle lavoratrici e dei lavoratori. Dovremo sempre più stare nelle piazze, nei bar, nelle scuole e far conoscere il sindacato anche oltre la tutela del posto di lavoro” ha dichiarato il neo eletto Segretario Generale nel suo discorso di insediamento. “Punteremo sulle Donne e sui Giovani per non disperdere il nostro patrimonio e per investire sul futuro della nostra Organizzazione, accogliendo tutti quanti vorranno avvicinarsi a noi e condividere il nostro progetto. La Uilca è un Sindacato veramente a fianco delle Lavoratrici e dei Lavoratori, con la persona che è al centro del nostro operato”.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.tviweb.it/uilca-veneto-vigolo-eletto-nuovo-segretario-generale/">Uilca Veneto: Vigolo eletto nuovo segretario generale</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.tviweb.it">TViWeb</a>.</p>
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		<title>Vicenza, buca le gomme di 30 auto: pizzicato dalla polizia e denunciato</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 23 Mar 2026 07:44:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[CRONACA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Taglia le gomme a una trentina d’auto ed alla fine viene denunciato: marocchino nei guai, ma anche gli automobilisti. Era l’una di notte quando il personale della Squadra Volanti della Questura di Vicenza ha rintracciato un cittadino marocchino di 26<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.tviweb.it/vicenza-buca-le-gomme-di-30-auto-pizzicato-dalla-polizia-e-denunciato/">Vicenza, buca le gomme di 30 auto: pizzicato dalla polizia e denunciato</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.tviweb.it">TViWeb</a>.</p>
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<p>Taglia le gomme a una trentina d’auto ed alla fine viene denunciato: marocchino nei guai, ma anche gli automobilisti.</p>



<p>Era l’una di notte quando il personale della Squadra Volanti della Questura di Vicenza ha rintracciato un cittadino marocchino di 26 anni resosi responsabile della foratura di pneumatici di autovetture in sosta.</p>



<p>La segnalazione era pervenuta tramite la linea di emergenza 113, dove era stata fornita la descrizione di un soggetto che si allontanava da via Badeschi, dopo aver tagliato gli pneumatici di alcune autovetture in sosta lungo la pubblica via.</p>



<p>L’autore del reato veniva bloccato in via Cricoli dopo che, alla vista della Volante, aveva cercato di darsi alla fuga e di liberarsi di un coltello che veniva però immediatamente recuperato dagli Operanti. Lo stesso opponeva altresì resistenza al controllo e si rifiutava di fornire le proprie generalità.</p>



<p>Da una verifica, effettuata sul posto dagli Agenti della Volante, le autovetture parcheggiate nei pressi del luogo della segnalazione e che presentavano almeno uno pneumatico sgonfio risultavano essere circa una trentina.</p>



<p>Il cittadino marocchino veniva quindi accompagnato presso gli Uffici della Questura per essere sottoposto a rilievi fotodattiloscopici a seguito dei quali risultava avere numerosi alias ed un rintraccio per inottemperanza all’Ordine del Questore di Vicenza di lasciare il territorio nazionale.</p>



<p>Al termine degli accertamenti il predetto veniva indagato in stato di libertà in ordine ai reati di danneggiamento aggravato, resistenza a pubblico ufficiale, falsa attestazione sull’identità personale e Porto di armi per cui non è ammessa licenza.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.tviweb.it/vicenza-buca-le-gomme-di-30-auto-pizzicato-dalla-polizia-e-denunciato/">Vicenza, buca le gomme di 30 auto: pizzicato dalla polizia e denunciato</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.tviweb.it">TViWeb</a>.</p>
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		<title>“Alla mia Lega”: intervista postuma immaginaria a Umberto Bossi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 22 Mar 2026 12:32:40 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[POLITICA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Se oggi Umberto Bossi potesse parlare alla sua creatura politica, forse non lascerebbe solo un giudizio, ma un testamento. Non un bilancio di potere, ma una resa dei conti morale. Quella che segue è una ricostruzione immaginaria, in forma di<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p></p>



<p>Se oggi Umberto Bossi potesse parlare alla sua creatura politica, forse non lascerebbe solo un giudizio, ma un testamento. Non un bilancio di potere, ma una resa dei conti morale. Quella che segue è una ricostruzione immaginaria, in forma di intervista postuma, del possibile pensiero del fondatore davanti alla Lega di oggi.</p>



<p>Bossi, se potesse guardare la Lega attuale, quale sarebbe il suo primo pensiero?</p>



<p>Che un partito può cambiare pelle, ma non può cambiare anima. E se la cambia, allora non è più lo stesso partito. La Lega non era nata per stare comoda, non era nata per piacere a tutti, non era nata per diventare un contenitore buono per ogni stagione. Era nata per rappresentare una gente precisa, un popolo concreto, un mondo fatto di lavoro, di territorio, di identità, di rabbia e di orgoglio. La mia prima domanda alla Lega di oggi sarebbe semplice: vi ricordate ancora perché siete nati?</p>



<p>Che cosa intende quando parla di “anima” della Lega?</p>



<p>Intendo il suo radicamento. Intendo il rapporto vivo con i territori. Intendo la capacità di parlare con i sindaci, con gli artigiani, con gli operai, con le partite IVA, con chi alza la serranda al mattino e non chiede favori ma rispetto. La Lega era questo: voce di chi produceva e non si sentiva difeso. Se un movimento smette di ascoltare questa gente e comincia ad ascoltare solo i sondaggi, allora perde sé stesso.</p>



<p>Dunque la Lega di oggi ha perso sé stessa?</p>



<p>Non dico che abbia perso tutto. Dico che rischia di dimenticare troppo. I partiti si evolvono, ed è naturale. Ma c’è una differenza tra evolvere e snaturarsi. Se la militanza viene dopo l’immagine, se il territorio viene dopo la televisione, se la causa viene dopo il leader, allora il rischio è grande. Un partito può anche vincere, ma se non sa più chi rappresenta, quella vittoria è vuota.</p>



<p>Lei parlava di Nord, di autonomia, di federalismo. Sono temi ancora vivi?</p>



<p>Dovrebbero esserlo. Perché non erano capricci, non erano slogan, non erano folklore. Erano una visione dello Stato e del potere. L’autonomia non era egoismo: era responsabilità. Federalismo non voleva dire dividere l’Italia per odio, ma rimetterla in equilibrio per giustizia. Voleva dire premiare chi lavora, responsabilizzare i territori, fermare il centralismo inefficiente. Se oggi questi temi diventano solo parole da comizio, allora vengono traditi.</p>



<p>C’è chi dice che la Lega abbia smesso di essere il partito del Nord. È d’accordo?</p>



<p>Io direi che ha smesso, o rischia di smettere, di essere soprattutto il partito nato dal Nord. E questo è diverso. Difendere il Nord non significava odiare il Sud. Significava dire che esisteva una parte del Paese che produceva ricchezza, reggeva il sistema e troppo spesso veniva trattata come un bancomat politico. Questa verità andava detta. E andrebbe detta ancora oggi, con meno rabbia forse, ma con la stessa chiarezza.</p>



<p>Che cosa rimprovererebbe alla Lega attuale?</p>



<p>Di correre il pericolo di somigliare agli altri. E la Lega non era nata per somigliare agli altri: era nata per rompere il gioco, per cambiare le regole, per portare dentro la politica una voce che la politica non voleva sentire. Il giorno in cui diventi solo una macchina elettorale, magari efficiente, magari potente, ma uguale a tutte le altre, hai perso la tua ragione profonda.</p>



<p>E che cosa salverebbe?</p>



<p>Salverei la sua gente. Perché la Lega non è mai stata soltanto i dirigenti, i parlamentari, i volti noti. La Lega vera è stata per anni la sua base: i militanti, gli amministratori locali, quelli che stavano ai gazebo, quelli che prendevano insulti quando la Lega era scomoda e non di moda. Finché quella gente esiste, finché resta memoria viva del perché tutto è cominciato, allora resta una possibilità di tornare a essere qualcosa di vero.</p>



<p>Se questa fosse davvero la sua ultima lettera alla Lega, che cosa chiederebbe?</p>



<p>Chiederei di tornare a meritarsi il rispetto del proprio popolo. Non a pretenderlo per diritto ereditario. La storia non basta, il nome non basta, il fondatore non basta. Nessuno basta, se viene usato come santino e non come richiamo alla coerenza. Direi: tornate nei territori, ascoltate di più, parlate di meno. Tornate a difendere il lavoro come il primo fondamento della libertà. Tornate a considerare l’autonomia una battaglia seria, non una formula da tirare fuori quando conviene.</p>



<p>Che cos’è, in fondo, il suo testamento morale?</p>



<p>È questo: non vergognatevi mai delle radici. Un partito che si vergogna delle proprie origini finisce per diventare schiavo del presente. E il presente è sempre instabile, sempre rumoroso, sempre pronto a cambiare padrone. Le radici, invece, danno un senso. La Lega può anche cambiare linguaggio, classe dirigente, orizzonte politico. Ma se dimentica il suo popolo, la sua storia, il suo motivo iniziale, allora potrà forse continuare a prendere voti, ma non avrà più un’anima.</p>



<p>Quindi che cosa direbbe oggi, in una frase, alla Lega?</p>



<p>Direi: ricordatevi chi siete stati, se volete ancora sapere chi siete.</p>



<p>E se non lo facesse?</p>



<p>Allora resterebbe un partito. Ma non sarebbe più la Lega che avevamo acceso come una rivolta, come una speranza, come una voce di libertà.</p>
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		<title>Il pannello dove lo metto? Tutti ecologisti sino a che…</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 22 Mar 2026 12:09:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
		<category><![CDATA[IL GRAFFIO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>C’è una figura ormai stabile nel paesaggio umano occidentale, come il bidone della differenziata fuori posto o la pista ciclabile che finisce contro un muro; l’ecologista da salotto.Lo riconosci subito. Non tanto per quello che dice, ma per come lo<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p></p>



<p></p>



<p>C’è una figura ormai stabile nel paesaggio umano occidentale, come il bidone della differenziata fuori posto o la pista ciclabile che finisce contro un muro; l’ecologista da salotto.<br>Lo riconosci subito. Non tanto per quello che dice, ma per come lo dice.<br>Ha lo sguardo ispirato, la frase pronta, il tono da predica domenicale.<br>Non è uno che difende l’ambiente: è uno che officia l’ambiente.<br>Una specie di chierico laico, con la differenza che al posto del Vangelo cita report letti a metà, e post condivisi con zelo missionario.<br>Ora, mettiamoci d’accordo: chi è che non vuole aria pulita, acqua limpida, cieli azzurri?<br>Solo uno con un serio problema di connessione neuronale potrebbe dichiararsi a favore dello smog a tempo pieno.<br>Su questo siamo tutti allineati, persino il più incallito industriale degli anni Settanta, se lo resusciti.<br>Il punto non è l’obiettivo. Il punto è la coerenza, quella strana creatura che sparisce sempre nel momento decisivo<br>Perché il nostro ecologista da salotto è inflessibile su tutto: no al nucleare, no al gas, no al petrolio, no al carbone.<br>Una sequenza di “no” che sembra il rosario dell’Apocalisse energetica.<br>Poi però arriva il momento in cui qualcuno propone qualcosa di concreto.<br>Un impianto. Un progetto. Una soluzione reale, magari imperfetta, magari discutibile, ma reale.<br>E lì succede il miracolo.<br>Diventa improvvisamente un urbanista, un paesaggista, un agronomo, un esperto di biodiversità, un difensore del campanile, del filare di pioppi, del tramonto “come non si vede più”.<br>Tutto, pur di dire un altro No. Ma questa volta non è un No ideologico. È un No territoriale.<br>Tradotto: non qui.<br>Il caso di Torre di Mosto è quasi didattico, tanto è perfetto.<br>Siamo nel veneziano, nel Veneto che lavora, produce, consuma energia come se fosse ossigeno.<br>Si parla di un impianto fotovoltaico ancora in fase di studio, non di una raffineria saudita.<br>E cosa succede?<br>Proteste, comitati, indignazione, e ieri manifestazione ovviamente.<br>Il paesaggio! Il territorio! L’identità!<br>Improvvisamente, i pannelli solari diventano una minaccia esistenziale.<br>Nel frattempo, giusto per dare un minimo di contesto a questa commedia dell’assurdo, nel resto del mondo accadono cose leggermente più rilevanti.<br>In Medio Oriente si ridisegnano equilibri energetici con la delicatezza di una ruspa. In Asia si riaccendono le centrali a carbone come se non ci fosse un domani, come se il clima fosse un dettaglio decorativo.<br>La Cina costruisce centrali nucleari con la stessa frequenza con cui noi inauguriamo rotonde.<br>E noi?<br>Noi discutiamo se un campo fotovoltaico turba la vista dalla finestra della cucina.<br>C’è qualcosa di profondamente comico, e insieme tragico, in questa sproporzione.<br>È come se, mentre la nave imbarca acqua da tutte le parti, l’equipaggio litigasse sulla tonalità del blu delle scialuppe.<br>La verità è che l’ecologista da salotto non vuole davvero una transizione energetica.<br>Vuole l’idea della transizione, la sua versione estetica, moralmente gratificante e rigorosamente indolore.<br>Vuole sentirsi dalla parte giusta senza pagare il prezzo di esserci davvero.<br>Perché la transizione, quella vera, è sporca, invasiva, complicata.<br>Richiede impianti, infrastrutture, compromessi.<br>Richiede di accettare che qualcosa cambi sotto casa propria, non solo sotto quella degli altri.<br>Ma questo rompe l’incantesimo.<br>E allora meglio continuare con la liturgia del “No”: rassicurante, elegante, totalmente sterile.<br>Nel frattempo, l’energia continuerà a servirci; non per capriccio, ma per vivere.<br>E qualcuno, da qualche parte, la produrrà.<br>Se non siamo noi, saranno altri, con criteri, diciamo, meno raffinati dei nostri.<br>Ma almeno, vuoi mettere, il panorama resterà intatto.<br>Fino al prossimo blackout, naturalmente.<br>Umberto Baldo</p>
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		<title>Il Vicenza batte l’Inter U23 e torna in serie B: la città è in festa</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 16 Mar 2026 21:23:36 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[SPORT]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il Vicenza torna finalmente in serie B. Al termine di una sfida intensa, sofferta e ricca di tensione, i biancorossi superano 2-1 l’Inter U23 e possono festeggiare il ritorno tra i cadetti dopo anni difficili, vissuti nel lungo purgatorio della<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p>Il Vicenza torna finalmente in serie B. Al termine di una sfida intensa, sofferta e ricca di tensione, i biancorossi superano 2-1 l’Inter U23 e possono festeggiare il ritorno tra i cadetti dopo anni difficili, vissuti nel lungo purgatorio della serie C. Al triplice fischio esplode la gioia del pubblico vicentino, che ha accompagnato la squadra fino all’ultimo istante di una partita tutt’altro che semplice.</p>



<p>La formazione di Gallo parte con personalità e riesce subito a indirizzare la gara sui binari giusti. Il Vicenza si presenta con il 3-5-2 e trova compattezza, ritmo e concretezza, qualità che permettono ai padroni di casa di mettere in difficoltà l’Inter U23. Il vantaggio arriva al 31’, quando Capello firma l’1-0 facendo esplodere l’entusiasmo biancorosso. La rete dà ulteriore fiducia al Vicenza, che continua a gestire con ordine senza rinunciare a colpire.</p>



<p>Nella ripresa i biancorossi sembrano mettere in cassaforte il risultato al 54’, quando Stückler trova il gol del raddoppio. Il 2-0 sembra l’anticamera della festa, ma l’Inter U23 non si arrende e prova a rientrare in partita. La squadra di Vecchi alza il baricentro, aumenta la pressione e al 67’ trova la rete che riapre tutto con Kamate. Da quel momento la gara cambia volto: il Vicenza, che fino a quel punto aveva controllato bene, è costretto a stringere i denti e a difendere il vantaggio contro un avversario giovane ma determinato.</p>



<p>Nel finale la tensione sale minuto dopo minuto. Il Vicenza soffre, arretra, combatte su ogni pallone e resiste agli ultimi assalti nerazzurri. Gallo prova a dare nuove energie con i cambi, inserendo Rauti e Alessio al 62’ per Capello e Stückler, e poi Vitale nel finale al posto di Pellizzari. Dall’altra parte Vecchi si gioca le sue carte con Topalovic, Berenbruch e Spinaccé per cercare il pareggio. Ma il risultato non cambia più.</p>



<p>Dopo il fischio finale può cominciare la festa biancorossa. Il Vicenza vince 2-1, supera l’ultimo ostacolo e si regala un traguardo inseguito a lungo: il ritorno in serie B. Una promozione voluta, sofferta e meritata, arrivata al termine di una partita che ha riassunto perfettamente il carattere della squadra: qualità per andare avanti, forza per resistere e cuore per prendersi il sogno.</p>



<p>In città si scatena la festa, caroselli d’auto e tifosi festanti, oltre i 13 mila del Menti in piazza e per le strade tantissimi tifosi biancorossi. </p>
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		<title>Vicenza, in tre anni la serie A: ma resta aperto il nodo stadio Menti</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 15 Mar 2026 08:56:44 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[SPORT]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>A Vicenza si respira un’aria che mancava da tempo: quella delle grandi occasioni. La città biancorossa si prepara a vivere un momento che potrebbe diventare storico già lunedì, quando la promozione in Serie B potrebbe trasformarsi da obiettivo a realtà.<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p>A Vicenza si respira un’aria che mancava da tempo: quella delle grandi occasioni. La città biancorossa si prepara a vivere un momento che potrebbe diventare storico già lunedì, quando la promozione in Serie B potrebbe trasformarsi da obiettivo a realtà. Allo stadio e in tutta la città cresce l’attesa, alimentata da una stagione che ha riportato entusiasmo, risultati e soprattutto la sensazione che il progetto sportivo abbia finalmente una direzione chiara.</p>



<p>Il ritorno tra i cadetti rappresenterebbe molto più di un semplice salto di categoria per il L.R. Vicenza. Sarebbe il primo passo di un percorso più ambizioso, quello immaginato dalla proprietà e dalla dirigenza, che non nascondono l’obiettivo di riportare il club dove la sua storia lo colloca: nella massima serie. Il piano è chiaro e ha un orizzonte temporale preciso, tre anni per costruire una squadra competitiva e tentare la scalata verso la Serie A. Un progetto che punta su stabilità finanziaria, crescita graduale e investimenti mirati, senza voli pindarici ma con l’ambizione di restituire a Vicenza il palcoscenico che ha conosciuto negli anni migliori.</p>



<p>La promozione ormai a un passo è il frutto di un campionato solido, costruito settimana dopo settimana con continuità di risultati e una rosa che ha dimostrato carattere nei momenti chiave della stagione. Lunedì potrebbe diventare il giorno della festa, quello in cui un intero territorio tornerebbe a riabbracciare la Serie B dopo anni difficili. E proprio questo entusiasmo ritrovato è uno degli elementi che più fanno sorridere la società, perché dimostra quanto la città sia pronta a sostenere un progetto di lungo periodo.</p>



<p>Ma guardando al futuro emerge anche un’altra questione, quella delle infrastrutture. Lo storico Stadio Romeo Menti resta il cuore del calcio vicentino e un simbolo per generazioni di tifosi, ma la sua capienza e la sua struttura iniziano a stare strette rispetto alle ambizioni del club. Se il percorso verso la Serie A dovesse davvero concretizzarsi nei prossimi anni, la questione di un nuovo stadio tornerebbe inevitabilmente al centro del dibattito cittadino.</p>



<p>Un impianto moderno significherebbe non solo più posti e servizi migliori per i tifosi, ma anche nuove opportunità economiche per la società e per l’intera città. È un discorso ancora tutto da sviluppare, ma nei piani della proprietà l’idea di un impianto più grande e funzionale esiste e potrebbe diventare uno dei tasselli del progetto di crescita.</p>



<p>Per ora, però, Vicenza pensa soprattutto al presente. Alla partita che può regalare la Serie B, alle bandiere biancorosse che già iniziano a comparire sui balconi e alla speranza di rivivere notti di calcio importanti. Il futuro, con i sogni di Serie A e magari un nuovo stadio, è già stato disegnato. Ma prima c’è una promozione da conquistare, quella che potrebbe riportare il sorriso definitivo su una città che aspetta questo momento da troppo tempo.</p>
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		<title>Il Festival di Sanremo ai tempi di Trump e Netanyahu</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 01 Mar 2026 09:40:09 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[CULTURA ARTE]]></category>
		<category><![CDATA[CURIOSITÀ - LIFESTYLE]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Sanremo è quella cosa per cui milioni di italiani si convincono, una volta l’anno, di essere critici musicali, esperti di luci, e già che ci siamo, anche raffinati costumisti.Un miracolo antropologico.Sono mattiniero, lo sapete.Appena apro gli occhi accendo un canale<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.tviweb.it/il-festival-di-sanremo-ai-tempi-di-trump-e-netanyahu/">Il Festival di Sanremo ai tempi di Trump e Netanyahu</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.tviweb.it">TViWeb</a>.</p>
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<p>Sanremo è quella cosa per cui milioni di italiani si convincono, una volta l’anno, di essere critici musicali, esperti di luci, e già che ci siamo, anche raffinati costumisti.<br>Un miracolo antropologico.<br>Sono mattiniero, lo sapete.<br>Appena apro gli occhi accendo un canale di news per capire se il mondo è ancora in piedi o se durante la notte qualcuno ha deciso di raderlo al suolo.<br>Questa mattina, dopo certe premesse internazionali di ieri, mi aspettavo quasi che Carlo Conti si fosse presentato in smoking e avesse annunciato: “Il Festival di Sanremo è stato vinto dal duo Trump-Netanyahu con il brano “La guerra di Donald e Bibi”.<br>Standing ovation, fuochi d’artificio, orchestra che attacca una marcia trionfale.<br>Invece no.<br>I titoli dei giornali erano tutti per i nuovi Simon &amp; Garfunkel, Ike &amp; Tina Turner, Bob Dylan &amp; Joan Baez, del Medio Oriente.<br>Un duo che la “musica” la impone sul serio, altro che Ariston.<br>E del Festival, l’evento che dovrebbe paralizzare la nazione, incollando metà degli italiani davanti allo schermo tv, inaspettatamente sulle aperture non c’è quasi traccia.<br>Delle performance geopolitiche dei due “chansonniers” non parlo.<br>La tournée è in corso, la polvere deve ancora posarsi, e dare giudizi affrettati è il modo più rapido per scrivere sciocchezze solenni.<br>Torniamo quindi alle scale dell’Ariston, che almeno lì la scenografia è finta ma dichiarata.<br>Premessa doverosa: l’ultimo Sanremo che ho seguito con una certa disciplina è quello del 1989, quando vinsero Anna Oxa e Fausto Leali con “Ti lascerò”.<br>Dopo di allora ho scelto l’astinenza.<br>Quell’atmosfera programmaticamente allegra, le discese rituali dalla scalinata come se fosse il Sinai, i cambi d’abito degni di una settimana della moda, le gag studiate al millimetro e vendute come improvvisazione geniale… non facevano per me.<br>Mi irritavano. E quando una cosa ti irrita in modo costante, forse è lei che ha un problema.<br>O forse sei tu che hai superato l’età dell’illusione collettiva.<br>Questo non significa che io detesti la musica. Anzi.<br>Le belle canzoni le ascolto volentieri, soprattutto in auto, quando nessuno mi obbliga a guardare vestiti improbabili o coreografie da villaggio turistico.<br>E guarda caso, spesso le canzoni migliori sono quelle che non salgono neppure sul podio dell’Ariston.<br>Pur non avendo seguito una sola serata, gli echi del Festival arrivano lo stesso.<br>I social sono un altoparlante permanente.<br>Così, incuriosito dagli “esperti” da divano, ho ascoltato in Rete Patty Pravo con “Opera” ed Ermal Meta con “Stella Stellina”.<br>Confesso che altri brani li ho intercettati alla radio, ma non sono mai riuscito ad arrivare in fondo. Canzoni che, se non fossero mai state scritte, la storia della musica non ne avrebbe risentito. Nessun lutto nazionale.<br>Opera, invece, ha un’altra stoffa.<br>Al di là dell’interpretazione inimitabile di Nicoletta Strambelli, il testo richiama certe suggestioni alla Battiato, con un impianto musicale armonioso e coerente.<br>Patty Pravo non poteva vincere. Lei gioca in un campionato diverso. È come invitare un professore universitario a una gara di spelling alle medie.<br>Del brano di Meta, al di là del testo palesemente politico, mi hanno colpito le musicalità balcaniche, che tradiscono con eleganza le sue origini. Un pezzo con una cifra riconoscibile, e già questo, in mezzo al mare delle basi tutte uguali, è una notizia.<br>Il vincitore, però, mi ha sorpreso.<br>“Per sempre sì” è un manifesto sentimentale, un inno all’amore eterno, con il matrimonio come apoteosi del racconto.<br>Un brano che non ha paura di essere dichiaratamente romantico.<br>Da Vinci è un artista napoletano versatile, figlio di una tradizione che porta dentro e che si sente.<br>Io ci avverto echi meroliani, una vena neomelodica che non chiede scusa a nessuno.<br>E forse è questo il punto. In mezzo a performer che spesso sembrano più recitatori su basi intercambiabili che cantanti, Sanremo 2026 ci dice che lo stile “Zappatore” non è morto.<br>Anzi. Resiste, prospera e conquista.<br>La morale? Mentre il mondo sembra diretto da una coppia di capi orchestra con il dito sempre sul grilletto, noi discutiamo di scale, outfit e acuti.<br>È un meccanismo di autodifesa collettivo. E in fondo, forse, è anche tenero.<br>Purché nessuno provi davvero a candidare Trump e Netanyahu tra i Big.<br>Lì temo che nemmeno l’orchestra di Sanremo riuscirebbe a coprire il rumore.</p>
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		<title>Sanità del Veneto-  Nominati i nuovi direttori generali delle Ulss</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 28 Feb 2026 14:50:16 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il Presidente della Regione Veneto, Alberto Stefani, ha firmato oggi i decreti di nomina dei nuovi Direttori Generali della sanità regionale. Il rinnovo riguarda tutte le Ulss territoriali, le Aziende Ospedaliere di Padova e Verona, l’Istituto Oncologico Veneto e Azienda<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<h1 class="wp-block-heading"></h1>



<p>Il Presidente della Regione Veneto, Alberto Stefani, ha firmato oggi i decreti di nomina dei nuovi Direttori Generali della sanità regionale. Il rinnovo riguarda tutte le Ulss territoriali, le Aziende Ospedaliere di Padova e Verona, l’Istituto Oncologico Veneto e Azienda Zero.</p>



<p>“Come avevamo promesso le nomine sono state varate entro il 28 febbraio”, ha dichiarato Stefani, esprimendo fiducia nelle competenze dei professionisti scelti. “Sono convinto che persone di qualità sapranno dare il meglio nelle rispettive aree di riferimento”.</p>



<p>Il governatore ha chiesto ai nuovi direttori “il massimo impegno” con una particolare attenzione alla medicina territoriale, all’innovazione tecnologica e all’umanizzazione delle cure. Un percorso che, nelle intenzioni della Regione, dovrà valorizzare esperienze diverse per individuare le soluzioni più efficaci a beneficio dei cittadini.</p>



<p>Tra le priorità indicate anche il rafforzamento del fascicolo sanitario elettronico, con l’obiettivo di rendere interoperabili i dati e favorire un dialogo sempre più efficace tra le Ulss. “A tutti i direttori generali auguro buon lavoro”, ha concluso Stefani.</p>



<p>Ecco le nomine:</p>



<p>Ulss 1 Dolomiti Giuseppe Dal Ben, commissario fino al 30 giugno 2026.<br>Ulss 2 Marca Trevigiana Giancarlo Bizzarri (nuovo).<br>Ulss 3 Serenissima Massimo Zuin (nuovo).<br>Ulss 4 Veneto Orientale Carlo Bramezza, proveniente dell’Ulss 7 Pedemontana.<br>Ulss 5 Polesana Mauro Filippi, proveniente dall’Ulss 4.<br>Ulss 6 Euganea Patrizia Benini, proveniente dall’Ulss 9 Scaligera.<br>Ulss 7 Pedemontana, Giovanni Carretta (nuovo).<br>Ulss 8 Berica, Peter Assembergs (nuovo).<br>Ulss 9 Scaligera, Pietro Girard, proveniente dall’Ulss 5.</p>



<p>Alla guida dell’Azienda Ospedale Università di Padova va Paolo Fortuna, già direttore generale dell’Ulss 6 Euganea.</p>



<p>All’Azienda Universitaria Integrata di Verona nominato Paolo Petralia (nuovo).</p>



<p>All’Istituto Oncologico Veneto Patrizia Simionato, già alla direzione dell’Ulss 8 Berica.</p>



<p>Infine a guidare Azienda Zero sarà Paolo Fattori (nuovo).</p>
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		<title>SIEME contro l’HPV: istituzioni e università unite per la prevenzione</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 13 Feb 2026 18:51:48 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[SALUTE e SANITÀ]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Roma – La prevenzione contro il Papilloma Virus Umano (HPV) torna al centro del dibattito scientifico e istituzionale con l’evento “SIEME contro l’HPV: l’università al servizio della scienza e della salute”, in programma il 4 marzo alle ore 15:00 presso<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p></p>



<p>Roma – La prevenzione contro il Papilloma Virus Umano (HPV) torna al centro del dibattito scientifico e istituzionale con l’evento “SIEME contro l’HPV: l’università al servizio della scienza e della salute”, in programma il 4 marzo alle ore 15:00 presso la Sala Polifunzionale della Presidenza del Consiglio dei Ministri, in via di Santa Maria in Via 37/B.</p>



<p>L’iniziativa si propone di rafforzare il dialogo tra istituzioni, mondo accademico e professionisti della sanità, promuovendo una cultura della prevenzione fondata su evidenze scientifiche e strategie condivise.</p>



<p>Ad aprire i lavori saranno i saluti istituzionali del Ministro della Salute, Orazio Schillaci, insieme all’Assessore regionale Luisa Regimenti, al Vicepresidente della Commissione Sanità Angelo Tripodi, al Presidente dell’Ordine dei Medici di Roma Antonio Magi e alla Presidente dell’Associazione Donne in Europa Stefania Arciello. Madrina dell’evento sarà la professoressa Brunella Orecchio Tajani.</p>



<p>Il primo approfondimento, dalle 15:30 alle 16:00, sarà dedicato al “Ruolo dei Direttori Generali ASL nella promozione della prevenzione HPV”, con un focus sulle strategie territoriali per incrementare l’adesione alle campagne vaccinali e migliorare l’accesso all’informazione.</p>



<p>Seguirà, dalle 16:00 alle 16:30, il panel “Scuola, università e prevenzione”, incentrato sull’importanza della formazione e della comunicazione scientifica tra i giovani. L’obiettivo è rafforzare il legame tra istituzioni educative e sistema sanitario, riconoscendo alla scuola e all’università un ruolo chiave nella diffusione della cultura della salute.</p>



<p>Dalle 16:30 alle 17:10 spazio al tema “Il ruolo strategico del farmacista nella profilassi vaccinale dell’HPV”. Esperti in strategie vaccinali, farmacovigilanza e discipline regolatorie analizzeranno il contributo delle farmacie come presidi di prossimità nella promozione delle campagne di immunizzazione.</p>



<p>La sessione conclusiva, dalle 17:10 alle 18:00, affronterà il tema del monitoraggio e della prevenzione dell’HPV da una prospettiva multidisciplinare. Tra gli argomenti in programma: prevenzione in età pediatrica, tumori HPV-correlati, implicazioni sulla fertilità, patologie benigne e salute orale, con particolare attenzione alla diagnosi precoce.</p>



<p>L’evento, realizzato con la collaborazione dell’Associazione Donne in Europa, si inserisce nel più ampio impegno delle istituzioni regionali e nazionali per rafforzare le politiche di prevenzione e sensibilizzazione, sottolineando come la vaccinazione e l’informazione corretta rappresentino strumenti fondamentali per la tutela della salute pubblica.</p>



<p>Per partecipare è necessario inviare una richiesta all’indirizzo assessor atouniversita@regione.lazio.it, indicando nome, cognome, luogo e data di nascita.</p>
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		<title>Matteo Miotto ed i nostri caduti insultati da Trump; zero reazioni della politica di casa nostra: inaccettabile</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 24 Jan 2026 10:30:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[IL GRAFFIO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Io c’ero quella fredda giornata del 31 dicembre 2010 quando arrivò la notizia della morte di un alpino italiano in Afghanistan: Matteo Miotto era primo caporal maggiore degli alpini di Thiene (Vicenza), e fu ucciso a 24 anni in Afghanistan,<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p></p>



<p>Io c’ero quella fredda giornata del 31 dicembre 2010 quando arrivò la notizia della morte di un alpino italiano in Afghanistan: Matteo Miotto era primo caporal maggiore degli alpini di Thiene (Vicenza), e fu ucciso a 24 anni in Afghanistan, colpito durante un conflitto a fuoco nel distretto di Gulistan. In forza al 7° reggimento, era di guardia nell&#8217;avamposto &#8220;Snow&#8221; al momento dell&#8217;attacco. Un ragazzo vicentino che perse la vita l’ultimo giorno dell’anno. Un alpino, uno di noi, mai dimenticato. Ricordo ancora il cordoglio dignitoso della famiglia mentre tutti noi stavamo fuori dalla casa di Matteo ad attendere conferme. Mai dimenticato. Fino ad oggi. Quando la memoria di Matteo è stata infangata dalla ennesima uscita di un presidente, quello americano, che non merita neanche di essere citato per nome. Non si sputa sui nostri morti, su chi ci ha lasciato onorando la bandiera e la Patria. E ci giunge fortissimo lo sdegno di tanti per il silenzio che ha accompagnato questo insulto a vittime come Matteo. Nel pezzo di Baldo spieghiamo il perché.</p>



<p>Luca Faietti</p>



<p></p>



<p></p>



<p>A Roma “li mortacci tua” non è solo un insulto.<br>E’ una maledizione laica, un modo brutale per dire: stai superando un limite, stai toccando ciò che non si tocca. I morti, appunto.<br>Ecco, le parole di Donald Trump sui militari dei Paesi Nato impegnati in Afghanistan suonano esattamente così. Non un’opinione politica, non una boutade da campagna elettorale.<br>Ma un secco, sprezzante: “li mortacci vostri”.<br>Perché quando si deridono, si sminuiscono o si liquidano come comprimari i soldati alleati degli Usa che hanno combattuto per vent’anni sotto mandato Onu, non si offende un governo.<br>Si offendono i morti.<br>E, con loro, i vivi che sono tornati a casa con una gamba in meno, una schiena spezzata o una testa che non dorme più.<br>L’Italia in Afghanistan ha lasciato sul terreno 53 militari. Cinquantatré bare avvolte nel tricolore. E oltre 700 feriti, molti dei quali segnati per sempre.<br>Altro che “retrovia”. Altro che “presenza marginale”.<br>Basta scorrere l’elenco delle missioni, dei reparti, delle province più calde – Herat, Farah, Bala Murghab – per capire che i nostri soldati erano lì dove si sparava davvero.<br>E spesso con mezzi inferiori, regole d’ingaggio più restrittive e una politica che li salutava in partenza salvo poi dimenticarsene al ritorno.<br>Su questo punto, all’estero, qualcuno ha reagito.<br>Il premier britannico Starmer ha parlato di parole offensive.<br>Veterani, famiglie, perfino membri della famiglia reale inglese hanno ricordato a Trump che la guerra afghana non è stata un picnic americano con comparse europee.<br>In Italia, invece, silenzio. Meloni zitta, tutti gli altri muti.<br>Ed è qui che la vicenda diventa politicamente imbarazzante.<br>Perché il silenzio non arriva da un governo qualunque.<br>Arriva dal governo dei “patrioti”, da chi si riempie la bocca di bandiera, onore, divisa, valori delle Forze Armate.<br>Da chi non perde occasione per farsi fotografare davanti a un picchetto d’onore o per rivendicare il rispetto dovuto ai militari.<br>E allora una domanda diventa inevitabile: il rispetto vale solo quando non disturba Washington?<br>Perché qui non si trattava di polemizzare con Trump sul commercio, sui dazi o sulla Nato come struttura politica.<br>Qui si trattava di difendere soldati italiani caduti. Uomini che hanno obbedito allo Stato, non ad un Partito. Che sono morti sotto governi di destra, di sinistra, tecnici, arcobaleno e monocromatici.<br>E invece niente. Nessuna parola. Nessuna indignazione. Nessun “così non si fa”.<br>Come se quei 53 morti fossero un dettaglio statistico sacrificabile sull’altare della realpolitik o, peggio, della sudditanza politica.<br>Trump può permettersi di lanciare il suo “li mortacci vostri” da oltreoceano, certo. È nel personaggio.<br>Ma chi governa l’Italia non può permettersi di incassarlo in silenzio.<br>Perché a forza di tacere, di minimizzare, di voltarsi dall’altra parte, si manda un messaggio chiarissimo: i nostri soldati vanno onorati solo nei discorsi ufficiali, non quando qualcuno li offende davvero.<br>E questa sì, più delle parole di Trump, è una mancanza di rispetto che grida vendetta.</p>
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		<title>Arzignano- Vicenza 1-2: beffa al fotofinish, polemiche sul recupero</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 18 Jan 2026 15:30:50 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[SPORT]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>ARZIGNANO – Derby acceso e ricco di tensione quello tra Arzignano Valchiampo e L.R. Vicenza, deciso solo nei secondi finali di un recupero lunghissimo e contestato. I biancorossi si impongono al termine di una gara che lascia forti recriminazioni in<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>ARZIGNANO – Derby acceso e ricco di tensione quello tra Arzignano Valchiampo e L.R. Vicenza, deciso solo nei secondi finali di un recupero lunghissimo e contestato. I biancorossi si impongono al termine di una gara che lascia forti recriminazioni in casa gialloceleste.</p>



<p>Il primo tempo è combattuto ed equilibrato, con ritmi alti e diversi duelli a centrocampo. L’episodio che cambia l’inerzia della partita arriva al 34’ del secondo tempo: l’Arzignano resta in dieci uomini per l’espulsione di Lathki, costretto a lasciare il campo tra le proteste del pubblico di casa.</p>



<p>Nella ripresa il Vicenza gioca con grande ritmo e al 27’ st sblocca il risultato con Capello, bravo a finalizzare un’azione insistita dei biancorossi. L’Arzignano prova comunque a restare in partita, e al 33’ st arriva il pareggio firmato Toniolo, che sembra indirizzare definitivamente il match.</p>



<p>Quando la gara pare ormai conclusa, l’arbitro concede un recupero molto prolungato. Proprio al 53’ st arriva il secondo gol del Vicenza con Caferri, rete che fa esplodere la panchina biancorossa e scatena invece le vibranti proteste dei giocatori e dello staff dell’Arzignano, furiosi per la durata del recupero.</p>



<p>Il triplice fischio arriva subito dopo, tra fischi e tensione sugli spalti. Per il Vicenza una vittoria pesante e discussa, per l’Arzignano una sconfitta amarissima che chiude un derby destinato a far parlare a lungo.</p>



<p>Al triplice fischio il direttore di gara viene accerchiato dai giocatori del Grifo, furiosi per il recupero extra. A fatica si riporta la calma mentre i biancorossi festeggiano sotto lo spicchio riservato ai 500 tifosi del Lane. </p>



<p></p>
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		<title>Vicenza Oro, l’altra faccia di una fiera di poco successo per il territorio!</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 17 Jan 2026 14:11:42 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[IL GRAFFIO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>È partita nel quartiere fieristico di Italian Exhibition Group, Vicenzaoro January 2026, uno degli appuntamenti di riferimento a livello globale per l’industria del gioiello. La manifestazione inaugura il calendario internazionale delle fiere di settore e si presenta con numeri consolidati: oltre 1.300<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>È partita nel quartiere fieristico di Italian Exhibition Group, Vicenzaoro January 2026, uno degli appuntamenti di riferimento a livello globale per l’industria del gioiello. La manifestazione inaugura il calendario internazionale delle fiere di settore e si presenta con numeri consolidati: oltre 1.300 brand espositori, il 40% dei quali esteri, provenienti da 30 Paesi.</p>



<p>Eppure.</p>



<p>Per anni la Fiera dell’Oro di Vicenza è stata sinonimo di eccellenza, centralità e visione. Un appuntamento capace di dettare le linee del settore orafo-gioielliero internazionale, attirando buyer, aziende, designer e media da tutto il mondo. Oggi, però, il suo peso appare ridimensionato, e il declino – lento ma costante – è percepibile tanto dagli addetti ai lavori quanto dagli operatori storici del comparto.</p>



<p>Uno dei segnali più evidenti è la progressiva riduzione di eventi collaterali realmente incisivi. Conferenze di alto profilo, momenti di confronto culturale, contaminazioni con moda, design e arte sono diventati più rari o poco riconoscibili. La fiera sembra aver perso quella capacità di raccontarsi e di produrre contenuti che vadano oltre la semplice esposizione commerciale. In un contesto in cui le manifestazioni fieristiche competono anche sul piano dell’esperienza e della narrazione, questa mancanza pesa in modo significativo.</p>



<p>A questo si aggiunge l’assenza di vere “star” del settore. Le grandi firme internazionali, i designer capaci di catalizzare attenzione, le personalità in grado di generare eco mediatica non trovano più a Vicenza una tappa obbligata. Senza nomi forti dello showbiz a fare da traino, l’attrattività dell’evento si indebolisce, così come l’interesse della stampa specializzata e non e dei buyer internazionali, sempre più selettivi nelle loro scelte.</p>



<p>Il progetto di rilancio affidato a Italian Exhibition Group avrebbe dovuto rappresentare una svolta. L’idea di inserire Vicenza in una strategia fieristica integrata, capace di valorizzarne la storia e allo stesso tempo proiettarla in una dimensione globale, resta però in gran parte sulla carta. La percezione diffusa è quella di una fiera gestita più in chiave amministrativa che strategica, priva di una visione forte e distintiva. E poco collegata alla città, poco sinergica nel rafforzare il connubio col</p>



<p>territorio. Le sinergie promesse non si sono ancora tradotte in un reale riposizionamento internazionale.</p>



<p>Il contesto globale, nel frattempo, corre veloce. Le fiere di riferimento si trasformano in piattaforme ibride, investono su contenuti, community, innovazione digitale e storytelling. Vicenza, che un tempo anticipava i trend, oggi sembra inseguirli, perdendo progressivamente quella leadership che l’aveva resa unica.</p>



<p>Il declino della Fiera dell’Oro di Vicenza non è dunque il risultato di una singola mancanza, ma di una somma di scelte prudenti, di occasioni mancate e di una visione che fatica a emergere. Non si tratta di una crisi irreversibile, ma di una fase che impone una riflessione profonda. Senza un cambio di passo deciso, fatto di coraggio progettuale, contenuti di alto livello e protagonisti capaci di ridare centralità all’evento, il rischio è quello di restare una fiera importante per la sua storia, ma sempre meno decisiva per il futuro del settore.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.tviweb.it/vicenza-oro-laltra-faccia-di-una-fiera-di-poco-successo-per-il-territorio/">Vicenza Oro, l’altra faccia di una fiera di poco successo per il territorio!</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.tviweb.it">TViWeb</a>.</p>
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		<title>E se gli USA invadessero l’Italia?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 06 Jan 2026 08:41:52 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[POLITICA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Da quando il mondo è&#160;venuto a conoscenza dell’operazione con cui gli Stati Uniti hanno attaccato il Venezuela,&#160;catturato&#160;e portato in manette a New York&#160;il presidente Maduro e la moglie,&#160;si susseguono dichiarazioni di ogni tipo da parte di leader mondiali, opinionisti,&#160;persone&#160;sui&#160;vari&#160;social. In<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p></p>



<p></p>



<p></p>



<p>Da quando il mondo è&nbsp;venuto a conoscenza dell’operazione con cui gli Stati Uniti hanno attaccato il Venezuela,&nbsp;catturato&nbsp;e portato in manette a New York&nbsp;il presidente Maduro e la moglie,&nbsp;si susseguono dichiarazioni di ogni tipo da parte di leader mondiali, opinionisti,&nbsp;persone&nbsp;sui&nbsp;vari&nbsp;social.</p>



<p>In generale&nbsp;è unanime&nbsp;la considerazione che sia&nbsp;stato destituito un dittatore,&nbsp;che ha&nbsp;istituito un regime repressivo,&nbsp;adottato la violenza per cancellare&nbsp;libertà civili e democratiche, impoverito il popolo,&nbsp;privandolo&nbsp;anche dei più basilari&nbsp;mezzi di sostentamento&nbsp;per&nbsp;arricchire pochi privilegiati,&nbsp;distribuito&nbsp;ricchezza solo fra alcune classi elitarie,&nbsp;favorito il narcotraffico per alimentare questa deriva di accumulazione di potere e&nbsp;guadagni.</p>



<p>Dove si distingue la valutazione sulla&nbsp;iniziativa di Trump&nbsp;è sul metodo adottato per raggiungere questo scopo.</p>



<p>Una considerazione che si fonda sul semplice,&nbsp;ma fondamentale distinguo&nbsp;se uno Stato, qualunque esso sia, possa&nbsp;arrogarsi&nbsp;il diritto di invadere un altro Stato, prendere in custodia, per qualcuno arrestare, per altri rapire,&nbsp;il suo presidente e decidere di assumerne il governo.</p>



<p>Diritto sancito nelle norme&nbsp;internazionali.</p>



<p>Sotto questo profilo&nbsp;si ascoltano varie opinioni.</p>



<p>L’atto del presidente degli Stati Uniti&nbsp;qualcuno può decidere di accettarlo,&nbsp;perché&nbsp;risponde a interessi superiori,&nbsp;come la lotta al narcotraffico, che ovviamente per molti&nbsp;altri è solo un pretesto per nascondere il vero interesse degli Stati&nbsp;Uniti di&nbsp;accaparrarsi le risorse petrolifere venezuelane. Cosa che&nbsp;riduce&nbsp;l’operazione&nbsp;a un&nbsp;colossale,&nbsp;ma anche molto banale,&nbsp;furto.</p>



<p>Qualcun altro può sostenere che non&nbsp;è diverso da altri&nbsp;atti&nbsp;che sono stati condannati&nbsp;o non condannati,&nbsp;dicendo che&nbsp;l’Occidente&nbsp;contesta&nbsp;la tentata invasione dell’Ucraina da parte della Russia, ma non ha&nbsp;preso analoga posizionead&nbsp;esempio&nbsp;sulle campagne, sempre guidate dagli Stati Uniti, contro l’Afghanistan e la Libia.</p>



<p>Cosa,&nbsp;comunque,&nbsp;non del tutto vera,&nbsp;perché molta parte dell’opinione pubblica occidentale ha&nbsp;contestato&nbsp;in modo molto veemente quelle iniziative,&nbsp;proprio perché&nbsp;non rispondevano alle norme internazionali.</p>



<p>Esiste però una considerazione che&nbsp;non è in alcun modo opinabile.</p>



<p>Ma è un fatto.</p>



<p>Nell’ambito di una logica&nbsp;democratica&nbsp;l’iniziativa del presidente&nbsp;Trump è&nbsp;del tutto illegale e antidemocratica.</p>



<p>La democrazia non consiste solo, infatti, nella possibilità di&nbsp;tutti di partecipare al voto, ma anche,&nbsp;se non soprattutto,&nbsp;nel&nbsp;suo radicamento nello&nbsp;Stato di Diritto e&nbsp;in&nbsp;un sistema di equilibrio fra&nbsp;il potere esecutivo, quello legislativo e quello giudiziario.</p>



<p>Queste condizioni sono connaturate a un&nbsp;sistema democratico, perché lo Stato di Diritto&nbsp;attribuisce a ogni persona&nbsp;il diritto di esercitare la sua libertà individuale, nei limiti della legge, senza che la stessa gli possa essere privata da un&nbsp;altro soggetto perché più forte, sotto il profilo economico, o quello fisico, o di dotazione di armi o di possibilità&nbsp;di esercizio&nbsp;del&nbsp;suo ruolo gerarchico.</p>



<p>E il potere giudiziario nella sua autonomia può incriminare&nbsp;chiunque, anche un Capo di Stato,&nbsp;privi un cittadino dei suoi diritti.</p>



<p>Questi elementi basilari di una democrazia sono gli stessi che ispirano le norme di convivenza fra gli Stati e sono sanciti nelle norme di diritto internazionale e nella istituzione di organi giudiziari sovranazionali come la Corte Penale Internazionale, che, al pari dei mandati emessi contro Putin e Netanyahu, avrebbe quindi titolo a accusare Maduro di narcotraffico internazionale, richiamandolo alle sue responsabilità penali personali, per farlo legittimamente arrestare, senza che ciò implicasse di  invadere o annettere il Venezuela.</p>



<p>Certo gli&nbsp;Stati possono decidere di&nbsp;non adottare i provvedimenti della Corte Penale Internazionale,&nbsp;come ha fatto l’Italia non arrestando il&nbsp;comandante della polizia giudiziaria libica&nbsp;Almansri, perché accusato di torture e di&nbsp;traffico di esseri umani&nbsp;o lasciando che Netanyahu sorvolasse i cieli italiani per rientrare dal suo viaggio negli Stati Uniti.</p>



<p>Allo stesso tempo&nbsp;il presidente&nbsp;Trump può&nbsp;ricevere il presidente Putin sul suo territorio&nbsp;o attaccare il Venezuela, facendo&nbsp;propria l’affermazione del ministro degli Esteri italiano&nbsp;Tajani per cui il diritto internazionale&nbsp;“vale fino a&nbsp;un certo punto”,&nbsp;quando il governo israeliano ha violato qualsiasi norma di&nbsp;diritto,&nbsp;assaltando le barche della&nbsp;Global Sumud&nbsp;Flottila&nbsp;in acque internazionali.</p>



<p>Ma una cosa è certa, ogni volta che questi atti sono compiuti da regimi non democratici ciò rientra nella logica della propria impostazione, ma se a farlo sono Paesi democratici in quel momento stanno negando la propria essenza.</p>



<p>Senza essere ipocriti, è evidente che esistono molteplici interessi in gioco e rapporti di forza per cui diventa complicato se non impossibile impedire queste azioni a un Paese come gli Stati Uniti, ma allo stesso tempo diventa complicità negare la verità innegabile, che Trump ha compiuto un atto illegale e non democratico, dal momento che non ha riconosciuto le basi delle norme internazionali cui i sistemi democratici si ispirano.</p>



<p>Una cosa è essere nell’impossibilità di impedire un atto,&nbsp;ma contestarlo, avviare ogni iniziativa&nbsp;diplomatica, possibilmente di matrice europea, pressione dell’opinione pubblica, denuncia, richiamo alle&nbsp;norme,&nbsp;altra cosa è considerarlo legittimo, legale o democratico.</p>



<p>Perché sostenerlo significa sostenere una cosa falsa.</p>



<p>Ma soprattutto significa accettarne la logica, aprendo la possibilità che&nbsp;possa essere reiterato senza alcun limite.</p>



<p>Potrebbe avvenire&nbsp;se la Cina invadesse&nbsp;Taiwan, come minaccia da tempo di fare, o se gli Stati Uniti decidessero di attaccare la Groenlandia, secondo quanto già più volte&nbsp;proclamato da Trump&nbsp;e ribadito&nbsp;nelle ore dopo l’operazione in Venezuela.</p>



<p>Sarebbe a quel punto da&nbsp;capire chi considera legittimo l’attacco al Venezuela, perché Maduro sosteneva il narcotraffico,&nbsp;cosa potrebbe sostenere per considerareallo stesso modo quello alla Groenlandia.&nbsp;Forse un Paese&nbsp;che smercia ghiaccio illegalmente.</p>



<p>E se un giorno al presidente degli Stati Uniti venisse in mente di annettersi l’Italia per sfruttarne l’enorme valore artistico e paesaggistico,&nbsp;a quale legge o norma internazionale chi considera legittimo&nbsp;e democraticol’attacco al&nbsp;Venezuela potrebbe aggrapparsi?</p>
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		<title>Usa contro Europa, è rischio guerra se Trump attaccherà la Groenlandia (danese)?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 05 Jan 2026 13:28:13 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
		<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La domanda è sempre più ricorrente e gli scenari che si aprirebbero hanno quasi dell’apocalittico per un mondo che da 80 anni si regge su alleanze consolidate nel mondo Occidentale; se Trump attaccasse la Groenlandia che è della Danimarca, attacca<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p><br>La domanda è sempre più ricorrente e gli scenari che si aprirebbero hanno quasi dell’apocalittico per un mondo che da 80 anni si regge su alleanze consolidate nel mondo Occidentale; se Trump attaccasse la Groenlandia che è della Danimarca, attacca di fatto un Paese della Unione Europea e quindi entra in guerra l’Europa?</p>



<p>In linea teorica, se gli Stati Uniti guidati da Donald Trump attaccassero militarmente la Groenlandia, che è territorio del Regno di Danimarca, si tratterebbe di un’aggressione armata contro uno Stato sovrano europeo. La Danimarca è infatti membro sia dell’Unione Europea sia della NATO, e questo rende la questione molto più complessa di un semplice conflitto bilaterale.</p>



<p>Dal punto di vista dell’Unione Europea, un attacco armato contro uno Stato membro può attivare l’articolo 42.7 del Trattato sull’Unione Europea, che prevede un obbligo di assistenza e difesa reciproca. Questo non significa automaticamente “guerra europea” nel senso classico, ma impone agli altri Stati membri di fornire aiuto con i mezzi che ritengono appropriati, che possono essere militari, logistici o politici. L’UE, tuttavia, non è un’alleanza militare strutturata come la NATO e le sue risposte dipendono sempre da decisioni politiche prese all’unanimità o quasi.</p>



<p>Il nodo più delicato sarebbe però proprio la NATO. Sia gli Stati Uniti sia la Danimarca ne fanno parte, e l’articolo 5 dell’Alleanza prevede la difesa collettiva in caso di aggressione esterna. Un attacco di un membro NATO contro un altro membro è uno scenario che i trattati non contemplano esplicitamente. In pratica, la NATO entrerebbe in una crisi politica senza precedenti: l’articolo 5 non verrebbe automaticamente applicato contro gli Stati Uniti, ma l’Alleanza sarebbe paralizzata da divisioni interne enormi, con fortissime pressioni diplomatiche per fermare immediatamente il conflitto.</p>



<p>Va anche considerato che la Groenlandia, pur facendo parte del Regno di Danimarca, gode di ampia autonomia e non è parte integrante dell’UE come territorio (anche se la Danimarca lo è). Questo non cambia però il dato fondamentale: un’azione militare contro la Groenlandia sarebbe percepita come un attacco alla sovranità danese. Le conseguenze più probabili non sarebbero una guerra totale Europa–USA, ma una combinazione di sanzioni, isolamento politico, rottura di trattati e una gravissima crisi dell’ordine occidentale, con l’Europa costretta a schierarsi politicamente a difesa di uno Stato membro, anche se con grande cautela sul piano militare.</p>



<p>In sintesi, sì: un attacco alla Groenlandia equivarrebbe di fatto a un attacco a un Paese europeo, ma non porterebbe automaticamente a una guerra armata tra Europa e Stati Uniti. Porterebbe però quasi certamente alla più grave crisi politica e strategica tra alleati occidentali dalla fine della Seconda guerra mondiale, con effetti destabilizzanti globali.</p>
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