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	<title>Luca Faietti, Autore a TViWeb</title>
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	<lastBuildDate>Mon, 26 Oct 2026 22:16:11 +0000</lastBuildDate>
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		<title>Fenomenologia di Bruno Vespa, un giovane giornalista che dà lezioni a chi vuole cambiare il mondo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 26 Oct 2026 10:50:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[IL GRAFFIO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Ci voleva il giovane Bruno Vespa per spiegare ai ragazzi come si sta al mondo. Con quel tono fresco da preside che ha appena trovato uno studente vicino al termosifone, il conduttore ha richiamato Sabrina Brizzola, coordinatrice dell’Unione degli universitari:<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p class="wp-block-paragraph">Ci voleva il giovane Bruno Vespa per spiegare ai ragazzi come si sta al mondo. Con quel tono fresco da preside che ha appena trovato uno studente vicino al termosifone, il conduttore ha richiamato Sabrina Brizzola, coordinatrice dell’Unione degli universitari: «Quando parlate voi giovani, per favore, documentatevi prima». La discussione riguardava l’abbandono scolastico; Vespa ne rivendicava i miglioramenti statistici. Il tono, invece, era quello dell’interrogazione a sorpresa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Già quel “voi giovani” meriterebbe una puntata. Dentro ci stanno milioni di persone, diligentemente raccolte nell’unica categoria degli inesperti che devono ancora capire. Di fronte, naturalmente, c’è lui: l’esperienza fatta persona, il registro di classe della Repubblica, il custode del corretto modo di dissentire.</p>



<p class="wp-block-paragraph">I ragazzi vorrebbero migliorare il mondo. Una pretesa piuttosto diffusa alla loro età, da qualche millennio. Vedono qualcosa che non funziona e pensano di poterlo cambiare. Talvolta sbagliano analisi, talvolta esagerano, talvolta fanno domande alle quali gli adulti rispondono con grande precisione: “Abbassa la voce”.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Poi ci lamentiamo che non partecipano.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Se restano sul divano sono apatici. Se scendono in piazza disturbano. Se accettano un confronto televisivo devono studiare. A questo punto converrebbe distribuire ai diciottenni un modulo: indicate come intendete deluderci, barrando una sola casella.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nella scena di <em>Porta a Porta</em>, il dettaglio più rivelatore è proprio la facilità con cui un’interlocutrice diventa un’alunna. Si può contestare un dato, chiedere una fonte, dimostrare un errore. Tutto legittimo, tutto necessario. Ma il passaggio alla ramanzina generazionale aggiunge un messaggio: prima ancora di discutere ciò che dici, ti ricordo chi comanda la conversazione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ed ecco il parruccone. Una postura mentale, un arredamento dello spirito: la certezza che il mondo sia una sala d’attesa nella quale i giovani devono accomodarsi finché qualcuno, molto ben sistemato, concederà loro udienza.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Vespa, in questa rappresentazione, sembra nato con la giacca già abbottonata e un sottosegretario da salutare. Difficile immaginarselo ragazzo mentre sogna di rovesciare le convenzioni. Viene più facile figurarselo intento a verificare se le convenzioni abbiano confermato la presenza in trasmissione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il sospetto, guardando quella severità, è che il coraggio giornalistico trovi condizioni climatiche particolarmente favorevoli quando davanti c’è una studentessa. Con il potere, invece, l’impressione è spesso quella di un salotto nel quale persino le domande debbano fare attenzione a non rovinare la tappezzeria.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sarebbe bello vedere la stessa impazienza pedagogica davanti alle risposte evasive di chi governa. Lo stesso sopracciglio alzato, lo stesso invito a prepararsi, la stessa urgenza di correggere. Una rubrica fissa: “Ministro, torni quando ha studiato”. Avrebbe un discreto successo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ai giovani, intanto, resta una colpa imperdonabile: guardare il mondo e pensare che potrebbe essere organizzato meglio. È un’ambizione che merita domande serie, anche dure. Merita qualcuno capace di ascoltare la risposta.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il giovane Vespa potrebbe provare. Magari scoprirebbe che, fuori dal salotto, c’è una generazione che non chiede il permesso di parlare per fare bella figura in televisione. Chiede spazio per costruirsi una vita.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per la prossima puntata, dunque, una piccola inversione dei compiti: i ragazzi studino i dati. Il professore ripassi l’ascolto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Leggi anche:<a href="https://www.tviweb.it/lega-il-suicidio-infinito/"> LEGA, IL SUICIDIO INFINITO</a></p>
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		<title>La domenica mattina e il piacere di scoprire come morire..</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 20 Sep 2026 12:24:51 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La domenica mattina dovrebbe essere una cosa tranquilla.Uno si alza, fa colazione, dà un&#8217;occhiata alle notizie, magari legge qualcosa che gli interessa e, se proprio vuole esagerare, si concede perfino il lusso di pensare che la giornata potrebbe trascorrere senza<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p class="wp-block-paragraph">La domenica mattina dovrebbe essere una cosa tranquilla.<br>Uno si alza, fa colazione, dà un&#8217;occhiata alle notizie, magari legge qualcosa che gli interessa e, se proprio vuole esagerare, si concede perfino il lusso di pensare che la giornata potrebbe trascorrere senza drammi.<br>Io invece ho commesso un errore. Ho aperto il motore di ricerca. E qui è cominciato il viaggio.<br>Non so se capita anche a voi, ma basta una ricerca qualsiasi, magari fatta per curiosità, e il buon vecchio Google sembra improvvisamente trasformarsi in una specie di primario di oncologia con una particolare predilezione per le brutte notizie.<br>Nel giro di pochi minuti mi sono comparsi davanti agli occhi:<br>“Metastasi ossee nel tumore mammario: cosa succede quando il tumore arriva alle ossa”.<br>Poi: “Cancro ai polmoni: 5 sintomi iniziali poco noti”.<br>E ancora: “La carne bianca associata al rischio di tumore allo stomaco nelle donne: lo studio su mezzo milione di persone”.<br>A questo punto cominciavo ad avere qualche perplessità perfino sul pollo arrosto.<br>Ma il motore di ricerca non si è fermato.<br>“Tumore ai testicoli: i sintomi, le cause e i trattamenti che tutti gli uomini devono conoscere”. Titolo comparso addirittura due volte. Evidentemente anche l&#8217;algoritmo, per sicurezza, aveva deciso di insistere.<br>Poi: “Cancro, 14 tipi di tumori individuati da un semplice esame del sangue”.<br>“Aumento del cancro al colon nei giovani adulti: sintomi e segnali da tenere d&#8217;occhio”.<br>“Che cos&#8217;è il sarcoma di Ewing e si può curare?”<br>E infine, quasi come il colpo di grazia:<br>“Quando fare l&#8217;analisi del sangue per ricercare marker tumorali”.<br>Mi sono fermato. Non perché avessi trovato la risposta alla domanda che stavo cercando.<br>Ma perché, arrivato a quel punto, mi sono chiesto se fosse ancora prudente uscire di casa.<br>Ora, intendiamoci.<br>La prevenzione è una cosa seria. Informarsi sulla salute è una cosa seria. E la medicina ha fatto passi avanti straordinari proprio perché oggi sappiamo molto più di ieri sulle malattie, sui fattori di rischio e sulle possibilità di cura.<br>Il problema è un altro.<br>Che cosa succede quando una quantità enorme di informazioni mediche viene messa a disposizione di persone che, nella stragrande maggioranza dei casi, non hanno gli strumenti per interpretarle?<br>Perché io posso anche leggere che un determinato sintomo può essere associato a una certa patologia.<br>Ma se quella mattina ho un po&#8217; di mal di schiena, il mio cervello non necessariamente ragiona come quello di un medico.<br>Il medico vede un sintomo dentro un quadro clinico. Io vedo il sintomo. E poi vedo il tumore. È un piccolo particolare, ma non proprio irrilevante.<br>Il problema è che Internet non conosce la differenza tra informazione ed interpretazione.<br>Ti mette davanti tutto.<br>Il tumore raro, quello frequente, il sintomo iniziale, quello tardivo, lo studio su mezzo milione di persone, l&#8217;esperto che consiglia una cosa e quello che ne consiglia un&#8217;altra.<br>E soprattutto ti mette davanti titoli costruiti per farti cliccare.<br>Perché un titolo come “Cinque cose da sapere per stare in buona salute” è ragionevole.<br>Ma “Cinque sintomi poco noti del cancro che non devi ignorare” è molto più efficace.<br>E infatti lo clicchiamo. Perché siamo esseri umani.<br>Abbiamo paura della morte e, contemporaneamente, una curiosità morbosa di sapere quando potrebbe arrivare.<br>Una combinazione perfetta per l&#8217;economia del clic.<br>E così la prevenzione rischia di trasformarsi in una specie di ipocondria digitale.<br>Una volta poteva capitare di avere un dolore e aspettare qualche giorno.<br>Oggi abbiamo la possibilità di fare una ricerca. Ed è lì che cominciano i guai.<br>Perché una ricerca porta a un&#8217;altra ricerca, poi a uno studio, poi a un forum, poi a un video di un sedicente esperto e alla fine, senza quasi accorgercene, siamo passati da un innocuo mal di stomaco alla diagnosi differenziale di sette malattie rare.<br>Il tutto comodamente seduti in cucina.<br>E naturalmente, dopo averti spiegato come potresti morire in quattordici modi diversi, Internet ti offre anche la ricetta per vivere a lungo.<br>E qui arriva il professor Silvio Garattini.<br>Persona seria, grande studioso, uomo che ha dedicato una vita alla ricerca.<br>Ma anche lui, poveraccio, entra in questa domenica mattina nel momento sbagliato.<br>“Mangiare poco per vivere a lungo: a pranzo una spremuta o una banana bastano. Il vino? Cancerogeno”.<br>Ora, io non metto in discussione quello che dice Garattini.<br>Ma provate a mettervi nei miei panni.<br>Prima mi avete parlato di metastasi ossee. Poi del tumore ai polmoni. Poi di quello ai testicoli. Poi del colon. Poi del sarcoma di Ewing. Poi dei marker tumorali.<br>E quando finalmente penso di potermi consolare con un bel piatto di pasta senza vino perché sono astemio, arriva Garattini a spiegarmi che forse è meglio una banana.<br>A quel punto ho chiuso il computer.<br>Non perché avessi finalmente capito come vivere più a lungo.<br>Ma perché avevo cominciato ad avere seri dubbi sulla convenienza di vivere ancora cinque minuti.<br>La verità, naturalmente, è molto più semplice e molto più seria.<br>La medicina ha bisogno di informazione. Ma l&#8217;informazione sanitaria, senza contesto, può diventare disinformazione involontaria.<br>Dire che un sintomo può essere associato a una malattia non significa dire che chi presenta quel sintomo abbia quella malattia.<br>Dire che una sostanza aumenta un rischio non significa che chi la assume si ammalerà.<br>Dire che una patologia può comparire anche nei giovani non significa che ogni giovane debba vivere con il sospetto di averla.<br>Sono differenze elementari per un medico.<br>Non necessariamente per chi legge alle otto del mattino davanti a una tazza di caffè.<br>E allora forse dovremmo ricordarci che non tutto ciò che possiamo sapere ci fa necessariamente stare meglio.<br>Abbiamo conquistato un accesso alla conoscenza che nessuna generazione precedente ha mai avuto.<br>Ma non abbiamo ancora conquistato, evidentemente, la capacità di gestirla tutta.<br>E così può accadere il curioso paradosso del nostro tempo: abbiamo più informazioni per vivere meglio, più strumenti per prevenire le malattie, più possibilità di curarle, e contemporaneamente siamo diventati capaci di trascorrere la domenica mattina a scoprire tutte le possibili malattie che potremmo avere.<br>A pensarci bene, forse la prossima volta faccio colazione senza Internet.<br>Pane, caffè e……… una banana.<br>Naturalmente senza sapere se la banana fa bene o male.<br>Almeno fino a lunedì.<br></p>



<p class="wp-block-paragraph">PS: confesso che una volta uscito, mi era quasi venuto spontanei salutare un passante con “Fratello ricordati che devi morire”. Mi sono trattenuto per timore di qualche reazione inconsulta.</p>
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		<title>Il cetriolo fiscale: quando l’inflazione presenta il conto, ecco chi lo paga</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 19 Sep 2026 11:03:31 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ECONOMIA]]></category>
		<category><![CDATA[IL GRAFFIO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>In questa Repubblica di Pulcinella, dove riusciamo ad accapigliarci praticamente su tutto, c’è una cosa sulla quale regna invece un commovente silenzio: il FISCAL DRAGNessuno ne parla. Nessuno si straccia le vesti. Nessuno organizza un corteo. Nessuno occupa un’autostrada.Eppure è<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p class="wp-block-paragraph">In questa Repubblica di Pulcinella, dove riusciamo ad accapigliarci praticamente su tutto, c’è una cosa sulla quale regna invece un commovente silenzio: il FISCAL DRAG<br>Nessuno ne parla. Nessuno si straccia le vesti. Nessuno organizza un corteo. Nessuno occupa un’autostrada.<br>Eppure è una delle cose che possono incidere più concretamente sulle tasche di lavoratori dipendenti e pensionati.<br>E allora, visto che qualche mese fa avevo già scritto del problema, oggi ci torno sopra.<br>Anche perché nel frattempo è arrivato un piccolo particolare.<br>L’inflazione ad agosto è risalita al 3,3%.<br>Lo certifica l’Istat, che ha appena pubblicato i dati definitivi: a luglio era al 2,9%. A spingere soprattutto i prezzi sono stati gli energetici, mentre l’inflazione di fondo è rimasta all’1,5%. Anche se, a guardare certi cartellini al supermercato, qualche dubbio su quella percentuale viene.<br>E qui arriva il nostro simpatico amico: il fiscal drag. Nome inglese, naturalmente.<br>Perché se dobbiamo fregarti qualche euro in più, vuoi mettere farlo con un termine che sembra uscito da una riunione della Banca d’Inghilterra?<br>Il meccanismo, invece, è semplicissimo.<br>Se i prezzi aumentano e, per effetto dell’inflazione, aumenta anche il reddito nominale, ma gli scaglioni dell&#8217;Irpef non vengono adeguati in misura corrispondente, una parte dell&#8217;aumento finisce al fisco<br>Formalmente lo Stato non ha aumentato le aliquote, ma incassa di più.<br>E il contribuente?<br>Vede diminuire il proprio potere di acquisto.<br>Per certi versi è un meccanismo geniale. Perché l&#8217;aumento delle tasse non arriva con una legge che qualcuno deve votare.<br>Arriva in silenzio. Non c’è bisogno di un ministro che annunci: «Cari cittadini, da domani vi aumentiamo le tasse».<br>No. Molto più elegante. Si lascia che aumentino prezzi e redditi nominali e si tengono fermi gli scaglioni.<br>Poi ci pensa il fisco.<br>Una specie di bancomat automatico alimentato dall&#8217;inflazione.<br>Vi è chiara quale sarebbe la soluzione più lineare del problema?<br>Semplice come l’acqua: indicizzare gli scaglioni di reddito IRPEF all’inflazione.<br>Ma la domanda vera è un’altra: perché a Berlino, Parigi o Vienna è possibile ciò che in Italia nessuno si sogna nemmeno di proporre?<br>Il problema è la spesa pubblica.<br>Il problema è che i soldi delle tasse non bastano mai, ed i numerosi tentativi di spending review si sono rivelati tutti fallimentari.<br>Per amor di verità di recente ho sentito in televisione Nicola Fratoianni rilanciare l’idea di una sorta di scala mobile. Ma manca sempre, a sinistra come a destra, la volontà di dire dove si taglia la spesa pubblica per trovare le risorse necessarie.<br>E qui veniamo alla parte che mi interessa di più.<br>Perchè il Fiscal Drag è di fatto un “cetriolo”. Ma chi può difendersi?<br>Il commerciante che, almeno in teoria, può aumentare il prezzo della merce.<br>Il professionista che può rivedere la parcella. L’artigiano che può aggiornare il preventivo.<br>L’impresa che può, entro i limiti del mercato, ritoccare i propri listini.<br>Naturalmente non è sempre facile, e nessuno regala niente a nessuno.<br>Ma almeno un prezzo lo possono cambiare.<br>Il lavoratore dipendente no. Il pensionato no.<br>E allora può succedere una cosa paradossale.<br>Arriva un aumento. Sembra una buona notizia.<br>Poi arrivano l’inflazione, gli scaglioni Irpef e le detrazioni che non seguono automaticamente i prezzi.<br>E una parte di quell’aumento torna indietro, guarda caso, in direzione dell’ Agenzia delle Entrate.<br>È il motivo per cui il fiscal drag è una tassa particolarmente infida. Perché psicologicamente non la percepisci come una tassa. Nessuno ti manda a casa una lettera dicendo: “Gentile contribuente, quest’anno il cetriolo fiscale sarà un po’ più grosso, ci scusiamo per il disturbo!”.<br>No. Magari ti arriva semplicemente una busta paga un po’ più alta. E magari pensi pure: «Finalmente!». Poi guardi quanto è aumentato il costo della spesa, dell’energia, dell’assicurazione, del ristorante, del dentista e di tutto il resto. E scopri che il tuo potere d’acquisto non è aumentato affatto, anzi si è ridotto.<br>Ma il fisco, quello sì, ha fatto progressi.<br>Ed è qui che la domanda diventa inevitabile: il cetriolo continuerà a finire sempre dalla stessa parte?<br>E qui arriviamo al punto politico, senza bisogno di fare il tifo per nessuno.<br>Perché il fiscal drag non ha una tessera di partito; non è né di destra né di sinistra.<br>È semplicemente comodo. Comodo per chi chiunque governi.<br>Perché ridurre davvero il fiscal drag significa rinunciare ad una parte di gettito futuro, oppure trovare contemporaneamente altre coperture.<br>E quando si parla di bilancio pubblico italiano, la coperta è quella solita. Tirarla da una parte significa lasciare scoperti i piedi dall’altra.<br>Il problema, dunque, non è scoprire che l’inflazione esiste.<br>Il problema è decidere chi deve sopportarne il costo.<br>È per questo che continuo a considerare il fiscal drag una questione di equità prima ancora che di tecnica tributaria.<br>Uno Stato serio può certamente chiedere ai cittadini di pagare le tasse. Ma dovrebbe avere almeno la decenza di farlo alla luce del sole.<br>Non nascondendosi dietro l&#8217;inflazione.<br>Perché una tassa votata dal Parlamento la puoi discutere. La puoi contestare. Puoi perfino andare in piazza.<br>Il fiscal drag invece non protesta, non discute e non fa rumore; quando arriva il momento, presenta il conto.<br>E allora torno alla domanda con cui avevo aperto.<br>In questa Repubblica di Pulcinella, dove per qualsiasi cosa ci dividiamo in guelfi e ghibellini, possibile che almeno sul cetriolo fiscale non riusciamo a metterci d&#8217;accordo?<br>Perché una cosa, almeno, sembra certa.<br>L&#8217;inflazione passa. Il fisco resta.<br>E il cetriolo, guarda caso, finisce sempre dalla stessa parte (se fossi sboccato direi sempre negli stessi culi).<br>Umberto Baldo</p>
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		<title>Verona- Vicenza, un derby che sa di antico e che deve restare una partita di calcio nel nome di Rossi e Bagnoli</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 16 Sep 2026 16:27:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[IL GRAFFIO]]></category>
		<category><![CDATA[SPORT]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Ci sono derby che hanno bisogno di essere spiegati e altri che si spiegano da soli. Basta pronunciarne il nome per evocare rivalità, ricordi, sfottò, maglie, generazioni di tifosi e una storia che appartiene al territorio. Quello che attende il<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p class="wp-block-paragraph">Ci sono derby che hanno bisogno di essere spiegati e altri che si spiegano da soli. Basta pronunciarne il nome per evocare rivalità, ricordi, sfottò, maglie, generazioni di tifosi e una storia che appartiene al territorio. Quello che attende il calcio vicentino è un derby che sa di antico, ma che proprio per questo merita di essere vissuto con lo spirito giusto: quello della grande passione sportiva.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché oggi, prima ancora delle polemiche e delle tensioni che troppo spesso finiscono per accompagnare queste partite, ci sono due squadre che hanno un obiettivo preciso: giocare a calcio e conquistare tre punti importanti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Da una parte il Vicenza, squadra che porta sulle spalle una storia importante e l’ambizione di tornare stabilmente ai palcoscenici che il suo passato reclama. Dall’altra una formazione che arriva al derby con le proprie motivazioni, consapevole che partite come questa valgono qualcosa in più della semplice classifica. Perché un derby non assegna soltanto punti: assegna orgoglio, fiducia, entusiasmo e, per qualche tempo, il diritto di sorridere al bar e al lavoro.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È proprio questo il bello del calcio.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Una vittoria può cambiare l’umore di una città, una prestazione può far ritrovare entusiasmo, un gol può diventare il ricordo di una stagione. Ma tutto deve rimanere dentro il perimetro dello sport. La rivalità è parte del gioco, l’antagonismo è il sale del calcio, il tifo è indispensabile. La violenza, invece, non c’entra nulla.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ci saranno anche i due sindaci. Ed è un dettaglio tutt’altro che secondario. La loro presenza può rappresentare simbolicamente due comunità che si confrontano attraverso le proprie squadre, ma che continuano a riconoscersi in un territorio comune. Sarebbe bello che la fotografia più importante della giornata fosse proprio questa: due rappresentanti delle istituzioni insieme a una partita che, per una volta, riesce a raccontare il calcio nella sua dimensione più bella.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Quello che non ci deve essere è lo squallore degli incidenti. Non ci devono essere aggressioni, devastazioni, provocazioni che trasformano una giornata di sport in una cronaca di ordine pubblico. Chi cerca lo scontro non difende i colori della propria squadra: li danneggia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché una rivalità vera non ha bisogno della violenza per essere tale. Anzi, è proprio nella capacità di vivere la rivalità con intelligenza che si misura la maturità di una tifoseria.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E questo derby potrebbe essere anche l’occasione per ricordare due uomini che appartengono alla storia del calcio e che, con percorsi diversi, hanno rappresentato valori profondamente legati allo sport.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Paolo Rossi è un nome che a Vicenza non ha bisogno di presentazioni. È entrato nella storia del calcio italiano e nell’immaginario collettivo, ma ha lasciato anche un legame particolare con questa terra. Il suo nome evoca il talento, la gioia del gol, le grandi imprese, ma anche un modo semplice e popolare di vivere il calcio.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Osvaldo Bagnoli rappresenta invece un’altra idea di calcio: quella del lavoro, della disciplina, dell’organizzazione, del gruppo. Un allenatore capace di costruire grandi squadre senza bisogno di proclami, mettendo al centro il collettivo e il lavoro quotidiano.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Rossi e Bagnoli, due figure diverse ma unite da una stessa parola: calcio. Un calcio fatto di campo, sacrificio, talento, emozioni e rispetto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E allora il derby sia questo. Una partita vera, combattuta, magari nervosa, perché sarebbe assurdo pretendere che una sfida del genere non abbia tensione agonistica. Ma una tensione che resti dentro le linee bianche del campo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">I giocatori facciano il loro mestiere, gli allenatori preparino la partita, gli arbitri facciano il loro lavoro e i tifosi sostengano le proprie squadre. Che ci siano cori, colori, striscioni, sfottò e quella sana rivalità che rende il calcio diverso da qualsiasi altro sport.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Poi, quando l’arbitro fischierà la fine, resterà il risultato. Qualcuno festeggerà e qualcun altro tornerà a casa deluso. È la legge dello sport.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma sarebbe bello che, al di là del risultato, questa volta vincesse anche l’immagine di un derby vissuto come una festa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nel nome di Vicenza, nel nome del calcio e nel ricordo di Paolo Rossi e Osvaldo Bagnoli.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché il derby divide per novanta minuti. Il territorio, invece, resta.</p>
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		<title>Vicenza sott’acqua, allagamenti e record di pioggia!</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 10 Sep 2026 17:59:18 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
		<category><![CDATA[METEO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Le intense e persistenti precipitazioni che si sono abbattute nel pomeriggio sulla città, con la caduta di quasi 100 millimetri di acqua in sole tre ore (vedi allegato), hanno causato criticità al sistema di drenaggio delle acque piovane, provocando alcuni<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p class="wp-block-paragraph">Le intense e persistenti precipitazioni che si sono abbattute nel pomeriggio sulla città, con la caduta di quasi 100 millimetri di acqua in sole tre ore (vedi allegato), hanno causato criticità al sistema di drenaggio delle acque piovane, provocando alcuni allagamenti di sottopassi e strade. Si sono registrati anche allagamenti in alcune cantine e scantinati.</p>



<p class="wp-block-paragraph">«Per far fronte a questa situazione – fa sapere il sindaco<strong>&nbsp;Giacomo Possamai</strong>&nbsp;che ha effettuato un sopralluogo lungo le strade più colpite – il Comune di Vicenza ha aperto il Coc. La protezione civile comunale è operativa assieme alla polizia locale, alla cui centrale è possibile rivolgersi per le emergenze. Nelle prossime ore i fenomeni più intensi dovrebbero attenuarsi. Ringrazio gli operatori e i volontari per la tempestività con cui sono intervenuti».</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nel pomeriggio i sottopassi dello Stadio e di via Martiri delle Foibe sono stati chiusi alla circolazione dalla polizia locale in attesa del deflusso dell’acqua.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Si sono registrati allagamenti lungo strada Sant’Agostino, via della Scienza, viale San Lazzaro, via Retrone, corso Santi Felice e Fortunato, viale Torino, strada di Ca’ Balbi, viale della Pace, via Quintino Sella, viale della Pace, Stanga e Tormeno.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Insieme alla polizia locale e alla protezione civile comunale, sono operative squadre di Amcps e di Viacqua.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il centro operativo comunale resterà attivo anche nelle prossime fino a cessata emergenza.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per eventuali emergenze chiamare la centrale operativa della polizia locale allo&nbsp;044454531</p>
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		<title>Addio a Beppe Ramonda, l’ultimo dei fratelli di un “impero” vicentino</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 05 Sep 2026 09:26:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Se ne va con Beppe Ramonda un altro pezzo di quel Veneto che sapeva costruire imperi partendo quasi dal nulla. Un Veneto fatto di lavoro, intuito, famiglia e di una capacità, oggi forse irripetibile, di trasformare una piccola bottega di<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph">Se ne va con <strong>Beppe Ramonda</strong> un altro pezzo di quel Veneto che sapeva costruire imperi partendo quasi dal nulla. Un Veneto fatto di lavoro, intuito, famiglia e di una capacità, oggi forse irripetibile, di trasformare una piccola bottega di provincia in un marchio conosciuto ben oltre i confini vicentini.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Giuseppe Ramonda, per tutti Beppe o Beppo, è morto improvvisamente nella notte ad <strong>Alte Ceccato</strong>, là dove settant’anni fa era cominciata una delle più straordinarie avventure imprenditoriali del nostro territorio.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Era l’ultimo dei tre fratelli, insieme a <strong>Maria e Ginetta</strong>, che avevano scritto la storia delle <strong>Sorelle Ramonda</strong>. Maria se n’era andata nel 2020, Ginetta nel 2022. Oggi si chiude definitivamente una generazione, quella dei fondatori. Ma resta ciò che hanno costruito.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La storia ha qualcosa di epico nella sua semplicità. Le radici affondano negli anni Trenta, quando mamma Amelia percorreva a piedi o in bicicletta le campagne vendendo stoffe, bottoni e tutto ciò che poteva servire alle famiglie. Poi, nel 1954, il salto: Maria, Ginetta e Giuseppe prendono in mano quella piccola attività e intuiscono che il commercio sta cambiando, che sta nascendo una nuova Italia, più ricca, più curiosa, desiderosa di vestirsi meglio e di consumare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Da un negozio di tessuti di poche decine di metri quadrati nasce progressivamente un gruppo capace di arrivare a <strong>decine di punti vendita tra Italia e Austria</strong>, oltre mille dipendenti e centinaia di milioni di fatturato. Un autentico impero commerciale, costruito senza perdere l’identità di azienda familiare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Beppe Ramonda ne è stato per decenni l’anima operativa. Ancora a ottant’anni era descritto come un uomo presente quotidianamente in azienda, attento ai fornitori, alle banche, ai numeri ma anche alle persone. Curioso, rapido nelle decisioni, capace di leggere il mercato prima degli altri. Quella figura di imprenditore che non aveva bisogno di raccontarsi perché preferiva che fossero i risultati a parlare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E i risultati hanno parlato eccome.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sorelle Ramonda non è stata semplicemente una catena di negozi. Per generazioni di vicentini è stata quasi un luogo della memoria collettiva. Ad Alte Ceccato rappresentava qualcosa che andava oltre il commercio: era il simbolo concreto di una provincia che cresceva, lavorava, produceva ricchezza e guardava al futuro con un ottimismo che oggi sembra lontanissimo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Dentro la parabola dei Ramonda c’è in fondo tutta la storia migliore del Nordest. Figli di una famiglia numerosa, partiti da un’attività ambulante, capaci di rischiare e poi di reinvestire continuamente. Nessuna scorciatoia. Molto lavoro. E soprattutto una famiglia che ha saputo restare famiglia anche quando l’impresa diventava enorme.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nel 2024, per i settant’anni dell’azienda, Beppe era rimasto l’unico dei tre fondatori. Aveva brindato con i dipendenti ricordando Maria e Ginetta. Un’immagine che oggi assume un significato ancora più forte.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ora anche lui le ha raggiunte.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Rimane un gruppo solido, affidato alle nuove generazioni. Rimangono i negozi, i dipendenti, il marchio. Ma soprattutto rimane una storia imprenditoriale che appartiene ormai alla storia stessa del Vicentino.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché ci sono aziende che producono fatturato e aziende che finiscono per diventare parte dell’identità di un territorio.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Sorelle Ramonda appartiene alla seconda categoria.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">E Beppe Ramonda ne è stato uno degli ultimi grandi protagonisti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Con lui se ne va l’ultimo dei fratelli che, partendo da una manciata di stoffe e bottoni, riuscirono a costruire un impero</p>
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		<title>Festival di Venezia, “Ink”: Danny Boyle racconta come Murdoch trasformò il giornalismo in business</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 04 Sep 2026 10:42:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[CINEMA - SERIE TV]]></category>
		<category><![CDATA[CULTURA ARTE]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Tra i film più interessanti presentati in concorso alla Mostra del Cinema di Venezia, Ink colpisce per la capacità di raccontare una trasformazione che ha segnato profondamente il giornalismo contemporaneo: il momento in cui l’informazione ha cominciato a diventare sempre<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph">Tra i film più interessanti presentati in concorso alla Mostra del Cinema di Venezia, <em>Ink</em> colpisce per la capacità di raccontare una trasformazione che ha segnato profondamente il giornalismo contemporaneo: il momento in cui l’informazione ha cominciato a diventare sempre più prodotto, mercato, competizione e potere. Il momento in cui The Sun ha bruciato tutte le regole del giornalismo nella Londra di fine anni 60. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Danny Boyle firma un film potente, girato con grande ritmo e notevole eleganza visiva, capace di trasformare una vicenda legata al mondo dell’editoria britannica in un racconto molto più ampio sul rapporto tra stampa, politica, denaro e opinione pubblica.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Al centro c’è l’universo costruito attorno a Rupert Murdoch e alla sua idea rivoluzionaria, e per molti aspetti spregiudicata, di giornalismo. Un modello che rompe con la tradizione della stampa britannica e porta definitivamente i giornali dentro una logica industriale: conquistare lettori, aumentare le vendite, anticipare la concorrenza e soprattutto comprendere che una notizia non deve soltanto essere importante, ma deve essere capace di attirare l’attenzione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È proprio questo uno degli aspetti più riusciti di <em>Ink</em>. Boyle evita la semplice biografia o la ricostruzione didascalica e mette in scena un cambiamento culturale. Il giornale non è più soltanto il luogo nel quale raccontare il mondo, ma diventa una macchina complessa nella quale convivono informazione, spettacolo, interessi economici e capacità di influenzare la società.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il risultato è un film estremamente attuale. Guardando ciò che accade nelle redazioni raccontate da Boyle è inevitabile pensare al giornalismo di oggi, ai social network, ai click, agli algoritmi e alla competizione continua per conquistare l’attenzione del pubblico. Murdoch comprese prima di molti altri che l’informazione poteva essere trattata come un grande business globale. Il film mostra bene quanto quella intuizione abbia cambiato per sempre il mestiere del giornalista.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La regia è probabilmente il punto di forza principale. Boyle imprime alla storia un ritmo quasi nervoso, energico, sempre in movimento. Le redazioni sembrano organismi viventi, attraversate da telefonate, titoli, fotografie, decisioni prese in pochi minuti e dalla pressione costante delle vendite. La macchina da presa accompagna perfettamente questa frenesia e restituisce allo spettatore la sensazione di essere dentro il processo di costruzione della notizia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma <em>Ink</em> funziona soprattutto perché non si limita a giudicare. Racconta un sistema, le sue contraddizioni e la sua enorme capacità di trasformare la società. Il giornalismo popolare di Murdoch può apparire aggressivo, commerciale e talvolta cinico, ma il film riconosce anche la straordinaria intuizione imprenditoriale che ne ha determinato il successo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ed è forse proprio questa ambiguità a rendere il film particolarmente riuscito. <em>Ink</em> non è semplicemente un film su Rupert Murdoch. È un film sulla trasformazione del giornalismo, sul confine sempre più sottile tra informazione e spettacolo e sulla domanda che ancora oggi attraversa ogni redazione: fino a che punto è possibile inseguire il pubblico senza perdere la propria identità?</p>



<p class="wp-block-paragraph">Danny Boyle costruisce così un’opera intelligente, spettacolare e sorprendentemente contemporanea. Un film sul passato della stampa che, in realtà, parla moltissimo del presente. E probabilmente anche del suo futuro.</p>
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		<title>FdI Vicenza candida Giovine come prossimo sindaco cittadino</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 21 Aug 2026 14:34:28 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
		<category><![CDATA[POLITICA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Un percorso costruito dal basso, aperto a tutte le forze del centrodestra e alla città, che prenderà il via entro la fine di settembre.&#160;È l&#8217;annuncio del presidente cittadino di Fratelli d&#8217;Italia di Vicenza, Alessandro Benigno, che apre ufficialmente il cantiere<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p class="wp-block-paragraph">Un percorso costruito dal basso, aperto a tutte le forze del centrodestra e alla città, che prenderà il via entro la fine di settembre.&nbsp;<strong>È l&#8217;annuncio del presidente cittadino di Fratelli d&#8217;Italia di Vicenza, Alessandro Benigno, che apre ufficialmente il cantiere in vista delle comunali del 2028</strong>&nbsp;e mette sul tavolo anche un nome per la corsa a Palazzo Trissino: quello del deputato&nbsp;<strong>Silvio Giovine</strong>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">«Fratelli d&#8217;Italia è la prima forza del centrodestra e non risparmia nulla all&#8217;amministrazione Possamai –&nbsp;<strong>esordisce Benigno</strong>&nbsp;–. Lo facciamo in consiglio comunale, lo facciamo nelle commissioni, lo facciamo sul territorio. E non siamo soli: penso al lavoro certosino e costante che il nostro capogruppo Nicolò Naclerio svolge insieme a Marco Zocca di Forza Italia, Michele Dalla Negra della Lega, Stefano Notarangelo di Impegno per Vicenza e Francesco Saoncella di Idea Vicenza. Con loro il confronto è quotidiano, sia tra i gruppi consiliari sia a livello di segreterie di partito».</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Nessuna autocelebrazione, però</strong>. «Per me tutto è sempre perfettibile –&nbsp;<strong>precisa Benigno</strong>&nbsp;–. Non esiste un centrodestra arrivato, esiste un centrodestra che lavora e che deve farlo sempre di più e sempre meglio. Dobbiamo migliorare, dobbiamo allargare, e soprattutto siamo ancora nei tempi per farlo bene. Aggregare nuove energie attorno a un progetto richiede metodo, costanza e pazienza, ma anche più grinta e determinazione da parte nostra e di tutti coloro che si ritengono alternativi alla sinistra».</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Da qui l&#8217;annuncio del laboratorio</strong>. «Proporremo entro la fine di settembre un percorso che non sia calato dall&#8217;alto, ma costruito dal basso: quartiere per quartiere, dalle periferie fino al centro storico. Vogliamo ascoltare i comitati, le associazioni, i commercianti, chi ogni mattina alza la saracinesca e chi la sera ha paura a tornare a casa. Un laboratorio che condivideremo con tutte le forze del centrodestra e con chiunque vorrà starci, senza veti e senza posti prenotati. Perché per arrivare pronti al 2028 servono le scarpe da ginnastica per girare la città, non il protagonismo mediatico».</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Un percorso che, accanto ai contenuti, dovrà misurarsi anche con i nomi</strong>. «A mio avviso il compito del tavolo del centrodestra è metterne sul piatto più di uno, per capire insieme quale sia il profilo più idoneo alla partita del 2028. Io certamente proporrò la candidatura a sindaco del nostro deputato Silvio Giovine, e mi auguro che voglia prendere in considerazione l&#8217;ipotesi: a mio parere è l&#8217;uomo giusto, perché per esperienza e competenza può far crollare il castello di carta di Possamai».</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Sulla proposta, Benigno mette le mani avanti</strong>. «Lo dico con la massima chiarezza: non è un&#8217;imposizione, non è una bandierina piantata per rivendicare un primato. È una proposta, che andrà discussa, verificata con il diretto interessato e condivisa con gli alleati e con la città. Però, oltre ai contenuti, è arrivato il momento di ragionare anche sui nomi e sulle disponibilità che potranno esserci. È giunto il momento di gettare il cuore oltre l&#8217;ostacolo».</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Il giudizio sull&#8217;amministrazione in carica è netto</strong>. «Possamai non è imbattibile come tanti vorrebbero far credere. E soprattutto non possiamo permetterci di lasciarlo dov&#8217;è. Al netto del degrado in cui è sprofondata la città, l&#8217;ideologia di questa giunta unita all&#8217;apatia decisionale del sindaco rischia di deturpare in modo irrimediabile il volto di Vicenza. Due esempi su tutti: la Tav e il metrobus. Sono opere che segneranno la città per i prossimi cinquant&#8217;anni e che meritavano una guida capace di decidere e di farsi rispettare, non di subire».</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Infine, la ragione del tempismo</strong>. «Abbiamo la possibilità di lavorare pancia a terra per tempo per trovare una sintesi, senza tatticismi e senza attendere che qualcun altro, magari all&#8217;ultimo minuto, decida per noi, come purtroppo è già accaduto. In questi anni ho visto troppe coalizioni arrivare all&#8217;appuntamento elettorale con il fiato corto, perché si è perso tempo a rinviare. Chi ha una proposta la metta sul tavolo: la nostra la mettiamo oggi, a viso aperto, e siamo pronti ad ascoltare quelle degli altri con lo stesso spirito. Noi preferiamo la strada più lunga: quella che si fa a piedi, tra la gente».</p>
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		<title>Attenzione alla carota arancione lunga 17 centimetri!</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 21 Aug 2026 14:14:19 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
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					<description><![CDATA[<p>È presente anche nel mercato italiano un giocattolo per bambini, a forma di carota, elastico e di colore arancione, lungo circa 17 centimetri, contenente sabbia contaminata da tremolite, una forma di amianto. Famiglie, scuole dell’infanzia, asili nido pubblici e privati<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p class="wp-block-paragraph">È presente anche nel mercato italiano un giocattolo per bambini, a forma di carota, elastico e di colore arancione, lungo circa 17 centimetri, contenente sabbia contaminata da tremolite, una forma di amianto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Famiglie, scuole dell’infanzia, asili nido pubblici e privati e strutture frequentate da minori sono quindi chiamati a fare la massima attenzione e in caso di presenza del giocattolo di seguire le indicazioni preposte dalle autorità competenti in materia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il Comune di Vicenza rilancia l’avviso dello Sportello Amianto Nazionale Aps relativo alla comunicazione del Ministero della Salute della ricezione della notifica europea “Safety Gate SR/01963/26” per il richiamo di un giocattolo destinato ai bambini, che potrebbe essere stato acquistato da cittadini e strutture destinate all’infanzia, incluse le scuole, ed essere quindi già nella disponibilità dei consumatori</p>



<p class="wp-block-paragraph">Maggiori informazionI: https://www.comune.vicenza.it/Novita/Comunicati/Allarme-per-giocattolo-per-bambini-a-forma-di-carota-contenente-amianto</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.tviweb.it/attenzione-alla-carota-arancione-lunga-17-centimetri/">Attenzione alla carota arancione lunga 17 centimetri!</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.tviweb.it">TViWeb</a>.</p>
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		<title>C’era una volta la fresca estate d’Asiago</title>
		<link>https://www.tviweb.it/cera-una-volta-la-fresca-estate-dasiago/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 21 Aug 2026 07:55:02 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[CURIOSITÀ - LIFESTYLE]]></category>
		<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>C’era una volta l’estate ad Asiago.Un’ora di macchina da Vicenza o da Padova, mille metri di quota, aria buona, boschi, prati, malghe e soprattutto una cosa che in pianura, nei mesi estivi, da qualche anno comincia ad assumere il valore<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p class="wp-block-paragraph">C’era una volta l’estate ad Asiago.<br>Un’ora di macchina da Vicenza o da Padova, mille metri di quota, aria buona, boschi, prati, malghe e soprattutto una cosa che in pianura, nei mesi estivi, da qualche anno comincia ad assumere il valore di un bene di lusso: il fresco.<br>Per generazioni di veneti Asiago è stato il rifugio naturale dalla fornace della Pianura Padana.<br>Non servivano spedizioni himalayane, sherpa e bombole d’ossigeno.<br>Bastava prendere la macchina, salire per qualche tornante e, una volta arrivati, respirare.<br>Anzi, per i nonni con qualche acciacco, per i bambini, per chi non aveva voglia di trasformare le vacanze in una gara di sopravvivenza, la quota dei mille metri era praticamente il paradiso terrestre.<br>Poi è arrivato il climat change.<br>Ed il paradiso ha cominciato a sudare.<br>Ad Asiago la temperatura ha raggiunto i 28 gradi, un valore che non si registrava da sedici anni. Certo un valore neanche paragonabile ai picchi sahariani raggiunti in pianura, ma pur sempre piuttosto insolito.<br>Ma la parte più interessante, ed anche la più inquietante, è che il problema non riguarda soltanto il capoluogo dell’Altopiano.<br>La Piana di Marcesina, quella che per anni abbiamo venduto ai turisti come la “Finlandia d’Italia”, è arrivata a 25 gradi. Campoluzzo, celebre per le sue temperature quasi artiche, ha toccato i 23.<br>E persino salendo verso i 2.000 metri si sono registrati 23-24 gradi.<br>Ed il bello è che non si tratta soltanto della solita giornata anomala, perché oltre ad un aumento medio della temperatura estiva, ci sono altri segnali; le gelate notturne stanno diminuendo, la siccità aumenta, l’accumulo estivo di precipitazioni si riduce.<br>E la vegetazione comincia a reagire. Alberi che riducono il trasporto di acqua verso le parti periferiche, perdita di aghi, foglie ingiallite o cadenti.<br>Per non parlare dei funghi che fanno sempre più fatica a trovare quel complesso di fattori che serve loro per vivere.<br>Ho parlato di Asiago, ma in questi mesi bastava consultare i dati delle temperature di tutte le località montane venete per rendersi conto che Asiago è ovunque, con punte di 30% raggiunte in Cadore.<br>La montagna, insomma, non sta semplicemente diventando più calda, sta cominciando a comportarsi diversamente.<br>E qui arriva la parte che dovrebbe interessarci molto più del termometro di Asiago, e comunque da non trascurare.<br>Quando la pianura diventa troppo calda, gli esseri viventi fanno quello che hanno sempre fatto nella storia del pianeta: si spostano.<br>Lo fanno gli animali. Lo fanno le piante. E lo fa anche l’uomo, che in questo campo non è affatto più intelligente degli altri esseri viventi.<br>Semplicemente possiede automobili, seconde case e carte di credito.<br>La direzione è naturalmente quella dell’alto.<br>La pianura soffoca? Si sale. La collina non basta? Si sale ancora. E se anche la montagna comincia a scaldarsi anno dopo anno, viene spontaneo chiedersi: quanto in alto dovremo arrivare?<br>A questo proposito c’è un personaggio che merita attenzione.<br>Il climatologo Luca Mercalli, insieme alla moglie Sofia, ha scelto da tempo di vivere stabilmente a Vazon, una piccola borgata dell’Alta Val di Susa, nel comune di Oulx.<br>Quota: 1.650 metri. Non mille o millecinquecento; milleseicento. Mercalli è evidentemente un uomo previdente.<br>Perché mentre noi continuiamo a considerare Asiago una specie di frigorifero naturale della Pianura Padana, lui ha scelto una quota decisamente più seria.<br>Naturalmente non significa che Mercalli abbia previsto personalmente le temperature dei prossimi Ferragosto; ma con il trend che vediamo estate dopo estate la sua scelta offre uno spunto interessante.<br>Se la pianura diventa sempre più calda ed anche le quote tradizionalmente considerate fresche cominciano a scaldarsi, chi ha disponibilità economica, tempo e flessibilità, cercherà disperatamente rifugio nelle terre alte.<br>E non sto parlando di un futuro remoto. Non dei nostri nipoti. Sta già succedendo adesso, sotto i nostri occhi.<br>Lo dimostra anche quello che raccontano gli operatori dell’Altopiano: sempre più persone salgono per fare sport perché in pianura, nelle giornate più torride, diventa difficile farlo in sicurezza. Ma anche con l’occhio attento alle offerte di un mercato immobiliare sempre più surriscaldato, con prezzi che solo fino a pochi anni fa si sarebbero considerati “pazzeschi”.<br>È l&#8217;inizio di una migrazione climatica molto particolare.<br>Non da un Continente all&#8217;altro. Non da un Paese all&#8217;altro (anche se avverrà). Dalla pianura alla montagna.<br>Ed eccoci al punto.<br>Perché la natura ha una fastidiosa abitudine: non legge i business plan degli operatori turistici.<br>Lo spazio fisico della montagna è quello che è.<br>Non possiamo semplicemente decidere che, siccome nei prossimi anni sempre più persone vorranno vivere o trascorrere l’estate a 1.500 metri, allora bisogna costruire tutto ciò che serve per ospitarle.<br>Perché sappiamo già come finisce. Prima arriva qualche nuova struttura ricettiva, poi un parcheggio, poi una strada più larga, poi un residence, poi le seconde case, poi il ristorante, poi il bar, poi il locale per l’aperitivo, poi il DJ, poi il parcheggio del locale, poi quello del supermercato, poi il residence accanto al residence.<br>E alla fine qualcuno si sveglia una mattina e scopre che la montagna è diventata una periferia della pianura, soltanto con più tornanti.<br>È esattamente il rischio che vediamo già con l’overtourism.<br>Abbiamo cominciato a portare sulle montagne gli stessi comportamenti dai quali cercavamo di scappare in città; code, traffico, parcheggi selvaggi, rumore, rifiuti, affollamento, inciviltà, assalto alle località più iconiche.<br>E, naturalmente, la fotografia, il selfie obbligatorio per dimostrare al mondo che siamo stati lì.<br>Perché ormai, se non abbiamo fotografato il panorama, evidentemente il panorama non è mai esistito.<br>Se il fenomeno della fuga verso l’alto diventerà significativo, le comunità montane avranno davanti una scelta molto seria.<br>Possono cercare di monetizzare tutto e subito (e qualche segnale al riguardo è già evidente).<br>Oppure possono capire che il loro vero patrimonio non sono i metri cubi ancora edificabili; è ciò che non è stato ancora costruito.<br>I montanari farebbero bene a svegliarsi prima che sia troppo tardi: la febbre del pianeta non si cura trasformando le vette nella caricatura della pianura. Se non si fissa un limite invalicabile, il guadagno di oggi diventerà la miseria ambientale e morale di domani.<br>Un prato vale proprio perché è un prato, un bosco vale proprio perché è un bosco, una malga vale perché intorno non c’è un condominio di sette piani, un piccolo paese di montagna è prezioso proprio perché non è una copia di Jesolo con le montagne sullo sfondo.<br>Naturalmente nessuno può fermare il caldo con un’ordinanza comunale.<br>E nessuno può impedire alle persone di cercare refrigerio dove ancora esiste.<br>Ma proprio per questo bisogna cominciare a ragionare prima che la necessità diventi emergenza, e l’emergenza diventi business.<br>Perché se milioni di persone cercheranno progressivamente le “terre alte”, le terre alte non basteranno per tutti.<br>E soprattutto non possiamo pensare di risolvere il problema semplicemente costruendo. Altrimenti accadrà qualcosa di paradossale.<br>La gente fuggirà dalla pianura perché è troppo calda, salirà in montagna cercando natura e fresco, e noi costruiremo talmente tanto in montagna da trasformarla in una nuova pianura, movida notturna compresa.<br>Con una differenza. Avremo distrutto anche l’ultima alternativa.<br>Forse dovremmo cominciare a considerare la montagna non come un’enorme superficie ancora disponibile per costruire, ma come un patrimonio fisico limitato che diventerà sempre più prezioso proprio perché il clima cambierà.<br>Perché potrebbe arrivare il giorno in cui mille metri non saranno più sufficienti.<br>Allora serviranno i millecinquecento, poi i duemila.<br>E a quel punto qualcuno potrebbe finalmente domandarsi: quanto in alto pensiamo di poter scappare?<br>La risposta, purtroppo, è semplice.<br>Non possiamo continuare a salire all’infinito.<br>E soprattutto non possiamo trasformare ogni metro conquistato al caldo in un metro quadrato di cemento.<br>Perché se la pianura continuerà a scaldarsi e noi continueremo a trasformare la montagna nel suo parcheggio estivo, alla fine avremo ottenuto il risultato più demenziale possibile: avremo portato la pianura fin lassù, e poi ci toccherà cercare un’altra montagna dove fuggire.<br>Con buona pace dei nostri nipoti<br>E, magari, anche di qualche climatologo previdente a 1.650 metri.<br>Umberto Baldo</p>
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		<title>Fratelli d’Italia, ma solo quando si vince…</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 21 Aug 2026 07:15:12 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[CURIOSITÀ - LIFESTYLE]]></category>
		<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[SPORT]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Guardando gli Europei di atletica ho avuto spesso la sensazione di essermi sintonizzato per errore sui Mondiali.Poi ho guardato meglio le bandiere.Svizzera, Norvegia, Germania, Svezia, Italia. E ho capito che non era un errore della televisione.Era semplicemente l&#8217;Europa del 2026.Perché<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p class="wp-block-paragraph">Guardando gli Europei di atletica ho avuto spesso la sensazione di essermi sintonizzato per errore sui Mondiali.<br>Poi ho guardato meglio le bandiere.<br>Svizzera, Norvegia, Germania, Svezia, Italia. E ho capito che non era un errore della televisione.<br>Era semplicemente l&#8217;Europa del 2026.<br>Perché se c&#8217;è uno spettacolo che racconta meglio di mille convegni come è cambiato il nostro Continente, sono proprio i podi dell&#8217;atletica.<br>Una volta, a guardare una finale europea, avresti visto quasi esclusivamente uomini e donne con la pelle bianca; oggi ti sembra di assistere ad una piccola assemblea generale dell&#8217;umanità.<br>Ci sono tutti; ragazzi e ragazze di origine africana che corrono con la maglia tedesca, svizzera, norvegese o svedese. Atleti di origine caraibica sotto la bandiera britannica.<br>E italiani con la pelle color caffellatte, con evidenti origini africane, o semplicemente con cognomi che raccontano storie di migrazioni che fino a qualche decennio fa sarebbero sembrate impensabili.<br>E qui comincia il bello. Perché mentre guardiamo tutto questo, fuori dallo stadio di Birmingham l&#8217;Europa continua a discutere di muri, confini, respingimenti, identità, invasione, sostituzione, sicurezza e paura dello straniero.<br>Da una parte la Fortezza Europa; dall&#8217;altra una pista di atletica nella quale le frontiere sembrano improvvisamente evaporate.<br>E nessuno degli spettatori sembra avere problemi. Anzi.<br>Tutti a fare il tifo, tutti ad applaudire, tutti orgogliosi.<br>&#8220;Il nostro campione!&#8221;, &#8220;La nostra ragazza!&#8221; &#8220;Grande Italia!&#8221;<br>Che strano.<br>Lo straniero, quando arriva, può essere un problema, quando vive nel quartiere accanto, può diventare una questione politica, quando chiede un lavoro, una casa o semplicemente un&#8217;opportunità, ricomincia la discussione sull&#8217;integrazione.<br>Ma se indossa la maglia della Nazionale, corre più veloce degli altri e sale sul podio, succede qualcosa di imprevedibile; diventa immediatamente “uno di noi”.<br>Il passaporto emotivo dell&#8217;Europa contemporanea si timbra a colpi di medaglie.<br>Se perdi, sei straniero, Se vinci, sei il nostro campione.<br>È il pragmatismo del tifo.<br>Il razzismo da bar, davanti ad una medaglia d&#8217;oro, sembra avere una straordinaria capacità di dissolversi.<br>E qui gli Europei di atletica ci stanno mostrando qualcosa che la politica europea sembra non voler vedere.<br>L&#8217;Europa è già cambiata. È cambiata nelle scuole, nei quartieri, nelle università, negli ospedali, nelle fabbriche, e soprattutto fra le giovani generazioni. È cambiata anche nello sport.<br>Solo che la nostra rappresentazione mentale dell&#8217;Europa è rimasta indietro.<br>Continuiamo, io per primo, ad immaginare il tedesco biondo, lo svizzero biondo, il norvegese biondo, lo svedese biondo.<br>La Norvegia, poi, nella nostra fantasia continua a essere popolata da vichinghi alti due metri, biondissimi, con gli occhi azzurri e possibilmente uno sci (od un’ascia) in mano.<br>Poi accendi la televisione e scopri che la Norvegia del 2026 vince le medaglie con atleti di colore.<br>E la cosa buffa è che non ci disturba affatto.<br>È questo il piccolo miracolo dello sport.<br>Riesce a fare in pochi secondi quello che la politica, la burocrazia e la sociologia discutono da decenni.<br>Ci fa vedere una persona per quello che sa fare, invece che per il colore della pelle, o per il Paese dal quale arrivavano i suoi genitori.<br>Prendiamo l&#8217;Italia.<br>Larissa Iapichino, figlia di Fiona May, è un esempio ormai familiare di questa Italia nuova.<br>Dariya Derkach, nata in Ucraina, è diventata una protagonista dell&#8217;atletica azzurra.<br>Andy Díaz Hernández, cubano, è diventato italiano e ha conquistato il vertice nel salto triplo.<br>Alexandrina Mihai è nata in Moldavia ed è salita sul podio nella marcia.<br>E poi c&#8217;è Fausto Desalu. Nato a Casalmaggiore, cresciuto in Italia, figlio di genitori nigeriani, campione olimpico con la staffetta azzurra.<br>Per ottenere la cittadinanza italiana ha dovuto aspettare diciotto anni.<br>La cittadinanza burocratica può richiedere diciotto anni, quella emotiva può arrivare in dieci secondi netti.<br>Perché quando Fausto Desalu corre per l&#8217;Italia, nessuno si mette a chiedere da dove venisse suo padre.<br>È italiano! Punto.<br>E quando arriva una medaglia, diventa anche &#8220;il nostro Fausto&#8221;. Questo è il paradosso.<br>La stessa società che può essere molto diffidente nei confronti dell&#8217;immigrazione è perfettamente capace di accogliere l&#8217;immigrato quando scopre che è utile al proprio orgoglio nazionale.<br>Guardando le nazionali europee viene fuori una fotografia che dovrebbe far riflettere molto più dei comizi.<br>La Germania non è più soltanto quella dei biondi. La Svizzera non è più soltanto quella dei biondi. La Svezia non è più soltanto quella dei biondi.<br>La Norvegia non è più soltanto quella dei biondi.<br>E la Francia, naturalmente, ci è arrivata prima, anche perché la storia coloniale francese ha prodotto da decenni una società molto più multietnica.<br>Ma oggi il fenomeno riguarda praticamente tutta l&#8217;Europa.<br>E lo sport non sta creando questa trasformazione. La sta semplicemente mostrando.<br>È una differenza importante.<br>Perché mentre la politica discute se l&#8217;Europa debba essere aperta o chiusa, la realtà ha già preso una decisione.<br>La realtà è molto meno ordinata dei nostri discorsi. Le persone si spostano, si innamorano, fanno figli, cambiano Paese, imparano lingue, diventano cittadini, e poi i loro figli corrono per la Nazionale.<br>Citius, altius, fortius. Più veloce, più alto, più forte.<br>Il vecchio motto olimpico sembra avere una sua ironica risposta alle nuove frontiere europee.<br>Le frontiere possono fermare le persone, ma non possono fermare la storia. E soprattutto non possono impedire che un figlio di immigrati diventi, un giorno, quello che corre con la nostra maglia.<br>Qui, però, arriva la parte meno consolatoria.<br>Perché sarebbe troppo facile concludere che lo sport ha risolto il problema dell&#8217;integrazione.<br>Non è così. Lo sport ci mostra semplicemente quanto siamo selettivi.<br>La nostra è una forma di integrazione piuttosto curiosa. Non integriamo soltanto le persone; integriamo soprattutto le loro prestazioni.<br>E allora forse la domanda da porsi non è perché ci siano sempre più atleti di origine straniera nelle nostre nazionali.<br>La domanda è perché riusciamo ad accettarli così facilmente quando vincono, e facciamo tanta fatica ad accettare gli altri quando non hanno nulla da offrirci se non la loro voglia di vivere qui.<br>Perché il ragazzo nero che gareggia e vince per l&#8217;Italia ci emoziona, mentre quello che cerca un lavoro ci preoccupa?<br>Perché il primo è &#8220;uno di noi&#8221;, e l’altro no?<br>Eppure sono spesso figli della stessa storia.<br>La differenza è che uno ha una corsia assegnata, un cronometro ed una medaglia in palio, l&#8217;altro no.<br>Forse è tutta qui la nostra grande contraddizione più macroscopica.<br>Non abbiamo imparato ad amare gli immigrati. Abbiamo imparato, ogni tanto, a fare un&#8217;eccezione per quelli che ci fanno comodo.<br>Quello che sale sul podio è &#8220;il nostro campione&#8221;; quello che arriva dal mare torna a essere &#8220;un clandestino&#8221;.<br>E così può capitare la cosa apparentemente più assurda di tutte: lo stesso Paese che esulta per un atleta di origine africana con la maglia azzurra può discutere, poche ore dopo, di come fermare l&#8217;immigrazione e di come rimandare indietro chi arriva da quei medesimi Paesi.<br>Non è una contraddizione soltanto italiana. È una contraddizione europea.<br>Perché mentre sulle piste di atletica l&#8217;Europa è già diventata multicolore, nelle urne e nei programmi politici cresce il successo di chi promette di renderla nuovamente bianca, ordinata e possibilmente impermeabile.<br>La parola &#8220;remigrazione&#8221;, che fino a qualche tempo fa sarebbe sembrata uscita da un vocabolario estremista, è ormai entrata nel dibattito politico di diversi Paesi europei.<br>E allora la fotografia dei podi diventa ancora più surreale.<br>Da una parte abbiamo ragazzi e ragazze con origini africane, asiatiche, caraibiche o latinoamericane che corrono per le nazionali europee.<br>Dall&#8217;altra abbiamo movimenti politici che discutono di come rimandare indietro una parte di quelle stesse persone, o dei loro genitori, o di chi potrebbe arrivare dopo di loro.<br>Sul campo di gara vincono le frontiere aperte, nelle urne, spesso, vincono quelle chiuse.<br>È questo il vero paradosso. Non è che l&#8217;immigrato ci piaccia.<br>Ci piace l&#8217;immigrato quando smette, almeno per qualche minuto, di essere un immigrato e diventa qualcosa che ci rende orgogliosi; un campione, un record, una medaglia, una bandiera.<br>Il resto della partita è molto meno edificante. Perché basta che finisca la gara, che sparisca il podio e che si spengano le telecamere, e l&#8217;incantesimo può rompersi.<br>Il campione torna a essere un cittadino, gli altri tornano a essere immigrati clandestini.<br>E l&#8217;Europa torna a discutere di muri, confini e &#8220;remigrazione&#8221;.<br>Insomma, il colore della pelle non ci dà poi così fastidio, purché sia accompagnato da una medaglia d&#8217;oro.<br>Ma questa non è integrazione, è tifo.<br>Ed il tifo, si sa, dura finché si vince.<br>Umberto Baldo</p>
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		<title>L.R. Vicenza, Gallo: “Pronti per la nuova stagione, il nostro è un buon gruppo”</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 20 Aug 2026 14:52:19 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[SPORT]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>In vista della partita L.R. Vicenza-Catanzaro, incontro valido per la prima giornata di Serie BKT, in programma venerdì 21 agosto alle ore 20:30 allo Stadio Romeo Menti mister Fabio Gallo ha rilasciato le seguenti dichiarazioni: “Iniziamo una nuova stagione che<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p class="wp-block-paragraph">In vista della partita L.R. Vicenza-Catanzaro, incontro valido per la prima giornata di Serie BKT, in programma venerdì 21 agosto alle ore 20:30 allo Stadio Romeo Menti mister Fabio Gallo ha rilasciato le seguenti dichiarazioni:</p>



<p class="wp-block-paragraph">“Iniziamo una nuova stagione che nasce da un’annata straordinaria. Ci siamo preparati e ci stiamo preparando nel miglior modo possibile: la squadra ha lavorato molto e oggi siamo a un punto in cui la partita di domani inizierà a mostrare il reale valore del gruppo rispetto alle altre squadre che affronteremo. Per ora tutto è un’incognita. Siamo una neopromossa: posso conoscere e valutare il valore della mia squadra, ma devo necessariamente confrontarlo con quello delle altre. Detto questo, il gruppo ha lavorato tanto e bene, e riteniamo di essere a un buon livello”.</p>



<p class="wp-block-paragraph">“Il campionato scorso va considerato come uno dei più belli nella storia del club, e lì deve rimanere: nessuno può toccarlo, così come nessuno può toccare la storia del Vicenza. Ma è la stagione passata. Questa sarà completamente diversa. Sento dire da più parti che la Serie B va conosciuta, va osservata, non va giudicata con pregiudizi: bisogna guardare, valutare e capire nel miglior modo possibile. Sarà un campionato molto complicato, perché il livello delle squadre e dei giocatori è nettamente superiore rispetto a quello che si incontra in Lega Pro”.</p>
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		<title>L&#8217;ossessione dei due litri al giorno: quando anche bere diventa una teoria del complotto</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 20 Aug 2026 08:14:13 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[CURIOSITÀ - LIFESTYLE]]></category>
		<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Ogni estate porta con sé almeno due certezze incrollabili: l&#8217;asfalto che sembra sciogliersi sotto il sole ed il servizio del Telegiornale che, con ammirevole ed estenuante regolarità, ci ingiunge di “rimanere al chiuso nelle ore più calde, proteggere anziani e<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.tviweb.it/lossessione-dei-due-litri-al-giorno-quando-anche-bere-diventa-una-teoria-del-complotto/">L&#8217;ossessione dei due litri al giorno: quando anche bere diventa una teoria del complotto</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.tviweb.it">TViWeb</a>.</p>
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<p class="wp-block-paragraph">Ogni estate porta con sé almeno due certezze incrollabili: l&#8217;asfalto che sembra sciogliersi sotto il sole ed il servizio del Telegiornale che, con ammirevole ed estenuante regolarità, ci ingiunge di “rimanere al chiuso nelle ore più calde, proteggere anziani e bambini, mangiare molta frutta e bere almeno due litri di acqua al giorno”.<br>E’ un format rassicurante e fastidioso nello stesso tempo, ripetuto a memoria da decenni.<br>Le stesse parole, le stesse immagini di repertorio, la testa infilata sotto l&#8217;acqua di una fontanella, l&#8217;intervista al passante che dice che «si muore dal caldo».<br>Da bambino mi sembrava normale. Oggi mi irrita.<br>Ed è qui che la faccenda diventa intrigante.<br>Perché nell&#8217;era in cui il sospetto è diventato la chiave primaria di lettura della realtà, anche una raccomandazione apparentemente innocua finisce nel tritacarne della narrazione cospirazionista.<br>Sui social network circola da tempo la convinzione che la «regola degli otto bicchieri» non sia altro che un&#8217;invenzione a tavolino dei colossi dell&#8217;acqua in bottiglia per far esplodere i propri profitti.<br>È la tesi di Big Water, ultimo e recente arrivo dopo Big Pharma e Big Food.<br>La teoria è più o meno questa: l&#8217;idratazione è certamente importante, ma qualcuno avrebbe preso questo banalissimo dato fisiologico, gli avrebbe appiccicato sopra un numero magico, «otto bicchieri», e poi avrebbe fatto partire la macchina del marketing.<br>Detta così sembra la solita teoria complottista buona per i social.<br>Ma, ed è proprio questo il punto interessante, non è completamente inventata.<br>Solo che la realtà è molto meno cinematografica.<br>La famosa regola dei due litri non è nata in una riunione segreta dei dirigenti di una multinazionale dell&#8217;acqua minerale.<br>Non c&#8217;erano, insomma, dodici signori in completo scuro seduti attorno ad un tavolo intenti a dirsi: “Signori, abbiamo un problema. Quale? La gente beve quando ha sete”. Silenzio. “Dobbiamo inventarci qualcosa. Otto bicchieri”. Applausi.<br>Peccato che la fisiologia umana non funzioni così.<br>Le raccomandazioni sull&#8217;assunzione di acqua risalgono a molti decenni fa ed avevano un significato diverso da quello che comunemente gli attribuiamo oggi.<br>Una delle raccomandazioni americane del 1945 parlava di circa 2,5 litri di acqua al giorno, ma specificava anche una cosa fondamentale: una buona parte dell&#8217;acqua necessaria all&#8217;organismo arriva già dagli alimenti.<br>Frutta, verdura, minestre, pasta, riso, yogurt e praticamente tutto ciò che contiene acqua contribuiscono al nostro bilancio idrico.<br>Insomma, quando mangiamo un&#8217;anguria non stiamo soltanto facendo una scelta gastronomica. Stiamo anche bevendo senza accorgercene.<br>Il problema nasce quando una raccomandazione generale viene trasformata in una specie di legge universale: due litri, tutti i giorni, per tutti, possibilmente sotto forma di acqua da bere.<br>E qui il marketing entra davvero in scena.<br>L&#8217;industria dell&#8217;acqua imbottigliata ha infatti promosso per anni il messaggio secondo cui bere una determinata quantità di acqua ogni giorno fosse indispensabile.<br>Non è una fantasia dei complottisti: esistono campagne, Associazioni di settore ed attività di comunicazione documentate che hanno contribuito a diffondere questo messaggio.<br>In Gran Bretagna, per esempio, una società di pubbliche relazioni dichiarò di aver lavorato alla campagna «drink 8 glasses of water a day» per un&#8217;associazione dell&#8217;industria delle acque minerali. Secondo i dati pubblicati dalla stessa società, la campagna contribuì a far crescere enormemente il consumo di acqua imbottigliata.<br>E nel 2009 tre grandi produttori, Danone Waters, Nestlé Waters e Highland Spring, fondarono il Natural Hydration Council, organismo che aveva anche l&#8217;obiettivo di promuovere il consumo di acqua attraverso campagne sull&#8217;importanza dell&#8217;idratazione.<br>Dunque Big Water esiste? In un certo senso sì. Tanto per dare un’idea, la filiera delle acque minerali in Italia sviluppa un giro d&#8217;affari complessivo pari a circa 3,3 miliardi di euro, ed il settore si conferma al vertice in Europa per volumi di consumo, con una produzione annua che supera i 16 miliardi di litri imbottigliati<br>Dunque esiste un&#8217;industria che vende acqua e che ha interesse a farne aumentare il consumo.<br>Però anche il panettiere tende a parlarci bene del pane.<br>Ma da questo fatto a sostenere che l&#8217;industria abbia inventato il bisogno fisiologico di bere due litri d&#8217;acqua ce ne passa parecchio.<br>La differenza non è sottile.<br>Il nostro organismo ha bisogno di acqua.<br>Questo non lo ha deciso né Danone né Nestlé, e nemmeno il Consiglio d&#8217;amministrazione di qualche misteriosa Big Water.<br>Lo ha deciso, per così dire, la biologia.<br>L&#8217;acqua è indispensabile per la regolazione della temperatura corporea, per la circolazione, per il funzionamento dei reni, per il metabolismo e per una quantità impressionante di altri processi fisiologici.<br>Il problema è stabilire quanta.<br>E qui la risposta diventa molto meno soddisfacente per chi ama le regole semplici.<br>Non esiste un numero magico valido per tutti.<br>Il fabbisogno dipende dall&#8217;età, dal peso, dall&#8217;attività fisica, dalla dieta, dalla temperatura ambientale e dalle condizioni individuali.<br>Chi corre dieci chilometri sotto il sole di agosto non ha certamente le stesse necessità idriche di chi trascorre la giornata seduto in casa con il ventilatore davanti.<br>Ed in caso di caldo intenso il fabbisogno aumenta perché perdiamo più liquidi attraverso la sudorazione.<br>C&#8217;è poi un&#8217;altra categoria alla quale prestare particolare attenzione: gli anziani.<br>Con l&#8217;età il meccanismo della sete può diventare meno efficace. E quindi può accadere che il corpo abbia bisogno di liquidi senza produrre un segnale di sete altrettanto evidente.<br>Insomma, la sete è una straordinaria invenzione evolutiva, ma non è un commercialista infallibile.<br>E soprattutto non è un&#8217;applicazione dello smartphone che ci manda una notifica alle 10.30: «Umberto, hai bevuto soltanto 347 millilitri. Vergognati».<br>Non abbiamo bisogno di trasformare la borraccia in un contatore fiscale dell&#8217;acqua.<br>Allo stesso tempo, però, non bisogna cadere nell&#8217;eccesso opposto.<br>Il complottista che sostiene che «due litri al giorno sono una puttanata inventata dai colossi» commette esattamente lo stesso errore di chi trasforma i due litri in una legge universale.<br>Il primo nega la complessità della fisiologia; il secondo la sostituisce con un numero.<br>Sono due facce della stessa medaglia: entrambi preferiscono una risposta semplice alla realtà.<br>Ed è qui che le teorie del complotto diventano affascinanti.<br>Perché partono spesso da qualcosa di vero. Sì, l&#8217;industria dell&#8217;acqua ha fatto marketing sull&#8217;idratazione. Sì, ha finanziato campagne. Sì, ha cercato di influenzare il comportamento dei consumatori. Sì, esiste una storia documentata di conflitti di interesse tra interessi commerciali e comunicazione sanitaria.<br>Ma da qui a costruire la grande cospirazione di Big Water che vuole controllare le nostre vite attraverso il bicchiere d&#8217;acqua quotidiano bisogna fare un salto che soltanto i social riescono a rendere normale.<br>È lo stesso meccanismo che abbiamo visto mille volte.<br>Si prende un fatto reale, lo si semplifica, si elimina tutto ciò che lo rende complicato, si trova un colpevole; e finalmente si dispone di una storia perfetta.<br>Una storia nella quale i buoni hanno capito tutto ed i cattivi stanno tutti dall&#8217;altra parte.<br>La realtà, invece, è terribilmente meno elegante.<br>Dice che dobbiamo bere.<br>Dice che non esiste una quantità identica per tutti. Dice che parte dell&#8217;acqua arriva dagli alimenti. Dice che quando fa molto caldo dobbiamo aumentare l&#8217;attenzione all&#8217;idratazione. Dice che gli anziani possono essere più vulnerabili alla disidratazione.<br>E dice anche che bere quantità spropositate non diventa salutare soltanto perché lo abbiamo letto su Instagram.<br>Insomma, possiamo tranquillamente smettere di avere paura di Big Water.<br>Ma possiamo anche smettere di credere alla leggenda dei due litri come se fosse stata incisa sulle tavole della legge.<br>La prossima volta che in televisione ci diranno di bere almeno due litri d&#8217;acqua, dunque, non sarà necessario chiamare il controspionaggio.<br>E se sui social qualcuno ci spiegherà che dietro quella bottiglia d&#8217;acqua si nasconde un piano globale delle multinazionali, possiamo rispondergli con una verità molto meno affascinante: l&#8217;acqua ci serve davvero, il numero magico no.<br>E, soprattutto, non serve una teoria del complotto per capire che se qualcuno riesce a convincerci a comprare una bottiglia di plastica per bere qualcosa che esce gratuitamente dal rubinetto, il marketing ha già fatto il suo lavoro.<br>Alla faccia di Big Water.<br>Umberto Baldo</p>
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		<title>L’architettura del ciuffo di Trump studiata dalla Nasa</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 20 Aug 2026 07:15:23 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Ci sono uomini che hanno fatto la storia con le idee, altri con le guerre, altri ancora con le scoperte scientifiche.E poi c&#8217;è Donald Trump, che nella storia dell&#8217;umanità rischia di entrare soprattutto per una questione molto più seria: come<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p class="wp-block-paragraph">Ci sono uomini che hanno fatto la storia con le idee, altri con le guerre, altri ancora con le scoperte scientifiche.<br>E poi c&#8217;è Donald Trump, che nella storia dell&#8217;umanità rischia di entrare soprattutto per una questione molto più seria: come diavolo facciano quei capelli a stare lì.<br>Perché diciamolo: si possono discutere le sue politiche, le sue dichiarazioni, i suoi rapporti con Putin, con l&#8217;Europa, con la Cina, con la Nato, e perfino con il buon senso.<br>Ma davanti a quella chioma viene spontanea una domanda che supera la geopolitica: chi li tiene su?<br>È un interrogativo che accompagna Trump da decenni ed al quale nessuno ha mai dato una risposta veramente convincente.<br>Gli Stati Uniti hanno mandato uomini sulla Luna, costruito portaerei nucleari, sviluppato missili ipersonici e creato l&#8217;Intelligenza artificiale.<br>Eppure non sono ancora riusciti a spiegare scientificamente il sistema di sostegno della capigliatura trumpiana.<br>Quello che noi comuni mortali chiamiamo semplicemente &#8220;riporto&#8221; è in realtà una complessa struttura architettonica.<br>Un&#8217;opera multidirezionale nella quale il capello sembra partire da un punto imprecisato della testa, compiere un lungo viaggio attraverso il cranio, superare il confine della ragione, e depositarsi dall&#8217;altra parte con una sicurezza che neppure un ponte autostradale.<br>Non è un&#8217;acconciatura. È un&#8217;infrastruttura. Probabilmente richiede progetti di “Archistar” come Renzo Piano, e forse concessioni edilizie.<br>Il fenomeno meriterebbe uno studio internazionale.<br>Prendiamo un comizio di Trump in un aeroporto. Decine di migliaia di persone, bandieroni, rumore, altoparlanti, vento proveniente dalla pista, aerei che decollano.<br>E lui è lì, immobile, con la giacca che si muove, la cravatta che ondeggia e quei capelli che restano esattamente dove devono stare.<br>A quel punto persino la meteorologia deve arrendersi.<br>La scienza ufficiale sostiene che siano capelli. Ma la scienza ufficiale, nella storia, ha preso anche delle cantonate.<br>Perché osservando quella struttura viene spontaneo sospettare l&#8217;impiego di materiali che normalmente troviamo nei cantieri: resine, collanti polimeri, materiali compositi, forse persino una piccola quantità di cemento armato.<br>Del resto, il mistero è ormai di portata internazionale. MI6, Mossad, Guoanbu cinese e SVR russo sarebbero impegnati allo stremo delle forze per venirne a capo. Altro che dossier nucleari, agenti infiltrati e guerre cibernetiche: da anni i migliori servizi segreti del pianeta tentano di scoprire la vera natura di quella struttura tricologica. Finora senza risultato.<br>Non è da escludere che sotto quella chioma si nasconda una tecnologia militare americana classificata. Magari il Pentagono la custodisce nella stessa stanza dove tengono i documenti sugli UFO.<br>Del resto, se esistesse un modo per costruire un&#8217;acconciatura capace di resistere contemporaneamente al vento, alla pioggia, agli elicotteri, alle campagne elettorali ed a Donald Trump stesso, quella tecnologia avrebbe certamente applicazioni strategiche.<br>Anche il colore meriterebbe una Commissione parlamentare.<br>Non è semplicemente biondo. È una tonalità che sembra cambiare a seconda della situazione politica; a volte tende al giallo, a volte all&#8217;arancione, a volte al ramato.<br>In certe fotografie assume perfino una tonalità che gli esperti definiscono prudentemente &#8220;Trump&#8221;, perché nessun altro essere umano ha mai avuto il coraggio di portarla.<br>È una cromia autonoma.<br>Un colore che potrebbe essere inserito direttamente nella tavolozza Pantone con una denominazione precisa: Trump 2026.<br>E poi c&#8217;è il pettine.<br>Qui siamo davanti ad uno dei più grandi misteri della civiltà occidentale. Perché, evidentemente, un pettine viene utilizzato. Ma non è chiaro quale sia la traiettoria. Nessuno ha mai visto veramente l&#8217;operazione completa. Sappiamo soltanto che da qualche parte, ogni mattina, avviene qualcosa.<br>Probabilmente in una stanza blindata; forse con una squadra di tecnici.<br>Uno controlla la simmetria, uno misura l&#8217;altezza, uno verifica la resistenza al vento, uno tiene il cronometro.<br>E alla fine qualcuno pronuncia la frase: &#8220;é pronto.&#8221;<br>A quel punto Trump può affrontare il mondo.<br>La cosa sorprendente è che, dopo tutti questi anni, quella capigliatura è diventata parte integrante del personaggio.<br>Trump senza quei capelli non sarebbe Trump; sarebbe semplicemente un miliardario americano di una certa età con idee politiche molto forti.<br>Con quei capelli, invece, è immediatamente riconoscibile a cento metri di distanza.<br>Sono diventati il suo logo, il suo stemma, la sua bandiera personale, persino la sua silhouette politica.<br>E forse è proprio questo il segreto.<br>In un&#8217;epoca nella quale i politici cambiano partito, programma, alleanze e perfino opinioni con una frequenza che farebbe impallidire un semaforo, i capelli di Trump hanno mantenuto una coerenza ideologica assoluta.<br>Sono sempre lì, biondi, ribelli, indomiti, impermeabili alla critica, e soprattutto incapaci di perdere una ciocca.<br>Alla fine, Governi e Presidenti passano, le maggioranze cambiano, le borse salgono e scendono, le guerre finiscono, le alleanze si rompono.<br>Ma quella chioma continua a sfidare le leggi della fisica con la stessa ostinazione con cui Donald Trump sfida quelle della diplomazia.<br>E allora forse dobbiamo rassegnarci.<br>Il vero miracolo americano oggi non è il dollaro, non è Wall Street, non è la Silicon Valley.<br>È quel riporto.<br>Perché Donald Trump può piacere o non piacere.<br>Si può essere d&#8217;accordo o meno con le sue idee.<br>Ma una cosa bisogna riconoscergliela: nessun altro uomo al mondo è riuscito a trasformare un problema di parrucchiere in una questione geopolitica.<br>Umberto Baldo</p>
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		<title>Automobili, una 500 per amica è per sempre!</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 19 Aug 2026 06:32:12 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
		<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>C’è una cosa curiosa che sta accadendo nel mondo dell’automobile.Mentre le case automobilistiche ci spiegano che il futuro sarà elettrico, digitale, connesso, assistito dall’intelligenza artificiale, e possibilmente capace di guidare da solo fino al supermercato, vanno a pescare i nomi<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p class="wp-block-paragraph">C’è una cosa curiosa che sta accadendo nel mondo dell’automobile.<br>Mentre le case automobilistiche ci spiegano che il futuro sarà elettrico, digitale, connesso, assistito dall’intelligenza artificiale, e possibilmente capace di guidare da solo fino al supermercato, vanno a pescare i nomi delle automobili più semplici e popolari della loro storia.<br>Renault tira fuori dal cassetto la R4, Citroën continua a evocare la 2CV, Fiat ha fatto della 500 un marchio globale, e continua a riproporre la Panda.<br>È la nostalgia applicata alla lamiera.<br>E, a pensarci bene, è una delle operazioni di marketing più intelligenti degli ultimi anni.<br>Perché inventarsi da zero un&#8217;automobile è relativamente facile; inventarsi il ricordo che quell&#8217;automobile deve suscitare è molto più difficile.<br>Se invece quel ricordo esiste già, magari da cinquant&#8217;anni, basta riaprire il cassetto.<br>Dentro ci trovi appunto una R4, una 2CV, una Panda, una 500.<br>Spolveri il nome, ridisegni la carrozzeria, ci metti una batteria, qualche telecamera, un grande schermo al centro della plancia ed una quantità imbarazzante di elettronica.<br>E così il passato diventa improvvisamente il miglior testimonial del futuro.<br>La cosa mi convolge direttamente, perché di Renault 4 ne ho avute due, una rossa ed una bianca.<br>E con una di quelle ho girato la Francia in lungo ed in largo, dalla Provenza alla Bretagna.<br>Non era esattamente un&#8217;automobile che oggi definiremmo premium.<br>Non aveva il climatizzatore, il navigatore, il Bluetooth, il controllo elettronico della stabilità, gli airbag, e praticamente nulla di quello che oggi consideriamo indispensabile per vivere una dignitosa esperienza automobilistica.<br>Aveva quattro ruote, un motore, un volante, sedili spartani, il mitico cambio a cruscotto, ed una quantità sorprendente di spazio.<br>I finestrini anteriori erano scorrevoli e, nelle giornate calde, lasciavano entrare una quantità d&#8217;aria che definire ventilazione sarebbe stato un atto di ottimismo.<br>L&#8217;insonorizzazione era quella che era. Il comfort era quello che era. La sicurezza, rispetto agli standard odierni, apparteneva quasi alla fantascienza.<br>Eppure funzionava; anzi, funzionava benissimo.<br>Un giorno, durante uno di quei lunghi viaggi, mi venne in mente di riposare la gamba sinistra appoggiando il piede nudo sul parafango interno dell&#8217;abitacolo.<br>Non mi ero accorto che sotto il piede non c&#8217;erano né moquette né materiali isolanti.<br>C&#8217;era semplicemente la lamiera.<br>E la lamiera, evidentemente, aveva avuto tutto il tempo di arroventarsi.<br>Me ne accorsi quando cominciai a sentire la pianta del piede diventare una specie di bistecca alla griglia.<br>Era una macchina così, ma non mi è mai venuto in mente che mi mancasse qualcosa.<br>Per capire quello che sta succedendo oggi bisogna ricordare che cosa fossero davvero quelle automobili.<br>La Renault 4 non era nata per essere un oggetto di design nostalgico. La Citroën 2CV non era stata concepita per fare felici i collezionisti. La Fiat Panda non era un esercizio di lifestyle.<br>Erano automobili del popolo. E non lo dico in senso spregiativo. Erano strumenti di emancipazione.<br>L&#8217;automobile per la generazione del dopoguerra rappresentava una conquista, non serviva che fosse sofisticata.<br>Serviva che fosse economica, robusta, semplice e possibilmente riparabile dal meccanico sotto casa.<br>La Panda del 1980 portò questa filosofia ancora più avanti. Giugiaro disegnò praticamente una scatola. Sedili essenziali, cruscotto semplice, spazio sfruttato in maniera geniale, materiali lavabili; ma anche viti a vista e vibrazioni e rumori a go go.<br>Era una Panda. Bastava quello.<br>Non vorrei però cadere nella trappola del nostalgico che sostiene che una volta tutto fosse migliore.<br>Non lo era.<br>Le automobili moderne sono infinitamente più sicure, più confortevoli, più silenziose, più efficienti e più affidabili. E l&#8217;aria condizionata, diciamolo, è una delle più grandi invenzioni della storia dell&#8217;umanità. Lo capisci soprattutto quando attraversi la Francia ad agosto dentro una vecchia R4.<br>Quindi non si tratta di rimpiangere la lamiera bollente, i sedili rigidi ed i finestrini che si aprivano a metà.<br>Il problema è un altro.<br>È capire perché il futuro dell&#8217;automobile abbia improvvisamente bisogno dei fantasmi del passato.<br>Il mercato automobilistico è diventato complicato.<br>Le automobili costano molto, le tecnologie sono sempre più sofisticate, la transizione elettrica ha cambiato piattaforme, motori e batterie, le normative sulla sicurezza hanno imposto strutture più robuste ed i sistemi elettronici sono diventati parte integrante dell&#8217;automobile.<br>Il risultato è che le automobili sono diventate più grandi, più pesanti e più tecnologiche; anche quando si chiamano Panda.<br>Ed è qui che arriva il marketing.<br>Perché puoi spiegare per venti minuti ad un potenziale cliente che hai progettato una nuova piattaforma modulare, migliorato l&#8217;efficienza aerodinamica e sviluppato una nuova architettura elettronica<br>Oppure puoi dirgli: “Ti ricordi la R4?”<br>Ed improvvisamente hai tutta la sua attenzione.<br>Il marketing automobilistico ha capito una cosa fondamentale: non bisogna necessariamente vendere una nuova automobile.<br>Si può vendere il ricordo di una vecchia automobile applicato ad una nuova. È molto più semplice, e soprattutto è molto più emotivo.<br>In fondo, la nostalgia funziona come una tecnologia.<br>Uno guarda una moderna R4 e riconosce un dettaglio: la forma di un finestrino, un faro, una linea della fiancata; non importa che sotto quella carrozzeria ci sia un&#8217;automobile completamente diversa.<br>Il cervello fa il resto.<br>Parte il film: la R4 della giovinezza, le vacanze, gli amici, le prime libertà, le cartine stradali piegate male, le autostrade percorse senza sapere esattamente dove si sarebbe arrivati.<br>E soprattutto quella sensazione che oggi sembra quasi perduta: prendere una macchina e partire.<br>È questo che si compra.<br>Non la “nuova R4”, ma la sensazione di essere ancora quel ragazzo che saliva sulla R4 e partiva per la Francia.<br>Il problema è che oggi quel ragazzo potrebbe avere settant&#8217;anni.<br>Ma il marketing non si fa scrupoli.<br>Ti guarda e ti dice: “Non sei invecchiato. Hai semplicemente bisogno di una nuova R4. Naturalmente con la batteria”.<br>Ed è qui che emerge il paradosso più curioso.<br>Le automobili che vengono riesumate dalla storia sono quasi tutte automobili nate per essere economiche e democratiche.<br>Oggi le loro eredi appartengono ad un mondo completamente diverso.<br>Non sono necessariamente automobili acquistate perché costano poco; sono automobili acquistate perché evocano qualcosa.<br>È come se l&#8217;industria automobilistica ci dicesse: “Non preoccuparti, il futuro è completamente diverso. Però guarda: gli abbiamo messo il nome della macchina che avevi quando eri giovane.”<br>E noi, esseri umani dotati di memoria selettiva, abbocchiamo.<br>Del resto è difficile resistere. Perché la R4 che ricordo io non era soltanto una macchina; era il contesto nel quale vivevamo, era un&#8217;epoca in cui viaggiare significava ancora avere una certa dose di imprevedibilità.<br>La vecchia automobile creava per di più un rapporto fisico con chi la guidava; sentivi il motore, sentivi le buche, sentivi il cambio, sentivi il caldo, sentivi persino gli odori.<br>E se qualcosa non funzionava, spesso potevi almeno capire cosa stava succedendo.<br>Oggi l&#8217;automobile ci protegge da quasi tutto.<br>Dal caldo, dal rumore, dalle vibrazioni, dalle frenate, dalle partenze e, sempre più spesso, persino dai nostri errori.<br>È una conquista, Ma è anche un&#8217;altra esperienza.<br>Ed eccoci al punto.<br>Le case automobilistiche possono riprendere il nome R4 , o 500 o 2CV, possono ridisegnare il frontale, riprendere un colore originale, ricostruire un logo ed inventarsi una pubblicità con una vecchia R4 che attraversa una strada di campagna mentre una giovane famiglia parte per le vacanze.<br>Ma c&#8217;è una cosa che non possono vendere: il tempo.<br>Possono vendere l&#8217;automobile che ricorda la nostra giovinezza, ma non possono restituirci la giovinezza.<br>E forse è proprio questo il motivo per cui queste operazioni funzionano così bene.<br>Perché non compriamo soltanto una macchina; compriamo, almeno per qualche minuto, la possibilità di tornare indietro, anche se soltanto con la fantasia.<br>Per questo non mi scandalizza che Renault abbia ripreso il nome R4, o che altri costruttori continuino a riesumare nomi e forme del passato.<br>Anzi. È perfettamente legittimo. Ed alcune reinterpretazioni sono anche molto riuscite.<br>Mi viene però da pensare che il futuro sia diventato così complicato da avere bisogno del passato per presentarsi.<br>Così, mentre saliamo su un’automobile elettrica piena di sensori, telecamere, batterie, schermi e assistenti elettronici, possiamo almeno convincerci che sia la vecchia macchina della nostra giovinezza; quella magari dove abbiamo fatto l&#8217;amore per la prima volta.<br>Naturalmente non lo è. Ma pazienza.<br>Perché il marketing ha scoperto una cosa che noi sappiamo da sempre: quando non puoi riportare indietro il tempo, puoi sempre provare a venderne il ricordo.<br>Ed il ricordo, a differenza della vecchia R4, non scalda più la pianta del piede.<br>Costa soltanto tanti soldi.<br>Umberto Baldo</p>
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		<title>Italia, dove tutto è più bello del mondo. Ma è davvero così?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 18 Aug 2026 10:26:48 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Non c&#8217;è niente da fare: noi italiani abbiamo con la modestia un rapporto molto particolare.La consideriamo una virtù fondamentale……..per gli altri.Quando si tratta di noi, invece, scatta quasi automaticamente una regola non scritta: se qualcosa esiste in Italia, è molto<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p class="wp-block-paragraph">Non c&#8217;è niente da fare: noi italiani abbiamo con la modestia un rapporto molto particolare.<br>La consideriamo una virtù fondamentale……..per gli altri.<br>Quando si tratta di noi, invece, scatta quasi automaticamente una regola non scritta: se qualcosa esiste in Italia, è molto probabile che sia “la più bella del mondo”.<br>Non necessariamente la più efficiente. Non necessariamente la più moderna. Non necessariamente quella che funziona meglio.<br>La più bella.<br>È una specie di riflesso condizionato.<br>Una piccola patologia nazionale che potremmo chiamare sindrome da primato coatto.<br>Abbiamo trasformato il gusto personale in una graduatoria mondiale e, cosa ancora più straordinaria, ci siamo assegnati anche la giuria.<br>E senza neppure bisogno di convocare gli altri concorrenti.<br>Prendiamo la Costituzione.<br>Non sia mai che qualcuno possa proporre di modificare un articolo, discutere un equilibrio istituzionale o semplicemente osservare che qualche meccanismo vecchio di 80 anni potrebbe essere migliorato.<br>«Giù le mani! È la Costituzione più bella del mondo!»<br>Una formula meravigliosa, perché chiude immediatamente la discussione.<br>Se è la più bella del mondo, cosa vuoi mai discutere?<br>È come giudicare una Costituzione con gli stessi criteri con cui scegliamo un tramonto.<br>Poi naturalmente arriva il calcio.<br>Il campionato italiano è il più bello del mondo, il più difficile, il più tattico, il più competitivo.<br>Lo diciamo con particolare convinzione da quando il resto del mondo ha cominciato a guardare altrove.<br>Anche la Nazionale, naturalmente, è sempre una potenza; basta aspettare il prossimo torneo per dimostrarlo.<br>E se poi perdiamo contro una squadra che, fino al giorno prima, consideravamo poco più che una comitiva di dopolavoristi, non c&#8217;è problema.<br>“Nel calcio può succedere di tutto”, è la spiegazione perfetta.<br>Soprattutto perché non spiega assolutamente niente.<br>Ma è sul cibo che raggiungiamo livelli quasi teologici.<br>La cucina italiana non è semplicemente una delle grandi cucine del mondo.<br>È la cucina.<br>La pizza è la più buona del mondo, il caffè italiano è l&#8217;unico vero caffè, la pasta italiana non ha rivali, la cucina della nonna è imbattibile.<br>Che poi qualcuno a Parigi sappia cucinare, che in Messico esista una cultura gastronomica millenaria, che i giapponesi abbiano trasformato la preparazione del cibo in una forma d&#8217;arte, sono dettagli.<br>Possiamo concedere al resto dell&#8217;umanità qualche piccola soddisfazione, purché alla fine della frase torni fuori il nostro primato.<br>«Sì, il sushi è straordinario, però vuoi mettere una carbonara fatta bene?»<br>È il nostro “sì, però”. Una specie di clausola di salvaguardia dell&#8217;orgoglio nazionale.<br>E guai a mettere la panna nella carbonara!<br>Lì non siamo più nel campo della gastronomia; entriamo direttamente nel diritto internazionale.<br>Potrebbero partire sanzioni, richiamo dell&#8217;ambasciatore e convocazione urgente del Consiglio di Sicurezza dell&#8217;ONU.<br>Perché il cibo, da noi, non è soltanto cibo; è famiglia, infanzia, memoria, nonna, domenica, campanile.<br>Criticare una ricetta italiana significa spesso mettere in discussione una parte della nostra identità.<br>Ed infatti noi italiani siamo capaci di discutere per mezz&#8217;ora sulla vera ricetta della carbonara e contemporaneamente accettare con una certa rassegnazione che per ottenere un documento comunale servano tre certificati, due appuntamenti e forse la testimonianza di un notaio.<br>E allora perché questa necessità di assegnarci continuamente la medaglia d&#8217;oro?<br>Forse perché abbiamo semplicemente trasferito a livello nazionale il vecchio campanilismo italiano.<br>Per secoli abbiamo vissuto in Città, Stati, Ducati, Repubbliche e piccoli territori che spesso si guardavano in cagnesco.<br>Il veneziano pensava che Venezia fosse il centro del mondo, il fiorentino aveva Firenze, il romano aveva Roma, il napoletano aveva Napoli, il bolognese aveva Bologna, il vicentino aveva Vicenza.<br>E il paese accanto, naturalmente, era pieno di gente “che non capiva niente”.<br>Abbiamo semplicemente ingrandito il campanile.<br>Prima dicevamo: «Il mio paese è il più bello». Poi: «La mia regione è la più bella».<br>Adesso diciamo: «L&#8217;Italia è il Paese più bello del mondo».<br>È il campanilismo con una carta geografica più grande.<br>Ma c&#8217;è a mio avviso anche un&#8217;altra spiegazione.<br>Una certa forma di compensazione.<br>Perché siamo perfettamente consapevoli che il Paese non funziona sempre come dovrebbe.<br>I treni possono arrivare in ritardo, la burocrazia può chiederti tre documenti per dimostrare che sei tu, una pratica semplice può trasformarsi in una piccola epopea amministrativa, le buche nelle strade, in certe zone, hanno ormai sviluppato una propria biodiversità. gli ospedali possono funzionare benissimo, oppure costringerti a telefonare a mezzo parentado per trovare qualcuno che conosca qualcuno.<br>E allora come facciamo a convivere con tutto questo?<br>Semplice.<br>Guardiamo il panorama, addentiamo una sfogliatella e diciamo:<br>«Eh, però… dove lo trovi un altro Paese così?»<br>È la nostra straordinaria capacità di compensare il deficit organizzativo con il monopolio della bellezza.<br>Abbiamo qualche problema con i servizi pubblici? Sì.<br>Con la burocrazia? Sì.<br>Con le infrastrutture? Talvolta.<br>Però abbiamo il mare, E vuoi mettere il mare italiano? È un argomento difficilissimo da confutare.<br>Anche perché, quando la realtà ci mette in difficoltà, noi abbiamo sempre un monumento a disposizione.<br>Venezia è unica, Roma è eterna, Firenze è un museo a cielo aperto, le Dolomiti sono straordinarie, la Costiera Amalfitana è meravigliosa, la Sicilia è splendida, la Puglia è bellissima, il lago di Como è da cartolina, il borgo di quattrocento abitanti nell&#8217;entroterra marchigiano è «un gioiello nascosto», il paesino che fino a ieri non conosceva nessuno è «una delle mete più suggestive d&#8217;Italia».<br>E ormai anche il ristorante con sette tavoli e il proprietario che serve personalmente i clienti è «un&#8217;eccellenza della tradizione gastronomica italiana».<br>Eccellenza.<br>Questa è un&#8217;altra parola che abbiamo consumato.<br>Da noi tutto è un&#8217;eccellenza. Il vino è un&#8217;eccellenza, il formaggio è un&#8217;eccellenza, il salame è un&#8217;eccellenza, il piccolo artigiano è un&#8217;eccellenza, la festa paesana è un&#8217;eccellenza, il prodotto tipico è un&#8217;eccellenza, il borgo è un&#8217;eccellenza, il turismo è un&#8217;eccellenza.<br>Persino la capacità italiana di arrangiarsi è diventata un&#8217;eccellenza.<br>Siamo probabilmente l&#8217;unico Paese al mondo nel quale anche una cosa normale viene presentata come straordinaria, purché ci sia qualcuno disposto a scriverlo in un comunicato stampa.<br>E così siamo arrivati al paradosso.<br>Se tutto è eccellenza, niente è più eccellenza.<br>Se ogni nostro paese è «tra i più belli d’Italia», l&#8217;espressione non significa più nulla.<br>Se ogni prodotto è «un&#8217;eccellenza mondiale», l&#8217;eccellenza diventa semplicemente la normale dotazione di serie del made in Italy.<br>E se ogni cosa è «la più bella del mondo», viene da chiedersi come faccia il resto del pianeta a trovare ancora spazio.<br>Perché il mondo, per fortuna, non ha aspettato noi.<br>Parigi è Parigi, Praga è Praga, Istanbul è Istanbul, Kyoto è Kyoto, New York è New York.<br>I castelli della Loira non hanno bisogno del nostro permesso per essere magnifici.<br>Le cattedrali gotiche tedesche non diventano meno imponenti perché esiste il Duomo di Milano.<br>Le piazze spagnole non hanno bisogno di essere confrontate con Piazza San Marco per avere il diritto di essere bellissime.<br>E il sushi non diventa meno buono perché esiste la carbonara.<br>Anche se, naturalmente, la carbonara resta più buona! Almeno secondo noi.<br>Ed è proprio questo il punto.<br>Noi non abbiamo bisogno di vincere una competizione. Ci basta dichiarare di averla vinta.<br>È una forma curiosa di patriottismo.<br>Non richiede particolari sacrifici, non costa nulla e soprattutto non prevede il rischio di essere smentiti.<br>La bellezza non è una gara, la cultura non è una gara, la cucina non è una gara, e nemmeno la storia dovrebbe esserlo.<br>Possiamo amare la pizza senza sostenere che nessun altro al mondo sappia cucinare.<br>Possiamo adorare Venezia senza decretare che ogni altra città sia una brutta copia.<br>Possiamo essere fieri della nostra cultura senza immaginare che il resto dell&#8217;umanità abbia passato gli ultimi duemila anni a non combinare niente.<br>Possiamo persino riconoscere che, qualche volta, da qualche parte nel mondo, qualcuno abbia fatto qualcosa meglio di noi.<br>Non succederebbe nulla. Il campanile resterebbe in piedi. La pizza continuerebbe a essere pizza. Venezia continuerebbe a essere Venezia. E noi continueremmo tranquillamente ad essere italiani.<br>Anzi, forse scopriremmo una cosa piuttosto sorprendente: non abbiamo bisogno di sentirci superiori per essere orgogliosi di quello che siamo.<br>Perché una cosa è dire:<br>«Abbiamo cose straordinarie».<br>Un&#8217;altra è dover aggiungere ogni volta: «E sono le migliori del mondo».<br>La prima è orgoglio. La seconda è insicurezza travestita da patriottismo.<br>Forse dovremmo imparare, una volta tanto, a guardare il mondo senza la necessità di stabilire una classifica.<br>Sarebbe una rivoluzione culturale. E probabilmente ci metteremmo anche un bel po&#8217; a farla.<br>Del resto siamo italiani.<br>Potremmo persino riuscire a trasformare la modestia in una nuova eccellenza nazionale.<br>La più bella del mondo, naturalmente.<br>Umberto Baldo</p>
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		<title>Criticità idrica, da giugno trasportati in sei Comuni 430.000 litri d’acqua con le autobotti da Acque del Chiampo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 17 Aug 2026 10:28:35 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[AMBIENTE]]></category>
		<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
		<category><![CDATA[VICENZA e PROVINCIA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Criticità idrica, da giugno trasportati in sei Comuni 430.000 litri d’acqua con le autobotti per garantire l’approvvigionamento dei serbatoi in aree collinari e montane Sono&#160;43 i viaggi effettuati con le autobotti da Acque del Chiampo in sei Comuni del territorio<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p class="wp-block-paragraph"><strong>Criticità idrica, da giugno trasportati in sei Comuni 430.000 litri d’acqua con le autobotti per garantire l’approvvigionamento dei serbatoi in aree collinari e montane</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Sono&nbsp;<strong>43 i viaggi effettuati con le autobotti da Acque del Chiampo in sei Comuni del territorio servito dall’inizio di giugno a oggi (lunedì 17 agosto)</strong>, per un totale di&nbsp;<strong>430.000 litri&nbsp;</strong>d’acqua trasportati, con l’obiettivo di rifornire i serbatoi maggiormente interessati dalla riduzione della disponibilità della risorsa idrica.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il perdurare delle alte temperature e la scarsità di precipitazioni stanno infatti determinando una situazione di particolare criticità,&nbsp;<strong>soprattutto nelle aree collinari e montane</strong>, dove in alcuni casi si rende necessario integrare con le autobotti l’acqua disponibile nei serbatoi per&nbsp;<strong>garantire la continuità del servizio</strong>. Ogni autobotte trasporta 10 metri cubi di acqua pari a 10.000 litri per ogni viaggio.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Nel mese di giugno sono stati effettuati complessivamente 25 viaggi (pari a 250.000 litri):</strong>&nbsp;15 viaggi hanno rifornito il serbatoio Zini di&nbsp;<strong>Arzignano</strong>&nbsp;e 10 il serbatoio Bellimadore di&nbsp;<strong>Montorso Vicentino</strong>.&nbsp;<strong>A luglio sono stati effettuati 3 trasporti (pari a 30.000 litri)</strong>, tutti destinati al serbatoio Bellimadore di&nbsp;<strong>Montorso Vicentino</strong>. La situazione si è nuovamente intensificata nel mese di agosto che ad oggi registra&nbsp;<strong>15 viaggi effettuati (pari a 150.000 litri):</strong>&nbsp;4 al serbatoio Lovati di Sopra di&nbsp;<strong>Crespadoro</strong>, 3 al serbatoio Cappello di&nbsp;<strong>San Pietro Mussolino</strong>, 2 al serbatoio Pontara Secca di&nbsp;<strong>Arzignano</strong>, 5 al serbatoio di&nbsp;<strong>Nogarole Vicentino</strong>&nbsp;e uno al serbatoio di&nbsp;<strong>Altissimo</strong>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Acque del Chiampo rinnova l’invito a&nbsp;<strong>utilizzare l’acqua potabile in maniera responsabile</strong>,&nbsp;<strong>evitando gli usi non essenziali</strong>, in particolare l’irrigazione di orti e giardini, il lavaggio di veicoli e piazzali e il riempimento di piscine.</p>
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		<title>Ma quanto mangiano i vicentini?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 17 Aug 2026 10:12:46 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Foto esclusiva tviweb<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p class="wp-block-paragraph">È il cibo in testa alle preferenze di spesa dei turisti che nel periodo estivo hanno visitato il territorio Vicentino. È quanto risulta consultando i dati presenti nel portale OTRF, ovvero l’Osservatorio del Turismo Regionale Veneto Federato, che rileva 20 voci di spesa spese pagate<strong>&nbsp;</strong>con carte di credito Mastercard sia da chi effettua almeno un pernottamento, sia dagli escursionisti (cioè i “giornalieri”) residenti fuori regione. Si tratta, chiaramente, di una parte delle spese effettuate (visto che esclude chi paga in contanti e chi non utilizza il circuito preso in considerazione), ma le indicazioni che ne derivano disegnano un trend affidabile, perché rappresentativo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Chi ha visitato, nei mesi di giugno e luglio 2026, il territorio dell’OGD (Organismo di Gestione delle destinazioni) “Terre Vicentine”, che include la città di Vicenza e una cinquantina di comuni della provincia (tra i quali altri centri turistici di peso come Bassano del Grappa, Marostica, Recoaro Terme) ha speso soprattutto in supermercati e negozi di alimentari specializzati, che hanno totalizzato il 19,1% del valore totale (cui si aggiunge il 3,8% di spesa in bar, enoteche e negozi di alcolici che vengono considerati separatamente). A seguire la ristorazione, dove sono stati spesi il 17,6% del budget, L’alloggio assorbe il 7,6% della spesa. Stesso andamento anche in un’altra OGD provinciale, la “Pedemontana Veneta e Colli” (una quarantina i comuni inseriti in questa destinazione, tra i quali Schio, Thiene, Valdagno, Tonezza e Valli del Pasubio): anche qui al primo posto è stata la spesa nel dettaglio alimentare, che han totalizzato il 22,8% degli acquisti fatti da turisti ed escursionisti (più il 3,3% di spesa in bar-enoteche e negozi di alcolici) e quindi la ristorazione (distanziata però al 12,4%), con l’alloggio che totalizza il 6,6% della spesa. Diverso l’andamento sull’OGD “Altopiano di Asiago 7 comuni”: in questo caso la prima voce di spesa dei turisti è stato l’alloggio, che ha registrato quasi un quarto del valore delle transazioni (il 24,5%). Subito dopo, però, viene la ristorazione, con il 21,7% e quindi la spesa in supermercati e alimentari specializzati con 18,7% (la spesa in bar, enoteche e negozi di alcolici qui si attesta al 2,6%).</p>



<p class="wp-block-paragraph">“L’offerta enogastronomica di un territorio come quello Vicentino rappresenta un fattore importante di attrazione – commenta il presidente di Confcommercio Vicenza Nicola Piccolo -. Abbiamo da un lato una ristorazione di qualità, rappresentata da oltre duemila imprese capaci di esprimere il meglio della nostra cucina, sia tradizionale che innovativa. E dall’altro abbiamo un settore alimentare che ha saputo specializzarsi, offrendo una selezione di prodotti tipici e locali certamente ricercati dal turista, che vuole portarsi a casa non solo il ricordo di una vacanza straordinaria sul fronte della cultura e della natura, ma anche su quello dei sapori”.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Tra gli acquisti presi inconsiderazione nei dati OTRF, un ruolo importante lo riveste però anche il comparto abbigliamento. Totalizza infatti, in tutto il territorio provinciale, una percentuale di spesa sempre a due cifre: nella OGD Terre Vicentine siamo al 14,5%, nell’Altopiano di Asiago all’11,2% e nell’area Pedemontana-Colli all’11,3%. “È un segnale certamente importante – è l’analisi del presidente Piccolo -, perché significa che il turista e l’escursionista trova nelle nostre destinazioni anche negozi di abbigliamento di qualità, che lo porta ad unire, alla classica esperienza di visita, anche lo shopping”. Shopping che interessa, chiaramente anche altri settori. Ad esempio, focalizzandosi sulla sola OGD Terre Vicentine, tra le altre voci di spesa del turista, significative sono quelle per il carburante (9,8% del budget speso sul territorio); profumerie-cosmetica, librerie e altri negozi non di abbigliamento (5,3%); poi trasporti pubblici e autostrade 3,1%), articoli per la casa (2,6%), intrattenimento (2,4%) e via via le altre tipologie di spesa meno significative in termini di valore.</p>



<p class="wp-block-paragraph">I dati OTRF offrono poi anche un altro punto di vista interessante, ovvero la spesa per origine dei turisti ed escursionisti che visitano il territorio provinciale (escluse le provenienze dal Veneto). Si scopre così che in tutte e tre le OGD del territorio sono i lombardi a spendere di più, mentre sul podio sale anche chi proviene da Trentino Alto Adige ed Emilia Romagna. Passando alle provenienze estere, mentre nell’OGD Terre Vicentine spiccano gli statunitensi, al quarto posto nella classifica della spesa per origine dei turisti (ma va considerato che questo territorio comprende anche Vicenza, con la forte presenza militare USA), nelle altre OGD sono i tedeschi i primi in termini di spesa tra chi arriva dall’estero: al quinto posto in Altopiano di Asiago e al quarto posto sulla Pedemontana-Colli.</p>
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		<title>Estate più calda della storia e giuramento: chi piange per il “freschino” lo prendo a calci in c…</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 17 Aug 2026 07:55:41 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[METEO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Accadrà. Eccome se accadrà.E’ una certezza scientifica. Più certa delle maree, dell&#8217;aumento delle bollette e del fatto che, prima o poi, qualcuno ricomincerà a parlare di emergenza influenza.Basterà una timida perturbazione ed una mattina con qualche grado in meno, una<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.tviweb.it/estate-piu-calda-della-storia-e-giuramento-chi-piange-per-il-freschino-lo-prendo-a-calci-in-c/">Estate più calda della storia e giuramento: chi piange per il “freschino” lo prendo a calci in c…</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.tviweb.it">TViWeb</a>.</p>
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<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph">Accadrà. Eccome se accadrà.<br>E’ una certezza scientifica. Più certa delle maree, dell&#8217;aumento delle bollette e del fatto che, prima o poi, qualcuno ricomincerà a parlare di emergenza influenza.<br>Basterà una timida perturbazione ed una mattina con qualche grado in meno, una foglia ingiallita, un refolo di vento, l&#8217;ombra di un albero che, per qualche inspiegabile motivo, si allunga di mezzo metro.<br>E allora succederà. Mi sembra di vedere già la scena.<br>Il tipo seduto accanto a me al bar si stringerà nelle spalle.<br>La signora davanti a me al supermercato tirerà fuori dal nulla un cardigan che sembrava essere stato imbalsamato insieme alla primavera.<br>Qualcuno si strofinerà le mani.<br>E arriverà……la frase fatidica, quella frase: “però… stamattina ho quasi freddo”.<br>Ecco.<br>È precisamente in vista di quel momento che questa estate ho fatto una promessa solenne: il primo che sento dire &#8220;ho freddo&#8221;, lo prendo a calci in culo.<br>Senza preavviso, senza passare dal via, senza alcuna attenuante generica.<br>Non l’ho giurata sul sangue di antichi eroi, non l&#8217;ho incisa sulle tavole della legge sul Monte Sinai, e non ho chiamato a testimone il fuoco degli dèi dell&#8217;Olimpo.<br>Ma il valore è lo stesso, se non superiore: è un voto sacro fatto al cospetto di tre mesi di sofferenza pura.<br>Non è una minaccia.<br>È una misura di prevenzione sociale.<br>Perché spesso la gente dimostra di avere la memoria storica di un pesce rosso.<br>Non sono passate ere geologiche!<br>Passatevi una mano sulla coscienza e ricordate dove siamo stati negli ultimi tre quattro mesi.<br>Siamo stati immersi in un brodo primordiale di umidità folle, trasformati in lucertole spompate alla ricerca disperata di un alito d’aria, ostaggi di notti tropicali passate a fissare il soffitto mentre il ventilatore girava a vuoto come un elicottero in avaria.<br>Abbiamo passato mesi con le magliette appiccicate alla schiena già alle otto del mattino, e con un asfalto rovente che liquefaceva le suole ed asciugava i pensieri.<br>Eravamo pronti a vendere l&#8217;anima al diavolo per una pala di ghiaccio.<br>Alle dieci cominciavi a chiederti se fosse ancora opportuno definirsi Homo sapiens, oppure se fossimo ormai diventati semplicemente dei rettili con il conto dell&#8217;Enel.<br>La notte dormivamo con il ventilatore puntato addosso, l&#8217;aria condizionata a palla o la finestra spalancata nella vana speranza che, per una volta, la fisica ci facesse un favore.<br>Abbiamo passato settimane a cercare ombra come profughi climatici, abbiamo bevuto acqua a litri, abbiamo guardato il termometro con odio, abbiamo aspettato la sera come i condannati aspettano l&#8217;ora d&#8217;aria, abbiamo invocato l’inverno, e nei momenti di massima disperazione persino un’era glaciale.<br>E adesso? Adesso basta che il termometro scenda di quattro o cinque gradi e ricomincia la liturgia?<br>«Che freschino». «Stamattina si sta proprio bene col maglioncino». «Mi sa che quest&#8217;anno l&#8217;estate è finita».<br>E quello che pronuncia quest&#8217;ultima frase, naturalmente, lo dice con la faccia di chi ha appena ricevuto la notizia della fine della civiltà occidentale.<br>No. Mi dispiace. Quest&#8217;anno non attacca.<br>Non dopo quello che abbiamo passato.<br>Non potete prima implorare un temporale, invocare il vento, maledire l&#8217;anticiclone africano e minacciare di trasferirvi definitivamente in Norvegia, e poi, magari alla prima mattina con 17 gradi, presentarvi al bar avvolti in un piumino come se aveste attraversato il Passo del Tonale.<br>Non funziona così.<br>E soprattutto non accetto più il concetto di &#8220;freschino&#8221;.<br>Il &#8220;freschino&#8221; è una delle più subdole invenzioni linguistiche degli italiani. &#8220;Freschino&#8221; può significare tutto e niente.<br>Può essere 16 gradi, può essere 12.<br>Può essere una temperatura con la quale in altri Paesi europei la gente fa tranquillamente la spesa in bicicletta mentre noi siamo già alla ricerca del plaid.<br>Il &#8220;freschino&#8221; è uno stato mentale, è il primo sintomo della sindrome del maglioncino.<br>E io quest&#8217;anno ho deciso di combatterla.<br>Con fermezza, solenne ed irrevocabile.<br>Il primo che, dopo questa estate, mi dirà «ho freddo”, sappia che non riceverà solidarietà.<br>Non avrà il mio conforto, non avrà il mio maglione.<br>Non avrà nemmeno il diritto di lamentarsi<br>Perché qui non stiamo parlando di problemi, stiamo parlando di quei malnati che già a settembre rimpiangeranno il caldo.<br>Gente che troverà davanti a sé un uomo che ha trascorso mesi a sudare anche stando fermo, e che ha ormai sviluppato una forma di intolleranza selettiva verso gli eternamente scontenti del meteo.<br>Come accennato, le scarpe buone sono già pronte.<br>E sono perfettamente consapevole che, in una società civile, i problemi non si risolvono a calci nel culo.<br>Ma almeno consentitemi di incazzarmi di brutto quando qualcuno oserà pronunciare la parola “freschino”.<br>Perché, amici, il caldo prima o poi passa; ma la nostra memoria selettiva, invece, sembra non conoscere stagioni.<br>Umberto Baldo</p>



<p class="wp-block-paragraph">P.S. Stamattina, quando ho visto il cielo nuvoloso, mi si è aperto il cuore e ho pensato: “Dio c’è”. Ora speriamo che quelle nuvole scarichino anche una bella pioggia. La celebrerei prendendomela tutta all’aperto, come nel vecchio film Il mago della pioggia.</p>
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		<title>Lo scalatore delle domenica: quattromila metri, infradito ed un elicottero gratis</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 15 Aug 2026 07:26:58 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
		<category><![CDATA[IL GRAFFIO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Se c’è un giorno dell’anno in cui rivendichiamo il diritto di staccare la spina, di cercare la bellezza, l’evasione, o semplicemente un’ora di silenzio, quello è Ferragosto.E’ la festa che, per definizione, spalanca le porte alla libertà: il mare, la<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p class="wp-block-paragraph">Se c’è un giorno dell’anno in cui rivendichiamo il diritto di staccare la spina, di cercare la bellezza, l’evasione, o semplicemente un’ora di silenzio, quello è Ferragosto.<br>E’ la festa che, per definizione, spalanca le porte alla libertà: il mare, la collina, i sentieri d’alta quota.<br>Milioni di italiani si mettono in cammino, salgono in macchina, infilano uno zaino sulle spalle e partono alla ricerca di qualche giorno lontano dalla routine.<br>Peccato che, qualche volta, nella nostra idea di libertà ci dimentichiamo di un piccolo dettaglio: la responsabilità.<br>E la cronaca di questi giorni ce lo ricorda con una storia arrivata dal Monte Bianco, che merita di essere portata sotto l’ombrellone, dentro uno zaino da montagna o, per i più prudenti, comodamente seduti in poltrona con l’aria condizionata, perché racconta di noi e del tempo in cui viviamo.<br>La vicenda è quella dei 32 alpinisti rimasti al rifugio del Goûter, a quasi quattromila metri, lungo la via normale francese del Monte Bianco.<br>Da giorni i bollettini segnalavano un grave pericolo di caduta massi provocato dal caldo eccezionale.<br>Loro, però, erano già saliti. E fin qui, potremmo anche dire: capita.<br>Ma la montagna non è un ascensore, e chi la frequenta sa che le condizioni possono cambiare.<br>Il piccolo particolare è che, arrivato il momento di scendere, invece di mettersi gli scarponi ed affrontare la discesa, qualcuno ha pensato bene di telefonare alle Autorità francesi per chiedere un elicottero.<br>Possibilmente pubblico, ed ovviamente gratis.<br>La risposta è stata un elegantissimo NO.<br>Nessun ferito. Nessuna emergenza sanitaria. Nessuna persona impossibilitata a muoversi.<br>La discesa a piedi, secondo le valutazioni del Soccorso alpino francese, era possibile adottando le necessarie precauzioni.<br>Jean-Marc Peillex Sindaco di Saint-Gervais, noto da anni per la sua crociata contro l'&#8221;alpinismo da consumo&#8221; e gli azzardi sul Monte Bianco, ha utilizzato l&#8217;episodio come caso di scuola.<br>Nel suo comunicato ufficiale ha ribadito che il soccorso pubblico non deve trasformarsi in un &#8220;servizio taxi gratuito&#8221; per persone incolumi che hanno semplicemente valutato male i rischi o ignorato gli avvisi.<br>Il PGHM (Peloton de gendarmerie de haute montagne), ha sostenuto fermamente la decisione del Sindaco, applicando il principio secondo cui il soccorso pubblico scatta solo in presenza di pericolo imminente, ferite o reale incapacità di muoversi.<br>Insomma, non c&#8217;era un&#8217;emergenza.<br>C&#8217;era un disagio. Ed il disagio, pare, non è ancora diventato una categoria del soccorso pubblico.<br>Chi voleva comunque l&#8217;elicottero ha dovuto chiamare una compagnia privata e pagarselo, mentre chi ha ritenuto di non voler aprire il portafoglio si è dovuto adattare a scendere con il “caval di San Francesco”.<br>Ora, sarebbe facile liquidare la storia come una delle tante bizzarrie dell&#8217;estate.<br>Ma quei 32 escursionisti raccontano, in piccolo, qualcosa di molto più grande: la curiosa trasformazione dell&#8217;avventura in un servizio turistico.<br>Perché ormai pretendiamo di andare alla ricerca della natura selvaggia con le stesse aspettative con cui entriamo in un centro commerciale.<br>Vogliamo la montagna, ma possibilmente senza i rischi della montagna. Vogliamo il sentiero d&#8217;alta quota, ma senza la fatica. Vogliamo il brivido dell&#8217;avventura, ma con la rete di sicurezza sempre pronta.<br>E soprattutto vogliamo essere liberi di scegliere, lasciando volentieri alla collettività il compito di occuparsi delle conseguenze.<br>È nata così una curiosa figura antropologica: lo scalatore della domenica.<br>Quello che sale verso i quattromila metri con l&#8217;attrezzatura psicologica del turista da stabilimento balneare. Quello che magari affronta un ghiacciaio con la stessa preparazione con cui affronta la passeggiata sul lungomare. Quello che considera gli scarponi un optional, il bollettino meteorologico una fastidiosa formalità, e l&#8217;elicottero del soccorso una specie di taxi alpino.<br>Infradito, T-shirt e smartphone.<br>Perché la montagna, in fondo, nella testa di costoro è lì da milioni di anni proprio per permetterci di fare una bella fotografia da mettere su Instagram.<br>Poi magari arriva un cartello che dice pericolo, un bollettino che dice pericolo, una guida alpina che dice pericolo, il buon senso che, con voce sempre più flebile, dice pericolo.<br>Ma niente. Noi saliamo lo stesso.<br>Perché la libertà individuale, nella sua versione contemporanea, sembra essere diventata il diritto di ignorare tutti gli avvertimenti, e poi pretendere che qualcun altro intervenga quando la realtà si presenta con la cattiva abitudine di non rispettare i nostri programmi.<br>È il diritto all&#8217;imprudenza ed all’impudenza.<br>E naturalmente è un diritto che funziona benissimo finché non arriva il conto.<br>Perché siamo individualisti quando decidiamo, e diventiamo improvvisamente collettivisti quando bisogna pagare le conseguenze.<br>Questa volta, peraltro, la Francia non ci ha dato una lezione.<br>Anzi, è successo quasi il contrario.<br>Sul versante italiano del Monte Bianco, una richiesta del genere, formulata da persone sane, illese e perfettamente in grado di camminare, avrebbe trovato una risposta sostanzialmente analoga.<br>In Italia il Soccorso Alpino (CNSAS) e il sistema 118 non sono un servizio taxi.<br>Le normative regionali (soprattutto nelle Regioni dell&#8217;arco alpino come Valle d&#8217;Aosta, Piemonte, Lombardia, Veneto, Trentino e Alto Adige) prevedono già da tempo il pagamento o almeno la compartecipazione ai costi.<br>E questo dovrebbe essere abbastanza ovvio.<br>Il soccorso pubblico serve a salvare chi è in pericolo, non a trasformare ogni errore di valutazione in una prestazione gratuita.<br>Perché un elicottero non vola per magia. Costa. Costa il carburante, costa il mezzo, costa il pilota, costa il personale sanitario, costa il tempo degli uomini del soccorso.<br>E soprattutto costa la disponibilità di una risorsa che potrebbe essere necessaria pochi minuti dopo per qualcuno che davvero ne ha bisogno.<br>La questione, quindi, non è soltanto economica.<br>È culturale.<br>La libertà non è il diritto di fare qualunque cosa pretendendo che qualcun altro ne cancelli le conseguenze.<br>Se decido di salire a quattromila metri ignorando un bollettino di pericolo, sono libero di farlo.<br>Ma devo anche essere abbastanza adulto da sapere che, se le cose vanno male, potrebbe toccare a me affrontarne le conseguenze.<br>È una regola antica.<br>La montagna, del resto, è una maestra formidabile proprio perché non conosce il politically correct.<br>Non le interessa quanti follower abbiamo, non sa chi siamo, non legge i nostri post, non riconosce il nostro diritto alla vacanza.<br>E soprattutto non dispone di un numero verde.<br>Se decidiamo di affrontarla, pretende una cosa molto semplice: rispetto.<br>E forse è proprio questo che abbiamo perso.<br>Abbiamo trasformato sempre più parti della nostra vita in ambienti protetti, regolamentati, assistiti, climatizzati. Abbiamo imparato a considerare ogni rischio come un&#8217;anomalia ed ogni disagio come un disservizio.<br>Poi saliamo sul Monte Bianco in cerca dell&#8217;esperienza estrema e ci stupiamo che, lassù, qualcuno non abbia ancora installato il servizio clienti.<br>Ferragosto dovrebbe essere la festa della libertà.<br>Bene.<br>Ma la libertà adulta non significa “faccio quello che voglio e poi qualcuno penserà alle conseguenze”.<br>Significa esattamente il contrario: “Faccio quello che voglio, ma sono disposto a pagare il prezzo delle mie scelte.”<br>Anche se questo significa scendere a piedi. Anche se fa caldo. Anche se la discesa è faticosa. Anche se per una volta non c&#8217;è nessuno disposto a venirci a prendere.<br>Perché, alla fine, la vera avventura non è arrivare a quattromila metri.<br>È arrivarci sapendo perché ci stai andando, con l&#8217;attrezzatura giusta, con un minimo di prudenza e soprattutto con la consapevolezza che la montagna non è un parco giochi per adulti annoiati.<br>E se proprio vogliamo fare gli alpinisti, almeno facciamolo con gli scarponi.<br>Le infradito lasciamole al bar della spiaggia.<br>Buon Ferragosto a tutti.</p>
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		<title>Ferragosto alla brace. Storia, fumo gioie e litigi davanti alla griglia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 15 Aug 2026 07:17:38 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[FOOD & DRINK]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>C&#8217;è un momento dell&#8217;anno in cui gli italiani, almeno per qualche ora, riescono in un’impresa che alla politica nazionale sembra proibita: mettersi d’accordo.Succede a Ferragosto.Non importa se uno vota a destra o a sinistra, se è sovranista od europeista, se<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p class="wp-block-paragraph">C&#8217;è un momento dell&#8217;anno in cui gli italiani, almeno per qualche ora, riescono in un’impresa che alla politica nazionale sembra proibita: mettersi d’accordo.<br>Succede a Ferragosto.<br>Non importa se uno vota a destra o a sinistra, se è sovranista od europeista, se passa l&#8217;estate al mare od in montagna.<br>Quando arriva il 15 agosto, prima o poi ci ritroviamo tutti davanti ad una griglia.<br>Il sole picchia come se avesse qualcosa di personale contro di noi, il prato è diventato una lastra di cemento, il gazebo offre un&#8217;ombra più psicologica che reale, ma qualcuno ha già acceso il fuoco.<br>E da quel momento comincia la cerimonia.<br>Tavolate con tovaglie spaiate, bottiglie di vino, birra, caraffe di gazzosa e insalatiere di pomodori che nessuno toccherà fino a quando non sarà finita la carne. Bambini che girano intorno alla tavola alla ricerca di un&#8217;oliva, una fetta di salame o qualsiasi cosa sia commestibile, e non ancora sotto il controllo degli adulti.<br>La nonna porta il pane, la zia arriva con i peperoni grigliati, necessario tributo formale alla salute; il cugino provvede alle bevande.<br>E poi c&#8217;è lui, il padrone della griglia.<br>Non importa chi sia nella vita quotidiana.<br>Può essere un impiegato, un pensionato, un avvocato, un idraulico o un professore universitario.<br>Davanti alla brace si trasforma immediatamente in un&#8217;autorità.<br>Con le pinze in mano acquista una competenza che non sapevamo possedesse.<br>Controlla la temperatura con il palmo della mano. Sposta la carbonella. Distribuisce i pezzi. Decide quali costine hanno bisogno di altri tre minuti e quali devono essere immediatamente salvate dal fuoco.<br>Nessuno osa contraddirlo.<br>Perché la griglia, a differenza del Parlamento, ha una maggioranza assoluta: comanda quello che tiene le pinze.<br>È una scena che potrebbe essere stata fotografata ieri oppure cinquant&#8217;anni fa.<br>Cambiano le automobili, le canzoni, le scarpe, i telefoni appoggiati sul tavolo.<br>Una volta c&#8217;era la radiolina, oggi c&#8217;è la cassa Bluetooth. Una volta si telefonava dalla cabina, oggi tutti hanno uno smartphone in tasca.<br>Ma la scena è rimasta sorprendentemente uguale.<br>Il 15 agosto continua ad essere uno dei pochi momenti nei quali gli italiani sentono il bisogno di stare insieme senza che nessuno abbia organizzato un convegno, una manifestazione od una riunione condominiale.<br>E forse non è un caso.<br>Ferragosto ha radici antiche. Le Feriae Augusti furono istituite in epoca romana da Ottaviano Augusto come periodo di riposo dopo i lavori agricoli, e finirono per sovrapporsi alle numerose feste che già celebravano la fine dei lavori nei campi.<br>La nostra grigliata, naturalmente, non arriva direttamente dall&#8217;antica Roma.<br>I romani non ci hanno lasciato il ricettario della «costata alla brace di Ferragosto», anche se qualche storico della gastronomia potrebbe essere tentato di sostenere il contrario.<br>Ma l&#8217;idea di fondo è rimasta; quando il lavoro si ferma, si mangia insieme.<br>Per secoli, però, mangiare carne non è stato affatto normale per la maggioranza degli italiani.<br>Nelle campagne la tavola quotidiana era fatta soprattutto di legumi, cereali, verdure, polenta e minestre.<br>La carne era un alimento prezioso, spesso riservato alle occasioni importanti.<br>Il maiale rappresentava una specie di banca alimentare della famiglia contadina: quando arrivava il momento di sacrificarlo, non si buttava praticamente nulla.<br>La carne bovina, invece, era molto meno presente sulle tavole popolari.<br>Poi è arrivato il Novecento, con il benessere, i frigoriferi, i supermercati, l&#8217;aumento dei consumi e quella straordinaria trasformazione che ha portato la carne da alimento occasionale a presenza quasi ordinaria della dieta italiana.<br>E così la grigliata è diventata democratica, non più il banchetto dei ricchi, ma la festa di tutti.<br>Con una particolarità tutta italiana: anche davanti alla stessa griglia riusciamo a creare diverse correnti di pensiero.<br>C&#8217;è chi vuole la carne ben cotta, c&#8217;è chi sostiene che la carne ben cotta sia un delitto, c&#8217;è quello che vuole la salsiccia appena colorita, quello che la vuole carbonizzata, quello che continua a ripetere «ancora due minuti» anche quando il pezzo di carne potrebbe ormai essere utilizzato come fermacarte.<br>E naturalmente c&#8217;è il vegetariano o il vegano.<br>Che davanti ad una tavolata di costine, salsicce, braciole e pancetta può tranquillamente rivendicare la propria superiorità morale.<br>Poi però qualcuno, per scherzo o per sfida, gli mette davanti una costina grigliata……e per qualche minuto cala il silenzio.<br>Scherzi a parte, la griglia racconta bene anche la varietà dell&#8217;Italia.<br>Al Nord troviamo costate, costine, salsicce e carni marinate.<br>In Abruzzo ci sono gli arrosticini, che hanno trasformato piccoli pezzi di carne infilzati su uno spiedino in una vera istituzione. In molte zone dell&#8217;Appennino e del Mezzogiorno cambiano carni, spezie, erbe e modalità di cottura.<br>Poi sono arrivate le contaminazioni. Le ribs americane, i cevapcici balcanici, le salse, le marinature, le cotture lente.<br>Globalizzazione anche davanti al barbecue.<br>Ma c&#8217;è una cosa che non è cambiata: la discussione.<br>Perché la grigliata italiana non è mai soltanto un pasto.<br>È una piccola assemblea familiare.<br>Uno parla del caldo, argomento quest’anno sicuramente prevalente, uno del governo, uno dei figli, uno dei prezzi della carne, uno racconta che «ai suoi tempi» le cose erano diverse, un altro spiega che il problema è sempre colpa dell&#8217;Europa.<br>Il più giovane guarda il telefono e apparentemente non ascolta nessuno.<br>Il più anziano, invece, ascolta tutti ed alla fine pronuncia la frase che chiude ogni discussione: “Una volta queste cose non succedevano”.<br>Non sappiamo esattamente quali cose, ma sappiamo che una volta era meglio.<br>Nel frattempo il padrone della griglia continua il suo lavoro.<br>Suda più di tutti, mangia meno di tutti e viene interrotto ogni tre minuti da qualcuno che chiede: «È pronta?»<br>La risposta è sempre la stessa: «Ancora cinque minuti.»<br>Quei cinque minuti possono durare mezz&#8217;ora. Ma nessuno protesta davvero.<br>Perché in fondo è questo il rito. Aspettare insieme, mangiare insieme, bere insieme, ridere, discutere, rubare un pezzo di carne dalla griglia prima che venga ufficialmente dichiarato commestibile.<br>E ritrovarsi, per qualche ora, dentro una dimensione nella quale il tempo sembra essersi fermato.<br>Ferragosto può essere il mare, la montagna, una gita, un albergo, un campeggio, una spiaggia affollata od una casa con il giardino.<br>Ma c&#8217;è qualcosa che accomuna molte di queste situazioni: la voglia di stare insieme attorno ad un tavolo.<br>Forse è proprio questo che rende la grigliata qualcosa di più di una semplice modalità di cottura.<br>Non è la carne ad essere importante, e non è nemmeno la brace.<br>È quel piccolo cerchio di persone che si forma intorno al fuoco; un gesto antico, diventato moderno, una tradizione che non ha bisogno di essere dichiarata.<br>E che sopravvive perché, in fondo, noi italiani siamo ancora capaci di riconoscere una verità elementare: nella vita ci sono momenti in cui bisogna semplicemente sedersi, mangiare, bere e stare insieme.<br>Ferragosto è uno di quelli.<br>Poi, naturalmente, il giorno dopo ricominceremo a litigare su tutto.<br>Ma almeno per un giorno, davanti alla griglia, l&#8217;Italia avrà avuto un solo governo: quello di chi tiene le pinze.<br>Buon Ferragosto a tutti.<br>Umberto Baldo</p>
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		<title>Tornano le giostre per la Festa dei Oto a Vicenza</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 14 Aug 2026 14:27:18 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Torna a Vicenza l&#8217;ormai tradizionale Luna park della “Festa dei Oto”, il parco dei divertimenti di Campo Marzo che da fine agosto a metà settembre allieterà adulti e bambini con le sue attrazioni e i banchi di alimentari e dolciumi.<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p class="wp-block-paragraph">Torna a Vicenza l&#8217;ormai tradizionale Luna park della “Festa dei Oto”, il parco dei divertimenti di Campo Marzo che da fine agosto a metà settembre allieterà adulti e bambini con le sue attrazioni e i banchi di alimentari e dolciumi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L’evento fa da cornice alla tradizionale festa in onore della Madonna di Monte Berico, patrona della città di Vicenza, che da decenni è occasione per i vicentini di ritrovarsi e condividere divertimento e tradizione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il Luna Park si terrà lungo viale Dalmazia, con i suoi viali da poco rinnovati, fino all&#8217;incrocio con il vialetto che collega&nbsp;viale Eretenio con viale Venezia&nbsp;e viale Dalmazia, ed aprirà le porte ai visitatori&nbsp;da venerdì 28 agosto a domenica 20 settembre.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L&#8217;allestimento delle attrazioni inizierà&nbsp;lunedì 24 agosto. Il disallestimento, invece, avverrà tra&nbsp;lunedì 21&nbsp;e&nbsp;giovedì 24 settembre.</p>
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		<title>Il Menti diventa sempre più biancorosso</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 14 Aug 2026 11:22:25 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[SPORT]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Dopo la riapertura avvenuta ad inizio anno, sono stati recentemente installati i nuovi seggiolini nella Curva Azzurra dello stadio Menti. I 740 seggiolini sono della stessa tipologia delle altre sedute già presenti in curva. L’intervento di installazione, dal valore di<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">Dopo la riapertura avvenuta ad inizio anno, sono stati recentemente installati i nuovi seggiolini nella Curva Azzurra dello stadio Menti. I 740 seggiolini sono della stessa tipologia delle altre sedute già presenti in curva.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L’intervento di installazione, dal valore di 22 mila euro, si aggiunge ai lavori che hanno già interessato la Curva Azzurra nei mesi scorsi, eseguiti dal Comune di Vicenza per consentire la riapertura del settore ai tifosi biancorossi. I lavori che hanno portato alla sistemazione della curva hanno avuto un valore di 200 mila euro.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il progetto ha previsto la demolizione di parte della recinzione che separava la Curva Azzurra dalla Curva Sud e la realizzazione di nuove recinzioni di separazione verso la Tribuna coperta e la postazione delle persone con disabilità. Ciò ha consentito di unire funzionalmente la Curva Azzurra alla Curva Sud così da garantire una gestione più efficiente dei flussi di pubblico. L’intervento ha incluso anche la realizzazione di due nuovi servizi igienici dedicati alle persone con disabilità, ricavati in un locale precedentemente adibito a magazzino sotto la Curva Azzurra, oltre alla ristrutturazione completa dei servizi igienici esistenti nelle immediate vicinanze del settore. Sono state realizzate anche due nuove rampe, per superare le barriere architettoniche, in corrispondenza dei varchi 7 e 8, per agevolare l’uscita del pubblico.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Hanno completano l’intervento alcune opere di carattere manutentivo, tra cui l’impermeabilizzazione della giunzione tra Curva Sud e Curva Azzurra, necessaria per impedire le infiltrazioni, e il rifacimento del controsoffitto del blocco dei servizi igienici all’ingresso della Curva Sud, danneggiato nel tempo da infiltrazioni d’acqua.</p>
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		<title>Il turismo corre ma è straniero: italiani a casa senza “schei”</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 14 Aug 2026 09:03:16 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ECONOMIA]]></category>
		<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Tutti a casa a riempire le sagre paesane o i supermarket in vista del picnic dà Ferragosto. Così in Veneto ma pure nel resto d’Italia. L’Italia turistica corre, gli italiani molto meno. È questo il grande paradosso dell’estate 2026: alberghi<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p class="wp-block-paragraph">Tutti a casa a riempire le sagre paesane o i supermarket in vista del picnic dà Ferragosto. Così in Veneto ma pure nel resto d’Italia.  L’Italia turistica corre, gli italiani molto meno. È questo il grande paradosso dell’estate 2026: alberghi pieni, città d’arte affollate, località balneari prese d’assalto e un settore che continua a macinare numeri importanti, mentre dietro la fotografia scintillante delle presenze si nasconde un’altra Italia, decisamente meno spensierata, quella di chi riduce le ferie, sceglie soggiorni sempre più brevi, resta a casa oppure arriva perfino a chiedere un prestito pur di concedersi qualche giorno di vacanza. Due Italie che convivono sotto lo stesso ombrellone. Secondo le previsioni Isnart-Unioncamere, tra luglio e agosto sono attese 171,8 milioni di presenze turistiche, con una crescita complessiva del 4,6% rispetto al 2025. Ma il dato più significativo è un altro: oltre 89 milioni di presenze, pari al 52% del totale, saranno straniere. E proprio la componente internazionale dovrebbe crescere dell’8,3%, mentre quella italiana è prevista sostanzialmente stabile. Il turismo italiano, insomma, sta bene, ma questo non significa necessariamente che stiano bene anche gli italiani. Già nei primi mesi dell’anno il divario era evidente: nel primo trimestre 2026 le presenze straniere erano aumentate del 23%, superando i 39 milioni, mentre quelle domestiche erano cresciute molto meno. Contemporaneamente continuavano a salire i prezzi dei servizi turistici, con ristorazione e strutture ricettive sensibilmente più care rispetto a tre anni fa. E quando si passa dalle statistiche turistiche ai bilanci familiari, il quadro cambia drasticamente. L’Osservatorio nazionale di Federconsumatori ha stimato che nell’estate 2026 solo il 44% degli italiani si concederà una vacanza e tra coloro che partiranno oltre la metà sceglierà un soggiorno ridotto tra tre e cinque giorni, spesso appoggiandosi ad amici o parenti. Le diverse indagini disponibili utilizzano metodologie differenti, ma la direzione è piuttosto chiara: il prezzo è diventato la variabile decisiva delle vacanze. Non è difficile capire perché. Federconsumatori calcola che una settimana al mare in alta stagione per una famiglia di quattro persone possa arrivare a costare 6.733 euro, mentre una settimana in montagna sfiora i 4.915 euro e una crociera supera i 6.600. Assoutenti, concentrandosi sul soggiorno alberghiero, segnala che una famiglia con due figli deve spendere mediamente oltre 2.000 euro per sette notti in hotel nella settimana centrale di agosto. Poi ci sono benzina, autostrada, ristoranti, lettini, ombrelloni, gelati e aperitivi, quella lunga sequenza di piccoli e grandi costi che trasforma una settimana di ferie in una voce sempre più pesante del bilancio familiare. Ed ecco il dato forse più impressionante di tutti: nei primi cinque mesi del 2026 sono stati erogati circa 170 milioni di euro di prestiti destinati alle vacanze. La richiesta media è stata di circa 5.400 euro, da restituire mediamente in 50 rate da circa 132 euro al mese, mentre dal 2019 le richieste di finanziamenti per le ferie sono aumentate del 42%. Una vacanza che finisce ad agosto, insomma, ma che qualcuno continuerà a pagare per quattro anni. È probabilmente questo il dato che meglio racconta la crisi del potere d’acquisto italiano. Perché andare in vacanza non è certamente un diritto costituzionale e nessuno può pretendere una settimana in Sardegna o in Costa Smeralda a prezzi popolari, ma quando una quota crescente di famiglie deve ridurre drasticamente i giorni di ferie, affidarsi all’ospitalità dei parenti oppure ricorrere al credito per partire, il problema smette di riguardare soltanto il turismo e riguarda direttamente i redditi. Il risultato è una sorta di turismo a due velocità. Da una parte c’è un’Italia che vende benissimo sé stessa al mondo, con americani, britannici, tedeschi, svizzeri e turisti internazionali che continuano a scegliere il nostro Paese, sostenendo alberghi, ristorazione, commercio e servizi. Ed è naturalmente un’ottima notizia per un comparto fondamentale dell’economia nazionale. Dall’altra c’è una parte sempre più consistente della popolazione residente che guarda quelle stesse località come qualcosa di progressivamente meno accessibile. Gli alberghi possono essere pieni e contemporaneamente le famiglie italiane essere più povere. Le due cose non sono affatto in contraddizione. È questa, forse, la fotografia più significativa dell’estate 2026: un Paese pieno di turisti e con tanti italiani che fanno sempre più fatica a permettersi di essere turisti a casa propria. Il tutto mentre la vacanza, per alcuni, smette perfino di essere un piacere pagato con i risparmi e diventa un consumo comprato a rate. Il turismo italiano brinda ai record. Molte famiglie italiane, invece, fanno i conti. E spesso scoprono che per loro, quest’anno, sotto l’ombrellone non c’è più posto.<br></p>
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		<title>Crespadoro, incendio sul Monte Formiga: Acque del Chiampo interviene con due autobotti</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 14 Aug 2026 09:01:13 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[CRONACA]]></category>
		<category><![CDATA[VICENZA e PROVINCIA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Acque del Chiampo è intervenuta ieri a supporto delle operazioni di spegnimento del&#160;vasto incendio boschivo divampato sul Monte Formiga, tra i territori comunali di Crespadoro e Selva di Progno, con&#160;due autobotti che hanno trasportato dal fondovalle l’acqua utilizzata dai Vigili<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p class="wp-block-paragraph">Acque del Chiampo è intervenuta ieri a supporto delle operazioni di spegnimento del&nbsp;<strong>vasto incendio boschivo divampato sul Monte Formiga</strong>, tra i territori comunali di Crespadoro e Selva di Progno, con&nbsp;<strong>due autobotti che hanno trasportato dal fondovalle l’acqua utilizzata dai Vigili del Fuoco</strong>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L’intervento si è reso necessario per contribuire all’approvvigionamento idrico in una zona particolarmente impervia, dove le operazioni di spegnimento sono state rese difficili dalla conformazione del territorio e dalla siccità. Le autobotti di Acque del Chiampo hanno trasportato l’acqua sul posto,&nbsp;<strong>contribuendo ad alimentare le riserve a disposizione delle squadre dei Vigili del Fuoco</strong>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">“Come azienda interamente pubblica e Società Benefit,&nbsp;<strong>Acque del Chiampo è sempre pronta a mettere a disposizione mezzi, competenze e personale</strong>&nbsp;per supportare i Comuni del territorio nelle situazioni di emergenza – dichiara il presidente di Acque del Chiampo,&nbsp;<strong>Stefano Iorio</strong>&nbsp;–. In circostanze come questa è fondamentale la&nbsp;<strong>collaborazione tra enti e istituzioni</strong>, ciascuno per le proprie competenze, per contribuire alla sicurezza del territorio e delle comunità”.</p>
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		<title>Siccità, i fiumi soffrono ma il rubinetto è in montagna e il clima lo sta chiudendo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 14 Aug 2026 07:33:10 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
		<category><![CDATA[IL GRAFFIO]]></category>
		<category><![CDATA[ITALIA e MONDO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>In questi giorni in cui l’Italia si scopre prolungamento climatico del Nord Africa, e le nostre città novelle Tunisi ed Algeri, telegiornali e social ci inondano con le consuete inquadrature di ordinanza: il Po ridotto ad un magro rigagnolo tra<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p class="wp-block-paragraph">In questi giorni in cui l’Italia si scopre prolungamento climatico del Nord Africa, e le nostre città novelle Tunisi ed Algeri, telegiornali e social ci inondano con le consuete inquadrature di ordinanza: il Po ridotto ad un magro rigagnolo tra banchi di sabbia, altri fiumi in condizioni persino peggiori, le cisterne vuote nei comuni della pianura, i laghi e le falde idriche ai minimi storici.<br>Viene descritto come un fenomeno fluviale od urbano, un inconveniente da gestire con qualche ordinanza sul lavaggio delle automobili.<br>Ma è una narrazione miope, incapace di guardare la mappa del Paese dall&#8217;alto verso il basso.<br>E noi, diligentemente, ci preoccupiamo.<br>Poi torniamo a parlare del caldo.<br>Forse però sarebbe il caso di alzare un po&#8217; lo sguardo.<br>Perché la storia del Po che si restringe e quella dei rifugi alpini che chiudono perché non hanno più acqua potabile, ed anche non potabile, non sono due storie diverse.<br>Sono la stessa storia raccontata da due estremità della stessa cartina geografica.<br>La pianura, infatti, ha una curiosa abitudine: considera l&#8217;acqua una specie di produzione locale.<br>Apriamo il rubinetto e l&#8217;acqua esce.<br>Quindi, evidentemente, da qualche parte deve pur esserci una fabbrica.<br>In realtà quella fabbrica si chiama montagna.<br>È lassù che per millenni abbiamo avuto il nostro gigantesco deposito naturale: neve, ghiacciai, permafrost, torrenti, sorgenti.<br>Una sorta di conto corrente idrico sul quale l&#8217;Italia ha prelevato per generazioni senza mai chiedersi molto seriamente chi facesse i versamenti.<br>Il problema è che il direttore della filiale, cioè il clima, sembra aver cambiato politica.<br>Lo zero termico sale sempre più spesso e più a lungo a quote che un tempo avremmo considerato quasi fantascientifiche.<br>La neve arriva più tardi, dura meno, e spesso non arriva proprio.<br>I ghiacciai arretrano. Il permafrost si degrada e con esso aumenta anche l&#8217;instabilità delle rocce.<br>E così accade una cosa piuttosto curiosa.<br>La montagna diventa più calda e più asciutta, mentre noi in pianura continuiamo a comportarci come se avessimo comunque diritto alla nostra bella fornitura d&#8217;acqua.<br>Una specie di contratto eterno con la natura. Naturalmente senza averlo mai firmato.<br>La faccenda diventa ancora più paradossale quando si sale negli alpeggi.<br>Lì le mucche, che evidentemente non leggono i bollettini meteorologici ma hanno il pessimo vizio di avere fame, trovano prati ingialliti e torrenti sempre più poveri d&#8217;acqua.<br>E allora succede che gli allevatori devono portare in quota foraggio ed acqua con i camion.<br>La transumanza, che per secoli ha significato portare gli animali verso l&#8217;erba, rischia così di trasformarsi nella curiosa versione alpina di un servizio di catering: camion che salgono per portare alle mucche quello che la montagna non riesce più a dare.<br>Non è una battuta.<br>O meglio, è una battuta soltanto perché la realtà, qualche volta, ha un senso dell&#8217;umorismo decisamente discutibile.<br>E mentre succede tutto questo, noi continuiamo tranquillamente a progettare infrastrutture turistiche come se la montagna fosse rimasta quella di trent&#8217;anni fa.<br>Impianti di risalita sempre più in alto, piste da sci sempre più dipendenti dalla neve artificiale, investimenti che presuppongono una disponibilità futura di neve e acqua che proprio futura non sembra.<br>È un po&#8217; come costruire un porto in un lago che sta evaporando.<br>Poi magari ci lamentiamo perché l&#8217;investimento non rende.<br>Il punto, però, non è stabilire oggi se domani dovremo chiudere tutti gli impianti sciistici o trasformare le Alpi in un parco archeologico del turismo invernale.<br>Il punto è molto più semplice.<br>La montagna è il rubinetto della pianura.<br>Se lassù diminuisce la neve, si riducono le riserve d&#8217;acqua.<br>Se i ghiacciai arretrano, cambia il regime dei fiumi. Se i terreni si seccano, quando finalmente arriva un temporale l&#8217;acqua spesso scivola via rapidamente invece di alimentare lentamente le falde ed i corsi d&#8217;acqua.<br>E così può capitare l&#8217;assurdo che conosciamo ormai bene: prima ci lamentiamo perché non piove, poi quando piove troppo ci lamentiamo perché arriva tutta insieme.<br>La natura, evidentemente, non ha ancora imparato a consultare il calendario delle nostre esigenze.<br>Il problema è che continuiamo a ragionare per compartimenti stagni.<br>In pianura parliamo di siccità, in montagna di ghiacciai, negli alpeggi di foraggio, nei rifugi di acqua, nel turismo di neve, nell&#8217;agricoltura di irrigazione.<br>Ma il conto finale è uno solo. E prima o poi arriva.<br>Perché se le nostre montagne non riescono più a trattenere la neve, alimentare i torrenti, mantenere le sorgenti, e nutrire i pascoli come hanno fatto per secoli, non possiamo pretendere che il Po, il Ticino, l&#8217;Adige o il Garda continuino a comportarsi come se nulla fosse.<br>Non è catastrofismo.<br>È contabilità.<br>Solo che questa volta il bilancio non lo fa il Ministero dell&#8217;Economia.<br>Lo fa l&#8217;acqua.<br>E l&#8217;acqua, a differenza dei nostri bilanci pubblici, non può essere corretta con una nota di variazione.<br>Forse sarebbe il caso di ricordarcelo ogni volta che guardiamo un fiume in secca.<br>Perché il problema del Po comincia molto più in alto del Po.<br>Il rubinetto della pianura si chiude sulle vette; continuare ad ignorarlo non farà piovere, né farà ricrescere l&#8217;erba.<br>Umberto Baldo</p>
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		<title>Divampa incendio a Crespadoro: massima allerta nel vicentino</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 13 Aug 2026 11:39:10 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[CRONACA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Con riferimento all&#8217;incendio divampato ieri&#160;nel territorio dei Monti Lessini, tra Campofontana, frazione di Selva di Progno (VR),&#160;e Crespadoro (VI),&#160;la Prefettura di Vicenza monitora fin dalle prime ore&#160;le operazioni di spegnimento e bonifica via area e via terra, mantenendo i contatti<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p class="wp-block-paragraph">Con riferimento all&#8217;incendio divampato ieri&nbsp;nel territorio dei Monti Lessini, tra Campofontana, frazione di Selva di Progno (VR),&nbsp;e Crespadoro (VI),&nbsp;la Prefettura di Vicenza monitora fin dalle prime ore&nbsp;le operazioni di spegnimento e bonifica via area e via terra, mantenendo i contatti e favorendo la circolarità delle informazioni tra gli operatori in campo: Centro Operativo Regionale, Vigili del Fuoco, Forze dell’Ordine,&nbsp;Direttori delle operazioni di&nbsp;spegnimento,&nbsp;Comune di Crespadoro&nbsp;e associazioni di volontariato di protezione civile.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È&nbsp;operativo il Centro coordinamento soccorsi presso la Prefettura. È stato altresì attivato il Centro operativo comunale di Crespadoro.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Attualmente è in corso l’intervento delle squadre VVF e di protezione civile, e un elicottero del C.O.R. sta provvedendo a effettuare lanci&nbsp;di liquido estinguente.&nbsp;È&nbsp;stato&nbsp;inoltrerichiesto&nbsp;al&nbsp;Centro operativo aereo unificato (COEAU)l’intervento&nbsp;di un Canadair.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L’incendio brucia solo materiale combustibile fine ed è sotto controllo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Al termine delle operazioni di bonifica, il Nucleo CC Forestale effettuerà i rilievi per appurare l’origine dell’evento.</p>
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		<item>
		<title>Ulss 7: a Valli del Pasubio nuovo medico</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 13 Aug 2026 11:33:48 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Da lunedì la popolazione di Valli del Pasubio può contare su un secondo medico, oltre al dott. Tessaro: si tratta del dott.&#160;Lucasz&#160;Bieganski, che d’ora in avanti assisterà i circa 700 ex pazienti del dott. Pegoraro, ma ha disponibilità per ulteriori<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.tviweb.it/ulss-7-a-valli-del-pasubio-nuovo-medico/">Ulss 7: a Valli del Pasubio nuovo medico</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.tviweb.it">TViWeb</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">Da lunedì la popolazione di Valli del Pasubio può contare su un secondo medico, oltre al dott. Tessaro: si tratta del dott.<strong>&nbsp;</strong>Lucasz&nbsp;Bieganski, che d’ora in avanti assisterà i circa 700 ex pazienti del dott. Pegoraro, ma ha disponibilità per ulteriori 800 assistiti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L’ULSS 7 Pedemontana dà così seguito concretamente all’impegno più volte manifestato per il&nbsp;potenziamento della medicina territoriale.</p>
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		<title>Bloccati di notte a 2900 metri: recuperati due escursionisti</title>
		<link>https://www.tviweb.it/bloccati-di-notte-a-2900-metri-recuperati-due-escursionisti/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 13 Aug 2026 11:29:02 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[CRONACA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>In tarda serata il Soccorso alpino di Cortina è stato attivato per una coppia di escursionisti bloccata a 2.900 metri sulla Ferrata Ivano Dibona al Cristallo, lei con un trauma alla caviglia. I due, un uomo di 43 anni e<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">In tarda serata il Soccorso alpino di Cortina è stato attivato per una coppia di escursionisti bloccata a 2.900 metri sulla Ferrata Ivano Dibona al Cristallo, lei con un trauma alla caviglia. I due, un uomo di 43 anni e una donna di 32 anni, entrambi cittadini britannici, erano partiti per risalire il percorso attrezzato a mezzogiorno e si erano trovati attardati e con lei infortunata nella parte alta della Ferrata. Dopo averli più volte contattati al cellulare, dato che non sempre risultavano raggiungibili, si è riusciti a capire la loro posizione. È quindi decollato l&#8217;elicottero di Treviso emergenza, che, una volta sul posto, non è però riuscito a ultimare il recupero per la presenza delle nuvole. L&#8217;eliambulanza di conseguenza è scesa a imbarcare due tecnici del Soccorso alpino e li ha lasciati 100 metri di dislivello più in basso rispetto ai due escursionisti. I soccorritori sono saliti a piedi e li hanno raggiunti. Dopo avere prestato prima assistenza alla donna, l&#8217;hanno quindi calata a valle, fino all&#8217;altezza di Forcella Grande, dove si è potuto avvicinare l&#8217;elicottero. Caricati a bordo in hovering, l&#8217;infortunata è stata trasportata al Codivilla, mentre il compagno è stato portato da un soccorritore a riprendere l&#8217;auto parchegguata a Rio Gere. L&#8217;intervento si è concluso all&#8217;una e quaranta. <br><br></p>
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		<title>Sandrigo, salvati due cuccioli dai ladri di biciclette</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 13 Aug 2026 07:48:56 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[CRONACA]]></category>
		<category><![CDATA[VICENZA e PROVINCIA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La costante attività di vigilanza e il capillare presidio del territorio svolti dalla Polizia Locale continuano a portare risultati concreti nel contrasto alla microcriminalità, alla prevenzione del degrado e alla tutela del benessere animale. Durante la consueta attività di pattugliamento<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">La costante attività di vigilanza e il capillare presidio del territorio svolti dalla Polizia Locale</p>



<p class="wp-block-paragraph">continuano a portare risultati concreti nel contrasto alla microcriminalità, alla prevenzione del degrado e alla tutela del benessere animale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Durante la consueta attività di pattugliamento del territorio, gli agenti della Polizia Locale del</p>



<p class="wp-block-paragraph">Consorzio NordEst Vicentino &#8211; Ambito di Sandrigo, hanno individuato presso un accampamento temporaneo di nomadi in via Fermi, una bicicletta MTB di pregio. Attraverso rapidi riscontri incrociati con il punto vendita e la Centrale Operativa del Consorzio, il mezzo è risultato rubato lo scorso 23 luglio. L&#8217;attento esame delle immagini della videosorveglianza comunale ha permesso alla Polizia Locale di identificare i responsabili del furto e di restituire la bicicletta al legittimo</p>



<p class="wp-block-paragraph"><br> proprietario nel giro di poche ore. Quella di oggi è la terza bicicletta restituita in venti giorni.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nel corso della medesima ispezione, la pattuglia ha riscontrato una situazione di degrado e</p>



<p class="wp-block-paragraph">potenziale pericolo per due cuccioli di cane di circa due mesi, lasciati senza acqua, cibo né riparo a una temperatura di 37°C. Per scongiurare conseguenze peggiori, gli agenti hanno richiesto l&#8217;intervento del Servizio Veterinario ULSS, provvedendo al sequestro cautelare degli animali e mettendo in salvo i due cuccioli.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per entrambe la fattispece la P.L. procederà a deferire all&#8217;Autorità Giudiziaria i responsabili.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L&#8217;intervento evidenzia l&#8217;impegno quotidiano e l&#8217;attenzione della Polizia Locale nel garantire la</p>



<p class="wp-block-paragraph">sicurezza di prossimità, il rispetto della legalità e la salvaguardia del benessere animale sul</p>



<p class="wp-block-paragraph">territorio.</p>
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		<title>L’anticiclone è africano, ma in Africa non fa mica così caldo!</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 13 Aug 2026 07:01:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[AMBIENTE]]></category>
		<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
		<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>In questi giorni infernali alle sette del mattino l’aria è già compromessa.Alle cinque e mezza, invece, c’è ancora quel piccolo cuscinetto di sopravvivenza che ti permette di uscire senza sentirti immediatamente dentro una serra.L’altra mattina, davanti al bar che cominciava<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph">In questi giorni infernali alle sette del mattino l’aria è già compromessa.<br>Alle cinque e mezza, invece, c’è ancora quel piccolo cuscinetto di sopravvivenza che ti permette di uscire senza sentirti immediatamente dentro una serra.<br>L’altra mattina, davanti al bar che cominciava appena a tirare su la serranda, c’erano due ragazzi seduti ai tavolini esterni.<br>Carnagione scura, fare tranquillo di chi ha appena finito o sta per iniziare un turno.<br>Lancio un «ciao» di cortesia, di quelli che a quell’ora si scambiano tra rari superstiti della notte. Parola tira parola, scopro che si chiamano Fatou, originario del Senegal, e Ousman, che viene dal Gambia.<br>Due ragazzi africani, giovani, sorridenti, con quella calma che io, alle cinque e mezza del mattino e con questo caldo, considero già una forma superiore di filosofia.<br>Parliamo del più e del meno.<br>Fatalmente, mentre il primo sole cominciava già a picchiare sui marciapiedi, il discorso è caduto sull’unica ossessione di queste settimane: la morsa del caldo.<br>E io, con la disinvoltura di chi pensa di stare dicendo una cosa ovvia, butto là: Oggi fa un caldo che sembra di stare al Paese vostro!»<br>Fatou mi guarda.<br>Ousman mi guarda.<br>Poi uno dei due risponde: “Ma in Africa non fa mica così caldo!”<br>Ed io rimango lì.<br>Lì per lì ho pensato ad una battuta, a quella nostalgia del Paese natio che ridisegna anche il clima.<br>E invece no, avevano perfettamente ragione loro.<br>Il grande luogo comune dell’ &#8220;Africa&#8221; come un unico, immenso blocco di sabbia arroventata è solo un vizio della nostra pigrizia geografica.<br>E a pensarci bene, la mia osservazione era proprio sbagliata.<br>“L’Africa”. Come se fosse un posto solo. Come se fosse tutta uguale.<br>Come se dal Mediterraneo al Capo di Buona Speranza, dall’Atlantico all’Oceano Indiano, il termometro avesse deciso di mantenersi stabilmente sui quaranta gradi.<br>Invece l’Africa è enorme. E soprattutto non è un clima.<br>In questi giorni basta guardare qualche città per accorgersene.<br>A Banjul, in Gambia, il 12 agosto si viaggia intorno ai 27-28 gradi, con nuvole, piogge e molta umidità. Dakar, in Senegal, in agosto ha temperature mediamente intorno ai trenta gradi, ma il clima è umido e piovoso.<br>Poi basta scendere verso sud ed il nostro immaginario comincia definitivamente a fare acqua.<br>A Johannesburg in questi giorni è inverno, e le massime si aggirano intorno ai 22 gradi.<br>A Città del Capo siamo addirittura intorno ai 15, con pioggia.<br>Non esattamente il Sahara che avevamo prenotato nella nostra testa.<br>Certo, esiste anche l’Africa dei quaranta gradi.<br>Il Cairo, per esempio, oggi può arrivare intorno ai 39 (comunque gli stessi di molte nostre città “da bollino rosso”)<br>E ci sono vaste aree del Nord Africa dove il caldo estivo è davvero feroce.<br>Ma è proprio questo il punto.<br>L’unico vero &#8220;forno&#8221; resta il Sahara. Ma il Sahara è un deserto di pietra e sabbia, non un Paese abitato.<br>Il paradosso è che noi continuiamo a chiamare &#8220;anticiclone africano&#8221; questa bolla d’aria rovente come se fosse il clima ordinario di un intero continente, quando in realtà è solo un loro scarto meteorologico che ci viene spedito a domicilio.<br>L’Africa non è una temperatura, così come l’Europa non è una temperatura.<br>E’ evidente che il nostro errore nasce da una vecchia abitudine mentale: abbiamo trasformato il Sahara nell’Africa intera, nello stesso modo in cui qualche volta trasformiamo una cartolina in un continente.<br>Poi succede una cosa curiosa.<br>Mentre noi, in questi giorni, guardiamo il termometro e sogniamo il Nord Europa, in molte parti dell’Africa occidentale il problema non sono affatto i quaranta gradi che ci aspetteremmo. E nell’Africa australe è addirittura inverno.<br>E allora penso a Fatou e Ousman.<br>Forse la cosa più interessante della mia battuta non era la loro risposta.<br>Era il fatto che io, nell’osservazione «In Africa fa caldo come qui», avevo dato per scontata un’intera geografia.<br>Una geografia fatta di caldo, sabbia ed un continente tutto uguale.<br>Loro, con una frase di cinque parole, me l’hanno restituita al suo posto: “Ma in Africa non fa mica così caldo!”<br>Già.<br>E forse, per imparare un po’ di geografia del mondo moderno, alle cinque e mezza del mattino non serve nemmeno aprire un atlante.<br>A volte basta fermarsi a parlare sul marciapiede sotto casa.</p>
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		<title>Dark tourism, guardoni per curiosità nei luoghi della cronaca nera</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 13 Aug 2026 06:54:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[CRONACA]]></category>
		<category><![CDATA[ITALIA e MONDO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>C’è stato un tempo in cui, quando decidevamo di fare una gita, cercavamo un bel posto.Una città d’arte, un borgo medievale, un museo, una montagna, un lago.Magari anche soltanto una trattoria dove mangiare bene.Adesso no.Adesso possiamo prendere la macchina, fare<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p class="wp-block-paragraph">C’è stato un tempo in cui, quando decidevamo di fare una gita, cercavamo un bel posto.<br>Una città d’arte, un borgo medievale, un museo, una montagna, un lago.<br>Magari anche soltanto una trattoria dove mangiare bene.<br>Adesso no.<br>Adesso possiamo prendere la macchina, fare qualche decina, o qualche centinaio, di chilometri per andare a vedere “dove è successo qualcosa”.<br>Non importa che cosa.<br>Un delitto, una tragedia familiare, una vicenda giudiziaria, una persona scomparsa, una famiglia diventata improvvisamente famosa, possibilmente suo malgrado.<br>L’importante è che se ne sia parlato abbastanza in televisione.<br>Benvenuti nel meraviglioso mondo del dark tourism, il turismo macabro, che detta così sembra quasi una cosa seria, studiata nelle università e analizzata dai sociologi.<br>In realtà, in versione italiana, potrebbe essere definito più semplicemente come turismo della morbosità.<br>L’ultima destinazione alla moda, per esempio, sembra essere il paese della cosiddetta &#8220;famiglia nel bosco&#8221;, quella famiglia salita agli onori della cronaca per aver scelto di vivere in un casolare isolato a Palmoli, in provincia di Chieti (Abruzzo), senza acqua corrente, elettricità né servizi igienici tradizionali.<br>Uno potrebbe chiedersi: ma cosa c’è da vedere?<br>Un monumento? Un museo? Un paesaggio straordinario? Un’opera d’arte?<br>No.<br>C’è solo il posto dove abitava una famiglia finita al centro della cronaca. E tanto basta.<br>Perché ormai la televisione non si limita più a raccontarci la realtà; la trasforma in una destinazione turistica.<br>Prima ci mostra per giorni il luogo, la casa, la strada, il cancello, la radura, il vicino di casa intervistato per la quindicesima volta.<br>Poi ci racconta ogni dettaglio della vicenda.<br>Poi arrivano gli inviati, poi gli esperti, poi il plastico, poi i commentatori, poi i collegamenti in diretta.<br>E alla fine qualcuno pensa bene: &#8220;Perché non andarci?&#8221;<br>Ed ecco comparire il turista della cronaca.<br>Che magari si fa tre ore di macchina per fotografare una staccionata.<br>Perché, diciamolo, se hai già visto tutto in televisione, sul posto non resta poi molto da vedere.<br>Ma resta una cosa importantissima: la fotografia.<br>Il selfie davanti al cancello, l’immagine da pubblicare sui social.<br>&#8220;Io c’ero&#8221;.<br>Come se fosse stato necessario un viaggio in automobile per dimostrare di aver seguito una trasmissione televisiva.<br>Un tempo si tornava dalle vacanze con le fotografie del Colosseo, della Torre Eiffel o del Grand Canyon.<br>Adesso si può tornare con quella del cancello di casa di qualcuno finito sulle prime pagine.<br>La tecnologia, del resto, ci ha insegnato che qualsiasi cosa può diventare un contenuto.<br>Anche il dolore degli altri, anche la tragedia, anche la stranezza, anche la vita privata.<br>E qui il fenomeno diventa decisamente meno divertente.<br>Perché c’è una differenza enorme tra l’interessarsi ad una vicenda di cronaca, e l’andare fisicamente sul posto per guardare da vicino le persone ed i luoghi coinvolti.<br>La prima cosa è normale.<br>La seconda comincia ad assomigliare al voyeurismo.<br>Cogne, Avetrana, Erba: sono soltanto alcuni dei casi italiani nei quali la cronaca ha prodotto una sorta di pellegrinaggio verso luoghi diventati improvvisamente famosi.<br>E il meccanismo è sempre lo stesso.<br>La televisione trasforma un luogo reale in un luogo narrativo. Noi lo vediamo per giorni sullo schermo, lo riconosciamo, ci sembra quasi familiare.<br>Ed a un certo punto nasce la curiosità di andarci.<br>Come se quella casa, quella strada o quel bosco fossero diventati il set di una fiction.<br>Solo che non è una fiction.<br>Le persone che ci abitano non sono attori.<br>E quello che è accaduto non è una sceneggiatura. È vita vera. Ed è proprio qui che il nostro rapporto con la cronaca mostra qualcosa di abbastanza inquietante. Siamo diventati bravissimi a consumare le tragedie.<br>Le guardiamo mentre mangiamo, le commentiamo, le condividiamo, le discutiamo sui social, le trasformiamo in podcast, documentari, serie televisive, plastici, talk show.<br>E adesso, quando possibile, ci andiamo anche fisicamente.<br>Una volta il turismo cercava la bellezza; adesso, qualche volta, cerca l’anomalia.<br>Il turista non vuole più soltanto vedere ciò che è bello. Vuole vedere ciò che è strano, ciò che è inquietante, ciò che è proibito, ciò che gli consente di avvicinarsi al male senza correre alcun rischio.<br>È una specie di brivido a buon mercato.<br>Vado a vedere il luogo della tragedia, mi guardo intorno, faccio una fotografia e poi torno a casa, dove tutto è normale.<br>In qualche modo è anche un modo per esorcizzare la paura.<br>Ma c’è un particolare che tendiamo a dimenticare.<br>Per chi vive lì, quella non è un’attrazione turistica.<br>È casa, è il paese dove si vive, è la strada che si percorre ogni giorno, è il bar dove si prende il caffè, è il negozio dove si fa la spesa.<br>E improvvisamente arrivano automobili, giornalisti, curiosi, telecamere, fotografi improvvisati e turisti della tragedia.<br>Il piccolo paese diventa un set, gli abitanti diventano comparse, la privacy diventa un ostacolo alla curiosità, ed il dolore degli altri diventa, incredibilmente, una forma di intrattenimento.<br>Naturalmente non tutti quelli che visitano questi luoghi sono persone prive di sensibilità.<br>La curiosità umana è normale.<br>Il problema nasce quando la curiosità perde completamente il senso del limite.<br>Quando non ci si chiede più &#8220;che cosa sto guardando?&#8221;, ma soltanto &#8220;che cosa posso fotografare?&#8221;<br>È una differenza importante.<br>Perché il diritto di cronaca riguarda ciò che è di interesse pubblico, ma non significa che tutto ciò che diventa pubblico debba diventare anche pubblicamente visitabile, fotografabile e consumabile.<br>E forse sarebbe utile ricordarcelo.<br>Perché dietro ogni caso di cronaca ci sono persone vere, non personaggi, non protagonisti di una serie televisiva, non comparse di un plastico.<br>Persone. Con le loro paure, i loro dolori, le loro debolezze. E magari con il semplice desiderio di tornare, prima o poi, a vivere una vita normale.<br>C’è però un’altra cosa che questo nuovo turismo racconta.<br>Racconta molto di noi.<br>Perché se un luogo privo di particolari attrattive storiche, artistiche o paesaggistiche riesce improvvisamente a riempirsi di visitatori soltanto perché è diventato famoso in televisione, significa che la notorietà mediatica è ormai diventata una forma di attrazione turistica.<br>Non importa più ciò che un luogo è; importa ciò che abbiamo visto raccontare di quel luogo.<br>La realtà, insomma, sembra aver bisogno della televisione per diventare interessante.<br>E qui c’è una piccola ironia. Per secoli gli uomini hanno viaggiato per vedere il mondo.<br>Adesso rischiamo di viaggiare per vedere quello che abbiamo già visto in televisione.<br>Con una differenza fondamentale.<br>Davanti al televisore possiamo cambiare canale. Davanti alla casa di qualcun altro, invece, sarebbe bene ricordarsi che non abbiamo il diritto di cambiare la vita di chi ci abita soltanto perché la sua storia ci incuriosisce.<br>Altrimenti il prossimo passo sarà organizzare i pacchetti turistici.<br>&#8220;Weekend del delitto: due notti, colazione inclusa e selfie davanti al cancello&#8221;.<br>E conoscendo il mercato, qualcuno prima o poi potrebbe davvero trovarlo un modello di business.<br>Umberto Baldo</p>
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		<title>Parco Querini, abbattuti tre pioppi centenari</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 12 Aug 2026 14:36:02 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
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					<description><![CDATA[<p>A Parco Querini è incorso da stamane l’abbattimento di tre pioppi ottuagenari. Le operazioni di rimozione degli alberi, svolte da Amcps con il coordinamento dell’ufficio comunale Capitale naturale nel parco chiuso al pubblico per ragioni di sicurezza fino&#160;alle 15, proseguiranno<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p class="wp-block-paragraph">A Parco Querini è incorso da stamane l’abbattimento di tre pioppi ottuagenari. Le operazioni di rimozione degli alberi, svolte da Amcps con il coordinamento dell’ufficio comunale Capitale naturale nel parco chiuso al pubblico per ragioni di sicurezza fino&nbsp;alle 15, proseguiranno anche domani, con la completa rimozione dei tre esemplari, senza necessità di vietare ulteriormente l’accesso all’area verde.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Tra settembre e ottobre, inoltre, si interverrà su altri due pioppi su cui sono state evidenziate alcune significative criticità che tuttavia non richiedono un intervento urgente.</p>



<p class="wp-block-paragraph">«Dopo lo schianto di un grande ramo di uno dei tre pioppi, avvenuta il 6 agosto scorso – fa sapere l’assessore&nbsp;<strong>Cristiano Spiller</strong>&nbsp;&#8211; i tecnici del Comune e di Amcps nei giorni scorsi hanno eseguito un accurato sopralluogo che ha messo in luce la necessità di abbattere i tre esemplari tra l’ingresso al parco di via Rodolfi e il fiume Astichello, lungo il parcheggio dell’ospedale. Si è trattato di un intervento doveroso per la sicurezza pubblica, eseguito su esemplari di circa 80 anni e 20 metri di altezza, per i quali lo sfalcio controllato delle chiome non risultava più sufficiente a garantirne la stabilità. Oltre al disseccamento dei rami, infatti, i tre pioppi, giunti a fine vita, presentavano cavità alla base del colletto e radici danneggiate. Attività come quella odierna, che ha consentito di svolgere anche accurate analisi su altri esemplari del parco, programmandone la potatura preventiva e altri interventi di messa in sicurezza, sono fondamentali per prevenire possibili situazioni di rischio, a maggior ragione alla luce del cambiamento climatico in atto, che associa periodi di siccità estrema a temporali intensi, con forti raffiche di vento, determinando situazioni di forte sofferenza per alcune specie di alberi e in particolare per i pioppi».</p>
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		<title>Un vicentino per rivoluzionare il calcio: Orsato ci prova!</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 12 Aug 2026 08:31:27 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[SPORT]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il calcio italiano prova a ripartire da un vicentino. E non da uno qualsiasi. Daniele Orsato, recoarese e appartenente alla sezione AIA di Schio, è il nuovo responsabile della CAN di Serie A e Serie B. Una scelta che arriva<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">Il calcio italiano prova a ripartire da un vicentino. E non da uno qualsiasi. Daniele Orsato, recoarese e appartenente alla sezione AIA di Schio, è il nuovo responsabile della CAN di Serie A e Serie B. Una scelta che arriva in uno dei momenti più delicati per il mondo arbitrale italiano e che affida all’ex direttore di gara internazionale un compito decisamente più complicato della semplice compilazione delle designazioni domenicali.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Orsato prende il posto di Gianluca Rocchi, autosospesosi dopo essere finito nell’inchiesta della Procura di Milano per presunto concorso in frode sportiva. Una vicenda sulla quale, naturalmente, saranno gli organi competenti a fare chiarezza, ma che ha ulteriormente appesantito un clima già segnato da polemiche, sospetti e contestazioni. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Ed è proprio qui che comincia la vera missione di Orsato: restituire dignità agli arbitri.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non significa partire dal presupposto che tutto ciò che è accaduto negli ultimi anni sia stato irregolare. Sarebbe sbagliato e ingeneroso. Significa però riconoscere che attorno agli arbitri italiani si è creata una gigantesca zona grigia fatta di interpretazioni differenti, comunicazioni spesso incomprensibili, polemiche sulle designazioni e soprattutto di un utilizzo del VAR che, invece di spegnere le discussioni, troppe volte è riuscito nel miracolo opposto: moltiplicarle.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La tecnologia doveva eliminare gli errori clamorosi. Progressivamente è sembrata trasformarsi in qualcosa di diverso: una sorta di secondo arbitro, nascosto davanti ai monitor, capace talvolta di condizionare il collega sul terreno di gioco. Il risultato è stato paradossale. Abbiamo più telecamere, più replay, più tecnologia e probabilmente anche più precisione, ma non necessariamente più serenità.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ed è proprio su questo punto che Orsato sembra voler imprimere una svolta. Il nuovo designatore ha spiegato che l’obiettivo sarà aumentare la precisione tecnica dell’arbitro sul terreno di gioco proprio per quasi eliminare il Var. Successivamente ha ribadito il concetto: tecnologia importante, certamente, ma soglia di intervento alta e centralità della decisione presa sul campo. </p>



<p class="wp-block-paragraph">È probabilmente la strada giusta.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il VAR deve tornare ad essere ciò per cui era stato immaginato: <strong>una rete di sicurezza contro l’errore evidente</strong>, non la moviola permanente attraverso la quale vivisezionare qualsiasi contatto alla ricerca di un’immagine capace di ribaltare una decisione. Altrimenti si rischia di togliere all’arbitro personalità, autorevolezza e persino la capacità di interpretare una partita.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Un arbitro deve arbitrare. Deve vedere, decidere e assumersi la responsabilità della propria decisione. Il VAR deve intervenire quando qualcosa di importante gli è realmente sfuggito, non trasformare ogni episodio in un procedimento giudiziario da trenta replay.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Orsato, da questo punto di vista, possiede un patrimonio difficilmente discutibile: esperienza internazionale, personalità e conoscenza del campo. Adesso dovrà trasferire queste caratteristiche a una nuova generazione di arbitri. E soprattutto dovrà pretendere uniformità. Perché uno dei problemi più irritanti degli ultimi campionati è stato vedere episodi praticamente identici giudicati in maniera differente a distanza di poche ore.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Rigore qui, niente rigore là. Rosso domenica, giallo lunedì. VAR che interviene in una partita e rimane silenzioso nell’altra.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È questa schizofrenia interpretativa che deve finire.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma c’è anche un’altra partita, forse ancora più importante. Quella della <strong>trasparenza</strong>. Dopo mesi nei quali il sistema arbitrale è finito sotto una lente d’ingrandimento enorme, non basta più chiedere fiducia. La fiducia va riconquistata. Con regole comprensibili, designazioni inattaccabili, comunicazioni chiare e la capacità di ammettere gli errori quando vengono commessi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Orsato ha già detto che pretende rispetto ed educazione nei confronti degli arbitri. Richiesta sacrosanta. Ma il rispetto deve funzionare in entrambe le direzioni: il mondo del calcio deve rispettare gli arbitri e il sistema arbitrale deve rispettare tifosi, società e giocatori garantendo massima chiarezza e indipendenza.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il vicentino si trova dunque davanti ad una sfida enorme. Non dovrà soltanto scegliere chi arbitrerà Juventus-Inter, Milan-Napoli o Roma-Lazio. Dovrà provare a ricostruire un rapporto di fiducia tra gli arbitri e il calcio italiano.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E magari potrà cominciare proprio dalla cosa più semplice: <strong> </strong>ridare la partita all’arbitro. </p>



<p class="wp-block-paragraph">La tecnologia deve aiutare l’uomo, non sostituirlo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nel calcio, soprattutto, dovrebbe essere ancora il campo ad avere l’ultima parola.</p>
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		<title>Il Mediterraneo ribolle e si è fatto tropicale: mancano solo i pescecani</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 12 Aug 2026 08:12:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[AMBIENTE]]></category>
		<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
		<category><![CDATA[ECONOMIA]]></category>
		<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Non serve più evocare l’Apocalisse con la vecchia storia del «non ci sono più le stagioni».Basta mettere un piede in acqua ad agosto per capire che il Mediterraneo non è più esattamente quello nel quale siamo cresciuti.E’ diventato più caldo<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph">Non serve più evocare l’Apocalisse con la vecchia storia del «non ci sono più le stagioni».<br>Basta mettere un piede in acqua ad agosto per capire che il Mediterraneo non è più esattamente quello nel quale siamo cresciuti.<br>E’ diventato più caldo e, insieme all’acqua, sono cambiati anche gli ospiti.<br>Ma se c’è una cosa che trovo irresistibile in questa torrida estate 2026 è che, mentre continuiamo a discutere se davvero faccia più caldo di una volta, se il cambiamento climatico esista oppure sia la solita invenzione di scienziati, ambientalisti, comunisti e, perché no, anche dei meteorologi, il Mediterraneo, l’Adriatico e il Tirreno hanno deciso di risolvere la questione da soli.<br>Non con un convegno.<br>Con gli “immigrati”.<br>Non quelli umani, tranquilli. Quelli marini.<br>Perché il nostro vecchio Mediterraneo, quello nel quale abbiamo sempre nuotato pensando che la fauna fosse più o meno quella che avevamo imparato a conoscere da bambini, si sta trasformando in una specie di aeroporto internazionale.<br>Arrivano specie dal Mar Rosso, dall’Oceano Indiano, dall’Atlantico.<br>Alcune si ambientano talmente bene che ormai sembrano residenti da sempre.<br>Il problema è che non tutte sono venute qui per fare turismo; e, a differenza di certi turisti, non hanno nemmeno intenzione di ripartire a fine stagione.<br>Prendiamo il granchio blu.<br>È diventato una presenza stabile anche nelle acque venete, ed ha provocato danni pesantissimi agli allevamenti di molluschi. La Regione Veneto ha dovuto addirittura chiedere ed ottenere interventi straordinari per sostenere un settore messo in ginocchio.<br>Insomma, il granchio blu non è esattamente il tipo di ospite che inviti a cena e poi preghi perché si trattenga anche a Natale.<br>Ma lasciamo perdere per un momento i danni all’economia e all’ecosistema.<br>Perché c’è un altro aspetto della faccenda che merita qualche attenzione in più.<br>Ci sono specie arrivate nel nostro mare che possono essere pericolose anche per l’uomo.<br>Una ad esempio è il pesce leone (noto da noi anche come pesce scorpione) originario dell’Oceano Indiano ed ormai stabilmente presente in vaste aree del Mediterraneo orientale.<br>È bellissimo, ed è velenoso. Una combinazione che la natura, evidentemente, considera particolarmente divertente.<br>Le sue spine sono collegate a ghiandole velenifere, ed una puntura può provocare dolore intenso, gonfiore e altri sintomi, fino a reazioni più gravi nei casi più seri.<br>E c’è un particolare che vale la pena ricordare: le spine mantengono la loro pericolosità anche dopo la morte dell’animale.<br>Il pesce leone è ormai presente anche nei mari italiani, sebbene non sia ancora comune come nelle zone orientali del Mediterraneo, Grecia in particolare.<br>Poi c’è il pesce palla maculato, il Lagocephalus sceleratus.<br>Nome scientifico piuttosto elegante per una creatura che può contenere tetrodotossina, una delle tossine naturali più potenti conosciute.<br>E qui il consiglio è piuttosto semplice: se per caso ne pescate uno, non portatelo a casa per preparare una bella cena mediterranea.<br>Non è il caso di sperimentare la cucina fusion con il proprio apparato respiratorio.<br>Il pesce palla è arrivato attraverso il Canale di Suez e si è diffuso soprattutto nel Mediterraneo orientale, dove è diventato un problema serio per gli ecosistemi e per la pesca.<br>E poi ci sono le meduse.<br>Naturalmente non sono tutte specie aliene, e non si può attribuire ogni loro proliferazione al cambiamento climatico. Ma anche qui il quadro sta cambiando.<br>Ed in mezzo a questo cambiamento ci sono creature che sarebbe meglio non incontrare troppo da vicino.<br>Come la caravella portoghese, che medusa non è propriamente, ma alla quale assomiglia abbastanza da poter tranquillamente essere inserita nel nostro nuovo manuale di sopravvivenza balneare; nel senso che forse dovremmo insegnare ai nostri bambini a riconoscerla.<br>Un tempo ai piccoli insegnavamo a riconoscere una stella marina; adesso rischiamo di dover aggiornare il programma di educazione alla balneazione.<br>Naturalmente sarebbe sbagliato attribuire al cambiamento climatico ogni specie nuova che si affaccia nei nostri mari.<br>Le cause sono diverse: il riscaldamento delle acque, certo, ma anche il traffico marittimo, il Canale di Suez, l’alterazione degli ecosistemi, l’inquinamento e la pressione dell’uomo.<br>Ma una cosa è difficilmente contestabile: un mare che cambia temperatura sta diventando anche un mare nel quale cambiano gli ospiti.<br>L’Unione europea considera ormai il Mediterraneo uno degli hotspot mondiali delle specie marine invasive.<br>Per decenni abbiamo raccontato ai nostri figli ed ai nostri nipoti che il nostro mare era un posto sostanzialmente sicuro.<br>Li lasciavamo giocare sul bagnasciuga, facevano il bagno vicino a riva, si tuffavano, raccoglievano conchiglie.<br>Al massimo c’era qualche medusa, qualche riccio, una vespa sulla spiaggia o il classico genitore che urlava: “Esci dall’acqua che hai le labbra blu!”<br>Il Mediterraneo era casa nostra.<br>Adesso, invece, mentre entri in acqua, oltre a controllare se hai messo la crema solare, forse sarebbe opportuno cominciare a chiedersi chi altro c’è in acqua con te.<br>Naturalmente arriveranno subito quelli che diranno che è tutto normale. Che le specie aliene ci sono sempre state. Che il clima è sempre cambiato. Che faceva caldo anche nel 1963. Che i ghiacciai si sono già sciolti altre volte. Che la Terra ha miliardi di anni.<br>Tutto vero. La Terra ha miliardi di anni.<br>Il problema è che noi ne abbiamo molti meno, e soprattutto abbiamo costruito le nostre società, le nostre città, le nostre economie e le nostre vacanze sulla base di condizioni ambientali che non sono affatto eterne.<br>È un repertorio ormai collaudato.<br>Se domani trovassimo un fenicottero rosa che mangia cocco sulla spiaggia di Jesolo, qualcuno ci spiegherebbe che i fenicotteri sono sempre esistiti e che il cocco, dopotutto, cresce anche in natura.<br>Il problema è che la negazione ha una caratteristica curiosa: non ha mai bisogno di cambiare idea. Cambia semplicemente argomento.<br>E il Mediterraneo, intanto, cambia sotto i nostri occhi.<br>Non c’è bisogno di credere a me. Basta guardare cosa c’è nell’acqua.<br>Il bello è che, probabilmente, fra qualche anno potremo finalmente mettere d’accordo tutti; negazionisti del clima ed ambientalisti, scienziati e complottisti, destra e sinistra, tutti sulla stessa spiaggia.<br>Perché a quel punto la domanda non sarà più: “Ma il Mediterraneo si sta davvero tropicalizzando?”<br>Sarà molto più semplice: “Quello che si muove là sotto ha i denti?”<br>E allora forse rimpiangeremo i tempi in cui il massimo pericolo per un bambino lasciato da solo sul bagnasciuga era ingoiare un po’ d’acqua salata.<br>Quanto ai pescecani, per ora possiamo stare relativamente tranquilli.<br>Ma visto l’andazzo, io eviterei di fare troppo affidamento sulla puntualità delle rassicurazioni.<br>Umberto Baldo</p>
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		<title>Estate 2026, benvenuti in spiaggia al centro commerciale</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 12 Aug 2026 06:56:31 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
		<category><![CDATA[CURIOSITÀ - LIFESTYLE]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Ventidue gradi ed un carrello: la nuova estate italiana Umberto Baldo L’impatto con la bolla polare avviene al secondo passo, subito dopo la prima porta scorrevole in vetro. Fuori l’asfalto trasuda sessanta gradi, i cofani delle automobili arroventano l’aria, ed<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">Ventidue gradi ed un carrello: la nuova estate italiana</p>



<p class="wp-block-paragraph">Umberto Baldo</p>



<p class="wp-block-paragraph">L’impatto con la bolla polare avviene al secondo passo, subito dopo la prima porta scorrevole in vetro.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Fuori l’asfalto trasuda sessanta gradi, i cofani delle automobili arroventano l’aria, ed attraversare il parcheggio richiede quasi un atto di fede.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Dentro, novanta secondi dopo, un microclima da tundra alpina ti accoglie con la generosità di un abbraccio frigorifero.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Da qualche tempo, da quando l’Africano ha deciso di diventare il nostro signore e padrone, ho notato una cosa:&nbsp;<strong>i Centri Commerciali sono sempre più frequentati</strong>, in particolare nei fine settimana.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E non soltanto da chi deve comprare qualcosa.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ci sono sempre più persone che sembrano andarci semplicemente per stare lì, magari solo per respirare senza avere la sensazione di essere dentro un forno.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Benvenuti nel nuovo stabilimento balneare dell’estate urbana:&nbsp;<strong>la galleria del Centro Commerciale</strong><strong>.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Per chi non ha la fortuna, la pazienza, e spesso anche i mezzi, per affrontare le colonne di automobili verso le spiagge, la liturgia dell’agosto ha cambiato altare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">I cronisti da ombrellone continuano a contare i lettini vuoti, le presenze negli stabilimenti ed il prezzo delle granite.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma la vera sociologia della mezza estate, forse, si consuma sotto i faretti a LED, tra un negozio di telefonia, una profumeria ed una catena di fast food.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Basta fermarsi cinque minuti su una panchina per osservare la nuova fauna della controra.</p>



<p class="wp-block-paragraph">C’è il pensionato di lungo corso che ha eletto la galleria a proprio soggiorno personale: quotidiano d’ordinanza sotto il braccio, passo felpato ed una capacità strategica degna di un veterano nell’occupare la seduta esattamente sotto la bocchetta di ventilazione principale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ci sono le giovani famiglie con passeggino al seguito, che compiono lente vasche d’ispezione senza mai sfiorare un portafoglio, trasformando il corridoio centrale nella propria passeggiata a mare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E poi c’è il popolo del&nbsp;<strong>caffè tattico</strong>: poco più di un euro al banco dell’area ristoro per garantirsi un paio d’ore di permanenza perfettamente legittima; aria condizionata compresa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il Centro commerciale, insomma, ha scoperto una nuova funzione che probabilmente non era prevista nei business plan:&nbsp;<strong>è diventato il condizionatore sociale di una parte del Paese.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Un tempo la fuga dalla canicola era una questione di chilometri.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La mezza giornata allo stabilimento, la gita fuori porta, il fresco della collina, la passeggiata serale in piazza.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Oggi, per una fetta crescente della popolazione, tutto questo costa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Costa il carburante per arrivarci, costa il parcheggio, costa il lettino, costa l’ombrellone, costa il pranzo.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">E, soprattutto, costa sempre di più anche semplicemente stare bene a casa propria.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché quando il termometro si avvicina ai quaranta gradi, il condizionatore domestico smette di essere un elettrodomestico e comincia ad assomigliare ad un investimento finanziario.&nbsp;&nbsp;&nbsp;Ogni ora di refrigerio ha il suo prezzo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E allora accade qualcosa di curioso.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per decenni abbiamo decretato, non senza ragione, la morte delle vecchie piazze di quartiere, cannibalizzate proprio dalla nascita delle grandi cattedrali del consumo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Abbiamo costruito centri commerciali sempre più grandi per comprare sempre più cose.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E adesso scopriamo che, nel cuore dell’estate, quei medesimi luoghi sono diventati anche&nbsp;<strong>le nuove piazze</strong><strong>.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Solo che sono piazze private.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Qui puoi passeggiare, sederti, incontrare gente, portare i bambini, prendere un caffè, guardare le vetrine e persino passare un pomeriggio senza spendere quasi nulla.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ad una condizione implicita: prima o poi qualcuno proverà a venderti qualcosa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È una curiosa forma di socialità contemporanea.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La piazza medievale apparteneva alla comunità, la piazza moderna appartiene al Comune, la piazza climatizzata appartiene ad una società immobiliare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Eppure è proprio quest’ultima, oggi, ad offrire ciò che le altre non riescono più a garantire:&nbsp;<strong>ombra, fresco, sicurezza, sedute, ed un po’ di vita collettiva.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">La vecchia piazza di pietra, alle tre del pomeriggio, è diventata una lastra di cottura a cielo aperto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La “piazza al neon”, invece, garantisce ventidue gradi fissi, una panchina e l’illusione di stare in mezzo al mondo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È una democrazia del refrigerio.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma con un piccolo dettaglio che dovrebbe farci riflettere.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Chi ha una casa ben isolata, un buon impianto di climatizzazione, magari una seconda casa in montagna o la possibilità di partire per qualche settimana, affronta il caldo in un modo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Chi non ha nulla di tutto questo cerca un luogo pubblico, gratuito o quasi, dove poter respirare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E quel luogo sempre più spesso è proprio un centro commerciale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Così anche il clima finisce per allargare le disuguaglianze.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Un tempo le differenze sociali si misuravano sulla meta delle vacanze: c’era chi andava in Costa Azzurra e chi si accontentava della pensione a due stelle.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Oggi la forbice è diventata più elementare, quasi biologica.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non si misura più soltanto su dove puoi andare in vacanza; si misura su quanti gradi puoi permetterti di respirare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E c’è qualcosa di paradossale nel fatto che, mentre discutiamo continuamente di città intelligenti, rigenerazione urbana, socialità ed inclusione, una parte dei cittadini abbia trovato la propria soluzione semplicemente entrando dalla porta automatica di un centro commerciale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non è il trionfo del capitalismo.&nbsp;&nbsp;È quasi il contrario.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È il capitalismo che, senza averlo programmato, si ritrova a svolgere una funzione che una città dovrebbe garantire da sé.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E così, nell’estate dell’Africano, la nuova piazza non ha più una fontana al centro.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ha una bocchetta dell’aria condizionata.&nbsp;&nbsp;&nbsp;E la nuova vacanza low cost non richiede un biglietto ferroviario.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Basta entrare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Poi, naturalmente, c’è sempre il carrello della spesa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché anche il fresco, alla fine, qualcuno deve pur pagarlo.</p>
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		<title>Vicentino colpito da un fulmine vola per 15 metri</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 11 Aug 2026 16:29:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
		<category><![CDATA[CRONACA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Cade un fulmine, escursionista sbalzato per quindici metri Durante la discesa di tre escursionisti dal Monte Palombino lungo il sentiero attrezzato denominato Ferrata del Camoscio, la caduta di un fulmine ha sbalzato quello che si trovava più avanti di una<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p class="wp-block-paragraph">Cade un fulmine, escursionista sbalzato per quindici metri</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph">Durante la discesa di tre escursionisti dal Monte Palombino lungo il sentiero attrezzato denominato Ferrata del Camoscio, la caduta di un fulmine ha sbalzato quello che si trovava più avanti di una quindicina di metri, facendolo cadere tra le balze di roccia sotto l&#8217;itinerario. Uno degli amici lo ha raggiunto dandogli prima assistenza e iniziando a scendere lentamente a valle assieme a lui, mentre l&#8217;altro è rimasto nell&#8217;unico punto in cui c&#8217;era copertura telefonica, per continuare a dare le indicazioni alla Centrale del 118, dopo aver lanciato l&#8217;allarme attorno&nbsp;alle 16. L&#8217;infortunato è quindi arrivato fino alla strada forestale sopra Malga Dignas, dove è sopraggiunta la jeep dei gestori allertati da altre persone. Nelle vicinanze è quindi atterrato Falco 2, sbarcando tecnico di elisoccorso ed equipe medica, che hanno subito provveduto alle prime cure del 43enne di Dueville, che aveva riportato possibili traumi ed escoriazioni ed è stato trasportato all&#8217;ospedale di Belluno.&nbsp;</p>
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		<title>Viale Roma a Vicenza, i bus non girano e a FdI invece girano..</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 11 Aug 2026 10:28:11 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
		<category><![CDATA[POLITICA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il presidente cittadino di Fratelli d’Italia Vicenza, Alessandro Benigno, interviene sulla vicenda del nuovo assetto di viale Roma, dove, a conclusione dei lavori Pnrr da 2,1 milioni di euro, l’amministrazione comunale ha dovuto affidare una nuova progettazione per correggere il<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">Il presidente cittadino di Fratelli d’Italia Vicenza, Alessandro Benigno, interviene sulla vicenda del nuovo assetto di viale Roma, dove, a conclusione dei lavori Pnrr da 2,1 milioni di euro, l’amministrazione comunale ha dovuto affidare una nuova progettazione per correggere il cordolo della rotatoria di piazzale Stazione, risultato inadeguato al passaggio dei mezzi del trasporto pubblico.</p>



<p class="wp-block-paragraph">“Rifanno viale Roma con 2,1 milioni di euro e poi si accorgono che i bus non ci girano. Geniale” &#8211; dichiara Benigno, -. Ci sarebbe da ridere, se non ci fosse da piangere. Già durante il cantiere era stato necessario un primo ritocco alla curva di ingresso da viale Venezia, e oggi scopriamo che servono altri soldi per un nuovo progetto e per risistemare un’opera appena conclusa. Pagare due volte per sbagliare una: questo il risultato della programmazione dell’amministrazione Possamai”.</p>



<p class="wp-block-paragraph">“Il conto, naturalmente, lo pagano i vicentini &#8211; prosegue Benigno &#8211; che oltre ai disagi di mesi di cantieri si ritrovano un’opera da correggere prima ancora di essere collaudata dall’uso quotidiano. E il tutto per anticipare l’assetto di quella linea Brt che abbiamo sempre contestato: un progetto calato dall’alto, che sta stravolgendo la viabilità cittadina e che già mostra tutti i suoi limiti prima ancora di partire. Se il biglietto da visita è un cordolo da rifare, c’è poco da stare tranquilli sul resto”.</p>



<p class="wp-block-paragraph">“Attendiamo fiduciosi la nota ufficiale di Palazzo Trissino &#8211; conclude il presidente cittadino di FdI -. Sarà colpa del Governo Meloni anche questa?”.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.tviweb.it/viale-roma-a-vicenza-i-bus-non-girano-e-a-fdi-invece-girano/">Viale Roma a Vicenza, i bus non girano e a FdI invece girano..</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.tviweb.it">TViWeb</a>.</p>
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		<title>Salvini, il Capitano che non comanda più: è l’ora di Zaia?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 11 Aug 2026 07:53:21 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[POLITICA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>C’è un momento, nella vita di ogni leader politico, in cui gli avversari smettono improvvisamente di essere il problema. Perché il problema diventano gli amici. Matteo Salvini sembra essere arrivato esattamente lì. Il direttivo della Lega lombarda, con le critiche<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph">C’è un momento, nella vita di ogni leader politico, in cui gli avversari smettono improvvisamente di essere il problema. Perché il problema diventano gli amici.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Matteo Salvini sembra essere arrivato esattamente lì.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il direttivo della Lega lombarda, con le critiche durissime rivolte al segretario e la richiesta di farsi da parte emersa nel confronto interno, racconta qualcosa di molto più profondo dell’ennesima baruffa di partito. Racconta la crisi di un sistema politico costruito per anni attorno a un uomo solo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E soprattutto certifica la caduta di un tabù: Salvini non è più intoccabile.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È questo il vero fatto politico.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché finché a chiederti le dimissioni sono Schlein, Conte o qualche editorialista poco importa. Fa parte del gioco. Quando invece cominciano a farlo quelli che siedono al tuo stesso tavolo, il problema cambia natura.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il Capitano scopre improvvisamente che l’equipaggio mugugna.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E qualcuno vorrebbe addirittura cambiare comandante.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La parabola salviniana, del resto, è una delle più impressionanti della politica italiana recente. Nel 2019 la Lega superava il 34 per cento alle Europee. Salvini sembrava poter divorare politicamente il centrodestra, oscurare Berlusconi e relegare Fratelli d’Italia a comprimario.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Poi qualcosa si è rotto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È arrivato il Papeete, sono arrivate scelte politiche discutibili, continui cambi di bersaglio e una comunicazione sempre più onnivora. Un giorno l’immigrazione, quello dopo Bruxelles, poi i vaccini, la Russia, il Ponte sullo Stretto, il Codice della strada. Sempre alla ricerca del titolo, della polemica, del nemico del giorno.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nel frattempo Giorgia Meloni faceva una cosa molto più semplice: costruiva pazientemente il proprio partito.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il risultato è sotto gli occhi di tutti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La Lega che doveva conquistare l’Italia si ritrova oggi a dover riconquistare casa propria.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ed è forse questa la più grande contraddizione dell’era Salvini.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per inseguire il sogno del partito nazionale, la Lega ha progressivamente attenuato proprio quella specificità territoriale che ne aveva determinato la forza. Il Nord produttivo, gli amministratori, le autonomie, le imprese, il federalismo: temi che hanno spesso lasciato spazio alla rincorsa quotidiana dell’agenda nazionale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il problema è che nel frattempo quello spazio politico non è rimasto vuoto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ed ecco allora governatori, amministratori e dirigenti chiedersi quale sia oggi la funzione della Lega e soprattutto quale sia il futuro di un partito che appare schiacciato tra Fratelli d’Italia e Forza Italia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Domanda legittima.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma ce n’è un’altra, molto più scomoda: Salvini è ancora la soluzione oppure è diventato parte del problema?</p>



<p class="wp-block-paragraph">È questa la domanda che ormai circola apertamente nel Carroccio.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Attenzione, però, a considerarlo già politicamente finito. Salvini conosce il partito, ne controlla ancora leve importanti e soprattutto possiede quell’istinto di sopravvivenza che in politica conta spesso più delle raffinate strategie.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma la leadership vive anche di percezione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E quando un leader deve continuamente dimostrare di essere ancora il leader significa che qualcosa si è già incrinato.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Pontida, allora, non sarà soltanto la solita liturgia del popolo leghista. Sarà inevitabilmente anche una conta politica e simbolica. Si guarderanno gli applausi, le presenze, i silenzi, le facce dei governatori, le parole pronunciate e soprattutto quelle accuratamente evitate.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché il problema di Salvini oggi non sono più soltanto i sondaggi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È il dubbio.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il dubbio insinuatosi dentro la Lega che forse il ciclo del Capitano abbia esaurito la propria spinta.</p>



<p class="wp-block-paragraph">C’è infine una nemesi politica quasi perfetta.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Salvini conquistò la Lega rottamando nei fatti la vecchia stagione bossiana, trasformando radicalmente un movimento che sembrava destinato al declino. Lo fece con coraggio politico e con risultati, almeno inizialmente, straordinari.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Oggi rischia di trovarsi dall’altra parte della barricata.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Quella del leader al quale una nuova generazione di dirigenti comincia a spiegare che il partito deve cambiare per sopravvivere.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In politica non esistono rendite eterne.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E soprattutto non esistono Capitani per diritto divino.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Quando l’equipaggio comincia a discutere apertamente di chi debba stare al timone, la tempesta è già iniziata.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>E questa volta Salvini non può dare la colpa né all’Europa, né alla sinistra, né ai giudici. Perché il rumore arriva da casa sua.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>
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		<title>Dolomiti Superski, arrivano i rimborsi agli sciatori: fino al 30% sugli skipass dal 2022 al 2025</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 11 Aug 2026 07:40:05 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[IL GRAFFIO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Una notizia destinata a interessare migliaia di appassionati della montagna e dello sci. Chi ha acquistato uno skipass Dolomiti Superski nelle ultime stagioni potrebbe infatti avere diritto a un rimborso o a un voucher. L’Autorità Garante della Concorrenza e del<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p class="wp-block-paragraph">Una notizia destinata a interessare migliaia di appassionati della montagna e dello sci. Chi ha acquistato uno skipass Dolomiti Superski nelle ultime stagioni potrebbe infatti avere diritto a un rimborso o a un voucher.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato ha chiuso l’istruttoria che riguardava Dolomiti Superski e gli operatori del sistema con un pacchetto di compensazioni del valore complessivo di circa 30 milioni di euro, tra rimborsi e sconti destinati agli sciatori.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il provvedimento riguarda chi ha acquistato skipass giornalieri o plurigiornalieri nelle stagioni invernali 2022/2023, 2023/2024 e 2024/2025 e prevede due possibilità: ottenere un voucher pari al 30% della somma spesa, utilizzabile per l’acquisto di un futuro skipass, oppure scegliere un rimborso in denaro pari al 20%.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per fare un esempio, chi nel periodo interessato ha speso complessivamente 500 euro potrebbe ottenere un voucher da 150 euro oppure scegliere la restituzione di 100 euro. Cifre tutt’altro che irrilevanti, soprattutto per le famiglie che frequentano abitualmente le Dolomiti e che negli ultimi anni hanno dovuto fare i conti con il forte aumento dei costi dello sci.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L’intervento dell’Antitrust arriva infatti dopo un’istruttoria che ha riguardato le modalità di determinazione dei prezzi degli skipass all’interno di uno dei sistemi sciistici più grandi e conosciuti d’Europa, con circa 1.200 chilometri di piste distribuiti in dodici comprensori.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Adesso l’attenzione si sposta sulle modalità concrete per ottenere le compensazioni. Dolomiti Superski ha annunciato una campagna informativa e la predisposizione di una piattaforma online attraverso la quale gli aventi diritto potranno presentare la propria richiesta. L’apertura è prevista entro la metà di ottobre.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per chi ha sciato sulle Dolomiti nelle tre stagioni interessate diventa quindi importante recuperare e conservare la documentazione relativa agli skipass acquistati, dalle ricevute alle eventuali conferme elettroniche degli acquisti, in attesa delle istruzioni definitive.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non mancano però le polemiche. Le associazioni dei consumatori hanno sollevato perplessità soprattutto sulla differenza tra il 30% riconosciuto sotto forma di voucher e il 20% restituito in denaro. Una distinzione che, secondo i critici, finirebbe inevitabilmente per premiare chi decide di tornare a sciare nel circuito Dolomiti Superski, mentre chi preferisce riavere semplicemente parte di quanto pagato deve accontentarsi di una percentuale inferiore.</p>



<p class="wp-block-paragraph">C’è poi la questione delle risorse disponibili, perché le compensazioni sono legate allo stanziamento previsto. Un motivo in più per seguire con attenzione l’apertura della piattaforma e presentare la richiesta senza aspettare troppo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La vicenda rappresenta comunque una novità significativa per un settore nel quale negli ultimi anni i prezzi sono cresciuti sensibilmente. Lo sci è diventato sempre più costoso e una giornata sulla neve, soprattutto per una famiglia, può ormai trasformarsi in una spesa importante tra skipass, attrezzatura, parcheggio, rifugi e trasporti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per migliaia di sciatori italiani, dunque, l’autunno porterà una piccola ma concreta possibilità di recuperare parte di quanto speso nelle ultime stagioni. Meglio controllare fin d’ora vecchie ricevute, email e acquisti online.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché questa volta, dopo anni nei quali sulle Dolomiti a salire vertiginosamente non sono state soltanto le funivie ma anche le tariffe, qualcosa potrebbe finalmente tornare indietro. E non soltanto a valle.</p>
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		<title>Tutti al mare? Sì però al Mare del Nord: Adriatico addio</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 11 Aug 2026 07:12:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
		<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>C&#8217;è una frase che ogni estate continuiamo a ripeterci, quasi fosse una formula magica capace di sconfiggere il termometro: “ma in spiaggia c’è sempre vento. Basta fare un bagno e passa tutto”.Peccato che il clima, a differenza delle nostre illusioni,<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p class="wp-block-paragraph">C&#8217;è una frase che ogni estate continuiamo a ripeterci, quasi fosse una formula magica capace di sconfiggere il termometro: “ma in spiaggia c’è sempre vento. Basta fare un bagno e passa tutto”.<br>Peccato che il clima, a differenza delle nostre illusioni, non legga le brochure degli stabilimenti balneari.<br>Chi ha trascorso gli ultimi luglio e agosto sulle spiagge dell&#8217;Alto Adriatico sa bene che, quando arriva l&#8217;anticiclone africano, il vento spesso sparisce proprio quando servirebbe di più.<br>L&#8217;aria si ferma, diventa pesante, immobile, quasi solida.<br>Il sole picchia senza tregua e quella che un tempo chiamavamo &#8220;sabbia dorata&#8221; assume le caratteristiche di una gigantesca piastra riscaldante.<br>Altro che refrigerio.<br>La spiaggia, con certe temperature, non è poi così diversa dall&#8217;asfalto di una città.<br>Cambia soltanto il colore: invece del grigio abbiamo il rassicurante giallo delle cartoline.<br>Ma il principio fisico è lo stesso: accumulare calore e restituirlo lentamente, possibilmente proprio quando il turista cerca di dormire.<br>Anche il mare non è più sempre quell&#8217;immensa vasca rinfrescante che ricordiamo.<br>Quando l&#8217;acqua raggiunge temperature quasi tropicali, il bagno non è necessariamente una fuga dal caldo.<br>A volte è semplicemente un trasferimento del caldo dalla spiaggia al mare.<br>E così può accadere il paradosso dell&#8217;estate moderna: pagare una vacanza al mare magari per trascorrere molte ore chiusi in camera o nel bungalow con il condizionatore acceso, aspettando che il sole tramonti.<br>Una vacanza vista mare, ma vissuta al riparo dal mare!<br>Non è soltanto una sensazione di chi vive e frequenta le coste italiane.<br>Del fenomeno cominciano ad occuparsi anche fonti internazionali autorevoli. Euronews parla della crescita della coolcation, l&#8217;OCSE segnala come gli eventi climatici estremi stiano modificando geografia e stagionalità del turismo, nel senso che i viaggiatori cercano sempre più destinazioni con temperature più moderate, comprese quelle del Nord Europa, mentre Tagesschau , in un articolo interessante proprio perché arriva dalla Germania, cioè da uno dei principali bacini turistici per Italia, Croazia e Spagna, si chiede se questa nuova ricerca del fresco sia ormai una tendenza strutturale.<br>Si può quindi sostenere che del problema se ne stanno accorgendo anche i turisti che per decenni hanno alimentato il nostro turismo balneare: tedeschi, olandesi, belgi, scandinavi.<br>Sono loro che hanno iniziato a guardare verso nord.<br>Come accennato, la parola di moda è coolcation: una vacanza fresca, una scelta che qualche anno fa sembrava quasi una curiosità da rivista di costume, e che oggi sta diventando una tendenza sempre più evidente.<br>Perché anche il turista del Nord Europa, quello che per generazioni ha inseguito il sole mediterraneo, ha fatto un semplice ragionamento: se devo affrontare mille chilometri di viaggio per arrivare in una località dove rischio di passare le giornate boccheggiando, forse posso trovare un&#8217;alternativa.<br>E le alternative esistono.<br>I litorali dei Paesi Bassi e del Belgio, un tempo considerati mete meno affascinanti rispetto al Mediterraneo, stanno acquistando un nuovo appeal.<br>Così come le coste francesi dell&#8217;Atlantico, dalla Normandia alla Bretagna.<br>Quest&#8217;ultima, per chi scrive, resta una delle regioni più belle d&#8217;Europa.<br>Un luogo dove il mare non viene addomesticato, ma vissuto nella sua natura più autentica: scogliere, fari, vento, grandi maree, cieli che cambiano nel giro di mezz&#8217;ora. La Bretagna non è solo una destinazione fresca. È il simbolo di un altro modo di vivere il mare: non il mare come consumo (&#8220;quanto costa l&#8217;ombrellone? quanto è calda l&#8217;acqua?&#8221;), ma come paesaggio. È un passaggio culturale interessante.<br>Certo, da quelle parti può capitare di dover indossare una giacca anche in estate.<br>L&#8217;acqua dell&#8217;oceano non ha certo le temperature di una piscina termale. Il vento può essere impetuoso.<br>Ma c&#8217;è una differenza fondamentale: lì si respira.<br>E forse questo sta diventando il nuovo lusso.<br>Per molto tempo abbiamo pensato che il privilegio fosse avere il sole garantito per quindici giorni consecutivi.<br>Oggi sempre più persone potrebbero scoprire che il vero privilegio è una sera d&#8217;agosto in cui si dorme con la finestra aperta.<br>Il cambiamento non significa che l&#8217;Italia perderà il suo fascino.<br>Sarebbe assurdo pensarlo. Il nostro patrimonio storico, culturale, paesaggistico ed enogastronomico, resta qualcosa che il mondo continua a invidiarci.<br>Ma potrebbe cambiare il calendario.<br>Forse il Mediterraneo del futuro non sarà più il regno assoluto di luglio e agosto, ma quello delle stagioni intermedie: maggio, giugno, settembre, ottobre.<br>I mesi in cui il mare torna ad essere un piacere e non una prova di sopravvivenza.<br>Ed è qui che arriva a mio avviso la vera sfida per il turismo italiano.<br>Per anni abbiamo costruito un modello basato sull&#8217;idea che l&#8217;estate fosse un blocco immutabile: quindici giorni di agosto, spiaggia piena, prezzi alti, tutto esaurito.<br>Ma il clima non firma contratti con le tradizioni.<br>Se luglio e agosto diventano progressivamente mesi troppo caldi per essere piacevoli, il turismo dovrà reinventarsi.<br>Dovrà offrire esperienze diverse, distribuire le presenze nell&#8217;arco dell&#8217;anno, valorizzare territori e stagioni finora considerate secondarie.<br>Perché alla fine il turista non compra il caldo, compra il piacere di stare bene.<br>E se un giorno il vero simbolo della vacanza perfetta sarà un maglione leggero indossato la sera davanti al mare, forse dovremo accettare una piccola rivoluzione: l&#8217;estate europea potrebbe non finire più sulle spiagge del Mediterraneo, ma cominciare sulle coste dove ancora si può respirare.<br>Anche questa, in fondo, è una conseguenza del cambiamento climatico: non ci sta soltanto spostando le temperature.<br>Ci sta spostando i desideri.<br>Per secoli il Nord Europa ha invidiato il nostro sole; forse per la prima volta siamo noi a dover invidiare il loro vento.<br>Umberto Baldo</p>
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		<title>15 nuovi agenti di Polizia a Vicenza: territorio più sicuro</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 10 Aug 2026 12:11:39 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[CRONACA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Questa mattina, il Questore di Vicenza dottor Francesco Zerilli ha accolto quindici nuovi Agenti della Polizia di Stato, nell’ambito delle assegnazioni ministeriali disposte per rafforzare gli uffici e garantire il necessario incremento del personale. Durante l&#8217;incontro, il Questore ha rivolto<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">Questa mattina, il Questore di Vicenza dottor Francesco Zerilli ha accolto quindici nuovi Agenti della Polizia di Stato, nell’ambito delle assegnazioni ministeriali disposte per rafforzare gli uffici e garantire il necessario incremento del personale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Durante l&#8217;incontro, il Questore ha rivolto il proprio benvenuto alle nuove risorse, sottolineando quanto il loro innesto sia cruciale per incrementare l&#8217;efficacia dei dispositivi di prevenzione dei reati.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L&#8217;arrivo di queste nuove forze permetterà un potenziamento immediato e strategico della presenza della Polizia sulle strade vicentine, garantendo una maggiore capillarità sia nei servizi di volante e controllo del territorio, sia nelle attività investigative e di prossimità ai cittadini.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Al termine del colloquio, il Questore ha formulato ai neoagenti i migliori auguri di buon lavoro, ribadendo l&#8217;importanza del loro ruolo nel mantenere alti gli standard di legalità e vicinanza alla comunità locale, a tutela dell&#8217;intera collettività provinciale.</p>
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		<title>Vicenza calcio, ecco la seconda maglia!</title>
		<link>https://www.tviweb.it/vicenza-calcio-ecco-la-seconda-maglia/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 10 Aug 2026 11:45:01 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[SPORT]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La società L.R. Vicenza e il prestigioso marchio di abbigliamento sportivo hummel sono orgogliosi di presentare il kit away realizzato per la stagione 2026/2027. La nuova divisa valorizza la tradizione del club attraverso il richiamo alla R storica, simbolo identitario<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">La società L.R. Vicenza e il prestigioso marchio di abbigliamento sportivo hummel sono orgogliosi di presentare il kit away realizzato per la stagione 2026/2027.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La nuova divisa valorizza la tradizione del club attraverso il richiamo alla R storica, simbolo identitario della società, rendendola il vero e proprio elemento fondante della maglia. Il design si caratterizza per una tonalità blu profonda, arricchita da dettagli bianchi e rossi che richiamano i colori sociali.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il concept, essenziale e rigoroso, riflette la volontà della società di coniugare innovazione e rispetto della propria identità, proponendo una divisa che si inserisce con coerenza nella linea estetica del club. La maglia è realizzata con materiali tecnici di ultima generazione, studiati per garantire comfort, traspirabilità e prestazioni elevate.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La seconda maglia sarà disponibile all’acquisto sullo store online a partire da oggi e nei punti vendita fisici L.R. Vicenza durante i giorni di apertura.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La società desidera ringraziare il Gruppo Marzotto per aver messo a disposizione gli spazi necessari alla realizzazione dello shooting.</p>
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		<title>Ferragosto a Vicenza con i musei aperti</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 10 Aug 2026 10:02:13 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
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					<description><![CDATA[<p>I Musei civici di Vicenza rimarranno tutti aperti. ll Teatro Olimpico di Vicenza è aperto&#160;dalle 10 alle 18&#160;(da martedì a domenica) con la possibilità di assistere allo spettacolo di spettacolo di suoni e luci, compreso nel biglietto di ingresso,&#160;alle 10.30,<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">I Musei civici di Vicenza rimarranno tutti aperti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">ll Teatro Olimpico di Vicenza è aperto&nbsp;dalle 10 alle 18&nbsp;(da martedì a domenica) con la possibilità di assistere allo spettacolo di spettacolo di suoni e luci, compreso nel biglietto di ingresso,&nbsp;alle 10.30, 11.30, 12.30, 15.30, 16.30, 17.30.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La Basilica Palladiana accoglie i visitatori&nbsp;dalle 10 alle 18&nbsp;(da martedì a domenica) con la possibilità di vedere il salone, il loggiato al primo piano e la terrazza. In orario serale è possibile sedersi nei tavolini del bar e godere dello splendido panorama: venerdì e&nbsp;sabato dalle 19 all’una,&nbsp;domenica dalle 19 alle 23&nbsp;e&nbsp;mercoledì 19&nbsp;e 26&nbsp;dalle 19 all’una. La terrazza rimane chiusa in caso di maltempo. La serata che precede il Ferragosto,&nbsp;venerdì 14 agosto, sarà allietata dal concerto “Note Di-Versi, la Canzone d&#8217;autore d&#8217;ogni tempo: dal Broadway al Jazz europeo” con Claudia Valtinoni, voce, e Danilo Cubuzio, pianoforte (biglietto; info e prenotazioni&nbsp;3201424747,&nbsp;associazione.mousike@alice.it,&nbsp;www.porgettobach.it)</p>



<p class="wp-block-paragraph">Al Museo civico di Palazzo Chiericati, aperto&nbsp;dalle 10 alle 18&nbsp;(da martedì a domenica), per tutto il mese di agosto è previsto l’ingresso gratuito al piano terra&nbsp;dalle 12 alle 16. Un’occasione per trovare refrigerio in un ambiente climatizzato e visitare la mostra “Pittura del vero in Veneto da Favretto a Beltrame”. L’iniziativa rientra nella mappa delle oasi climatiche (https://www.comune.vicenza.it/Novita/Avvisi/Scopri-le-oasi-climatiche-nel-Comune-di-Vicenza) che comprende spazi chiusi dotati di climatizzazione e aree verdi ombreggiate con fontanelle d’acqua dove è possibile trovare un temporaneo sollievo dal grande caldo. Nelle sale ai piani superiori si può ammirare l’ “Ospite al Chiericati: Giovanni Bonconsiglio vicentino”: fino al&nbsp;13 settembre, in occasione dell’Anno Giubilare Mariano e della Rinascita, sono esposti i due frammenti della pala della chiesetta delle monache benedettine dei Santi Cosma e Damiano in Giudecca, smembrata nel Settecento.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Le Gallerie di Palazzo Thiene, aperte&nbsp;dalle 10 alle 18(dal giovedì alla domenica) ospitano due esposizioni ad ingresso libero: &#8220;Una Curiosità inesauribile&#8221;, mostra di arte contemporanea con una selezione di opere dalla Collezione di Sandra e Giancarlo Bonollo (fino al&nbsp;13 settembre); mostra fotografica &#8220;Italia di moda. Viaggio tra le bellezze italiane, Immagini ed emozioni” fino al&nbsp;6 settembre.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Anche il Museo Naturalistico Archeologico rimane aperto&nbsp;dalle 10 alle 14&nbsp;(da martedì a domenica, orario estivo) con alcune limitazioni nel percorso per i lavori di riallestimento della sezione naturalistica.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La Chiesa di Santa Corona osserva l’orario 10-18 (da martedì a domenica). Il giardino, ad ingresso gratuito, è aperto&nbsp;dalle 10 alle 21&nbsp;per tutto il mese di agosto (dal venerdì alla domenica) perché fa parte delle oasi climatiche (dal martedì al giovedì&nbsp;è aperto con il consueto orario,&nbsp;dalle 10 alle 18).</p>



<p class="wp-block-paragraph">Al Museo del Risorgimento e della Resistenza ad ingresso libero&nbsp;dalle 10 alle 14&nbsp;(da martedì a domenica, orario estivo) è allestita l’esposizione &#8220;Grande Guerra: giornalismo, comunicazioni e servizio postale negli anni 1915-1918&#8221;. Il parco di Villa Guiccioli è aperto&nbsp;dalle 9 alle 19.30&nbsp;(da martedì a domenica, orario da aprile a settembre).</p>
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		<title>Ciclista inseguito dai cani si rifugia dentro un bagagliaio: salvato!</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 10 Aug 2026 08:57:21 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[CRONACA]]></category>
		<category><![CDATA[VENETO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Ieri sera verso le 23.20 il Soccorso alpino della Pedemontana del Grappa è stato attivato su richiesta dei Carabinieri, contattati da un ciclista impaurito dopo essere stato inseguito da alcuni cani, quasi sicuramente a guardia delle greggi presenti sul Pian<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p class="wp-block-paragraph">Ieri sera verso le 23.20 il Soccorso alpino della Pedemontana del Grappa è stato attivato su richiesta dei Carabinieri, contattati da un ciclista impaurito dopo essere stato inseguito da alcuni cani, quasi sicuramente a guardia delle greggi presenti sul Pian de la Bala. Una squadra è salita sapendo già che l&#8217;uomo, un 47enne olandese, aveva trovato rifugio nel bagagliaio con portellone aperto di un pick up, probabilmente appartenente al pastore. I soccorritori sono arrivati sul posto assieme a una pattuglia dei Carabinieri, in quel momento i cani non c&#8217;erano, ma si sentivano abbaiare. La squadra ha caricato a bordo il ciclista e la bicicletta e lo ha accompagnato alla sua macchina parcheggiata a Semonzo. L&#8217;intervento si è concluso poco prima delle 3.</p>
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		<title>E dio creò Brigitte Bardot che creò l’Estate!</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 10 Aug 2026 08:43:26 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[CULTURA ARTE]]></category>
		<category><![CDATA[CURIOSITÀ - LIFESTYLE]]></category>
		<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>C’è un momento preciso, nella memoria del Novecento, in cui l’estate smette di essere soltanto una stagione sul calendario, e diventa uno stato dell’anima.Un istante fatto del profumo acuto del pino marittimo, dell’asfalto arroventato che incontra la salsedine, del canto<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph">C’è un momento preciso, nella memoria del Novecento, in cui l’estate smette di essere soltanto una stagione sul calendario, e diventa uno stato dell’anima.<br>Un istante fatto del profumo acuto del pino marittimo, dell’asfalto arroventato che incontra la salsedine, del canto metallico delle cicale che riempie il pomeriggio.<br>Ha il colore del sole sulla pelle ed il rumore delle onde in lontananza.<br>E, soprattutto, ha un volto: quello di Brigitte Bardot.<br>A Cannes nel 1953, una giovanissima Bardot si presenta in bikini sulla spiaggia del Carlton durante il Festival.<br>In quegli anni è ancora un costume capace di suscitare curiosità e scandalo, ma addosso a lei sembra perdere ogni traccia di trasgressione per diventare qualcosa di diverso: naturale, solare, quasi inevitabile.<br>Non è soltanto il corpo di una ragazza a entrare nell&#8217;immaginario collettivo; è una nuova idea di estate.<br>Fino ad allora la bellezza cinematografica aveva spesso avuto il rigore della posa: acconciature impeccabili, abiti costruiti, gesti misurati, una sensualità che arrivava al pubblico attraverso la perfezione.<br>Bardot porta invece sullo schermo e sulle spiagge qualcosa di apparentemente opposto: il disordine, la spontaneità, la pelle nuda al sole, i capelli spettinati dal vento.<br>La sua bellezza non sembra chiedere il permesso.<br>È questo, forse, il segreto della “rivoluzione Bardot”.<br>Non tanto aver sdoganato il bikini, né aver scoperto la sensualità — il bikini esisteva già, ed il cinema conosceva da tempo le sue dive — quanto aver trasformato la libertà del corpo in un gesto quotidiano; un modo di stare al mondo.<br>Il punto di non ritorno arriva nel 1956 con “Et Dieu… créa la femme”, il film di Roger Vadim che consacra Bardot e cambia per sempre il destino di Saint-Tropez.<br>Il piccolo porto provenzale, fino ad allora lontano dai grandi circuiti mondani, diventa improvvisamente uno dei luoghi mitologici del Mediterraneo.<br>La Ponche, le barche tirate a riva, le stradine bianche, la spiaggia di Pampelonne: tutto entra in un nuovo immaginario, quello di un lusso che non ha più bisogno di mostrarsi.<br>La leggenda nasce anche dai luoghi.<br>La mensa utilizzata dalla troupe sulla spiaggia di Pampelonne diventerà il celebre Club 55.<br>Bardot sceglierà Saint-Tropez come una delle sue dimore elettive e la sua presenza finirà per trasformare il borgo in una capitale internazionale dell&#8217;estate.<br>È qui che il Mediterraneo comincia a parlare una lingua nuova: quella del sole, della giovinezza, dell&#8217;abbronzatura, delle giornate senza orologio.<br>Bardot non inventa quello stile: lo incarna.<br>Il gingham, le ballerine, i jeans, le magliette semplici, il trucco degli occhi, i capelli biondi lasciati liberi di muoversi.<br>Tutto sembra dire la stessa cosa: non occorre essere impeccabili per essere desiderabili.<br>Anzi, è proprio una certa imperfezione a diventare seducente.<br>Il corpo non è più soltanto qualcosa da esibire con eleganza; è qualcosa da vivere.<br>E mentre Saint-Tropez diventa la nuova capitale della Côte d’Azur, dall’altra parte del Mediterraneo l’Italia costruisce il proprio sogno.<br>Capri, Ischia, la Costiera, Portofino.<br>Le Vespe attraversano le strade, i motoscafi Riva tagliano il blu, i sandali vengono fatti su misura ed i grandi alberghi diventano palcoscenici di una mondanità ancora giovane, prima che il turismo di massa trasformi questi luoghi in cartoline.<br>È la stagione della Dolce Vita, ma anche qualcosa di più vasto.<br>Un Mediterraneo senza confini netti, dove Saint-Tropez e Capri, Cannes e Portofino sembrano appartenere allo stesso film.<br>Cambiano le lingue, cambiano le rive, cambiano le celebrità, ma il rito è lo stesso: il bagno al mattino, il pranzo lungo, la barca, il sole che cala, un aperitivo al tramonto e la notte che sembra non dover finire mai.<br>Brigitte Bardot è il volto più riconoscibile di questa nuova stagione perché ne interpreta perfettamente la contraddizione: è una diva che sembra non voler essere una diva.<br>È celebre, ma vuole apparire libera.<br>È fotografata ovunque, ma sembra vivere come se nessuno la guardasse.<br>La sua sensualità non ha la rigidità delle vecchie icone: ha il passo scalzo di una ragazza che corre verso il mare.<br>Per questo il fenomeno Bardot va oltre la moda.<br>Non riguarda soltanto il bikini, la gonna a quadretti, il top, i capelli cotonati o le ballerine di Repetto.<br>Riguarda un&#8217;attitudine.<br>La convinzione, allora nuova e potentissima, che la giovinezza potesse appartenere a se stessa; che il desiderio non dovesse essere sempre nascosto dietro le convenzioni; che il lusso più autentico potesse consistere, semplicemente, nel non avere fretta.<br>È anche per questo che oggi ricordiamo quelle estati con una nostalgia che va oltre la moda.<br>Non rimpiangiamo davvero un bikini, una Vespa, un motoscafo o una fotografia in bianco e nero.<br>Rimpiangiamo l&#8217;idea di un&#8217;estate ancora capace di promettere qualcosa.<br>Un&#8217;estate in cui il viaggio sembrava avventura, il mare una scoperta e la giovinezza una terra sconfinata.<br>Brigitte Bardot non creò il Mediterraneo. Ma gli diede un volto.<br>E quel volto, biondo, spettinato, abbronzato, con gli occhi segnati di nero e i piedi nudi sulla sabbia, finì per diventare il volto stesso dell&#8217;estate.<br>Forse è per questo che, a distanza di settant&#8217;anni, basta un&#8217;immagine di B.B. su una spiaggia per farci tornare addosso quella luce.<br>Il sole di mezzogiorno.<br>Il profumo del mare.<br>Le cicale.<br>Una strada bianca che scende verso la costa.<br>E la sensazione, ormai perduta, che l&#8217;estate non dovesse mai finire.<br>Umberto Baldo</p>
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		<title>San Lorenzo ed il cielo dei desideri! Stasera tutti a guardare le stelle cadenti</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 10 Aug 2026 07:28:56 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[CURIOSITÀ - LIFESTYLE]]></category>
		<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>stelle cadenti<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph">«San Lorenzo, io lo so perché tanto<br>di stelle per l’aria tranquilla<br>arde e cade, perché sì gran pianto<br>nel concavo cielo sfavilla…»</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ci sono versi che attraversano il tempo e finiscono per appartenere un po’ a tutti. Quelli di Giovanni Pascoli, nella notte di San Lorenzo, tornano inevitabilmente alla memoria mentre alziamo gli occhi verso il cielo aspettando che una scia luminosa lo attraversi per pochi, meravigliosi istanti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È la notte dei desideri. O, forse, è semplicemente la notte in cui ci ricordiamo di avere ancora il tempo per desiderare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché nella frenesia delle nostre giornate, tra telefoni che squillano, notifiche, appuntamenti, traffico, scadenze e pensieri che sembrano non concederci tregua, accade qualcosa di quasi rivoluzionario: ci fermiamo. Spegniamo per qualche minuto uno schermo e ne cerchiamo uno infinitamente più grande sopra di noi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il cielo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La notte di San Lorenzo conserva proprio questo fascino antico. Non importa quanti anni abbiamo, quante volte abbiamo già visto una stella cadente o quanto razionalmente sappiamo spiegare il fenomeno delle Perseidi. Quando quella piccola luce attraversa improvvisamente il buio, torniamo per un attimo bambini.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E quasi sempre esprimiamo un desiderio.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Magari senza dirlo a nessuno.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ci si ritrova su una spiaggia, in montagna, in un prato, nel giardino di casa o semplicemente affacciati a un balcone. Si cerca il punto più buio possibile, lontano dalle luci delle città, e si aspetta. Qualcuno parla, qualcuno ride, qualcuno indica continuamente il cielo gridando «eccola!» quando ormai gli altri non fanno più in tempo a vederla.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ed è proprio l’attesa, forse, la parte più bella.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché San Lorenzo è anche una straordinaria occasione per stare insieme senza dover necessariamente fare qualcosa. Basta esserci. Una coperta sull’erba, qualche amico, una persona amata, magari un bicchiere di vino, il silenzio della notte e quello spettacolo immenso che continua da miliardi di anni sopra le nostre teste.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In un’epoca nella quale fotografiamo qualsiasi cosa, le stelle cadenti hanno inoltre la meravigliosa abitudine di sfuggire ai nostri smartphone. Durano pochissimo. Spesso non facciamo in tempo a immortalarle.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E allora dobbiamo semplicemente <strong>guardarle</strong>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Con gli occhi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Forse è anche per questo che ci emozionano ancora tanto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Pascoli vedeva nelle stelle di San Lorenzo il pianto del cielo, legandolo al dolore più profondo della propria vita. Noi, più modestamente, possiamo continuare a vedere in quelle scie luminose qualcosa di diverso per ciascuno: un ricordo, una speranza, una persona che non c’è più, un amore, un progetto, il desiderio che qualcosa finalmente cambi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E per una notte possiamo persino permetterci di credere che affidare un desiderio a una stella abbia un senso.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non sarà scientifico, naturalmente.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma non tutto ciò che rende bella la vita deve necessariamente esserlo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Questa sera, allora, proviamo a lasciare per qualche minuto il telefono in tasca. Cerchiamo un angolo di cielo abbastanza scuro, sediamoci accanto alle persone che amiamo e alziamo gli occhi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Magari una stella cadrà proprio in quel momento.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E se accadrà, esprimiamo pure quel desiderio.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Senza vergogna.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché abbiamo bisogno anche di questo: di stupirci ancora davanti a qualcosa di immensamente più grande di noi.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Buona notte di San Lorenzo. E buoni desideri a tutti.</strong></p>
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		<title>Creme solari, il tormentone dell&#8217;estate 2026. Quando l&#8217;algoritmo sfida la scienza</title>
		<link>https://www.tviweb.it/creme-solari-il-tormentone-dellestate-2026-quando-lalgoritmo-sfida-la-scienza/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 10 Aug 2026 07:20:22 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Se avete trascorso gli ultimi giorni lontano dai social, congratulazioni. Avete inconsapevolmente protetto anche la vostra salute mentale.Nel frattempo, però, sappiate che in Italia è scoppiata una nuova emergenza nazionale.Non il caldo, non il costo dell&#8217;energia, on il debito pubblico:<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.tviweb.it/creme-solari-il-tormentone-dellestate-2026-quando-lalgoritmo-sfida-la-scienza/">Creme solari, il tormentone dell&#8217;estate 2026. Quando l&#8217;algoritmo sfida la scienza</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.tviweb.it">TViWeb</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph">Se avete trascorso gli ultimi giorni lontano dai social, congratulazioni. Avete inconsapevolmente protetto anche la vostra salute mentale.<br>Nel frattempo, però, sappiate che in Italia è scoppiata una nuova emergenza nazionale.<br>Non il caldo, non il costo dell&#8217;energia, on il debito pubblico: le creme solari.<br>Quelle che fino a ieri servivano ad evitare di trasformarsi in crostacei sulla spiaggia, quelle che le nostre nonne e mamme pretendevano di spalmarci ovunque prima di portarci sul bagnasciuga.<br>Secondo una nuova corrente di pensiero, sarebbero il vero nemico della pelle.<br>Ogni estate italiana produce il suo tormentone, come le cicale producono rumore.<br>Un anno gli squali, un anno le meduse, poi il caldo, poi il caldo eccezionale, poi il caldo eccezionalmente eccezionale.<br>Quest&#8217;anno, finalmente, abbiamo trovato anche un colpevole diverso dal Sole: la crema contro il Sole.<br>L&#8217;estate 2026 ci regala proprio questa novità culturale: le creme solari non proteggono dal melanoma, anzi secondo alcuni sarebbero loro il problema.<br>Tutto nasce da una curiosa teoria che in queste settimane impazza sui social. Secondo alcuni influencer, quella nuova categoria di esperti universali che al mattino spiegano la geopolitica, a pranzo la nutrizione, nel pomeriggio la fisica quantistica e prima di cena risolvono definitivamente l&#8217;oncologia, qualche personaggio famoso, e perfino qualche medico &#8220;fuori dal coro&#8221;, il Sole sarebbe stato ingiustamente demonizzato: il melanoma non dipenderebbe dai raggi ultravioletti, e le creme solari non solo non proteggerebbero, ma potrebbero addirittura favorire i tumori della pelle.<br>A sostegno vengono sventolati studi scientifici letti in modo creativo, aneddoti personali elevati a prova definitiva, e l&#8217;immancabile sospetto che dietro tutto ci sia il solito complotto delle multinazionali della cosmetica.<br>Ma a ben pensarci, questa non è davvero solo una storia di creme.<br>Le creme sono soltanto l&#8217;ultimo bersaglio.<br>Il tema è molto più grosso e, francamente, più preoccupante: l&#8217;idea che qualsiasi conoscenza scientifica possa essere ribaltata da un video di novanta secondi, da un influencer particolarmente ispirato o da uno studio letto a metà, e raccontato peggio.<br>Il copione, ormai, è sempre lo stesso. Cambia solo il protagonista.<br>Prima il cambiamento climatico era un&#8217;invenzione delle élite.<br>Poi sono arrivati i vaccini, le scie chimiche, la Terra piatta.<br>Adesso tocca all&#8217;SPF 50. Domani chissà.<br>L&#8217;obiettivo, ripeto, non è la crema solare.<br>È il principio stesso che esista una conoscenza costruita con metodo, verifiche, errori corretti, esperimenti ripetuti e migliaia di ricercatori che, invece di cercare visualizzazioni, cercano di capire come stanno davvero le cose.<br>Sui social, invece, il metodo scientifico ha un difetto imperdonabile: è lento, pretende verifiche, chiede conferme indipendenti, ammette persino di potersi sbagliare.<br>Insomma, è costruito esattamente al contrario dei social.<br>Vale a dire non urla, non promette rivelazioni sconvolgenti, non comincia mai con &#8220;Quello che nessuno vi dice…&#8221;.<br>Di solito conclude con frasi poco adatte a TikTok, tipo: &#8220;servono ulteriori studi&#8221;, &#8220;i dati disponibili suggeriscono&#8221;, &#8220;la correlazione non implica causalità&#8221;.<br>Che è un modo elegante per dire: prima di parlare, vediamo se abbiamo capito.<br>Ma questo non genera milioni di visualizzazioni.<br>Molto meglio prendere uno studio, estrarre una riga dal contesto, ignorare le altre venti pagine di limiti e cautele, e proclamare che finalmente è stato smascherato il complotto mondiale delle creme solari.<br>È un meccanismo ormai collaudato.<br>Se chi usa la crema si ammala più spesso di tumori della pelle, non ci si domanda se magari sia proprio chi passa dieci ore sotto il sole a usare più crema degli altri.<br>No. Si conclude che è la crema a provocare il tumore.<br>Con la stessa logica si potrebbe sostenere che le cinture di sicurezza causano gli incidenti, visto che le indossano quasi tutti quelli coinvolti nei sinistri.<br>Oppure che gli ospedali fanno ammalare la gente, dato che sono pieni di malati.<br>Nel frattempo proliferano le alternative &#8220;naturali&#8221;.<br>Olio di cocco, olio d&#8217;oliva, cera d&#8217;api, sego bovino.<br>Abbiamo impiegato secoli per sviluppare filtri solari testati sempre più efficaci, regolamentati e continuamente migliorati, e adesso qualcuno propone di affrontare il sole di Ferragosto impanati nel grasso di bue, come fossimo costate marinate.<br>Più che protezione solare, una preparazione alla cottura lenta.<br>Naturalmente tutto questo viene presentato come un ritorno alla natura.<br>Curioso. Perché il melanoma, quello sì, è naturalissimo.<br>Non ha mai avuto bisogno dell&#8217;industria farmaceutica per esistere.<br>La cosa davvero interessante, però, è un&#8217;altra.<br>Ogni volta il bersaglio cambia, ma il metodo resta identico.<br>Non si mette in discussione una teoria portando prove migliori.<br>Si mette in discussione l&#8217;esistenza stessa dell&#8217;autorevolezza scientifica.<br>L&#8217;esperienza personale diventa più importante dei dati; un aneddoto vale quanto una revisione sistematica; un video girato in cucina pesa più del lavoro di migliaia di ricercatori.<br>Il &#8220;l&#8217;ho visto su TikTok&#8221; sostituisce il &#8220;l&#8217;ho verificato&#8221;.<br>È il trionfo del dottor Google promosso primario di tutto lo scibile umano.<br>E allora prepariamoci, perché le creme solari sono solo una tappa del viaggio.<br>Dopo aver riscoperto che la Terra è piatta, potremmo serenamente rivalutare Tolomeo e archiviare Copernico come un astronomo venduto alla lobby dell&#8217;eliocentrismo.<br>Newton? Chiaramente finanziato dalla potente industria della gravità.<br>Pasteur? Un antesignano di Big Pharma.<br>Galileo? Un influencer mancato che, diciamolo, senza un profilo social oggi avrebbe avuto molta meno fortuna.<br>Il paradosso è che la scienza, quella vera, è sempre stata disposta a cambiare idea.<br>Lo fa da secoli. Ma cambia idea quando arrivano prove migliori.<br>Oggi, invece, sembra che bastino molti follower.<br>Il problema non è che esistano idee stravaganti; quelle sono sempre esistite<br>Il problema è che oggi l&#8217;algoritmo premia proprio quelle più estreme.<br>Se dici che la crema protegge dal sole, sei uno dei tanti, se dici che provoca il melanoma, diventi virale.<br>Nell&#8217;economia dell&#8217;attenzione, l&#8217;assurdo rende molto più della prudenza.<br>La scienza non ha mai chiesto di essere creduta sulla parola.<br>Ha sempre chiesto di essere messa alla prova.<br>È così che è andata avanti per secoli: dubitando, verificando, correggendosi.<br>Il problema non è farsi domande, il problema è smettere di cercare le risposte e sostituirle con il primo video che conferma quello che avevamo già deciso di credere.<br>Umberto Baldo</p>
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		<title>L’Italia frigge, la politica tace. Tanto, che volete che sia?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 09 Aug 2026 06:29:22 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
		<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Lo scriveva ieri Gian Antonio Stella sul Corriere della Sera, ma vale la pena ripeterlo. Anzi, bisognerebbe ripeterlo ogni giorno, magari insieme al bollettino delle temperature: l’Italia frigge e la politica tace. Tace con una disciplina quasi commovente. Destra, sinistra,<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p class="wp-block-paragraph">Lo scriveva ieri Gian Antonio Stella sul Corriere della Sera, ma vale la pena ripeterlo. Anzi, bisognerebbe ripeterlo ogni giorno, magari insieme al bollettino delle temperature: l’Italia frigge e la politica tace.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Tace con una disciplina quasi commovente. Destra, sinistra, centro, sopra, sotto: sul caldo estremo, sulle conseguenze economiche, sociali e ambientali di temperature che stanno trasformando le nostre estati in una prova di sopravvivenza, il dibattito politico sembra improvvisamente evaporato. Probabilmente per il caldo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Siamo diventati le rane nella pentola. L’acqua si scalda lentamente, noi restiamo dentro e qualcuno continua a rassicurarci: tranquilli, è agosto. Ha sempre fatto caldo. Bevete molto, non uscite nelle ore centrali e possibilmente non disturbate il Palazzo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Poi c’è Ignazio La Russa, che riesce sempre a regalare quel tocco di surreale leggerezza che mancava. Il presidente del Senato nei giorni scorsi ha sostanzialmente ridimensionato l’allarme sul caldo, osservando che le temperature sono aumentate, sì, ma non poi così drammaticamente. Insomma: fa un po’ più caldo. Che volete che sia?</p>



<p class="wp-block-paragraph">Che volete che sia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Agricoltura sotto pressione? Che volete che sia. Siccità, grandinate devastanti, bombe d’acqua e fenomeni estremi sempre più frequenti? Pazienza. Città trasformate in forni, anziani e persone fragili costretti a barricarsi in casa davanti al condizionatore, quando possono permetterselo? Dettagli. Consumi energetici alle stelle, ghiacciai che arretrano, mari sempre più caldi, ecosistemi che cambiano? Robetta da ambientalisti con troppo tempo libero.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il problema è che il cambiamento climatico se ne infischia delle battute, delle appartenenze politiche e perfino dei talk show. Non vota, non fa alleanze, non aspetta il congresso di partito. Presenta semplicemente il conto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E quel conto rischia di essere gigantesco.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché non stiamo parlando soltanto di qualche grado in più mentre andiamo in spiaggia. Stiamo parlando di salute pubblica, disponibilità d’acqua, produzione agricola, turismo, energia, dissesto idrogeologico, condizioni di lavoro e miliardi di euro che nei prossimi anni potrebbero essere necessari per rincorrere emergenze che oggi fingiamo di non vedere.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Eppure dalla politica italiana arriva soprattutto silenzio.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Forse perché il clima è un argomento terribilmente scomodo: richiede programmazione, investimenti, rinunce, scelte impopolari e soprattutto una prospettiva che vada oltre il prossimo sondaggio. Tutte attività che nella politica contemporanea sembrano appartenere ormai all’archeologia istituzionale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È molto più semplice discutere per tre giorni di una frase pronunciata sui social, organizzare l’ennesima rissa televisiva o inventarsi una polemica estiva. Il termometro, purtroppo, non partecipa al teatrino. Sale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E mentre sale continuiamo a comportarci come se nulla fosse.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La rana nella pentola almeno ha un’attenuante: non capisce che l’acqua sta diventando bollente.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Noi abbiamo satelliti, scienziati, statistiche, serie storiche, previsioni, studi e immagini davanti agli occhi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E continuiamo a stare nella pentola.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Magari aspettando che qualcuno, dal fresco di un palazzo istituzionale, ci tranquillizzi ancora una volta: suvvia, fa soltanto un po’ più caldo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Già.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Che volete che sia?</p>
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		<title>La limonata dell’anno: in faccia alle beghine capaci di segnalare 3 ragazzini volonterosi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 09 Aug 2026 06:20:12 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Questa potrebbe essere la favola a lieto fine di questa estate 2026.Non ci sono principesse da salvare, draghi da sconfiggere o principi azzurri a cavallo.Ci sono invece tre ragazzini friulani, due gemelli e il loro amico Raul, tutti tra i<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p class="wp-block-paragraph">Questa potrebbe essere la favola a lieto fine di questa estate 2026.<br>Non ci sono principesse da salvare, draghi da sconfiggere o principi azzurri a cavallo.<br>Ci sono invece tre ragazzini friulani, due gemelli e il loro amico Raul, tutti tra i 13 e i 14 anni, che avevano un sogno molto semplice: un vecchio motorino Piaggio Ciao da rimettere a nuovo e da guidare quando avessero compiuto quattordici anni.<br>Avrebbero potuto fare quello che fanno normalmente i ragazzi della loro età quando desiderano qualcosa; chiederlo a mamma e papà.<br>Oppure a nonni, agli zii, magari al nonno più tenero, quello che davanti agli occhi dei nipoti perde immediatamente ogni capacità di dire di no.<br>Loro hanno scelto un&#8217;altra strada.<br>Hanno pensato che quel motorino potevano provare a guadagnarselo.<br>E così, prendendo probabilmente ispirazione da quelle vecchie vignette americane alla Charlie Brown che raccontavano di bambini alle prese con piccoli banchetti improvvisati, hanno messo in piedi la loro attività commerciale.<br>Un tavolino nel cortile di casa, a due passi dalla piazza di Pradamano, piccolo comune di 3.500 abitanti alle porte di Udine.<br>Limonata fresca, caffè, qualche dolcetto.<br>Tutto a offerta libera.<br>Non stavano chiedendo soldi ai grandi; stavano cercando di guadagnarseli.<br>Ed è qui che la nostra favola incontra la realtà.<br>Perché qualcuno ha segnalato la cosa alla Polizia Locale.<br>A quel punto sono comparsi gli articoli, i commenti sui social, le polemiche.<br>C&#8217;è stato chi ha parlato di concorrenza sleale nei confronti dei bar, chi di problemi igienico-sanitari, chi si è scandalizzato perché non veniva emesso lo scontrino.<br>Insomma, mancava soltanto il commercialista.<br>La Polizia Locale della Comunità del Friuli Orientale ha fatto quello che doveva fare.<br>Nessuna multa, nessuna denuncia, nessuna persecuzione dei tre ragazzini.<br>Il 4 agosto gli agenti sono intervenuti a seguito di una segnalazione per una presunta somministrazione di alimenti priva dei requisiti previsti e hanno parlato con il padre di uno dei ragazzi, spiegando le norme che regolano queste attività.<br>Punto.<br>E, a dire il vero, è giusto così.<br>I vigili non possono applicare la legge a sentimento; non possono decidere che una norma vale per gli adulti e non per tre ragazzini che vendono limonata perché hanno un sogno.<br>Le leggi esistono e vanno rispettate.<br>Ma proprio qui la storia diventa interessante.<br>Perché una società non si misura soltanto dalle regole che riesce ad applicare.<br>Si misura anche dalla capacità di capire quando, dietro una piccola trasgressione burocratica, c&#8217;è qualcosa che merita di essere salvato.<br>E questa volta, per fortuna, il mondo adulto ha saputo fare anche questo.<br>La vicenda è diventata virale e l&#8217;indignazione si è trasformata rapidamente in solidarietà.<br>Il presidente di Confcommercio Udine, Giovanni Da Pozzo, ha difeso pubblicamente l&#8217;iniziativa dei ragazzi, sottolineando come quello spirito di intraprendenza, di voglia di fare e di capacità di rimboccarsi le maniche sia esattamente ciò che dovremmo cercare di trasmettere alle nuove generazioni.<br>Poi sono arrivati gli aiuti veri.<br>Il Moto Club Morena di Udine ha deciso di donare due Piaggio Ciao.<br>Per il terzo è partita una raccolta fondi promossa dal Ciao Club Italia, che ha già superato i 3.000 euro.<br>E persino il Presidente della Regione Friuli Venezia Giulia, Massimiliano Fedriga, ha annunciato di voler ricevere i ragazzi a Palazzo della Regione per ascoltare direttamente da loro questa storia e premiarne l&#8217;intraprendenza.<br>Così il piccolo sogno di tre ragazzini, nato dietro un tavolino con una brocca di limonata, è diventato qualcosa di molto più grande.<br>Alla fine arriveranno tre Ciao, uno per ciascuno.<br>Ma credo che il vero regalo sia un altro.<br>Questi tre ragazzi hanno imparato una cosa che nessun genitore, nessun insegnante, e nessun manuale di educazione civica potrebbe spiegare altrettanto bene.<br>Hanno imparato che qualche volta nella vita le regole possono metterti un ostacolo davanti, che gli adulti possono anche dirti di no.<br>E noi cosa abbiamo imparato?<br>Che non sempre il mondo è quel posto cinico e cattivo che ci raccontiamo.<br>Qualcuno può vedere una limonata abusiva, qualcun altro tre ragazzi che cercano di conquistarsi un sogno.<br>E quando prevale il secondo sguardo, può succedere qualcosa di bello.<br>Forse è questa la parte della storia che dovremmo ricordare.<br>Perché continuiamo a lamentarci dei giovani.<br>Li accusiamo di non avere voglia di lavorare, di volere tutto e subito, di vivere incollati agli smartphone, di non conoscere il sacrificio.<br>Poi, quando tre ragazzi decidono di fare esattamente il contrario, ci accorgiamo che anche noi adulti abbiamo qualcosa da imparare.<br>La morale della favola, allora, non è che le regole siano sbagliate.<br>È che le regole, da sole, non bastano a costruire una società.<br>In altre parole servono le regole, ma serve anche qualcuno capace di guardare oltre il verbale.<br>Serve qualcuno che, davanti a tre ragazzini con una brocca di limonata, non veda soltanto ciò che non possono fare.<br>E sappia vedere ciò che potrebbero diventare.<br>Alla fine, quei tre Ciao saranno soltanto tre vecchi motorini.<br>Magari rumorosi, magari pieni di ruggine, magari bisognosi di qualche intervento prima di tornare a correre.<br>Ma per quei tre ragazzi avranno un valore enorme.<br>Perché potranno dire di averli ottenuti grazie ad una limonata.<br>E, soprattutto, grazie a un piccolo esercito di adulti che, per una volta, invece di spegnere un sogno hanno deciso di aiutarlo a partire.<br>Questa sì che è una bella storia d&#8217;estate.<br>Umberto Baldo</p>
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