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	<title>Luca Faietti, Autore a TViWeb</title>
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		<title>Shiva il bad boy che tutti vogliono</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 11 Jun 2026 13:21:28 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[CRONACA]]></category>
		<category><![CDATA[IL GRAFFIO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Shiva è il bad boy che tutti vogliono perché, nel rap italiano di oggi, riesce a stare esattamente nel punto in cui gli opposti si toccano: strada e pop, rabbia e melodia, culto dei fan e curiosità del grande pubblico,<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p>Shiva è il bad boy che tutti vogliono perché, nel rap italiano di oggi, riesce a stare esattamente nel punto in cui gli opposti si toccano: strada e pop, rabbia e melodia, culto dei fan e curiosità del grande pubblico, immaginario estremo e ritornelli che restano addosso. È un artista divisivo, certo, ma proprio per questo centrale. Il suo nome non passa mai inosservato: quando esce un disco, quando compare in una collaborazione, quando torna sui social o quando finisce al centro della cronaca, attorno a lui si accende sempre una discussione. E nella musica contemporanea, dove l’attenzione è la vera moneta, Shiva ha dimostrato di saperla attirare come pochi.</p>



<p>Andrea Arrigoni, in arte Shiva, è diventato uno dei volti più riconoscibili della trap italiana perché non ha mai cercato di sembrare rassicurante. La sua forza sta in un’estetica dura, a tratti cupa, costruita su codici di appartenenza, lealtà, riscatto, soldi, ferite e ambizione. La sua musica non chiede permesso: entra diretta, spesso aggressiva, con un linguaggio che parla alla generazione cresciuta tra periferie reali e periferie digitali, tra storie di strada, Instagram, successo ostentato e senso di vuoto. È estrema non solo nei suoni, ma nell’immaginario: Shiva porta in scena un mondo dove tutto sembra vivere al massimo volume, senza mezze misure.</p>



<p>Eppure il paradosso è proprio questo: più Shiva estremizza il suo personaggio, più allarga il suo pubblico. Perché dietro la scorza da cattivo ragazzo c’è una capacità molto pop di trasformare la tensione in canzoni. I beat sono pesanti, le barre spesso frontali, ma la scrittura sa aprirsi a melodie immediate e a frasi che diventano slogan. Shiva non resta chiuso in una nicchia: prende l’energia della trap, la disciplina del rap, l’attitudine street e le mette dentro una forma accessibile anche a chi non vive quel mondo dall’interno. Per questo riesce a farsi ascoltare dal fan hardcore e dal pubblico più largo, dal ragazzo che cerca autenticità e da chi vuole semplicemente una hit da mettere in macchina.</p>



<p>Negli ultimi anni il suo percorso ha confermato questa doppia natura. “Milano Angels”, pubblicato nel 2024, ha debuttato al primo posto in Italia e ha consolidato la sua posizione tra i nomi pesanti della scena. Poi è arrivato “Santana Money Gang” con Sfera Ebbasta, un joint album che ha unito due immaginari fortissimi della trap italiana, trasformando la collaborazione in una dichiarazione di potere artistico. Nel 2026 Shiva è tornato con “Vangelo”, un progetto costruito già dal titolo su un’idea quasi sacrale della propria storia: caduta, condanna, morte simbolica e resurrezione. È una narrazione potente, perfetta per un artista che vive costantemente tra musica, mito personale e cronaca.</p>



<p>La vicenda giudiziaria ha reso il personaggio ancora più controverso. Shiva è stato condannato in primo grado per tentato omicidio, porto abusivo d’arma e ricettazione in relazione alla sparatoria avvenuta nel 2023 a Settimo Milanese; nel marzo 2025 gli sono stati revocati gli arresti domiciliari, sostituiti dall’obbligo di firma. È un capitolo pesante, che non può essere ignorato né trasformato in folklore. Ma è anche il punto in cui si capisce perché il suo caso divida così tanto: per alcuni Shiva incarna il rischio di una musica che romanticizza la violenza; per altri è il simbolo di un artista che racconta un ambiente, una tensione sociale, un modo di stare al mondo che esiste anche quando la cultura ufficiale preferisce non guardarlo.</p>



<p>Il motivo per cui “mette d’accordo tutti”, allora, non è che piaccia davvero a tutti. È che tutti sono costretti a farci i conti. I fan lo difendono perché vedono in lui coerenza, fame e appartenenza. I colleghi lo cercano perché ha peso, numeri, credibilità e una voce riconoscibile. L’industria lo vuole perché muove ascolti, attenzione e immaginario. Anche chi lo critica finisce per confermarne la centralità, perché Shiva è uno di quegli artisti che non restano sullo sfondo: o li segui, o li contesti, ma difficilmente li ignori.</p>



<p>La sua musica estrema funziona perché intercetta un bisogno preciso: trasformare la rabbia in identità. In un’epoca in cui molti giovani si sentono osservati, giudicati, bloccati o esclusi, Shiva offre un linguaggio di rivalsa. Non promette consolazione, promette forza. Non addolcisce il disagio, lo veste di lusso, crew, barre e bassi profondi. È una formula rischiosa, ma potentissima: prende il buio e lo rende spettacolo, prende la pressione e la trasforma in status, prende la ferita e la fa diventare marchio.</p>



<p>Shiva è il bad boy che tutti vogliono perché rappresenta ciò che il mercato musicale desidera e teme allo stesso tempo: autenticità percepita, conflitto, riconoscibilità, capacità di generare racconto. La sua musica è estrema perché non cerca equilibrio, ma impatto. E proprio in quell’impatto sta la sua forza. Piaccia o no, Shiva è uno dei nomi che hanno definito il suono e l’immaginario della nuova trap italiana: un artista capace di dividere la piazza e riempirla nello stesso momento, di far discutere i giornali e cantare i ragazzi, di trasformare ogni uscita in un evento. Non è il bravo ragazzo della porta accanto. È il personaggio scomodo che la scena continua a chiamare, perché sa fare una cosa che oggi vale più di tutto: non passare mai inosservato.</p>



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		<title>Trissino, che impresa! Il tricolore parla ancora vicentino</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 11 Jun 2026 13:13:11 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[SPORT]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Trenta secondi alla sirena. Giuliani sul dischetto, il PalaUbroker che trattiene il fiato, tremila bassanesi aggrappati all&#8217;ultima speranza di riaprire la contesa. Zampoli respinge. E in quel guanto c&#8217;è tutto: lo scudetto, il secondo di fila, il sigillo su una<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p>Trenta secondi alla sirena. Giuliani sul dischetto, il PalaUbroker che trattiene il fiato, tremila bassanesi aggrappati all&#8217;ultima speranza di riaprire la contesa. Zampoli respinge. E in quel guanto c&#8217;è tutto: lo scudetto, il secondo di fila, il sigillo su una stagione che il Trissino consegna direttamente alla storia.</p>



<p>Gara-4 finisce 2-1 per i ragazzi di Joao Pinto, in casa d&#8217;altri, nel tempio giallorosso che sognava di riportare lo scudo sulle rive del Brenta. Non è andata così: perché questo Trissino è una squadra che ha imparato a vincere quando conta, e il tricolore resta saldamente nella valle dell&#8217;Agno.</p>



<p><strong>La partita</strong></p>



<p>Il copione lo scrive Gioele Piccoli, freddo come il ghiaccio quando nel primo tempo punisce la difesa bassanese e indirizza la contesa. Nella ripresa ci pensa Guilherme, sicario implacabile di questa serie, a firmare il raddoppio con una delle sue stoccate chirurgiche. Il Bassano, che ha cuore e orgoglio da vendere, accorcia con Montigel e si getta in avanti con la furia di chi non vuole arrendersi.</p>



<p>Ma lì, tra i pali, c&#8217;è un muro che si chiama Zampoli. Il portiere bluceleste abbassa la saracinesca, e quando a trenta secondi dalla sirena Giuliani si presenta sul dischetto del rigore con l&#8217;ultima speranza giallorossa tra le mani, è ancora lui a dire no. Una parata che vale uno scudetto. Una parata che vale una stagione.</p>



<p><strong>Il triplete</strong></p>



<p>Perché questo titolo non è un episodio: è il sigillo di un&#8217;annata irripetibile. Supercoppa italiana, Coppa Italia e ora lo scudetto. Il triplete. Roba che nella pista vicentina si racconterà per anni, nei bar e negli spogliatoi, ai figli e ai nipoti.</p>



<p>Pinto, il condottiero portoghese, ha parlato di mentalità, di un solco tracciato già nella vittoria di gara-2 al PalaUbroker. E ha avuto l&#8217;eleganza di rendere omaggio agli avversari: complimenti sinceri a un Bassano che ha venduto carissima la pelle, confermandosi piazza nobile di questo sport.</p>



<p>Onore dunque ai vinti, che sotto la grandine di un pomeriggio infuocato hanno lottato fino all&#8217;ultimo refolo. Ma la storia, stavolta, la scrivono loro: i bluceleste. Trissino campione d&#8217;Italia, ancora. E il Veneto dell&#8217;hockey, ancora una volta, si scopre capitale.</p>



<p>Arrigo Abalti</p>
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		<title>Vicenza, se si votasse domani Possamai leggermente avanti. Ma sicurezza e quartieri terrebbero aperta la partita</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 30 May 2026 07:41:49 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[IL GRAFFIO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Se a Vicenza si votasse domani per eleggere il sindaco, il centrosinistra partirebbe con un leggero vantaggio, ma la partita sarebbe tutt’altro che chiusa. Il sindaco Giacomo Possamai avrebbe dalla sua il peso dell’amministrazione in carica, la visibilità istituzionale e<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p>Se a Vicenza si votasse domani per eleggere il sindaco, il centrosinistra partirebbe con un leggero vantaggio, ma la partita sarebbe tutt’altro che chiusa. Il sindaco Giacomo Possamai avrebbe dalla sua il peso dell’amministrazione in carica, la visibilità istituzionale e una coalizione che, almeno sulla carta, continua a parlare a mondi diversi: centrosinistra, civismo, area moderata e riformista. Ma Vicenza resta una città politicamente contendibile, dove l’elettorato si muove spesso più sui temi concreti che sulle appartenenze di partito.</p>



<p>L’ultima sfida comunale ha dimostrato quanto il confine tra vittoria e sconfitta sia sottile. La città non ha espresso un orientamento granitico: ha scelto il cambiamento, ma con un margine ristretto. Questo significa che, in caso di voto immediato, nessuno potrebbe considerarsi davvero al sicuro. Possamai sarebbe favorito, sì, ma dentro uno scenario da ballottaggio, con il centrodestra pronto a giocare la partita soprattutto sul terreno dove oggi sente di avere più presa: la sicurezza.</p>



<p>È proprio la sicurezza il tema che potrebbe pesare di più in una campagna elettorale ipotetica. Il centrodestra lo cavalcherebbe con forza, perché intercetta un’esigenza reale, più volte palesata dai cittadini nei quartieri, nelle zone più sensibili della città e nelle conversazioni quotidiane su degrado, microcriminalità, spaccio, presenze moleste, illuminazione, controlli e percezione di abbandono. Non è solo una questione statistica o di numeri ufficiali: in politica conta molto anche come le persone vivono gli spazi urbani, quanto si sentono tranquille tornando a casa la sera, quanto percepiscono la presenza dello Stato e del Comune nelle strade.</p>



<p>Su questo punto il centrodestra avrebbe un messaggio semplice e potenzialmente efficace: più controlli, più presidio del territorio, più attenzione ai quartieri, più fermezza contro degrado e illegalità. È una linea che parla direttamente a una parte dell’elettorato moderato, agli anziani, ai commercianti, alle famiglie e a chi vive nelle aree dove il tema della sicurezza è sentito come prioritario. Se riuscisse a trasformare questa percezione in giudizio politico sull’amministrazione, il centrodestra potrebbe ridurre il vantaggio di Possamai e portare la sfida sul terreno più favorevole.</p>



<p>Per il sindaco, invece, la sfida sarebbe duplice. Da un lato dovrebbe difendere il lavoro svolto e rivendicare una visione della sicurezza non soltanto repressiva, ma legata anche a vivibilità, presidio sociale, cura degli spazi pubblici, illuminazione, manutenzione, politiche giovanili e collaborazione con le forze dell’ordine. Dall’altro dovrebbe evitare che l’opposizione riesca a imporre l’idea di una città fuori controllo. Perché anche quando questa rappresentazione è parziale o esasperata, può diventare politicamente molto forte se incontra paure e disagi già presenti nella popolazione.</p>



<p>La sicurezza, però, non sarebbe l’unico fronte. Viabilità, cantieri, sosta, grandi opere, centro storico, commercio, casa, servizi e manutenzioni continuerebbero a pesare nel giudizio degli elettori. Vicenza è una città che chiede ordine, efficienza e risposte rapide. Un’amministrazione viene valutata non solo per le grandi strategie, ma per la capacità di risolvere problemi quotidiani: una strada dissestata, una zona poco illuminata, un parco percepito come insicuro, un quartiere che si sente ascoltato poco, un cantiere che complica la vita per mesi.</p>



<p>In questo quadro Possamai conserverebbe un vantaggio politico non trascurabile. Il suo profilo civico, giovane e istituzionale gli consente di parlare anche oltre il perimetro tradizionale del centrosinistra. È il sindaco in carica, quindi può presentarsi come garante di continuità amministrativa e stabilità. Inoltre, la sua coalizione ha dimostrato di saper tenere insieme sensibilità diverse, elemento decisivo in una città dove il voto moderato può spostare l’esito finale.</p>



<p>Ma proprio questa coalizione larga potrebbe diventare anche un punto fragile. Più il dibattito si sposta su sicurezza, ordine pubblico, Tav, mobilità e grandi trasformazioni urbane, più diventa difficile tenere allineate tutte le componenti della maggioranza. Il centrodestra proverebbe a infilarsi lì: nelle contraddizioni, nei tempi lunghi, nelle differenze interne, nella distanza tra annunci e risultati percepiti.</p>



<p>Se il centrodestra arrivasse unito, con un candidato credibile e non puramente identitario, avrebbe reali possibilità di giocarsela. La città conserva un’anima moderata e conservatrice significativa. Ma per vincere non basterebbe agitare il tema della sicurezza: servirebbe una proposta complessiva di governo, capace di convincere non solo chi è già contrario a Possamai, ma anche chi oggi sospende il giudizio e vuole capire chi possa amministrare meglio Vicenza nei prossimi anni.</p>



<p>La previsione, dunque, è prudente ma chiara. Se si votasse domani, Possamai partirebbe davanti e sarebbe il candidato più probabile alla vittoria finale. Al primo turno potrebbe collocarsi in un’area attorno al 43-47 per cento, mentre un centrodestra unito potrebbe muoversi tra il 38 e il 43 per cento. Le liste civiche autonome e l’area centrista non schierata potrebbero essere determinanti, soprattutto in vista del ballottaggio.</p>



<p>Al secondo turno, il sindaco uscente sarebbe leggermente favorito, ma con un margine ridotto. La sicurezza sarebbe il tema in grado di accorciare le distanze più di ogni altro, perché tocca una sensibilità diffusa e perché il centrodestra ha già dimostrato di saperlo trasformare in battaglia politica. Possamai vincerebbe solo se riuscisse a convincere i cittadini che la città è governata, presidiata e ascoltata. Il centrodestra potrebbe vincere solo se riuscisse a dimostrare che su sicurezza, quartieri e vivibilità serve una svolta.</p>



<p>In sintesi, oggi Vicenza non avrebbe un vincitore scontato, ma un favorito sì: Possamai. La sua posizione è più forte, ma non inattaccabile. La partita vera si giocherebbe nei quartieri, tra chi chiede più sicurezza, più ordine e più presenza, e tra chi teme che la città venga raccontata peggio di com’è. In mezzo, come spesso accade a Vicenza, ci sarebbe l’elettorato moderato: pragmatico, esigente, poco ideologico. E probabilmente decisivo.</p>
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		<title>Sinner, l’Italia che vince e il calcio che affonda: basta celebrare il nanismo pedatorio, siamo ridicoli</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 17 May 2026 17:52:34 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[IL GRAFFIO]]></category>
		<category><![CDATA[SPORT]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>C’è un’Italia sportiva che oggi cammina a petto in fuori. Jannik Sinner ha vinto il Masters 1000 di Roma e ha riportato un italiano sul trono del Foro Italico cinquant’anni dopo Adriano Panatta. Non è solo una vittoria: è la<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p>C’è un’Italia sportiva che oggi cammina a petto in fuori. Jannik Sinner ha vinto il Masters 1000 di Roma e ha riportato un italiano sul trono del Foro Italico cinquant’anni dopo Adriano Panatta. Non è solo una vittoria: è la conferma di una superiorità tecnica, mentale, organizzativa. Sinner è il numero uno del mondo e lo è perché dietro il talento c’è metodo, lavoro, programmazione, competenza.</p>



<p>E non c’è solo il tennis. L’Italia dello sport oggi è forte, credibile, rispettata. Nei motori abbiamo protagonisti di vertice, in MotoGP e in Formula 1, tra piloti, squadre, tecnologia e cultura della competizione. Abbiamo nazionali di pallavolo tra le più forti del pianeta, atleti capaci di lasciare il segno nell’atletica, nel nuoto, nella scherma, nel ciclismo, negli sport invernali. Abbiamo una generazione che vince, che compete, che non chiede permesso. Un’Italia sportiva moderna, preparata, internazionale.</p>



<p>Poi c’è il calcio.</p>



<p>Il calcio italiano è diventato una periferia dell’impero. Non il centro del mondo, non un modello, non una scuola. Una periferia. E la cosa peggiore è che continua a raccontarsi favole, a gonfiare piccole vittorie domestiche, a celebrare trionfi di cortile come se fossero segnali di rinascita.</p>



<p>Ma il dato è spietato: siamo fuori dal Mondiale. Un fallimento enorme, sportivo, culturale, politico. Altro che festa. C’è poco da festeggiare il nanismo delle vittorie casalinghe, delle coppe di condominio, delle classifiche interne usate come anestetico.</p>



<p>Il calcio italiano non produce abbastanza talento, non protegge i giovani, non innova, non programma. Si è avvitato in logiche di gestione del potere più che di crescita del movimento. Conta chi occupa una poltrona, non chi sa costruire. Conta l’equilibrio tra correnti, non la competenza. Conta la conservazione, non il futuro.</p>



<p>E intanto ci facciamo irridere da tutti.</p>



<p>Gli altri corrono. Noi discutiamo. Gli altri investono su vivai, strutture, seconde squadre, formazione degli allenatori, calcio femminile, tecnologia, arbitraggio, trasparenza. Noi ci perdiamo nei palazzi, nelle liturgie federali, nelle guerre tra club, nei sospetti, nei silenzi. Anche sul fronte arbitrale, dove servirebbero chiarezza assoluta, indipendenza e credibilità totale, il sistema appare spesso chiuso, autoreferenziale, protetto da una narrazione mediatica troppo timida, troppo comoda, troppo allineata.</p>



<p>Il risultato è sotto gli occhi di tutti: stadi vecchi, prodotto impoverito, giovani italiani ai margini, Nazionale fuori dalla storia, tifosi disillusi. E mentre Sinner insegna che il talento ha bisogno di disciplina, visione e standard altissimi, il calcio continua a rifugiarsi nel provincialismo, nell’alibi, nella propaganda.</p>



<p>Serve una rivoluzione. Non cosmetica. Non il solito cambio di nomi per non cambiare niente. Serve gente seria e competente. Serve una federazione che abbia il coraggio di misurare i risultati, premiare chi forma, punire chi vivacchia, aprire finestre, togliere rendite, abbattere feudi.</p>



<p>Serve un progetto nazionale vero: giovani, scuole calcio, impianti, allenatori, arbitri, dirigenti, sostenibilità economica, trasparenza.</p>



<p>Perché l’Italia sportiva dimostra ogni giorno che vincere si può. Non siamo condannati alla mediocrità. Lo dimostrano Sinner, la pallavolo, i motori, gli atleti che nel mondo portano serietà e orgoglio. Il problema non è il Paese. Il problema è il calcio italiano, così com’è governato.</p>



<p>E allora sì: se questo calcio non cambia, chissenefrega di questo calcio. Seguiremo altri sport. Quelli dove l’Italia lavora, cresce, vince. Quelli dove il merito conta ancora più della poltrona.</p>
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		<item>
		<title>Hantavirus, è a Padova il turista monitorato per possibile contatto con il virus</title>
		<link>https://www.tviweb.it/hantavirus-e-a-padova-il-turista-monitorato-per-possibile-contatto-con-il-virus/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 10 May 2026 09:15:15 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
		<category><![CDATA[CRONACA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>In una camera d’albergo di Padova è stato posto in quarantena precauzionale il turista sudafricano che avrebbe viaggiato sullo stesso volo della donna poi deceduta. L’uomo, un professionista di 50 anni originario di Johannesburg, si trova attualmente sotto osservazione da<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>In una camera d’albergo di Padova è stato posto in quarantena precauzionale il turista sudafricano che avrebbe viaggiato sullo stesso volo della donna poi deceduta. L’uomo, un professionista di 50 anni originario di Johannesburg, si trova attualmente sotto osservazione da parte del servizio di prevenzione dell’Usl Euganea, che ne sta monitorando costantemente le condizioni di salute.</p>



<p>Secondo quanto ricostruito, il turista era atterrato a Venezia con un altro volo e, pur non essendo considerato un contatto stretto, rientra tra le persone che le autorità sanitarie ritengono opportuno seguire con particolare attenzione. La misura della quarantena è stata adottata in via prudenziale, nell’ambito delle procedure di sorveglianza previste in casi potenzialmente sensibili dal punto di vista sanitario.</p>



<p>L’uomo, al momento, non presenta alcun sintomo riconducibile all’infezione e le sue condizioni generali vengono definite buone. A rassicurare sulla situazione è stato anche il governatore del Veneto, Alberto Stefani: «È collaborativo, non presenta alcun sintomo e gode di buona salute. Il contatto con la signora deceduta non è stato né ravvicinato né prolungato, quindi è considerato un soggetto a basso rischio».</p>



<p>Nonostante il profilo di rischio venga giudicato contenuto, nelle prossime ore il turista sarà comunque sottoposto, per precauzione, al test per la ricerca dell’Hantavirus. L’esame servirà a escludere ogni possibile contagio e a fornire ulteriori elementi di valutazione agli operatori sanitari che stanno seguendo il caso.</p>



<p>La situazione resta dunque sotto controllo, ma viene gestita con la massima prudenza dalle autorità sanitarie locali. L’Usl Euganea continuerà a seguire l’uomo durante il periodo di isolamento, verificando l’eventuale comparsa di sintomi e mantenendo attive tutte le misure di prevenzione previste.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.tviweb.it/hantavirus-e-a-padova-il-turista-monitorato-per-possibile-contatto-con-il-virus/">Hantavirus, è a Padova il turista monitorato per possibile contatto con il virus</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.tviweb.it">TViWeb</a>.</p>
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		<title>Hantavirus e No Vax: il virus è meno pericoloso della stupidità</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 09 May 2026 15:02:49 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[IL GRAFFIO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Umberto Baldo Cosa avrebbe dovuto fare l’Organizzazione Mondiale della Sanità davanti a persone morte su una nave da crociera a causa di un virus collegato ai roditori?Fingere che non sia successo?Pubblicare ricette di tiramisù per non turbare la sensibilità dei<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.tviweb.it/hantavirus-e-no-vax-il-virus-e-meno-pericoloso-della-stupidita/">Hantavirus e No Vax: il virus è meno pericoloso della stupidità</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.tviweb.it">TViWeb</a>.</p>
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<p></p>



<p>Umberto Baldo</p>



<p>Cosa avrebbe dovuto fare l’Organizzazione Mondiale della Sanità davanti a persone morte su una nave da crociera a causa di un virus collegato ai roditori?<br>Fingere che non sia successo?<br>Pubblicare ricette di tiramisù per non turbare la sensibilità dei professionisti della paranoia sanitaria?<br>Ed il Ministero della Salute italiano cosa avrebbe dovuto fare dopo il transito nel nostro Paese, fra cui uno per il nostro Veneto, di passeggeri potenzialmente esposti all’hantavirus?<br>Tacere?<br>Nascondere tutto?<br>Aspettare magari il placet di Heather Parisi prima di attivare i protocolli sanitari?<br>Siamo ormai arrivati a questo punto grottesco: le Autorità Sanitarie non possono nemmeno comunicare prudentemente un fatto senza scatenare l’isteria preventiva dei No Vax, diventati una specie di setta apocalittica dove ogni raffreddore è un complotto globale, ed ogni epidemiologo un emissario di Big Pharma.<br>Manca solo che accusino i topi di essere finanziati da Bill Gates. Ma diamogli tempo.<br>Eppure, sia l’OMS sia il Ministero italiano si sono mossi esattamente per evitare il panico.<br>Nessun allarme globale.<br>Nessuna emergenza stile Covid.<br>Nessuna previsione catastrofica.<br>Solo l’attivazione dei normali controlli previsti dalla legge in presenza di possibili esposizioni a patogeni infettivi.<br>Cioè il minimo sindacale che uno Stato civile deve fare per proteggere la salute pubblica. Roba quasi offensiva nella sua banalità amministrativa.<br>Hanno anche precisato che l’hantavirus si trasmette normalmente tramite roditori infetti, e che il contagio interumano è raro.<br>Hanno spiegato che il rischio globale è basso, così rassicurando la popolazione.<br>Ma niente.<br>Sui social si è subito aperto il solito circo Barnum della disinformazione compulsiva.<br>Un’umanità che durante il Covid ha imparato una sola cosa: diffidare di chi studia e credere ciecamente a chi urla più forte su TikTok.<br>Così ecco Heather Parisi pontificare su lockdown inesistenti e vaccini che non esistono nemmeno. Un capolavoro.<br>È come protestare contro l’obbligo di patente per guidare un unicorno.<br>Il professor Bassetti le ha risposto ricordando un dettaglio trascurabile: per l’hantavirus non esiste un vaccino, ed il tasso di mortalità può essere altissimo (il 50% di chi si contagia con hantavirus muore).<br>Dettagli, appunto. La realtà scientifica sui social è considerata una fastidiosa superstizione.<br>Nel frattempo è riesplosa la pornografia complottista delle “profezie”.<br>Vecchi tweet rilanciati come fossero i rotoli del Mar Morto.<br>Spam account trasformati in profezie di Nostradamus digitali da milioni di utenti disposti a credere a tutto, purché sia abbastanza assurdo da sembrare segreto.<br>E poi i video di X-Files, le clip tagliate, TikTok trasformato in una fogna epistemologica dove fiction, paura e ignoranza si fondono in una poltiglia tossica.<br>Basta una scena televisiva del 2000 ed improvvisamente qualcuno forse si è convinto che Mulder e Scully lavorassero per l’OMS.<br>Del resto viviamo nell’epoca in cui uno con tre follower ed un cappellino di stagnola si sente più attendibile di un virologo che studia da trent’anni.<br>La verità è molto meno cinematografica e molto più semplice: le Autorità sanitarie fanno il loro lavoro.<br>Monitorano, verificano, informano, cercano di prevenire.<br>Che poi sarebbe esattamente ciò che i cittadini dovrebbero pretendere da uno Stato serio.<br>Ma dopo anni di avvelenamento social, una parte dell’opinione pubblica reagisce alle parole “sorveglianza sanitaria” come Dracula davanti all’aglio.<br>Il problema vero, ormai, non è soltanto il virus.<br>È l’analfabetismo scientifico trasformato in identità politica.<br>È la convinzione arrogante che “una mia opinione” valga quanto anni di ricerca.<br>È la ribellione permanente di persone che si sentono oppresse persino da un comunicato prudente del Ministero della Salute.<br>E qui bisogna essere chiari: criticare le istituzioni è legittimo. Sempre.<br>Trasformare ogni misura sanitaria in una teoria del complotto è invece una forma moderna di fanatismo.<br>Non diverso, nella struttura mentale, da quello religioso. Solo con più emoji e meno latino.<br>La cosa tragicomica è che gli stessi che accusano l’OMS di “terrorismo psicologico” sarebbero i primi a gridare allo scandalo se le Autorità non dicessero nulla ed il problema si aggravasse.<br>Vogliono contemporaneamente controlli perfetti e nessun controllo.<br>Sicurezza totale e totale anarchia.<br>Una posizione filosofica sofisticata quanto pretendere di attraversare l’autostrada bendati accusando il guardrail di limitare la libertà personale.<br>L’hantavirus probabilmente non diventerà il nuovo Covid.<br>Lo dicono gli esperti veri, non gli sciamani da social network.<br>Ma questa vicenda conferma una realtà inquietante: dopo la pandemia non siamo diventati più saggi.<br>Siamo diventati più sospettosi, più isterici e soprattutto più convinti che l’ignoranza personale equivalga a spirito critico.<br>E questa, purtroppo, è una malattia per la quale non esiste ancora alcun vaccino.<br>Umberto Baldo</p>



<p>PS: per quanto ci riguarda, poiché crediamo che i media debbano informare con la massima onestà e trasparenza, state tranquilli che Tviweb, nonostante proteste ed anatemi, continuerà a tenere fede al proprio compito.</p>
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		<title>Veneto allarme Hantavirus: quattro passeggeri del volo KLM transitati da Roma: coinvolta la nostra regione!</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 09 May 2026 11:08:59 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
		<category><![CDATA[SALUTE e SANITÀ]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Hantavirus, quattro passeggeri del volo KLM transitati da Roma: coinvolto anche il Veneto Quattro persone che si trovavano a bordo del volo KLM sul quale viaggiava una donna poi deceduta a causa dell’hantavirus sono transitate da Roma. A renderlo noto<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p>Hantavirus, quattro passeggeri del volo KLM transitati da Roma: coinvolto anche il Veneto</p>



<p>Quattro persone che si trovavano a bordo del volo KLM sul quale viaggiava una donna poi deceduta a causa dell’hantavirus sono transitate da Roma. A renderlo noto è stato il Ministero della Salute italiano, che ha comunicato l’attivazione delle verifiche previste in casi di possibile esposizione a patogeni infettivi.</p>



<p>Secondo quanto emerso, le autorità sanitarie italiane sono state informate della presenza sul volo di alcuni passeggeri che, dopo l’arrivo in Europa, avrebbero proseguito il proprio viaggio passando anche per il territorio italiano. Tra le regioni interessate dalle attività di monitoraggio figura anche il Veneto.</p>



<p>Il Ministero ha precisato che la situazione è seguita con attenzione dalle strutture competenti, in raccordo con le autorità sanitarie regionali. L’obiettivo è ricostruire gli spostamenti delle persone coinvolte e valutare eventuali misure di sorveglianza sanitaria, come previsto dai protocolli.</p>



<p>L’hantavirus è un’infezione virale generalmente trasmessa all’uomo attraverso il contatto con escrementi, urine o saliva di roditori infetti. La trasmissione da persona a persona è considerata rara e dipende dal tipo di virus coinvolto. Per questo motivo, al momento, l’attenzione delle autorità è concentrata soprattutto sull’identificazione dei contatti e sulla valutazione del rischio effettivo.</p>



<p>Non risultano, al momento, indicazioni di allarme per la popolazione. Le autorità sanitarie invitano comunque a mantenere alta l’attenzione e a seguire eventuali comunicazioni ufficiali che dovessero essere diffuse nelle prossime ore.</p>



<p>Il caso resta sotto osservazione, mentre proseguono gli accertamenti sui passeggeri transitati in Italia e sui possibili collegamenti con il territorio veneto.</p>
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		<title>Lonigo al voto: tutti contro tutti, ben 5 i candidati sindaci</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 30 Apr 2026 07:48:13 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[BASSO VICENTINO - AREA BERICA]]></category>
		<category><![CDATA[POLITICA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Lonigo si prepara a vivere una nuova stagione elettorale. Domenica 24 e lunedì 25 maggio 2026 i cittadini saranno chiamati alle urne per scegliere il sindaco e rinnovare il Consiglio comunale. L’appuntamento amministrativo arriva al termine del mandato dell’attuale amministrazione<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p>Lonigo si prepara a vivere una nuova stagione elettorale. Domenica 24 e lunedì 25 maggio 2026 i cittadini saranno chiamati alle urne per scegliere il sindaco e rinnovare il Consiglio comunale. L’appuntamento amministrativo arriva al termine del mandato dell’attuale amministrazione e si annuncia particolarmente partecipato, con cinque candidati in campo per la guida del Comune.</p>



<p>Il sindaco uscente Pier Luigi Giacomello si presenta agli elettori per chiedere la conferma. La sua candidatura punta sulla continuità dell’azione amministrativa svolta negli ultimi cinque anni e sul completamento del percorso avviato durante il mandato. Attorno alla sua proposta si raccolgono anche forze del centrodestra come Lega, Fratelli d’Italia e Noi Moderati.</p>



<p>Tra gli sfidanti c’è Luca Restello, avvocato ed ex sindaco di Lonigo, figura già conosciuta nel panorama politico locale. La sua candidatura riporta nella competizione un’esperienza amministrativa precedente e si propone come alternativa all’attuale guida del Comune.</p>



<p>In corsa anche Valerio De Toni, sostenuto da un progetto civico che guarda all’area del centrosinistra e raccoglie sensibilità diverse, comprese componenti vicine al Partito Democratico. La sua proposta punta a rappresentare un campo progressista riorganizzato attorno a un profilo civico.</p>



<p>Il quadro dei candidati è completato da Riccardo Contro, alla guida di una lista civica, e da Silvano Marchetto, già sindaco in passato e riferimento cittadino di Forza Italia. La presenza di più candidati provenienti da esperienze politiche e amministrative differenti rende la competizione aperta e frammentata.</p>



<p>La campagna elettorale entrerà ora nel vivo. Al centro del confronto sono attesi i temi più sentiti dalla comunità: opere pubbliche, servizi ai cittadini, sicurezza, sviluppo economico, attenzione al centro storico e alle frazioni, oltre alla qualità della vita e alla gestione del territorio.</p>



<p>Lonigo, con una popolazione superiore ai 15 mila abitanti, voterà con il sistema che prevede la possibilità del ballottaggio nel caso in cui nessun candidato raggiunga la maggioranza assoluta al primo turno. Con cinque aspiranti sindaci, l’esito appare tutt’altro che scontato.</p>



<p>Le urne del 24 e 25 maggio rappresenteranno quindi un passaggio decisivo per il futuro della città. Gli elettori saranno chiamati a scegliere non solo il prossimo sindaco, ma anche l’indirizzo politico e amministrativo che accompagnerà Lonigo nei prossimi anni.</p>
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		<title>Un bassanese a capo degli arbitri e l’Inter coinvolta ma non indagata (per ora)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 27 Apr 2026 17:59:05 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[IL GRAFFIO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Dino Tommasi, 50 anni, di Bassano del Grappa, prende il posto di Gianluca Rocchi come designatore arbitrale ad interim per Serie A e Serie B fino al termine dell’attuale campionato. Una nomina arrivata nel pieno di una bufera che scuote<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p>Dino Tommasi, 50 anni, di Bassano del Grappa, prende il posto di Gianluca Rocchi come designatore arbitrale ad interim per Serie A e Serie B fino al termine dell’attuale campionato. Una nomina arrivata nel pieno di una bufera che scuote il sistema arbitrale italiano e che impone, al di là degli sviluppi giudiziari, una riflessione profonda sulla credibilità dell’intero movimento.</p>



<p>Tommasi eredita una poltrona diventata improvvisamente incandescente. Dovrà gestire il finale di stagione in un clima avvelenato, con le designazioni sotto osservazione e ogni scelta destinata a essere letta attraverso la lente del sospetto. Il suo incarico, formalmente temporaneo, ha in realtà un peso enorme: garantire regolarità, trasparenza e autorevolezza proprio nel momento in cui il mondo arbitrale appare più fragile.</p>



<p>Il punto più delicato riguarda però l’altro fronte della vicenda. La Procura di Milano avrebbe smentito il coinvolgimento dell’Inter tra gli indagati. Vale a dire che Rocchi avrebbe assegnato arbitraggi graditi all’Inter senza il coinvolgimento dell’Inter stessa. Siamo davanti a un paradosso difficile perfino da raccontare: un presunto favore senza un presunto beneficiario attivo, una condotta sospetta che, almeno nella ricostruzione finora emersa, non avrebbe dall’altra parte un interlocutore societario coinvolto.</p>



<p>È qui che il caso assume contorni quasi surreali. Se davvero qualcuno avesse orientato scelte arbitrali verso arbitri graditi a una squadra senza alcun input, richiesta o contatto da parte della squadra stessa, bisognerebbe spiegare quale sarebbe stato il movente, quale il vantaggio perseguito e a beneficio di chi. Il rischio è di trovarsi davanti a un cortocircuito logico prima ancora che sportivo: una presunta anomalia costruita attorno a un soggetto che però non risulta coinvolto.</p>



<p>Naturalmente vale per tutti il principio della presunzione di innocenza, a partire da Rocchi e dagli altri soggetti citati nella vicenda. Ma sul piano sportivo il danno d’immagine è già pesantissimo. Il calcio italiano, che da anni promette trasparenza, uniformità arbitrale e modernizzazione attraverso il VAR, si ritrova ancora una volta a fare i conti con sospetti, retroscena e comunicazioni istituzionali che non bastano a rassicurare tifosi e addetti ai lavori.</p>



<p>La nomina di Tommasi serve a mettere una toppa immediata, non a chiudere il problema. Il finale di campionato dovrà essere gestito con attenzione quasi chirurgica, perché ogni designazione sarà vivisezionata, ogni errore sarà ingigantito, ogni episodio discusso come possibile conferma di una tesi. In questo contesto, l’AIA non può limitarsi alla sostituzione dell’uomo al vertice: deve pretendere e offrire chiarezza, perché il vero tema non è solo chi designa gli arbitri nelle ultime giornate, ma se il sistema sia ancora percepito come credibile.</p>



<p>Il paradosso dell’Inter non indagata, a fronte di ipotesi che parlano di arbitraggi graditi al club, resta il nodo più difficile da spiegare all’opinione pubblica. Se non c’è coinvolgimento della società, allora la narrazione del favore rischia di apparire monca, contraddittoria, persino ridicola. Se invece emergeranno altri elementi, saranno gli organi competenti a definirne il peso. Per ora resta una vicenda che somiglia all’ennesimo terremoto del calcio italiano: molte ombre, poche certezze e una domanda inevitabile sullo sfondo. Chi controlla davvero i controllori?</p>
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		<title>Scandalo arbitri, cosa rischia l’Inter?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 26 Apr 2026 06:54:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[IL GRAFFIO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La vicenda Inter-Rocchi, se confermata nei suoi aspetti più gravi, avrebbe un peso potenzialmente enorme sul piano sportivo. La premessa resta decisiva: finché non c’è un accertamento davanti agli organi competenti, si parla di ipotesi e non di responsabilità provate.<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p></p>



<p>La vicenda Inter-Rocchi, se confermata nei suoi aspetti più gravi, avrebbe un peso potenzialmente enorme sul piano sportivo. La premessa resta decisiva: finché non c’è un accertamento davanti agli organi competenti, si parla di ipotesi e non di responsabilità provate. Ma se venisse dimostrato che l’Inter, attraverso propri dirigenti, tesserati o soggetti riconducibili al club, ha concordato con il designatore Gianluca Rocchi gli arbitri da assegnare alle proprie partite, il caso entrerebbe nel terreno dell’illecito sportivo.</p>



<p>Il punto non sarebbe la semplice preferenza per un arbitro rispetto a un altro. Nel calcio, come in ogni ambiente competitivo, possono esistere valutazioni, timori o gradimenti. La questione cambierebbe radicalmente se quel gradimento si fosse trasformato in un’intesa, in una pressione o in un accordo finalizzato a orientare le designazioni arbitrali. In quel caso, per la giustizia sportiva, il tema diventerebbe l’eventuale alterazione del regolare svolgimento delle gare o il tentativo di assicurarsi un vantaggio in classifica.</p>



<p>Le conseguenze per l’Inter dipenderebbero dalla gravità dei fatti accertati, dal numero delle partite coinvolte, dal ruolo dei soggetti eventualmente responsabili e dall’effetto prodotto sulla classifica. Se fosse provata una responsabilità diretta del club, lo scenario sanzionatorio potrebbe essere molto pesante: penalizzazione in classifica, revoca o non assegnazione di un titolo, retrocessione all’ultimo posto, esclusione dal campionato o da determinate competizioni. Nei casi più gravi, dunque, non si tratterebbe di una semplice ammenda, ma di misure capaci di incidere sulla stagione, sul palmarès e sulla partecipazione alle coppe.</p>



<p>La penalizzazione sarebbe una delle ipotesi più realistiche nel caso in cui la responsabilità fosse ritenuta grave ma non tale da imporre automaticamente la retrocessione o l’esclusione. Potrebbe essere applicata nella stagione in corso oppure in quella successiva, soprattutto se la classifica fosse ormai definita o se la sanzione dovesse risultare davvero afflittiva. Più alto sarebbe il numero di gare condizionate, maggiore sarebbe il rischio di una pena severa.</p>



<p>La revoca dello scudetto o la non assegnazione del titolo entrerebbero in gioco se l’eventuale illecito fosse collegato in modo significativo alla conquista del campionato. Anche qui, però, servirebbe un accertamento preciso: non basterebbe dimostrare un’anomalia nel sistema arbitrale, ma bisognerebbe provare che il club abbia avuto un ruolo e che quelle condotte siano state dirette a ottenere un vantaggio sportivo concreto.</p>



<p>La retrocessione rappresenterebbe lo scenario più duro, insieme all’esclusione dal campionato. Sarebbe ipotizzabile davanti a un quadro probatorio particolarmente grave: accordi sistematici, coinvolgimento di figure apicali del club, pluralità di partite interessate e vantaggio effettivo in classifica. In una situazione del genere, la giustizia sportiva potrebbe ritenere insufficiente una semplice penalizzazione e optare per una misura più drastica.</p>



<p>Anche i singoli dirigenti o tesserati eventualmente coinvolti rischierebbero sanzioni pesanti, a partire da lunghe inibizioni o squalifiche. Per chi avesse partecipato a un illecito sportivo, il rischio sarebbe quello di restare fuori dal calcio per anni. Anche l’omessa denuncia avrebbe un peso: chi fosse venuto a conoscenza di condotte illecite senza segnalarle potrebbe a sua volta essere sanzionato.</p>



<p>Resta però fondamentale distinguere tra inchiesta penale e giustizia sportiva. Un’indagine della magistratura ordinaria non equivale automaticamente a una condanna sportiva. Gli atti possono essere trasmessi alla Procura federale e diventare la base di un procedimento disciplinare, ma l’eventuale responsabilità dell’Inter dovrebbe essere accertata nel sistema della giustizia sportiva. Allo stesso modo, un’eventuale responsabilità di singoli soggetti del mondo arbitrale non comporterebbe da sola una sanzione per il club, se non fosse provato un coinvolgimento diretto o un vantaggio ottenuto attraverso condotte riconducibili all’Inter.</p>



<p>In sintesi, se fosse accertato che l’Inter ha concordato con Rocchi gli arbitri da designare per le proprie partite, il club rischierebbe sanzioni molto serie: dalla penalizzazione alla revoca di titoli, fino alla retrocessione o all’esclusione nei casi più gravi. </p>
<p>L'articolo <a href="https://www.tviweb.it/scandalo-arbitri-cosa-rischia-linter/">Scandalo arbitri, cosa rischia l’Inter?</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.tviweb.it">TViWeb</a>.</p>
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		<title>Rocchi indagato, l’Inter nel mirino: è la nuova calciopoli?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 25 Apr 2026 15:59:36 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
		<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[SPORT]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Gianluca Rocchi indagato, il Var sotto accusa, l’ombra dei favoritismi verso l’Inter e una domanda che torna a bruciare nel calcio italiano: siamo davanti a una nuova Calciopoli? Il solo fatto che questa domanda sia diventata credibile racconta già la<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p>Gianluca Rocchi indagato, il Var sotto accusa, l’ombra dei favoritismi verso l’Inter e una domanda che torna a bruciare nel calcio italiano: siamo davanti a una nuova Calciopoli? Il solo fatto che questa domanda sia diventata credibile racconta già la gravità del momento. Perché quando un designatore arbitrale finisce nel mirino per presunte pressioni e possibili condizionamenti delle decisioni, non si parla più soltanto di un rigore discusso, di un fuorigioco millimetrico o di un errore umano. Si entra in un territorio molto più pericoloso: quello della fiducia tradita.</p>



<p>Il calcio italiano conosce bene questo tipo di rumore. Lo ha già sentito nel 2006, quando Calciopoli spazzò via la presunta normalità del sistema e mostrò quanto potere potesse nascondersi dietro una designazione, una telefonata, una pressione indiretta, una scelta arbitrale apparentemente tecnica. Oggi nessuno può dire che la storia si stia ripetendo identica, ma sarebbe ingenuo fingere che non ci siano somiglianze inquietanti. Anche allora, all’inizio, sembravano solo sospetti. Anche allora, molti parlavano di polemiche da bar, di vittimismo dei tifosi, di teorie costruite sulle moviole. Poi il quadro cambiò.</p>



<p>Il punto non è stabilire oggi una sentenza definitiva. Il punto è che il sistema arbitrale italiano si trova di nuovo davanti a un’accusa devastante: quella di non essere stato soltanto imperfetto, ma potenzialmente orientato. Se davvero alcune decisioni fossero state condizionate, se davvero il Var fosse stato usato non come strumento di giustizia ma come leva per indirizzare partite e risultati, allora saremmo oltre l’errore tecnico. Saremmo dentro uno scandalo di sistema. E a quel punto il paragone con Calciopoli non sarebbe più una provocazione giornalistica, ma una chiave di lettura inevitabile.</p>



<p>Il nome dell’Inter rende tutto ancora più esplosivo. Da mesi, una parte del tifo avversario denuncia presunti episodi favorevoli ai nerazzurri, decisioni contestate, interventi Var considerati discutibili, una sensazione diffusa di squilibrio. Fino a ieri potevano sembrare accuse di parte, figlie della rivalità e del clima tossico che accompagna ogni campionato. Ma quando un’inchiesta tocca il vertice della gestione arbitrale, quelle lamentele cambiano peso. Non diventano automaticamente prove, ma smettono di essere liquidabili come semplice folklore da social.</p>



<p>È qui che nasce l’effetto “nuova Calciopoli”. Non perché ci siano già verdetti, retrocessioni o condanne sportive. Ma perché il cuore del sospetto è lo stesso: chi controlla i controllori? Chi garantisce che le decisioni siano libere, autonome, trasparenti? Chi può assicurare ai tifosi che il Var non sia diventato una stanza opaca, dove una partita può cambiare direzione non per ciò che accade in campo, ma per ciò che viene deciso davanti a un monitor?</p>



<p>Rocchi, in questa vicenda, non è una figura qualunque. È il capo dei designatori, l’uomo che rappresenta la linea tecnica degli arbitri, la gestione delle valutazioni, il rapporto tra campo e sala Var. Per questo la sua posizione è così pesante. Se il sospetto riguarda un arbitro isolato, il danno è grave ma circoscritto. Se riguarda chi coordina, valuta e indirizza l’intero movimento arbitrale, il danno diventa istituzionale. Non è più solo una partita sotto osservazione: è l’intero campionato a finire sul banco degli imputati.</p>



<p>Il calcio italiano non può permettersi di rispondere con il solito copione: silenzi, comunicati freddi, difesa corporativa, attesa che la bufera passi. Sarebbe l’errore peggiore. Perché quando il sospetto riguarda la regolarità della competizione, ogni giorno di ambiguità diventa veleno. Ogni audio non chiarito, ogni designazione contestata, ogni immagine Var non spiegata alimenta l’idea che il sistema abbia qualcosa da nascondere. E nel calcio, la percezione spesso pesa quasi quanto la verità giudiziaria.</p>



<p>La nuova Calciopoli, se davvero sta nascendo, potrebbe essere diversa da quella del 2006. Meno fatta di telefonate tradizionali e più di pressioni tecniche, interpretazioni pilotate, interventi selettivi, valutazioni Var usate in modo diseguale. Non necessariamente un sistema identico al passato, ma forse un sistema più moderno, più difficile da leggere, più raffinato. Ed è proprio questo a renderlo potenzialmente ancora più insidioso: oggi non serve sempre cambiare una designazione per influenzare una partita. Può bastare decidere quando intervenire e quando no.</p>



<p>La domanda più scomoda è questa: quanti risultati sono stati realmente determinati dal campo e quanti, invece, sono stati alterati da decisioni opache? È una domanda durissima, ma ormai inevitabile. Perché se il tifoso comincia a pensare che il campionato non sia più una competizione leale, il danno è già fatto. Non serve nemmeno attendere una sentenza per capire che il rapporto di fiducia tra pubblico, arbitri e istituzioni è stato colpito al cuore.</p>



<p>Naturalmente, la presunzione di innocenza resta un principio fondamentale. Rocchi e chiunque altro venga coinvolto hanno il diritto di difendersi, e nessuna accusa può essere trasformata in condanna prima del tempo. Ma la prudenza giudiziaria non può diventare cecità sportiva. Il calcio ha il dovere di pretendere chiarezza immediata, perché non si tratta di una vicenda privata: si tratta della credibilità del campionato, dei club, dei tifosi e degli stessi arbitri.</p>



<p>Se emergerà che tutto è stato un equivoco, il sistema dovrà comunque spiegare perché sia stato possibile arrivare a un livello simile di sfiducia. Se invece verranno confermati favoritismi, pressioni o condizionamenti, allora il calcio italiano dovrà avere il coraggio di chiamare le cose con il loro nome. Non “polemiche arbitrali”, non “sviste Var”, non “episodi controversi”. Ma scandalo. Sistema. Nuova Calciopoli.</p>



<p>E forse è proprio questo il punto: la nuova Calciopoli non comincia il giorno delle sentenze. Comincia quando milioni di tifosi guardano una partita e non credono più a ciò che vedono. Comincia quando ogni fischio viene sospettato, ogni silenzio del Var diventa un indizio, ogni favore arbitrale sembra parte di un disegno più grande. Se il calcio italiano vuole evitare di rivivere il suo incubo peggiore, deve fare adesso ciò che troppo spesso ha evitato: aprire tutto, spiegare tutto, punire tutto ciò che va punito.</p>



<p>Perché questa volta non basterà dire che sono solo errori. Questa volta il sospetto è troppo grande, i nomi sono troppo pesanti e la ferita è troppo profonda. E quando il sospetto arriva fino al vertice del sistema arbitrale, il fantasma di Calciopoli non è più un ricordo del passato. È una minaccia presente.</p>
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		<title>Troppe vigne in Veneto: è tempo di mettere un limite!</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 20 Apr 2026 19:45:44 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[FOOD & DRINK]]></category>
		<category><![CDATA[IL GRAFFIO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Torni in un luogo, in bici, magari dopo un paio d’anni ed è completamente trasformato. Là dove c’era prato, magari qualche coltura tradizionale oggi c’è &#8230; una vigna! In Veneto la vite non è più soltanto una coltura. È diventata<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p>Torni in un luogo, in bici, magari dopo un paio d’anni ed è completamente trasformato. Là dove c’era prato, magari qualche coltura tradizionale oggi c’è &#8230; una vigna! In Veneto la vite non è più soltanto una coltura. È diventata un modello economico dominante, un paesaggio industriale diffuso, un simbolo identitario che negli anni ha occupato spazio, risorse, scelte politiche e immaginario collettivo. Ma proprio per questo oggi serve il coraggio di dirlo con chiarezza: di vigne ce ne sono troppe, e continuare ad allargarne la superficie è un errore economico, ambientale e sanitario.</p>



<p>Per molto tempo il vino veneto è stato raccontato come una storia di successo senza ombre. Export, turismo, promozione territoriale, reputazione internazionale: tutto sembrava confermare la bontà di una corsa apparentemente inarrestabile. Ma ogni monocultura spinta oltre una certa soglia finisce per presentare il conto. E quel conto oggi non riguarda solo i produttori: riguarda il territorio intero, chi lo abita, chi lavora in agricoltura e chi vorrebbe un’economia più equilibrata e meno fragile.</p>



<p>Il primo nodo è economico. Puntare in modo sempre più massiccio sulla vite significa legare una parte enorme del destino agricolo regionale a un solo comparto, esposto per definizione alle oscillazioni dei mercati, ai cambiamenti nei consumi, alla concorrenza internazionale e alle crisi climatiche. Quando un territorio investe quasi tutto su una sola filiera, smette di essere forte: diventa dipendente. E la dipendenza, in economia, non è mai una buona notizia. Se il vino rallenta, se i prezzi si comprimono, se la domanda cala o si sposta, intere aree rischiano di trovarsi senza alternative credibili. È la fragilità nascosta dietro l’apparente prosperità.</p>



<p>Il secondo nodo è agricolo e sociale. L’espansione della vite ha sottratto spazio ad altre colture, impoverendo la diversità produttiva e restringendo le possibilità per chi vorrebbe fare un’agricoltura diversa: cereali di qualità, orticole, frutteti, allevamento estensivo, produzioni biologiche, filiere locali per il mercato interno. Quando il valore fondiario sale perché tutto ruota attorno al vigneto, entrare in agricoltura diventa più difficile per i giovani e per chi non appartiene già al sistema. Il rischio è un territorio meno pluralista, meno accessibile, meno resiliente.</p>



<p>Poi c’è il tema ambientale, che non può più essere liquidato come un fastidio ideologico. La trasformazione intensiva del paesaggio porta con sé consumo di suolo, semplificazione ecologica, erosione, pressione idrica, perdita di biodiversità. Le colline e le campagne non possono essere considerate solo come superfici da mettere a reddito. Sono ecosistemi, non fabbriche all’aperto. E un ecosistema impoverito è un danno collettivo, anche quando produce profitto per qualcuno.</p>



<p>A questo si aggiunge la questione più delicata, ma non meno urgente: la salute. Dove la viticoltura è intensiva, soprattutto se concentrata in prossimità di abitazioni, scuole e aree frequentate, cresce inevitabilmente la preoccupazione dei residenti rispetto all’uso di trattamenti fitosanitari. Non si può far finta che il problema non esista o ridurre ogni critica a un attacco ideologico contro il vino. La salute pubblica viene prima di qualsiasi rendita di settore. Un grande comparto economico dovrebbe essere il primo a pretendere regole più severe, distanze chiare, controlli rigorosi e trasparenza totale. Se invece reagisce difendendo lo status quo, finisce per alimentare sfiducia e conflitto.</p>



<p>Per tutte queste ragioni serve una scelta politica netta: fermare l’ulteriore espansione dei vigneti nelle aree già sature. Non è una crociata contro il vino, né contro i produttori. È una misura di equilibrio, di buon senso e di lungimiranza. Porre un limite non significa demolire una filiera importante; significa impedirle di divorare tutto il resto. Significa riconoscere che lo sviluppo, per essere davvero tale, deve avere un confine.</p>



<p>Il Veneto ha bisogno di meno retorica e più governo del territorio. Ha bisogno di una programmazione che tuteli la varietà agricola, sostenga le colture alternative, premi le pratiche davvero sostenibili e rimetta al centro l’interesse generale. Continuare a piantare vigne come se il futuro fosse la semplice replica del passato è una scorciatoia pericolosa. I segnali della crisi ci dicono che quella stagione dell’espansione infinita è finita.</p>



<p>Ora la domanda è semplice: vogliamo un Veneto interamente piegato alla monocultura del vino, o un Veneto capace di difendere il proprio paesaggio, la salute dei cittadini e un’economia agricola più equilibrata?</p>



<p>La risposta, se si guarda oltre gli slogan, dovrebbe essere altrettanto semplice: serve un limite, e serve adesso.</p>
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		<title>Veneto, la scuola inizierà il 10 settembre: lezioni sino al 12 giugno ‘27</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 18 Apr 2026 12:41:13 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Veneto, via all’anno scolastico 2026-2027 il 10 settembre: lezioni fino al 12 giugno Sarà giovedì 10 settembre 2026 il primo giorno di scuola in Veneto per gli studenti delle scuole dell’infanzia, del primo e del secondo ciclo d’istruzione. Lo ha<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p>Veneto, via all’anno scolastico 2026-2027 il 10 settembre: lezioni fino al 12 giugno</p>



<p>Sarà giovedì 10 settembre 2026 il primo giorno di scuola in Veneto per gli studenti delle scuole dell’infanzia, del primo e del secondo ciclo d’istruzione. Lo ha stabilito la Giunta regionale, che ha approvato il calendario scolastico per l’anno 2026-2027.</p>



<p>La conclusione delle lezioni è stata fissata al 12 giugno 2027 per scuole primarie, secondarie di primo grado e secondarie di secondo grado, mentre per le scuole dell’infanzia le attività termineranno il 30 giugno 2027.</p>



<p>Il calendario prevede diverse sospensioni delle attività didattiche oltre alle festività nazionali obbligatorie. Le scuole resteranno chiuse da venerdì 30 ottobre a lunedì 2 novembre 2026 per la ricorrenza di Ognissanti, lunedì 7 dicembre per il ponte dell’Immacolata, dal 24 dicembre 2026 al 5 gennaio 2027 per le vacanze natalizie, dall’8 al 10 febbraio 2027 per Carnevale e Mercoledì delle Ceneri, dal 25 al 30 marzo 2027 per le vacanze pasquali, il 29 e 30 aprile 2027 in occasione del ponte della Festa del Lavoro e dal 31 maggio al 1° giugno 2027 per il ponte della Festa della Repubblica.</p>



<p>Nel complesso, i giorni effettivi di lezione saranno 206 per elementari, medie e superiori e 222 per le scuole dell’infanzia. A questi andrà eventualmente sottratto il giorno dedicato al Santo Patrono, qualora coincida con una giornata di attività scolastica.</p>



<p>Le singole istituzioni scolastiche potranno comunque apportare adattamenti al calendario fino a tre giorni all’anno, purché venga garantito il recupero delle lezioni non svolte.</p>



<p>Confermate anche per il nuovo anno scolastico le “Giornate dello Sport”, in programma l’11, 12 e 13 febbraio 2027, subito dopo la pausa di Carnevale. L’iniziativa, promossa dalla Regione del Veneto, offrirà alle scuole la possibilità di organizzare attività ed eventi dedicati alla valorizzazione dello sport e del movimento.</p>



<p>Spazio anche ai temi della cittadinanza: il 22 marzo 2027 potrà essere dedicato ad attività di approfondimento sull’educazione alla legalità, dal momento che la ricorrenza del 21 marzo cadrà di domenica.</p>



<p>Il calendario approvato dalla Regione traccia così l’ossatura del prossimo anno scolastico, lasciando alle scuole margini limitati di flessibilità organizzativa.</p>



<p></p>
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		<title>L’imprenditore vicentino Filippi sequestrato e rapinato nella notte</title>
		<link>https://www.tviweb.it/limprenditore-vicentino-filippi-sequestrato-e-rapinato-nella-notte/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 18 Apr 2026 10:08:48 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[CRONACA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Rapina nella notte con tanto di sequestro di persone. È capitato all’ex senatore della Lega Nord Alberto Filippi, imprenditore vicentino, è stato rapinato in casa da un gruppo di quattro malviventi che lo hanno sorpreso al rientro nella sua villa di Arcugnano<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p>Rapina nella notte con tanto di sequestro di persone. È capitato all’ex senatore della Lega Nord Alberto Filippi, imprenditore vicentino, è stato rapinato in casa da un gruppo di <strong>quattro malviventi</strong> che lo hanno sorpreso al rientro nella sua villa di Arcugnano (Vicenza) e lo hanno tenuto sequestrato per circa un&#8217;ora. L&#8217;episodio è avvenuto intorno alle ore 23.00 di venerdì sera. I banditi, secondo le prime ricostruzioni, sono sbucati da un cespuglio, armati di pistola e incappucciati, hanno percosso Filippi mentre stava parcheggiando l&#8217;auto in garage e lo hanno portato all&#8217;interno dell&#8217;abitazione, dove <strong>c&#8217;erano la moglie e le figlie piccole</strong>. Qui i malviventi hanno preso l&#8217;imprenditore e lo hanno portato a forza in un&#8217;altra stanza, rubando orologi di pregio, del valore di alcune centinaia di migliaia di euro, e delle borse. Il bottino è ancora da quantificare ma si aggirerebbe su <strong>alcuni milioni di euro</strong>.</p>
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		<title>MPS: lo squillo di Lovaglio (ovvero, quando i numeri rompono il giocattolo)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 15 Apr 2026 20:19:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ECONOMIA]]></category>
		<category><![CDATA[IL GRAFFIO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Fossimo in un’osteria del Veneto profondo, tra un’ombra e l’altra, il commento sarebbe uno solo, urlato sbattendo il pugno sul legno: “Ma gavio visto che Lovaglio ghe lo ga messo in culo a tutti quanti?”E avrebbe ragione il nostro saggio<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p>Fossimo in un’osteria del Veneto profondo, tra un’ombra e l’altra, il commento sarebbe uno solo, urlato sbattendo il pugno sul legno: “Ma gavio visto che Lovaglio ghe lo ga messo in culo a tutti quanti?”<br>E avrebbe ragione il nostro saggio avvinazzato.<br>Perché in un Paese dove solitamente le assemblee societarie finiscono in risse da condominio, la notizia ha dell’incredibile: Luigi Lovaglio ha vinto.<br>Sì quello stesso Lovaglio cui il Cda aveva revocato le deleghe, e di recente persino licenziato per giusta causa.<br>Pulito, senza sbavature, quasi con arroganza.<br>Certo, uno scontro all’ultimo sangue, ma tutto sommato niente colpi di scena da film di serie B.<br>Nessun azionista sbucato dalle Cayman con il 12% del capitale nascosto nelle mutande o nel cappello.<br>È successa una cosa che in Italia consideriamo quasi un atto di terrorismo: ha vinto la realtà.<br>Per anni MPS è stata il nostro &#8220;Parco Giochi del Disastro&#8221;: aumenti di capitale che si susseguivano con la frequenza delle sagre paesane, piani industriali scritti col gessetto sulla lavagna durante l&#8217;ora di ricreazione, salvataggi pubblici a go go, una propensione al suicidio finanziario che nemmeno un lemming depresso.<br>Per lungo tempo i soliti soloni ci hanno ammorbato con la favola del “Risiko bancario”.<br>Grandi manovre, regie occulte, sussurri nei corridoi che contano.<br>In prima fila i soliti noti,<br>Delfin e Caltagirone, con lo Stato a fare da arbitro.<br>Uno Stato che si diceva &#8220;neutrale&#8221;, ma era credibile come un arbitro che si presenta in campo con la maglia della Juve e il tatuaggio della Curva Sud.<br>L’obiettivo era nobile, quasi poetico: trattare MPS non come una Banca che deve prestare soldi e far quadrare i conti, ma come una figurina dell&#8217;album Panini per completare lo scambio perfetto nel sistema bancario-assicurativo.<br>&#8220;Te do un pezzetto di Siena e Mediabanca, tu mi dai un po&#8217; di Trieste, e vissero tutti felici e padroni.&#8221;<br>Il piano era perfetto, mancava solo un dettaglio: Lovaglio si è messo a fare la Banca.<br>Mentre gli strateghi galattici discutevano di massimi sistemi ed incastri di potere, questo &#8220;rompiscatole&#8221; ha commesso l&#8217;errore imperdonabile: ha iniziato a fare utili.<br>Ma utili veri, eh?<br>Di quelli che si vedono, che pesano, e che soprattutto rovinano i sogni di gloria dei manovratori.<br>Gli azionisti, con un cinismo che sfiora la maleducazione, hanno fatto una scelta scandalosa: hanno votato per chi fa guadagnare i soldi invece che per chi voleva usarli come pedine del Monopoli.<br>Lo Stato alla fine si è ritrovato nella posizione del &#8220;povero diavolo&#8221;: quello che intriga e suggerisce, ma non decide, che prova ad influenzare ma non comanda, e che alla fine guarda gli altri che festeggiano.<br>Il grande disegno si è sgonfiato come un soufflé tolto troppo presto dal forno.<br>Il risultato?<br>Il &#8220;Risiko&#8221; è rimasto nella scatola, a prendere polvere.<br>MPS, contro ogni pronostico e tradizione, continua a fare la Banca (incredibile, vero?)<br>Morale della favola: in Italia puoi orchestrare tutto, evocare spiriti, costruire castelli di carte e scenari da fantapolitica.<br>Poi però arrivano i numeri, i soci guardano il portafoglio e votano.<br>Ed è lì che i &#8220;fenomeni&#8221; capiscono che, a forza di voler fare i furbi, sono rimasti col cerino in mano.<br>O come direbbero in osteria: &#8220;I pensava de esser lupi, i se gà sveglià piegore.&#8221;</p>
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		<title>Vannacci è già fuori moda? Dopo il crollo di Orban e il calo di Trump che succede al sovranismo?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 13 Apr 2026 17:45:36 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[IL GRAFFIO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Non è ancora la fine del sovranismo, ma è certamente finita la sua stagione di onnipotenza. Per anni è sembrato il linguaggio politico dominante dell’Occidente inquieto: prometteva protezione, identità, confini, ordine; denunciava le élite, sfidava le istituzioni sovranazionali, trasformava ogni<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p>Non è ancora la fine del sovranismo, ma è certamente finita la sua stagione di onnipotenza. Per anni è sembrato il linguaggio politico dominante dell’Occidente inquieto: prometteva protezione, identità, confini, ordine; denunciava le élite, sfidava le istituzioni sovranazionali, trasformava ogni conflitto in una prova di autenticità popolare. Oggi, però, qualcosa si è rotto. La caduta di Viktor Orbán in Ungheria, dopo un dominio che sembrava inattaccabile, e l’appannamento di Donald Trump, il cui consenso attraversa una fase di evidente indebolimento, raccontano che il sovranismo non è più percepito come una forza inevitabile. Non è sparito, ma ha smesso di apparire invincibile.</p>



<p>Il caso ungherese è il più simbolico. Orbán non era solo un leader nazionale: era il punto di riferimento internazionale di una destra che aveva fatto dell’“illiberalismo” una proposta di governo. Il suo modello era stato studiato, imitato, celebrato ben oltre Budapest. Per questo la sua sconfitta pesa più del semplice alternarsi delle maggioranze: colpisce il mito di un sistema politico capace di durare indefinitamente grazie alla combinazione di nazionalismo, controllo del potere e costruzione del nemico. Ma proprio il modo in cui Orbán è caduto suggerisce prudenza prima di firmare il necrologio del sovranismo. Gli elettori non hanno rigettato solo una postura ideologica; hanno presentato il conto a un governo logorato, identificato con problemi concreti come inflazione, fatica economica, servizi in crisi, stanchezza del potere. È qui che il sovranismo mostra la sua fragilità: quando smette di sembrare una diga contro il caos e finisce per apparire esso stesso parte del problema.</p>



<p>Lo stesso meccanismo si osserva negli Stati Uniti. Trump resta una figura enorme, capace ancora di polarizzare il dibattito e mobilitare uno zoccolo duro vastissimo. Ma il trumpismo non gode più dell’aura dirompente che lo aveva reso, per molti, sinonimo stesso del futuro. Una parte dell’elettorato che lo aveva sostenuto per rabbia, protesta o fede nell’uomo forte oggi misura il suo giudizio su parametri più materiali: il costo della vita, l’efficacia del governo, la tenuta del quadro internazionale. Quando la promessa di “riprendere il controllo” si scontra con il carovita, con le tensioni geopolitiche o con l’impressione di un conflitto permanente incapace di produrre benessere, il magnetismo del leader si indebolisce. Non scompare, ma si fa più vulnerabile.</p>



<p>È questo il punto politico centrale: il sovranismo non perde perché gli elettori improvvisamente si innamorano del cosmopolitismo, ma perché la sua promessa di protezione viene sottoposta alla prova dei risultati. Finché resta all’opposizione, può presentarsi come rivolta morale contro un sistema corrotto o distante. Quando governa a lungo, però, deve dimostrare di saper trasformare l’identità in amministrazione, la rabbia in efficacia, la propaganda in soluzioni. E qui il meccanismo si inceppa. Perché è relativamente semplice evocare un popolo da difendere; molto più difficile è governarne la complessità senza scaricare ogni fallimento su nemici esterni, complotti o tradimenti interni.</p>



<p>In Europa questo passaggio è particolarmente evidente. La parabola di Orbán segna una discontinuità, ma non cancella il lessico politico che egli ha contribuito a imporre. Anzi, molte delle parole d’ordine del sovranismo sono ormai penetrate nel discorso pubblico ben oltre i partiti che le hanno brandite per primi. Sicurezza, confini, identità, critica delle burocrazie sovranazionali, sospetto verso le mediazioni liberali: sono temi che continuano a orientare il dibattito anche quando il fronte sovranista arretra. Questo significa che il fenomeno non va misurato solo in termini di vittorie o sconfitte elettorali. Una cultura politica può perdere centralità al governo e conservare, tuttavia, una forte capacità di condizionamento simbolico. È per questo che parlare di tramonto definitivo sarebbe prematuro.</p>



<p>Anche in Italia il quadro è meno lineare di quanto possa sembrare. Il sovranismo italiano ha già conosciuto una metamorfosi: da forza apertamente anti-sistema a componente istituzionalizzata del potere. Giorgia Meloni ha incarnato questa trasformazione meglio di chiunque altro, traducendo buona parte del linguaggio identitario in una postura di governo più prudente, più riconoscibile, più compatibile con le regole del gioco europeo. È una normalizzazione che non equivale a una sconfitta del sovranismo, ma piuttosto alla sua adattabilità. Eppure proprio questa versione più disciplinata mostra i suoi limiti quando la realtà economica si fa più dura. Perché anche la destra che si presenta come affidabile deve, alla fine, misurarsi con i conti, con i salari, con i prezzi, con il giudizio quotidiano degli elettori.</p>



<p>Dentro questo scenario si colloca anche Roberto Vannacci. Chiedersi se sia già “fuori moda” significa forse porre male la questione. Vannacci non rappresenta tanto il futuro del sovranismo quanto una sua accentuazione caricaturale e personale. La sua forza sta nell’immediatezza del messaggio, nella provocazione, nella semplificazione brutale, nella capacità di trasformare l’identità in una sfida continua al politicamente corretto. Ma proprio questi tratti, che ne hanno alimentato l’ascesa mediatica, rischiano di segnarne anche il limite. Più che fuori moda, Vannacci appare come il prodotto di un repertorio ormai codificato: non l’invenzione di una stagione nuova, ma la ripetizione in forma più aspra di formule già viste.</p>



<p>Il suo spazio politico esiste, e sarebbe un errore sottovalutarlo. Intercetta una quota di elettorato insofferente non solo verso la sinistra, ma anche verso una destra percepita come troppo normalizzata, troppo istituzionale, troppo addomesticata. In questo senso Vannacci può disturbare, sottrarre consensi, spostare l’asse del discorso pubblico. Ma un conto è agitare il malessere, un altro è trasformarlo in proposta egemonica. Finora la sua figura appare più efficace come detonatore che come costruttore. Più capace di rappresentare una rabbia che di organizzarla in progetto politico duraturo.</p>



<p>Il nodo vero, allora, è che il sovranismo non sta scomparendo: sta entrando nell’età della verifica. Per un lungo ciclo storico ha potuto vivere di rendita simbolica, presentandosi come l’unica risposta netta a una società spaesata dalla globalizzazione, dall’immigrazione, dalle disuguaglianze, dalla crisi della rappresentanza. Oggi quella rendita non basta più. Gli elettori continuano ad avvertire paura, insicurezza, bisogno di appartenenza. Ma chiedono anche risultati. E quando non arrivano, la forza della narrazione si consuma.</p>



<p>Più che la fine di una cultura politica, siamo dunque davanti alla fine del suo automatismo. Non basta più gridare contro Bruxelles, contro le élite, contro gli stranieri, contro il sistema, per apparire credibili. Non basta più incarnare la trasgressione per sembrare il nuovo. Orbán sconfitto, Trump in affanno, Vannacci ancora sospeso tra exploit mediatico e limite politico raccontano tutti la stessa cosa: il sovranismo non è morto, ma non è più il destino naturale della politica contemporanea. È diventato, finalmente, una proposta da giudicare per quello che produce. E per chi ha costruito il proprio successo sulla promessa di difendere il popolo da tutto, è forse questa la prova più difficile.</p>
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		<title>Il voto in Ungheria cambia l’Europa: Trump, Putin, tutti in campo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 12 Apr 2026 09:42:38 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[POLITICA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Istruzioni per l’uso: capire le elezioni ungheresi senza perdere la bussola Se vi state chiedendo perché, per una volta, non sentite la solita grancassa entusiasta della sinistra europea, e di quella italica in particolare, la risposta è semplice: l’avversario di<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p>Istruzioni per l’uso: capire le elezioni ungheresi senza perdere la bussola</p>



<p>Se vi state chiedendo perché, per una volta, non sentite la solita grancassa entusiasta della sinistra europea, e di quella italica in particolare, la risposta è semplice: l’avversario di Orbán non è “dei loro”.<br>Già questo manda in tilt parecchi riflessi condizionati.<br>Il protagonista della partita è Péter Magyar, e la prima cosa da sapere è che non arriva da qualche circolo rivoluzionario, ma direttamente dal sistema costruito da Viktor Orbán.<br>Uno che conosce la casa, le stanze, e probabilmente anche dove stanno nascosti i cassetti più delicati.<br>Ha circa 45 anni, avvocato, cresciuto vicino al partito di governo (Fidesz), quindi non è un outsider “puro”.<br>Nel 2024 rompe clamorosamente con Orbán denunciando corruzione e degenerazione del sistema; fonda il suo partito, Tisza, che in pochissimo tempo diventa il punto di riferimento dell’opposizione (tanto che molti piccoli Partiti non si sono presentati per non creargli problemi).<br>Credo vi sia chiaro adesso che Magyar è un conservatore.<br>Non vuole cambiare l’Ungheria in un laboratorio progressista, non sogna bandiere arcobaleno su ogni edificio pubblico, e non ha nessuna intenzione di fare il paladino di battaglie ideologiche da salotto.<br>Ed è proprio questo il punto: parla allo stesso elettorato di Orbán, invece di parlare solo alla sinistra.<br>La differenza, però, sta nel come.<br>Dopo anni dentro il sistema, Magyar ha rotto denunciando corruzione e concentrazione di potere.<br>In pratica, non contesta tanto la linea politica in sé, quanto il modo in cui è stata gestita: meno Stato-partito, più regole normali.<br>Che, detta così, sembra banale. Ma in politica spesso le cose più banali sono anche le più sovversive.<br>Sul fronte europeo il contrasto è ancora più chiaro.<br>Orbán ha costruito la sua forza su un rapporto conflittuale con Bruxelles: dentro l’Unione, ma sempre con il piede sul freno e la mano pronta allo strappo.<br>Magyar, invece, non vuole fare guerre quotidiane con Bruxelles; meglio vuole riportare l’Ungheria dentro il gioco europeo<br>Non per amore romantico dell’UE, ma per una ragione più terra terra: stare nel gioco conviene, in un momento in cui l&#8217;Ungheria ha miliardi di euro congelati da Bruxelles per questioni di Stato di diritto, il messaggio di Magyar (&#8220;torniamo in gioco per non restare poveri e isolati&#8221;) è molto più potente di qualsiasi manifesto federalista.<br>Traduzione per uso domestico:<br>Magyar non è un liberale “alla francese” o un progressista da salotto europeo.<br>È più corretto definirlo un conservatore pragmatico filo-europeo.<br>Orbán è il sovranista combattivo che negozia a colpi di scontro e di “veti”.<br>Ecco perché questa elezione è diversa dalle precedenti.<br>Non è la solita sfida tra destra e sinistra, con copioni già scritti e tifo organizzato.<br>È una partita interna al campo conservatore, tra chi ha costruito un sistema di potere molto solido e chi, venendone dall’interno, prova a smontarlo pezzo per pezzo.<br>In questi casi, il risultato è meno prevedibile del solito.<br>Ed è proprio questo che rende la faccenda interessante: per una volta, Orbán non gioca da solo.<br>Che poi sia anche costretto a fare una vera campagna elettorale, dopo anni di dominio incontrastato, è un piccolo dettaglio.<br>Ma, si sa, sono spesso i dettagli a cambiare la storia.<br>Stasera vedremo come la pensano gli ungheresi!</p>
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		<title>Simona Siotto (Nuova Arcugnano): “Un presidio medico per riportare la sanità vicino alle persone”</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 01 Apr 2026 17:10:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
		<category><![CDATA[BASSO VICENTINO - AREA BERICA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Arcugnano merita servizi all’altezza dei bisogni dei suoi cittadini, a partire da quello più&#160;importante: la salute. Negli ultimi anni, anche nel nostro territorio,&#160;è&#160;cambiato profondamente il rapporto con la medicina di base: ambulatori sempre più&#160;lontani, minore continuità&#160;nel rapporto medico-paziente, difficoltà&#160;crescenti soprattutto<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p></p>



<p>Arcugnano merita servizi all’altezza dei bisogni dei suoi cittadini, a partire da quello più&nbsp;importante: la salute.</p>



<p>Negli ultimi anni, anche nel nostro territorio,&nbsp;è&nbsp;cambiato profondamente il rapporto con la medicina di base: ambulatori sempre più&nbsp;lontani, minore continuità&nbsp;nel rapporto medico-paziente, difficoltà&nbsp;crescenti soprattutto per anziani e famiglie.</p>



<p>Un tema tutt’altro che astratto. In Italia, oltre il 23% della popolazione ha più&nbsp;di 65 anni, una percentuale in costante aumento anche nei nostri territori. Sono proprio gli anziani i cittadini che più&nbsp;necessitano di una presenza medica stabile, facilmente raggiungibile e capace di garantire continuità&nbsp;nelle cure. A questo si aggiunge un dato ormai evidente: sempre più&nbsp;persone incontrano difficoltà&nbsp;nel reperire un medico di base o nel mantenere un rapporto continuativo, con un conseguente aumento del ricorso improprio al pronto soccorso.</p>



<p>«La salute non&nbsp;è&nbsp;solo una questione sanitaria,&nbsp;è&nbsp;una questione di comunità» –&nbsp;dichiara Simona Siotto, candidata sindaco per la lista Nuova Arcugnano.&nbsp;«Avere un medico vicino, conosciuto, che segue nel tempo le persone fa la differenza, non solo nelle cure ma anche nella serenità&nbsp;quotidiana».</p>



<p>Per questo, tra i punti centrali del programma, Nuova Arcugnano propone la realizzazione di un presidio medico in paese, costruito in collaborazione con i medici di medicina generale del territorio.</p>



<p>L’obiettivo&nbsp;è&nbsp;chiaro: creare uno spazio accessibile e stabile dove i cittadini possano trovare il proprio medico, in un contesto organizzato ma umano, supportato da servizi di segreteria e, dove possibile, da personale infermieristico.</p>



<p>«Un Comune moderno&nbsp;–&nbsp;prosegue Siotto&nbsp;–&nbsp;non si limita a gestire l’ordinario, ma costruisce servizi di prossimità&nbsp;che migliorano concretamente la qualità&nbsp;della vita. Un presidio medico significa meno spostamenti, più&nbsp;sicurezza per le persone fragili, meno pressione sugli ospedali e un territorio più&nbsp;attrattivo anche per le famiglie».</p>



<p>Il Comune farà&nbsp;la sua parte, mettendo a disposizione spazi adeguati e sostenendo le condizioni organizzative necessarie per rendere questo servizio sostenibile e attrattivo per i professionisti.&nbsp;«Vogliamo un’Arcugnano che torni a prendersi cura delle persone, davvero. Dove nessuno si senta solo, soprattutto quando si parla di salute».</p>
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		<title>Uilca Veneto: Vigolo eletto nuovo segretario generale</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 27 Mar 2026 13:15:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ECONOMIA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Nella giornata di ieri 26 marzo 2026, a Lazise (VR) si è svolto l’8° Congresso Regionale della Uilca Veneto “Nel Labirinto tra Tempo e Lavoro: quali scenari per la persona?”. Si sono confrontati sul tema il prof. Ronsivalle, docente di<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p>Nella giornata di ieri 26 marzo 2026, a Lazise (VR) si è svolto l’8° Congresso Regionale della Uilca Veneto “Nel Labirinto tra Tempo e Lavoro: quali scenari per la persona?”. Si sono confrontati sul tema il prof. Ronsivalle, docente di Digitalizzazione all’Università La Sapienza di Roma, il prof. Gosetti docente di sociologia all’università di Verona, Fulvio Furlan Segretario Generale della UILCA e Roberto Toigo Segretario Generale della UIL Veneto.</p>



<p>La relazione introduttiva è stata fatta dalla Segretaria uscente Elisa Carletto, entrata recentemente in Segreteria Nazionale Uilca, che ha ripercorso tutto il lavoro svolto dalla Uilca del Veneto nel corso degli ultimi 4 anni.</p>



<p>Al termine sono stati eletti gli Organi Statutari che hanno eletto il vicentino MIRKO VIGOLO nuovo Segretario Generale della UILCA del Veneto.</p>



<p>“Il mio mandato sarà caratterizzato dalla regionalizzazione delle varie provincie che non farà cambiare la presenza della nostra Organizzazione a fianco delle lavoratrici e dei lavoratori. Dovremo sempre più stare nelle piazze, nei bar, nelle scuole e far conoscere il sindacato anche oltre la tutela del posto di lavoro” ha dichiarato il neo eletto Segretario Generale nel suo discorso di insediamento. “Punteremo sulle Donne e sui Giovani per non disperdere il nostro patrimonio e per investire sul futuro della nostra Organizzazione, accogliendo tutti quanti vorranno avvicinarsi a noi e condividere il nostro progetto. La Uilca è un Sindacato veramente a fianco delle Lavoratrici e dei Lavoratori, con la persona che è al centro del nostro operato”.</p>
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		<title>Vicenza, buca le gomme di 30 auto: pizzicato dalla polizia e denunciato</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 23 Mar 2026 07:44:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[CRONACA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Taglia le gomme a una trentina d’auto ed alla fine viene denunciato: marocchino nei guai, ma anche gli automobilisti. Era l’una di notte quando il personale della Squadra Volanti della Questura di Vicenza ha rintracciato un cittadino marocchino di 26<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Taglia le gomme a una trentina d’auto ed alla fine viene denunciato: marocchino nei guai, ma anche gli automobilisti.</p>



<p>Era l’una di notte quando il personale della Squadra Volanti della Questura di Vicenza ha rintracciato un cittadino marocchino di 26 anni resosi responsabile della foratura di pneumatici di autovetture in sosta.</p>



<p>La segnalazione era pervenuta tramite la linea di emergenza 113, dove era stata fornita la descrizione di un soggetto che si allontanava da via Badeschi, dopo aver tagliato gli pneumatici di alcune autovetture in sosta lungo la pubblica via.</p>



<p>L’autore del reato veniva bloccato in via Cricoli dopo che, alla vista della Volante, aveva cercato di darsi alla fuga e di liberarsi di un coltello che veniva però immediatamente recuperato dagli Operanti. Lo stesso opponeva altresì resistenza al controllo e si rifiutava di fornire le proprie generalità.</p>



<p>Da una verifica, effettuata sul posto dagli Agenti della Volante, le autovetture parcheggiate nei pressi del luogo della segnalazione e che presentavano almeno uno pneumatico sgonfio risultavano essere circa una trentina.</p>



<p>Il cittadino marocchino veniva quindi accompagnato presso gli Uffici della Questura per essere sottoposto a rilievi fotodattiloscopici a seguito dei quali risultava avere numerosi alias ed un rintraccio per inottemperanza all’Ordine del Questore di Vicenza di lasciare il territorio nazionale.</p>



<p>Al termine degli accertamenti il predetto veniva indagato in stato di libertà in ordine ai reati di danneggiamento aggravato, resistenza a pubblico ufficiale, falsa attestazione sull’identità personale e Porto di armi per cui non è ammessa licenza.</p>
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		<title>“Alla mia Lega”: intervista postuma immaginaria a Umberto Bossi</title>
		<link>https://www.tviweb.it/alla-mia-lega-intervista-postuma-immaginaria-a-umberto-bossi/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 22 Mar 2026 12:32:40 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[POLITICA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Se oggi Umberto Bossi potesse parlare alla sua creatura politica, forse non lascerebbe solo un giudizio, ma un testamento. Non un bilancio di potere, ma una resa dei conti morale. Quella che segue è una ricostruzione immaginaria, in forma di<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.tviweb.it/alla-mia-lega-intervista-postuma-immaginaria-a-umberto-bossi/">“Alla mia Lega”: intervista postuma immaginaria a Umberto Bossi</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.tviweb.it">TViWeb</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p></p>



<p>Se oggi Umberto Bossi potesse parlare alla sua creatura politica, forse non lascerebbe solo un giudizio, ma un testamento. Non un bilancio di potere, ma una resa dei conti morale. Quella che segue è una ricostruzione immaginaria, in forma di intervista postuma, del possibile pensiero del fondatore davanti alla Lega di oggi.</p>



<p>Bossi, se potesse guardare la Lega attuale, quale sarebbe il suo primo pensiero?</p>



<p>Che un partito può cambiare pelle, ma non può cambiare anima. E se la cambia, allora non è più lo stesso partito. La Lega non era nata per stare comoda, non era nata per piacere a tutti, non era nata per diventare un contenitore buono per ogni stagione. Era nata per rappresentare una gente precisa, un popolo concreto, un mondo fatto di lavoro, di territorio, di identità, di rabbia e di orgoglio. La mia prima domanda alla Lega di oggi sarebbe semplice: vi ricordate ancora perché siete nati?</p>



<p>Che cosa intende quando parla di “anima” della Lega?</p>



<p>Intendo il suo radicamento. Intendo il rapporto vivo con i territori. Intendo la capacità di parlare con i sindaci, con gli artigiani, con gli operai, con le partite IVA, con chi alza la serranda al mattino e non chiede favori ma rispetto. La Lega era questo: voce di chi produceva e non si sentiva difeso. Se un movimento smette di ascoltare questa gente e comincia ad ascoltare solo i sondaggi, allora perde sé stesso.</p>



<p>Dunque la Lega di oggi ha perso sé stessa?</p>



<p>Non dico che abbia perso tutto. Dico che rischia di dimenticare troppo. I partiti si evolvono, ed è naturale. Ma c’è una differenza tra evolvere e snaturarsi. Se la militanza viene dopo l’immagine, se il territorio viene dopo la televisione, se la causa viene dopo il leader, allora il rischio è grande. Un partito può anche vincere, ma se non sa più chi rappresenta, quella vittoria è vuota.</p>



<p>Lei parlava di Nord, di autonomia, di federalismo. Sono temi ancora vivi?</p>



<p>Dovrebbero esserlo. Perché non erano capricci, non erano slogan, non erano folklore. Erano una visione dello Stato e del potere. L’autonomia non era egoismo: era responsabilità. Federalismo non voleva dire dividere l’Italia per odio, ma rimetterla in equilibrio per giustizia. Voleva dire premiare chi lavora, responsabilizzare i territori, fermare il centralismo inefficiente. Se oggi questi temi diventano solo parole da comizio, allora vengono traditi.</p>



<p>C’è chi dice che la Lega abbia smesso di essere il partito del Nord. È d’accordo?</p>



<p>Io direi che ha smesso, o rischia di smettere, di essere soprattutto il partito nato dal Nord. E questo è diverso. Difendere il Nord non significava odiare il Sud. Significava dire che esisteva una parte del Paese che produceva ricchezza, reggeva il sistema e troppo spesso veniva trattata come un bancomat politico. Questa verità andava detta. E andrebbe detta ancora oggi, con meno rabbia forse, ma con la stessa chiarezza.</p>



<p>Che cosa rimprovererebbe alla Lega attuale?</p>



<p>Di correre il pericolo di somigliare agli altri. E la Lega non era nata per somigliare agli altri: era nata per rompere il gioco, per cambiare le regole, per portare dentro la politica una voce che la politica non voleva sentire. Il giorno in cui diventi solo una macchina elettorale, magari efficiente, magari potente, ma uguale a tutte le altre, hai perso la tua ragione profonda.</p>



<p>E che cosa salverebbe?</p>



<p>Salverei la sua gente. Perché la Lega non è mai stata soltanto i dirigenti, i parlamentari, i volti noti. La Lega vera è stata per anni la sua base: i militanti, gli amministratori locali, quelli che stavano ai gazebo, quelli che prendevano insulti quando la Lega era scomoda e non di moda. Finché quella gente esiste, finché resta memoria viva del perché tutto è cominciato, allora resta una possibilità di tornare a essere qualcosa di vero.</p>



<p>Se questa fosse davvero la sua ultima lettera alla Lega, che cosa chiederebbe?</p>



<p>Chiederei di tornare a meritarsi il rispetto del proprio popolo. Non a pretenderlo per diritto ereditario. La storia non basta, il nome non basta, il fondatore non basta. Nessuno basta, se viene usato come santino e non come richiamo alla coerenza. Direi: tornate nei territori, ascoltate di più, parlate di meno. Tornate a difendere il lavoro come il primo fondamento della libertà. Tornate a considerare l’autonomia una battaglia seria, non una formula da tirare fuori quando conviene.</p>



<p>Che cos’è, in fondo, il suo testamento morale?</p>



<p>È questo: non vergognatevi mai delle radici. Un partito che si vergogna delle proprie origini finisce per diventare schiavo del presente. E il presente è sempre instabile, sempre rumoroso, sempre pronto a cambiare padrone. Le radici, invece, danno un senso. La Lega può anche cambiare linguaggio, classe dirigente, orizzonte politico. Ma se dimentica il suo popolo, la sua storia, il suo motivo iniziale, allora potrà forse continuare a prendere voti, ma non avrà più un’anima.</p>



<p>Quindi che cosa direbbe oggi, in una frase, alla Lega?</p>



<p>Direi: ricordatevi chi siete stati, se volete ancora sapere chi siete.</p>



<p>E se non lo facesse?</p>



<p>Allora resterebbe un partito. Ma non sarebbe più la Lega che avevamo acceso come una rivolta, come una speranza, come una voce di libertà.</p>
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		<title>Il pannello dove lo metto? Tutti ecologisti sino a che…</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 22 Mar 2026 12:09:07 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[IL GRAFFIO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>C’è una figura ormai stabile nel paesaggio umano occidentale, come il bidone della differenziata fuori posto o la pista ciclabile che finisce contro un muro; l’ecologista da salotto.Lo riconosci subito. Non tanto per quello che dice, ma per come lo<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p></p>



<p></p>



<p>C’è una figura ormai stabile nel paesaggio umano occidentale, come il bidone della differenziata fuori posto o la pista ciclabile che finisce contro un muro; l’ecologista da salotto.<br>Lo riconosci subito. Non tanto per quello che dice, ma per come lo dice.<br>Ha lo sguardo ispirato, la frase pronta, il tono da predica domenicale.<br>Non è uno che difende l’ambiente: è uno che officia l’ambiente.<br>Una specie di chierico laico, con la differenza che al posto del Vangelo cita report letti a metà, e post condivisi con zelo missionario.<br>Ora, mettiamoci d’accordo: chi è che non vuole aria pulita, acqua limpida, cieli azzurri?<br>Solo uno con un serio problema di connessione neuronale potrebbe dichiararsi a favore dello smog a tempo pieno.<br>Su questo siamo tutti allineati, persino il più incallito industriale degli anni Settanta, se lo resusciti.<br>Il punto non è l’obiettivo. Il punto è la coerenza, quella strana creatura che sparisce sempre nel momento decisivo<br>Perché il nostro ecologista da salotto è inflessibile su tutto: no al nucleare, no al gas, no al petrolio, no al carbone.<br>Una sequenza di “no” che sembra il rosario dell’Apocalisse energetica.<br>Poi però arriva il momento in cui qualcuno propone qualcosa di concreto.<br>Un impianto. Un progetto. Una soluzione reale, magari imperfetta, magari discutibile, ma reale.<br>E lì succede il miracolo.<br>Diventa improvvisamente un urbanista, un paesaggista, un agronomo, un esperto di biodiversità, un difensore del campanile, del filare di pioppi, del tramonto “come non si vede più”.<br>Tutto, pur di dire un altro No. Ma questa volta non è un No ideologico. È un No territoriale.<br>Tradotto: non qui.<br>Il caso di Torre di Mosto è quasi didattico, tanto è perfetto.<br>Siamo nel veneziano, nel Veneto che lavora, produce, consuma energia come se fosse ossigeno.<br>Si parla di un impianto fotovoltaico ancora in fase di studio, non di una raffineria saudita.<br>E cosa succede?<br>Proteste, comitati, indignazione, e ieri manifestazione ovviamente.<br>Il paesaggio! Il territorio! L’identità!<br>Improvvisamente, i pannelli solari diventano una minaccia esistenziale.<br>Nel frattempo, giusto per dare un minimo di contesto a questa commedia dell’assurdo, nel resto del mondo accadono cose leggermente più rilevanti.<br>In Medio Oriente si ridisegnano equilibri energetici con la delicatezza di una ruspa. In Asia si riaccendono le centrali a carbone come se non ci fosse un domani, come se il clima fosse un dettaglio decorativo.<br>La Cina costruisce centrali nucleari con la stessa frequenza con cui noi inauguriamo rotonde.<br>E noi?<br>Noi discutiamo se un campo fotovoltaico turba la vista dalla finestra della cucina.<br>C’è qualcosa di profondamente comico, e insieme tragico, in questa sproporzione.<br>È come se, mentre la nave imbarca acqua da tutte le parti, l’equipaggio litigasse sulla tonalità del blu delle scialuppe.<br>La verità è che l’ecologista da salotto non vuole davvero una transizione energetica.<br>Vuole l’idea della transizione, la sua versione estetica, moralmente gratificante e rigorosamente indolore.<br>Vuole sentirsi dalla parte giusta senza pagare il prezzo di esserci davvero.<br>Perché la transizione, quella vera, è sporca, invasiva, complicata.<br>Richiede impianti, infrastrutture, compromessi.<br>Richiede di accettare che qualcosa cambi sotto casa propria, non solo sotto quella degli altri.<br>Ma questo rompe l’incantesimo.<br>E allora meglio continuare con la liturgia del “No”: rassicurante, elegante, totalmente sterile.<br>Nel frattempo, l’energia continuerà a servirci; non per capriccio, ma per vivere.<br>E qualcuno, da qualche parte, la produrrà.<br>Se non siamo noi, saranno altri, con criteri, diciamo, meno raffinati dei nostri.<br>Ma almeno, vuoi mettere, il panorama resterà intatto.<br>Fino al prossimo blackout, naturalmente.<br>Umberto Baldo</p>
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		<title>Il Vicenza batte l’Inter U23 e torna in serie B: la città è in festa</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 16 Mar 2026 21:23:36 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[SPORT]]></category>
		<category><![CDATA[batte]]></category>
		<category><![CDATA[calcio]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il Vicenza torna finalmente in serie B. Al termine di una sfida intensa, sofferta e ricca di tensione, i biancorossi superano 2-1 l’Inter U23 e possono festeggiare il ritorno tra i cadetti dopo anni difficili, vissuti nel lungo purgatorio della<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p>Il Vicenza torna finalmente in serie B. Al termine di una sfida intensa, sofferta e ricca di tensione, i biancorossi superano 2-1 l’Inter U23 e possono festeggiare il ritorno tra i cadetti dopo anni difficili, vissuti nel lungo purgatorio della serie C. Al triplice fischio esplode la gioia del pubblico vicentino, che ha accompagnato la squadra fino all’ultimo istante di una partita tutt’altro che semplice.</p>



<p>La formazione di Gallo parte con personalità e riesce subito a indirizzare la gara sui binari giusti. Il Vicenza si presenta con il 3-5-2 e trova compattezza, ritmo e concretezza, qualità che permettono ai padroni di casa di mettere in difficoltà l’Inter U23. Il vantaggio arriva al 31’, quando Capello firma l’1-0 facendo esplodere l’entusiasmo biancorosso. La rete dà ulteriore fiducia al Vicenza, che continua a gestire con ordine senza rinunciare a colpire.</p>



<p>Nella ripresa i biancorossi sembrano mettere in cassaforte il risultato al 54’, quando Stückler trova il gol del raddoppio. Il 2-0 sembra l’anticamera della festa, ma l’Inter U23 non si arrende e prova a rientrare in partita. La squadra di Vecchi alza il baricentro, aumenta la pressione e al 67’ trova la rete che riapre tutto con Kamate. Da quel momento la gara cambia volto: il Vicenza, che fino a quel punto aveva controllato bene, è costretto a stringere i denti e a difendere il vantaggio contro un avversario giovane ma determinato.</p>



<p>Nel finale la tensione sale minuto dopo minuto. Il Vicenza soffre, arretra, combatte su ogni pallone e resiste agli ultimi assalti nerazzurri. Gallo prova a dare nuove energie con i cambi, inserendo Rauti e Alessio al 62’ per Capello e Stückler, e poi Vitale nel finale al posto di Pellizzari. Dall’altra parte Vecchi si gioca le sue carte con Topalovic, Berenbruch e Spinaccé per cercare il pareggio. Ma il risultato non cambia più.</p>



<p>Dopo il fischio finale può cominciare la festa biancorossa. Il Vicenza vince 2-1, supera l’ultimo ostacolo e si regala un traguardo inseguito a lungo: il ritorno in serie B. Una promozione voluta, sofferta e meritata, arrivata al termine di una partita che ha riassunto perfettamente il carattere della squadra: qualità per andare avanti, forza per resistere e cuore per prendersi il sogno.</p>



<p>In città si scatena la festa, caroselli d’auto e tifosi festanti, oltre i 13 mila del Menti in piazza e per le strade tantissimi tifosi biancorossi. </p>
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		<title>Vicenza, in tre anni la serie A: ma resta aperto il nodo stadio Menti</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 15 Mar 2026 08:56:44 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[SPORT]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>A Vicenza si respira un’aria che mancava da tempo: quella delle grandi occasioni. La città biancorossa si prepara a vivere un momento che potrebbe diventare storico già lunedì, quando la promozione in Serie B potrebbe trasformarsi da obiettivo a realtà.<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p>A Vicenza si respira un’aria che mancava da tempo: quella delle grandi occasioni. La città biancorossa si prepara a vivere un momento che potrebbe diventare storico già lunedì, quando la promozione in Serie B potrebbe trasformarsi da obiettivo a realtà. Allo stadio e in tutta la città cresce l’attesa, alimentata da una stagione che ha riportato entusiasmo, risultati e soprattutto la sensazione che il progetto sportivo abbia finalmente una direzione chiara.</p>



<p>Il ritorno tra i cadetti rappresenterebbe molto più di un semplice salto di categoria per il L.R. Vicenza. Sarebbe il primo passo di un percorso più ambizioso, quello immaginato dalla proprietà e dalla dirigenza, che non nascondono l’obiettivo di riportare il club dove la sua storia lo colloca: nella massima serie. Il piano è chiaro e ha un orizzonte temporale preciso, tre anni per costruire una squadra competitiva e tentare la scalata verso la Serie A. Un progetto che punta su stabilità finanziaria, crescita graduale e investimenti mirati, senza voli pindarici ma con l’ambizione di restituire a Vicenza il palcoscenico che ha conosciuto negli anni migliori.</p>



<p>La promozione ormai a un passo è il frutto di un campionato solido, costruito settimana dopo settimana con continuità di risultati e una rosa che ha dimostrato carattere nei momenti chiave della stagione. Lunedì potrebbe diventare il giorno della festa, quello in cui un intero territorio tornerebbe a riabbracciare la Serie B dopo anni difficili. E proprio questo entusiasmo ritrovato è uno degli elementi che più fanno sorridere la società, perché dimostra quanto la città sia pronta a sostenere un progetto di lungo periodo.</p>



<p>Ma guardando al futuro emerge anche un’altra questione, quella delle infrastrutture. Lo storico Stadio Romeo Menti resta il cuore del calcio vicentino e un simbolo per generazioni di tifosi, ma la sua capienza e la sua struttura iniziano a stare strette rispetto alle ambizioni del club. Se il percorso verso la Serie A dovesse davvero concretizzarsi nei prossimi anni, la questione di un nuovo stadio tornerebbe inevitabilmente al centro del dibattito cittadino.</p>



<p>Un impianto moderno significherebbe non solo più posti e servizi migliori per i tifosi, ma anche nuove opportunità economiche per la società e per l’intera città. È un discorso ancora tutto da sviluppare, ma nei piani della proprietà l’idea di un impianto più grande e funzionale esiste e potrebbe diventare uno dei tasselli del progetto di crescita.</p>



<p>Per ora, però, Vicenza pensa soprattutto al presente. Alla partita che può regalare la Serie B, alle bandiere biancorosse che già iniziano a comparire sui balconi e alla speranza di rivivere notti di calcio importanti. Il futuro, con i sogni di Serie A e magari un nuovo stadio, è già stato disegnato. Ma prima c’è una promozione da conquistare, quella che potrebbe riportare il sorriso definitivo su una città che aspetta questo momento da troppo tempo.</p>
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		<title>Il Festival di Sanremo ai tempi di Trump e Netanyahu</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 01 Mar 2026 09:40:09 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[CULTURA]]></category>
		<category><![CDATA[CURIOSITÀ - LIFESTYLE]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Sanremo è quella cosa per cui milioni di italiani si convincono, una volta l’anno, di essere critici musicali, esperti di luci, e già che ci siamo, anche raffinati costumisti.Un miracolo antropologico.Sono mattiniero, lo sapete.Appena apro gli occhi accendo un canale<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.tviweb.it/il-festival-di-sanremo-ai-tempi-di-trump-e-netanyahu/">Il Festival di Sanremo ai tempi di Trump e Netanyahu</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.tviweb.it">TViWeb</a>.</p>
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<p>Sanremo è quella cosa per cui milioni di italiani si convincono, una volta l’anno, di essere critici musicali, esperti di luci, e già che ci siamo, anche raffinati costumisti.<br>Un miracolo antropologico.<br>Sono mattiniero, lo sapete.<br>Appena apro gli occhi accendo un canale di news per capire se il mondo è ancora in piedi o se durante la notte qualcuno ha deciso di raderlo al suolo.<br>Questa mattina, dopo certe premesse internazionali di ieri, mi aspettavo quasi che Carlo Conti si fosse presentato in smoking e avesse annunciato: “Il Festival di Sanremo è stato vinto dal duo Trump-Netanyahu con il brano “La guerra di Donald e Bibi”.<br>Standing ovation, fuochi d’artificio, orchestra che attacca una marcia trionfale.<br>Invece no.<br>I titoli dei giornali erano tutti per i nuovi Simon &amp; Garfunkel, Ike &amp; Tina Turner, Bob Dylan &amp; Joan Baez, del Medio Oriente.<br>Un duo che la “musica” la impone sul serio, altro che Ariston.<br>E del Festival, l’evento che dovrebbe paralizzare la nazione, incollando metà degli italiani davanti allo schermo tv, inaspettatamente sulle aperture non c’è quasi traccia.<br>Delle performance geopolitiche dei due “chansonniers” non parlo.<br>La tournée è in corso, la polvere deve ancora posarsi, e dare giudizi affrettati è il modo più rapido per scrivere sciocchezze solenni.<br>Torniamo quindi alle scale dell’Ariston, che almeno lì la scenografia è finta ma dichiarata.<br>Premessa doverosa: l’ultimo Sanremo che ho seguito con una certa disciplina è quello del 1989, quando vinsero Anna Oxa e Fausto Leali con “Ti lascerò”.<br>Dopo di allora ho scelto l’astinenza.<br>Quell’atmosfera programmaticamente allegra, le discese rituali dalla scalinata come se fosse il Sinai, i cambi d’abito degni di una settimana della moda, le gag studiate al millimetro e vendute come improvvisazione geniale… non facevano per me.<br>Mi irritavano. E quando una cosa ti irrita in modo costante, forse è lei che ha un problema.<br>O forse sei tu che hai superato l’età dell’illusione collettiva.<br>Questo non significa che io detesti la musica. Anzi.<br>Le belle canzoni le ascolto volentieri, soprattutto in auto, quando nessuno mi obbliga a guardare vestiti improbabili o coreografie da villaggio turistico.<br>E guarda caso, spesso le canzoni migliori sono quelle che non salgono neppure sul podio dell’Ariston.<br>Pur non avendo seguito una sola serata, gli echi del Festival arrivano lo stesso.<br>I social sono un altoparlante permanente.<br>Così, incuriosito dagli “esperti” da divano, ho ascoltato in Rete Patty Pravo con “Opera” ed Ermal Meta con “Stella Stellina”.<br>Confesso che altri brani li ho intercettati alla radio, ma non sono mai riuscito ad arrivare in fondo. Canzoni che, se non fossero mai state scritte, la storia della musica non ne avrebbe risentito. Nessun lutto nazionale.<br>Opera, invece, ha un’altra stoffa.<br>Al di là dell’interpretazione inimitabile di Nicoletta Strambelli, il testo richiama certe suggestioni alla Battiato, con un impianto musicale armonioso e coerente.<br>Patty Pravo non poteva vincere. Lei gioca in un campionato diverso. È come invitare un professore universitario a una gara di spelling alle medie.<br>Del brano di Meta, al di là del testo palesemente politico, mi hanno colpito le musicalità balcaniche, che tradiscono con eleganza le sue origini. Un pezzo con una cifra riconoscibile, e già questo, in mezzo al mare delle basi tutte uguali, è una notizia.<br>Il vincitore, però, mi ha sorpreso.<br>“Per sempre sì” è un manifesto sentimentale, un inno all’amore eterno, con il matrimonio come apoteosi del racconto.<br>Un brano che non ha paura di essere dichiaratamente romantico.<br>Da Vinci è un artista napoletano versatile, figlio di una tradizione che porta dentro e che si sente.<br>Io ci avverto echi meroliani, una vena neomelodica che non chiede scusa a nessuno.<br>E forse è questo il punto. In mezzo a performer che spesso sembrano più recitatori su basi intercambiabili che cantanti, Sanremo 2026 ci dice che lo stile “Zappatore” non è morto.<br>Anzi. Resiste, prospera e conquista.<br>La morale? Mentre il mondo sembra diretto da una coppia di capi orchestra con il dito sempre sul grilletto, noi discutiamo di scale, outfit e acuti.<br>È un meccanismo di autodifesa collettivo. E in fondo, forse, è anche tenero.<br>Purché nessuno provi davvero a candidare Trump e Netanyahu tra i Big.<br>Lì temo che nemmeno l’orchestra di Sanremo riuscirebbe a coprire il rumore.</p>
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		<title>Sanità del Veneto-  Nominati i nuovi direttori generali delle Ulss</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 28 Feb 2026 14:50:16 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il Presidente della Regione Veneto, Alberto Stefani, ha firmato oggi i decreti di nomina dei nuovi Direttori Generali della sanità regionale. Il rinnovo riguarda tutte le Ulss territoriali, le Aziende Ospedaliere di Padova e Verona, l’Istituto Oncologico Veneto e Azienda<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<h1 class="wp-block-heading"></h1>



<p>Il Presidente della Regione Veneto, Alberto Stefani, ha firmato oggi i decreti di nomina dei nuovi Direttori Generali della sanità regionale. Il rinnovo riguarda tutte le Ulss territoriali, le Aziende Ospedaliere di Padova e Verona, l’Istituto Oncologico Veneto e Azienda Zero.</p>



<p>“Come avevamo promesso le nomine sono state varate entro il 28 febbraio”, ha dichiarato Stefani, esprimendo fiducia nelle competenze dei professionisti scelti. “Sono convinto che persone di qualità sapranno dare il meglio nelle rispettive aree di riferimento”.</p>



<p>Il governatore ha chiesto ai nuovi direttori “il massimo impegno” con una particolare attenzione alla medicina territoriale, all’innovazione tecnologica e all’umanizzazione delle cure. Un percorso che, nelle intenzioni della Regione, dovrà valorizzare esperienze diverse per individuare le soluzioni più efficaci a beneficio dei cittadini.</p>



<p>Tra le priorità indicate anche il rafforzamento del fascicolo sanitario elettronico, con l’obiettivo di rendere interoperabili i dati e favorire un dialogo sempre più efficace tra le Ulss. “A tutti i direttori generali auguro buon lavoro”, ha concluso Stefani.</p>



<p>Ecco le nomine:</p>



<p>Ulss 1 Dolomiti Giuseppe Dal Ben, commissario fino al 30 giugno 2026.<br>Ulss 2 Marca Trevigiana Giancarlo Bizzarri (nuovo).<br>Ulss 3 Serenissima Massimo Zuin (nuovo).<br>Ulss 4 Veneto Orientale Carlo Bramezza, proveniente dell’Ulss 7 Pedemontana.<br>Ulss 5 Polesana Mauro Filippi, proveniente dall’Ulss 4.<br>Ulss 6 Euganea Patrizia Benini, proveniente dall’Ulss 9 Scaligera.<br>Ulss 7 Pedemontana, Giovanni Carretta (nuovo).<br>Ulss 8 Berica, Peter Assembergs (nuovo).<br>Ulss 9 Scaligera, Pietro Girard, proveniente dall’Ulss 5.</p>



<p>Alla guida dell’Azienda Ospedale Università di Padova va Paolo Fortuna, già direttore generale dell’Ulss 6 Euganea.</p>



<p>All’Azienda Universitaria Integrata di Verona nominato Paolo Petralia (nuovo).</p>



<p>All’Istituto Oncologico Veneto Patrizia Simionato, già alla direzione dell’Ulss 8 Berica.</p>



<p>Infine a guidare Azienda Zero sarà Paolo Fattori (nuovo).</p>
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		<title>SIEME contro l’HPV: istituzioni e università unite per la prevenzione</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 13 Feb 2026 18:51:48 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[SALUTE e SANITÀ]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Roma – La prevenzione contro il Papilloma Virus Umano (HPV) torna al centro del dibattito scientifico e istituzionale con l’evento “SIEME contro l’HPV: l’università al servizio della scienza e della salute”, in programma il 4 marzo alle ore 15:00 presso<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p></p>



<p>Roma – La prevenzione contro il Papilloma Virus Umano (HPV) torna al centro del dibattito scientifico e istituzionale con l’evento “SIEME contro l’HPV: l’università al servizio della scienza e della salute”, in programma il 4 marzo alle ore 15:00 presso la Sala Polifunzionale della Presidenza del Consiglio dei Ministri, in via di Santa Maria in Via 37/B.</p>



<p>L’iniziativa si propone di rafforzare il dialogo tra istituzioni, mondo accademico e professionisti della sanità, promuovendo una cultura della prevenzione fondata su evidenze scientifiche e strategie condivise.</p>



<p>Ad aprire i lavori saranno i saluti istituzionali del Ministro della Salute, Orazio Schillaci, insieme all’Assessore regionale Luisa Regimenti, al Vicepresidente della Commissione Sanità Angelo Tripodi, al Presidente dell’Ordine dei Medici di Roma Antonio Magi e alla Presidente dell’Associazione Donne in Europa Stefania Arciello. Madrina dell’evento sarà la professoressa Brunella Orecchio Tajani.</p>



<p>Il primo approfondimento, dalle 15:30 alle 16:00, sarà dedicato al “Ruolo dei Direttori Generali ASL nella promozione della prevenzione HPV”, con un focus sulle strategie territoriali per incrementare l’adesione alle campagne vaccinali e migliorare l’accesso all’informazione.</p>



<p>Seguirà, dalle 16:00 alle 16:30, il panel “Scuola, università e prevenzione”, incentrato sull’importanza della formazione e della comunicazione scientifica tra i giovani. L’obiettivo è rafforzare il legame tra istituzioni educative e sistema sanitario, riconoscendo alla scuola e all’università un ruolo chiave nella diffusione della cultura della salute.</p>



<p>Dalle 16:30 alle 17:10 spazio al tema “Il ruolo strategico del farmacista nella profilassi vaccinale dell’HPV”. Esperti in strategie vaccinali, farmacovigilanza e discipline regolatorie analizzeranno il contributo delle farmacie come presidi di prossimità nella promozione delle campagne di immunizzazione.</p>



<p>La sessione conclusiva, dalle 17:10 alle 18:00, affronterà il tema del monitoraggio e della prevenzione dell’HPV da una prospettiva multidisciplinare. Tra gli argomenti in programma: prevenzione in età pediatrica, tumori HPV-correlati, implicazioni sulla fertilità, patologie benigne e salute orale, con particolare attenzione alla diagnosi precoce.</p>



<p>L’evento, realizzato con la collaborazione dell’Associazione Donne in Europa, si inserisce nel più ampio impegno delle istituzioni regionali e nazionali per rafforzare le politiche di prevenzione e sensibilizzazione, sottolineando come la vaccinazione e l’informazione corretta rappresentino strumenti fondamentali per la tutela della salute pubblica.</p>



<p>Per partecipare è necessario inviare una richiesta all’indirizzo assessor atouniversita@regione.lazio.it, indicando nome, cognome, luogo e data di nascita.</p>
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		<title>Matteo Miotto ed i nostri caduti insultati da Trump; zero reazioni della politica di casa nostra: inaccettabile</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 24 Jan 2026 10:30:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[IL GRAFFIO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Io c’ero quella fredda giornata del 31 dicembre 2010 quando arrivò la notizia della morte di un alpino italiano in Afghanistan: Matteo Miotto era primo caporal maggiore degli alpini di Thiene (Vicenza), e fu ucciso a 24 anni in Afghanistan,<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p></p>



<p>Io c’ero quella fredda giornata del 31 dicembre 2010 quando arrivò la notizia della morte di un alpino italiano in Afghanistan: Matteo Miotto era primo caporal maggiore degli alpini di Thiene (Vicenza), e fu ucciso a 24 anni in Afghanistan, colpito durante un conflitto a fuoco nel distretto di Gulistan. In forza al 7° reggimento, era di guardia nell&#8217;avamposto &#8220;Snow&#8221; al momento dell&#8217;attacco. Un ragazzo vicentino che perse la vita l’ultimo giorno dell’anno. Un alpino, uno di noi, mai dimenticato. Ricordo ancora il cordoglio dignitoso della famiglia mentre tutti noi stavamo fuori dalla casa di Matteo ad attendere conferme. Mai dimenticato. Fino ad oggi. Quando la memoria di Matteo è stata infangata dalla ennesima uscita di un presidente, quello americano, che non merita neanche di essere citato per nome. Non si sputa sui nostri morti, su chi ci ha lasciato onorando la bandiera e la Patria. E ci giunge fortissimo lo sdegno di tanti per il silenzio che ha accompagnato questo insulto a vittime come Matteo. Nel pezzo di Baldo spieghiamo il perché.</p>



<p>Luca Faietti</p>



<p></p>



<p></p>



<p>A Roma “li mortacci tua” non è solo un insulto.<br>E’ una maledizione laica, un modo brutale per dire: stai superando un limite, stai toccando ciò che non si tocca. I morti, appunto.<br>Ecco, le parole di Donald Trump sui militari dei Paesi Nato impegnati in Afghanistan suonano esattamente così. Non un’opinione politica, non una boutade da campagna elettorale.<br>Ma un secco, sprezzante: “li mortacci vostri”.<br>Perché quando si deridono, si sminuiscono o si liquidano come comprimari i soldati alleati degli Usa che hanno combattuto per vent’anni sotto mandato Onu, non si offende un governo.<br>Si offendono i morti.<br>E, con loro, i vivi che sono tornati a casa con una gamba in meno, una schiena spezzata o una testa che non dorme più.<br>L’Italia in Afghanistan ha lasciato sul terreno 53 militari. Cinquantatré bare avvolte nel tricolore. E oltre 700 feriti, molti dei quali segnati per sempre.<br>Altro che “retrovia”. Altro che “presenza marginale”.<br>Basta scorrere l’elenco delle missioni, dei reparti, delle province più calde – Herat, Farah, Bala Murghab – per capire che i nostri soldati erano lì dove si sparava davvero.<br>E spesso con mezzi inferiori, regole d’ingaggio più restrittive e una politica che li salutava in partenza salvo poi dimenticarsene al ritorno.<br>Su questo punto, all’estero, qualcuno ha reagito.<br>Il premier britannico Starmer ha parlato di parole offensive.<br>Veterani, famiglie, perfino membri della famiglia reale inglese hanno ricordato a Trump che la guerra afghana non è stata un picnic americano con comparse europee.<br>In Italia, invece, silenzio. Meloni zitta, tutti gli altri muti.<br>Ed è qui che la vicenda diventa politicamente imbarazzante.<br>Perché il silenzio non arriva da un governo qualunque.<br>Arriva dal governo dei “patrioti”, da chi si riempie la bocca di bandiera, onore, divisa, valori delle Forze Armate.<br>Da chi non perde occasione per farsi fotografare davanti a un picchetto d’onore o per rivendicare il rispetto dovuto ai militari.<br>E allora una domanda diventa inevitabile: il rispetto vale solo quando non disturba Washington?<br>Perché qui non si trattava di polemizzare con Trump sul commercio, sui dazi o sulla Nato come struttura politica.<br>Qui si trattava di difendere soldati italiani caduti. Uomini che hanno obbedito allo Stato, non ad un Partito. Che sono morti sotto governi di destra, di sinistra, tecnici, arcobaleno e monocromatici.<br>E invece niente. Nessuna parola. Nessuna indignazione. Nessun “così non si fa”.<br>Come se quei 53 morti fossero un dettaglio statistico sacrificabile sull’altare della realpolitik o, peggio, della sudditanza politica.<br>Trump può permettersi di lanciare il suo “li mortacci vostri” da oltreoceano, certo. È nel personaggio.<br>Ma chi governa l’Italia non può permettersi di incassarlo in silenzio.<br>Perché a forza di tacere, di minimizzare, di voltarsi dall’altra parte, si manda un messaggio chiarissimo: i nostri soldati vanno onorati solo nei discorsi ufficiali, non quando qualcuno li offende davvero.<br>E questa sì, più delle parole di Trump, è una mancanza di rispetto che grida vendetta.</p>
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		<title>Arzignano- Vicenza 1-2: beffa al fotofinish, polemiche sul recupero</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 18 Jan 2026 15:30:50 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[SPORT]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>ARZIGNANO – Derby acceso e ricco di tensione quello tra Arzignano Valchiampo e L.R. Vicenza, deciso solo nei secondi finali di un recupero lunghissimo e contestato. I biancorossi si impongono al termine di una gara che lascia forti recriminazioni in<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p>ARZIGNANO – Derby acceso e ricco di tensione quello tra Arzignano Valchiampo e L.R. Vicenza, deciso solo nei secondi finali di un recupero lunghissimo e contestato. I biancorossi si impongono al termine di una gara che lascia forti recriminazioni in casa gialloceleste.</p>



<p>Il primo tempo è combattuto ed equilibrato, con ritmi alti e diversi duelli a centrocampo. L’episodio che cambia l’inerzia della partita arriva al 34’ del secondo tempo: l’Arzignano resta in dieci uomini per l’espulsione di Lathki, costretto a lasciare il campo tra le proteste del pubblico di casa.</p>



<p>Nella ripresa il Vicenza gioca con grande ritmo e al 27’ st sblocca il risultato con Capello, bravo a finalizzare un’azione insistita dei biancorossi. L’Arzignano prova comunque a restare in partita, e al 33’ st arriva il pareggio firmato Toniolo, che sembra indirizzare definitivamente il match.</p>



<p>Quando la gara pare ormai conclusa, l’arbitro concede un recupero molto prolungato. Proprio al 53’ st arriva il secondo gol del Vicenza con Caferri, rete che fa esplodere la panchina biancorossa e scatena invece le vibranti proteste dei giocatori e dello staff dell’Arzignano, furiosi per la durata del recupero.</p>



<p>Il triplice fischio arriva subito dopo, tra fischi e tensione sugli spalti. Per il Vicenza una vittoria pesante e discussa, per l’Arzignano una sconfitta amarissima che chiude un derby destinato a far parlare a lungo.</p>



<p>Al triplice fischio il direttore di gara viene accerchiato dai giocatori del Grifo, furiosi per il recupero extra. A fatica si riporta la calma mentre i biancorossi festeggiano sotto lo spicchio riservato ai 500 tifosi del Lane. </p>



<p></p>
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		<item>
		<title>Vicenza Oro, l’altra faccia di una fiera di poco successo per il territorio!</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 17 Jan 2026 14:11:42 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[IL GRAFFIO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>È partita nel quartiere fieristico di Italian Exhibition Group, Vicenzaoro January 2026, uno degli appuntamenti di riferimento a livello globale per l’industria del gioiello. La manifestazione inaugura il calendario internazionale delle fiere di settore e si presenta con numeri consolidati: oltre 1.300<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>È partita nel quartiere fieristico di Italian Exhibition Group, Vicenzaoro January 2026, uno degli appuntamenti di riferimento a livello globale per l’industria del gioiello. La manifestazione inaugura il calendario internazionale delle fiere di settore e si presenta con numeri consolidati: oltre 1.300 brand espositori, il 40% dei quali esteri, provenienti da 30 Paesi.</p>



<p>Eppure.</p>



<p>Per anni la Fiera dell’Oro di Vicenza è stata sinonimo di eccellenza, centralità e visione. Un appuntamento capace di dettare le linee del settore orafo-gioielliero internazionale, attirando buyer, aziende, designer e media da tutto il mondo. Oggi, però, il suo peso appare ridimensionato, e il declino – lento ma costante – è percepibile tanto dagli addetti ai lavori quanto dagli operatori storici del comparto.</p>



<p>Uno dei segnali più evidenti è la progressiva riduzione di eventi collaterali realmente incisivi. Conferenze di alto profilo, momenti di confronto culturale, contaminazioni con moda, design e arte sono diventati più rari o poco riconoscibili. La fiera sembra aver perso quella capacità di raccontarsi e di produrre contenuti che vadano oltre la semplice esposizione commerciale. In un contesto in cui le manifestazioni fieristiche competono anche sul piano dell’esperienza e della narrazione, questa mancanza pesa in modo significativo.</p>



<p>A questo si aggiunge l’assenza di vere “star” del settore. Le grandi firme internazionali, i designer capaci di catalizzare attenzione, le personalità in grado di generare eco mediatica non trovano più a Vicenza una tappa obbligata. Senza nomi forti dello showbiz a fare da traino, l’attrattività dell’evento si indebolisce, così come l’interesse della stampa specializzata e non e dei buyer internazionali, sempre più selettivi nelle loro scelte.</p>



<p>Il progetto di rilancio affidato a Italian Exhibition Group avrebbe dovuto rappresentare una svolta. L’idea di inserire Vicenza in una strategia fieristica integrata, capace di valorizzarne la storia e allo stesso tempo proiettarla in una dimensione globale, resta però in gran parte sulla carta. La percezione diffusa è quella di una fiera gestita più in chiave amministrativa che strategica, priva di una visione forte e distintiva. E poco collegata alla città, poco sinergica nel rafforzare il connubio col</p>



<p>territorio. Le sinergie promesse non si sono ancora tradotte in un reale riposizionamento internazionale.</p>



<p>Il contesto globale, nel frattempo, corre veloce. Le fiere di riferimento si trasformano in piattaforme ibride, investono su contenuti, community, innovazione digitale e storytelling. Vicenza, che un tempo anticipava i trend, oggi sembra inseguirli, perdendo progressivamente quella leadership che l’aveva resa unica.</p>



<p>Il declino della Fiera dell’Oro di Vicenza non è dunque il risultato di una singola mancanza, ma di una somma di scelte prudenti, di occasioni mancate e di una visione che fatica a emergere. Non si tratta di una crisi irreversibile, ma di una fase che impone una riflessione profonda. Senza un cambio di passo deciso, fatto di coraggio progettuale, contenuti di alto livello e protagonisti capaci di ridare centralità all’evento, il rischio è quello di restare una fiera importante per la sua storia, ma sempre meno decisiva per il futuro del settore.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>E se gli USA invadessero l’Italia?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 06 Jan 2026 08:41:52 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[POLITICA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Da quando il mondo è&#160;venuto a conoscenza dell’operazione con cui gli Stati Uniti hanno attaccato il Venezuela,&#160;catturato&#160;e portato in manette a New York&#160;il presidente Maduro e la moglie,&#160;si susseguono dichiarazioni di ogni tipo da parte di leader mondiali, opinionisti,&#160;persone&#160;sui&#160;vari&#160;social. In<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p></p>



<p></p>



<p></p>



<p>Da quando il mondo è&nbsp;venuto a conoscenza dell’operazione con cui gli Stati Uniti hanno attaccato il Venezuela,&nbsp;catturato&nbsp;e portato in manette a New York&nbsp;il presidente Maduro e la moglie,&nbsp;si susseguono dichiarazioni di ogni tipo da parte di leader mondiali, opinionisti,&nbsp;persone&nbsp;sui&nbsp;vari&nbsp;social.</p>



<p>In generale&nbsp;è unanime&nbsp;la considerazione che sia&nbsp;stato destituito un dittatore,&nbsp;che ha&nbsp;istituito un regime repressivo,&nbsp;adottato la violenza per cancellare&nbsp;libertà civili e democratiche, impoverito il popolo,&nbsp;privandolo&nbsp;anche dei più basilari&nbsp;mezzi di sostentamento&nbsp;per&nbsp;arricchire pochi privilegiati,&nbsp;distribuito&nbsp;ricchezza solo fra alcune classi elitarie,&nbsp;favorito il narcotraffico per alimentare questa deriva di accumulazione di potere e&nbsp;guadagni.</p>



<p>Dove si distingue la valutazione sulla&nbsp;iniziativa di Trump&nbsp;è sul metodo adottato per raggiungere questo scopo.</p>



<p>Una considerazione che si fonda sul semplice,&nbsp;ma fondamentale distinguo&nbsp;se uno Stato, qualunque esso sia, possa&nbsp;arrogarsi&nbsp;il diritto di invadere un altro Stato, prendere in custodia, per qualcuno arrestare, per altri rapire,&nbsp;il suo presidente e decidere di assumerne il governo.</p>



<p>Diritto sancito nelle norme&nbsp;internazionali.</p>



<p>Sotto questo profilo&nbsp;si ascoltano varie opinioni.</p>



<p>L’atto del presidente degli Stati Uniti&nbsp;qualcuno può decidere di accettarlo,&nbsp;perché&nbsp;risponde a interessi superiori,&nbsp;come la lotta al narcotraffico, che ovviamente per molti&nbsp;altri è solo un pretesto per nascondere il vero interesse degli Stati&nbsp;Uniti di&nbsp;accaparrarsi le risorse petrolifere venezuelane. Cosa che&nbsp;riduce&nbsp;l’operazione&nbsp;a un&nbsp;colossale,&nbsp;ma anche molto banale,&nbsp;furto.</p>



<p>Qualcun altro può sostenere che non&nbsp;è diverso da altri&nbsp;atti&nbsp;che sono stati condannati&nbsp;o non condannati,&nbsp;dicendo che&nbsp;l’Occidente&nbsp;contesta&nbsp;la tentata invasione dell’Ucraina da parte della Russia, ma non ha&nbsp;preso analoga posizionead&nbsp;esempio&nbsp;sulle campagne, sempre guidate dagli Stati Uniti, contro l’Afghanistan e la Libia.</p>



<p>Cosa,&nbsp;comunque,&nbsp;non del tutto vera,&nbsp;perché molta parte dell’opinione pubblica occidentale ha&nbsp;contestato&nbsp;in modo molto veemente quelle iniziative,&nbsp;proprio perché&nbsp;non rispondevano alle norme internazionali.</p>



<p>Esiste però una considerazione che&nbsp;non è in alcun modo opinabile.</p>



<p>Ma è un fatto.</p>



<p>Nell’ambito di una logica&nbsp;democratica&nbsp;l’iniziativa del presidente&nbsp;Trump è&nbsp;del tutto illegale e antidemocratica.</p>



<p>La democrazia non consiste solo, infatti, nella possibilità di&nbsp;tutti di partecipare al voto, ma anche,&nbsp;se non soprattutto,&nbsp;nel&nbsp;suo radicamento nello&nbsp;Stato di Diritto e&nbsp;in&nbsp;un sistema di equilibrio fra&nbsp;il potere esecutivo, quello legislativo e quello giudiziario.</p>



<p>Queste condizioni sono connaturate a un&nbsp;sistema democratico, perché lo Stato di Diritto&nbsp;attribuisce a ogni persona&nbsp;il diritto di esercitare la sua libertà individuale, nei limiti della legge, senza che la stessa gli possa essere privata da un&nbsp;altro soggetto perché più forte, sotto il profilo economico, o quello fisico, o di dotazione di armi o di possibilità&nbsp;di esercizio&nbsp;del&nbsp;suo ruolo gerarchico.</p>



<p>E il potere giudiziario nella sua autonomia può incriminare&nbsp;chiunque, anche un Capo di Stato,&nbsp;privi un cittadino dei suoi diritti.</p>



<p>Questi elementi basilari di una democrazia sono gli stessi che ispirano le norme di convivenza fra gli Stati e sono sanciti nelle norme di diritto internazionale e nella istituzione di organi giudiziari sovranazionali come la Corte Penale Internazionale, che, al pari dei mandati emessi contro Putin e Netanyahu, avrebbe quindi titolo a accusare Maduro di narcotraffico internazionale, richiamandolo alle sue responsabilità penali personali, per farlo legittimamente arrestare, senza che ciò implicasse di  invadere o annettere il Venezuela.</p>



<p>Certo gli&nbsp;Stati possono decidere di&nbsp;non adottare i provvedimenti della Corte Penale Internazionale,&nbsp;come ha fatto l’Italia non arrestando il&nbsp;comandante della polizia giudiziaria libica&nbsp;Almansri, perché accusato di torture e di&nbsp;traffico di esseri umani&nbsp;o lasciando che Netanyahu sorvolasse i cieli italiani per rientrare dal suo viaggio negli Stati Uniti.</p>



<p>Allo stesso tempo&nbsp;il presidente&nbsp;Trump può&nbsp;ricevere il presidente Putin sul suo territorio&nbsp;o attaccare il Venezuela, facendo&nbsp;propria l’affermazione del ministro degli Esteri italiano&nbsp;Tajani per cui il diritto internazionale&nbsp;“vale fino a&nbsp;un certo punto”,&nbsp;quando il governo israeliano ha violato qualsiasi norma di&nbsp;diritto,&nbsp;assaltando le barche della&nbsp;Global Sumud&nbsp;Flottila&nbsp;in acque internazionali.</p>



<p>Ma una cosa è certa, ogni volta che questi atti sono compiuti da regimi non democratici ciò rientra nella logica della propria impostazione, ma se a farlo sono Paesi democratici in quel momento stanno negando la propria essenza.</p>



<p>Senza essere ipocriti, è evidente che esistono molteplici interessi in gioco e rapporti di forza per cui diventa complicato se non impossibile impedire queste azioni a un Paese come gli Stati Uniti, ma allo stesso tempo diventa complicità negare la verità innegabile, che Trump ha compiuto un atto illegale e non democratico, dal momento che non ha riconosciuto le basi delle norme internazionali cui i sistemi democratici si ispirano.</p>



<p>Una cosa è essere nell’impossibilità di impedire un atto,&nbsp;ma contestarlo, avviare ogni iniziativa&nbsp;diplomatica, possibilmente di matrice europea, pressione dell’opinione pubblica, denuncia, richiamo alle&nbsp;norme,&nbsp;altra cosa è considerarlo legittimo, legale o democratico.</p>



<p>Perché sostenerlo significa sostenere una cosa falsa.</p>



<p>Ma soprattutto significa accettarne la logica, aprendo la possibilità che&nbsp;possa essere reiterato senza alcun limite.</p>



<p>Potrebbe avvenire&nbsp;se la Cina invadesse&nbsp;Taiwan, come minaccia da tempo di fare, o se gli Stati Uniti decidessero di attaccare la Groenlandia, secondo quanto già più volte&nbsp;proclamato da Trump&nbsp;e ribadito&nbsp;nelle ore dopo l’operazione in Venezuela.</p>



<p>Sarebbe a quel punto da&nbsp;capire chi considera legittimo l’attacco al Venezuela, perché Maduro sosteneva il narcotraffico,&nbsp;cosa potrebbe sostenere per considerareallo stesso modo quello alla Groenlandia.&nbsp;Forse un Paese&nbsp;che smercia ghiaccio illegalmente.</p>



<p>E se un giorno al presidente degli Stati Uniti venisse in mente di annettersi l’Italia per sfruttarne l’enorme valore artistico e paesaggistico,&nbsp;a quale legge o norma internazionale chi considera legittimo&nbsp;e democraticol’attacco al&nbsp;Venezuela potrebbe aggrapparsi?</p>
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		<title>Usa contro Europa, è rischio guerra se Trump attaccherà la Groenlandia (danese)?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 05 Jan 2026 13:28:13 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
		<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La domanda è sempre più ricorrente e gli scenari che si aprirebbero hanno quasi dell’apocalittico per un mondo che da 80 anni si regge su alleanze consolidate nel mondo Occidentale; se Trump attaccasse la Groenlandia che è della Danimarca, attacca<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p><br>La domanda è sempre più ricorrente e gli scenari che si aprirebbero hanno quasi dell’apocalittico per un mondo che da 80 anni si regge su alleanze consolidate nel mondo Occidentale; se Trump attaccasse la Groenlandia che è della Danimarca, attacca di fatto un Paese della Unione Europea e quindi entra in guerra l’Europa?</p>



<p>In linea teorica, se gli Stati Uniti guidati da Donald Trump attaccassero militarmente la Groenlandia, che è territorio del Regno di Danimarca, si tratterebbe di un’aggressione armata contro uno Stato sovrano europeo. La Danimarca è infatti membro sia dell’Unione Europea sia della NATO, e questo rende la questione molto più complessa di un semplice conflitto bilaterale.</p>



<p>Dal punto di vista dell’Unione Europea, un attacco armato contro uno Stato membro può attivare l’articolo 42.7 del Trattato sull’Unione Europea, che prevede un obbligo di assistenza e difesa reciproca. Questo non significa automaticamente “guerra europea” nel senso classico, ma impone agli altri Stati membri di fornire aiuto con i mezzi che ritengono appropriati, che possono essere militari, logistici o politici. L’UE, tuttavia, non è un’alleanza militare strutturata come la NATO e le sue risposte dipendono sempre da decisioni politiche prese all’unanimità o quasi.</p>



<p>Il nodo più delicato sarebbe però proprio la NATO. Sia gli Stati Uniti sia la Danimarca ne fanno parte, e l’articolo 5 dell’Alleanza prevede la difesa collettiva in caso di aggressione esterna. Un attacco di un membro NATO contro un altro membro è uno scenario che i trattati non contemplano esplicitamente. In pratica, la NATO entrerebbe in una crisi politica senza precedenti: l’articolo 5 non verrebbe automaticamente applicato contro gli Stati Uniti, ma l’Alleanza sarebbe paralizzata da divisioni interne enormi, con fortissime pressioni diplomatiche per fermare immediatamente il conflitto.</p>



<p>Va anche considerato che la Groenlandia, pur facendo parte del Regno di Danimarca, gode di ampia autonomia e non è parte integrante dell’UE come territorio (anche se la Danimarca lo è). Questo non cambia però il dato fondamentale: un’azione militare contro la Groenlandia sarebbe percepita come un attacco alla sovranità danese. Le conseguenze più probabili non sarebbero una guerra totale Europa–USA, ma una combinazione di sanzioni, isolamento politico, rottura di trattati e una gravissima crisi dell’ordine occidentale, con l’Europa costretta a schierarsi politicamente a difesa di uno Stato membro, anche se con grande cautela sul piano militare.</p>



<p>In sintesi, sì: un attacco alla Groenlandia equivarrebbe di fatto a un attacco a un Paese europeo, ma non porterebbe automaticamente a una guerra armata tra Europa e Stati Uniti. Porterebbe però quasi certamente alla più grave crisi politica e strategica tra alleati occidentali dalla fine della Seconda guerra mondiale, con effetti destabilizzanti globali.</p>
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		<title>Street TG: informazione locale che fa la differenza. I numeri e l’affidabilità di Tviweb</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 05 Jan 2026 10:10:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
		<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[IL GRAFFIO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>In un’epoca in cui la velocità dell’informazione rischia spesso di compromettere l’accuratezza, Tviweb rappresenta un punto di riferimento solido e riconoscibile per l’informazione locale in Veneto. Il suo Street TG è il cuore pulsante di un progetto editoriale che unisce<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p>In un’epoca in cui la velocità dell’informazione rischia spesso di compromettere l’accuratezza, Tviweb rappresenta un punto di riferimento solido e riconoscibile per l’informazione locale in Veneto. Il suo Street TG è il cuore pulsante di un progetto editoriale che unisce presenza sul territorio, verifica delle fonti e una diffusione capillare delle notizie.</p>



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		<title>Arriva la Befana, la “vecia” di noi veneti</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 05 Jan 2026 07:39:20 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
		<category><![CDATA[CURIOSITÀ - LIFESTYLE]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>“La befana vien de note, co le scarpe tute rote, col vestito da romana, la befana xe me mama”.Credo che nessun veneto di una certa età possa dire di non avere mai sentito questa filastrocca che, con qualche variante (col<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p>“La befana vien de note, co le scarpe tute rote, col vestito da romana, la befana xe me mama”.<br>Credo che nessun veneto di una certa età possa dire di non avere mai sentito questa filastrocca che, con qualche variante (col vestito da furlana, col capèlo alla romana ecc.), una volta era diffusa come poche altre nel nostro territorio.<br>Va detto subito: la Befana non è una figura “nazionale” nel senso pieno del termine.<br>Vive soprattutto in alcune aree del Paese, in particolare nell’Italia settentrionale, ed il Veneto è una delle sue patrie storiche.<br>Come tutte le figure leggendarie che resistono al tempo, anche la Befana affonda le sue radici molto più indietro di quanto siamo soliti pensare.<br>Secondo interpretazioni ampiamente condivise, la sua origine va cercata nella figura celtica di Perchta, assimilabile a divinità e personaggi mitici simili: Frigg in Scandinavia, Holda nell’Europa del Nord, Bertha in Gran Bretagna, Berchta in Austria, Svizzera, Francia e Nord Italia.<br>Figure diverse, ma con un tratto comune: la personificazione femminile della natura invernale.<br>Ovunque, questa “vecchia” era rappresentata allo stesso modo: gobba, naso adunco, capelli bianchi e scarmigliati raccolti in un fazzolettone pesante – niente cappello a punta da strega anglosassone – vestita di stracci, con uno sciarpone, scarpe rotte ed una scopa, rigorosamente volante.<br>Un’icona che ha attraversato i secoli senza perdere forza simbolica.<br>Come spesso è accaduto alle credenze pre-cristiane europee, anche questo mito fu inizialmente combattuto dalla Chiesa, che lo bollò come residuo di pratiche pagane, quando non apertamente sataniche.<br>Ma la “demonizzazione” non bastò a cancellarne la memoria.<br>La vecchia resistette, si adattò, ed alla fine venne in qualche modo assorbita, reinterpretata, quasi addomesticata.<br>Il cattolicesimo finì per tollerarla, individuando nella Befana una sorta di ambivalenza tra bene e male.<br>E così, nel tentativo di “cristianizzarla”, nacque la leggenda che la collega ai Re Magi.<br>Si racconta che durante il viaggio verso Betlemme, i tre Re chiesero indicazioni ad una vecchia. Lei rifiutò di accompagnarli, ma subito dopo, pentita, preparò un sacco di doni e si mise a cercarli. Non li trovò mai. Da allora, nella notte tra il 5 e il 6 gennaio, vola di casa in casa, scende dai camini e riempie le calze dei bambini: dolci per i buoni, carbone – o cenere – per i monelli.<br>Sempre alla ricerca del Bambino Gesù, sempre in ritardo di un soffio.<br>Scendendo lungo la penisola, però, la Befana ha trovato una concorrenza agguerrita: San Nicola, poi diventato Santa Claus e infine Babbo Natale; Gesù Bambino; Santa Lucia.<br>Figure diverse che, poco alla volta, le hanno sottratto spazio e centralità.<br>Sono passati tanti anni, ma veramente tanti, da quando anch’io aspettavo con ansia la notte del 5 gennaio, la notte dell’Epifania.<br>La sera prima era d’obbligo preparare un piccolo rinfresco: un piatto, un po’ di pane con quel che c’era, un bicchiere, acqua e vino.<br>Già, anche il vino, perché la Befana che volava nei cieli veneti non era astemia.<br>Così ci dicevano i grandi.<br>Si andava a letto agitati, tendendo l’orecchio ad ogni minimo rumore. Sotto le coperte si faceva il bilancio dell’anno: se ci si era comportati bene, qualche regalo sarebbe arrivato; altrimenti, carbone.<br>Dicembre, in particolare, era il mese del “ricatto educativo”: fai il bravo, o la Befana se ne ricorderà.<br>Naturalmente, il giudizio dei bambini era sempre indulgente con se stessi.<br>Le speranze venivano affidate alla classica lettera alla Befana, dove accanto alla lista dei desideri compariva la solenne promessa di essere buoni per l’anno successivo.<br>Le sensazioni di quelle notti sono ancora vive.<br>Mio padre mi raccontava che l’ultimo anno in cui la Befana “visitò” casa nostra ebbe non poche difficoltà a muoversi in cucina, perché io e mia sorella eravamo talmente eccitati che mia madre dovette presidiare la nostra stanza da letto per evitare che scoprissimo la verità: che la Befana aveva le fattezze di mamma o papà.<br>Scoprire che non esisteva davvero, almeno come l’avevamo immaginata, era un piccolo rito di passaggio, un modo per diventare grandi.<br>Ma vedere anche oggi il volto di un bambino che scarta i regali la mattina del 6 gennaio resta per me qualcosa di impagabile, quasi magico.<br>Un momento che non dovrebbe essere negato a nessuno.<br>Va anche detto, senza nostalgia di maniera, che la Befana era più sentita quando si era più poveri.<br>In Veneto non c’era Babbo Natale. C’era solo lei.<br>E i doni erano quelli che allora i genitori potevano offrire ai propri figli.<br>Niente camerette piene di giochi, ma tanta attesa, tanta immaginazione.<br>Capisco che per i più giovani tutto questo possa suonare come una favola.<br>E invece era realtà.<br>Una realtà in cui l’attesa, il desiderio, contavano quanto, se non più, delle cose materiali.<br>Oggi tutto questo rischia di sembrare archeologia sentimentale.<br>I bambini hanno tutto, subito, sempre. Camerette piene, desideri esauditi prima ancora di essere formulati. E forse proprio per questo sognano meno.<br>La Befana appartiene ad un Veneto povero, sì, ma non misero.<br>Un Veneto dove l’attesa contava più dell’oggetto.<br>Tenersi stretta la Befana, oggi, non è folklore.<br>È identità. È memoria di un tempo in cui si aveva poco, ma lo si aspettava con il cuore in gola.<br>È ricordarsi che non tutto deve essere luccicante per essere prezioso.<br>La vecia che vola nella notte con la scopa non porta solo dolci o carbone.<br>Porta un’idea di mondo: sobria, concreta, solidale.<br>Un mondo che forse non tornerà, ma che vale la pena ricordare.<br>E, quando si può, raccontare ai bambini.<br>Perché senza sogni, anche in Veneto, si diventa tutti un po’ più poveri.<br>Umberto Baldo</p>
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		<title>Vicentini e il sesso: quante volte in un mese?</title>
		<link>https://www.tviweb.it/vicentini-e-il-sesso-quante-volte-in-un-mese/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 04 Jan 2026 13:15:56 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Erotico Vicentino]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>A Vicenza, tra una passeggiata sotto i portici palladiani e un aperitivo ben fatto, l’amore trova comunque il suo spazio. Ma quante volte fanno sesso in un mese i vicentini? Premessa d’obbligo: non esiste un censimento ufficiale sotto le lenzuola,<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p>A Vicenza, tra una passeggiata sotto i portici palladiani e un aperitivo ben fatto, l’amore trova comunque il suo spazio. Ma quante volte fanno sesso in un mese i vicentini? Premessa d’obbligo: non esiste un censimento ufficiale sotto le lenzuola, quindi prendiamo questa statistica come un gioco leggero, costruito mettendo insieme dati nazionali, sondaggi sul costume e un pizzico di ironia molto veneta.</p>



<p>Secondo le medie più citate, una coppia stabile fa sesso tra le 6 e le 8 volte al mese, con variazioni importanti legate all’età, allo stress lavorativo e alla durata della relazione. Applicando questi numeri al contesto vicentino, famoso per la laboriosità e per l’agenda sempre piena, il risultato è curioso: nei mesi “normali” i vicentini si attesterebbero intorno alle 5–7 volte al mese. Non poco, considerando che spesso la sveglia suona presto e la giornata è lunga. Nei periodi più rilassati, come l’estate o le vacanze, la media salirebbe tranquillamente a 8–10, mentre nei mesi più intensi sul fronte lavoro qualcuno ammetterebbe, sorridendo, di scendere a 3–4.</p>



<p>L’età fa la sua parte. Tra i 20 e i 30 anni, anche a Vicenza, il ritmo è decisamente più sostenuto, con picchi che possono arrivare a una dozzina di volte al mese. Tra i 30 e i 45 anni la frequenza si stabilizza, spesso sacrificata a figli, mutui e responsabilità, ma compensata da una maggiore qualità e complicità. Dopo i 50, i numeri calano un po’, ma non spariscono affatto: molti vicentini raccontano una vita intima più calma ma più serena, libera dall’ansia della performance.</p>



<p>C’è poi l’aspetto culturale, che rende il tutto ancora più divertente. Il vicentino medio non ama vantarsi, quindi se gli chiedi “quante volte?”, probabilmente risponderà con un’alzata di spalle e un “el giusto”. Tradotto in numeri, “el giusto” sembra voler dire abbastanza da stare bene, ma non così tanto da arrivare stanchi al lavoro il giorno dopo. In fondo, anche sotto le lenzuola vale una certa idea di equilibrio, concreta e senza eccessi.</p>



<p>Alla fine, che siano 4, 7 o 10 volte al mese, la vera statistica che conta è un’altra: la soddisfazione. E su questo, a giudicare dai sorrisi complici e dalla discrezione tipica del territorio di Vicenza, i vicentini sembrano cavarsela piuttosto bene.</p>
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		<item>
		<title>2026: le dieci cose che non vorrei nel nuovo anno</title>
		<link>https://www.tviweb.it/2026-le-dieci-cose-che-non-vorrei-nel-nuovo-anno/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 04 Jan 2026 12:05:37 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[IL GRAFFIO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Si parla spesso di desideri, promesse e buoni propositi, ma a volte è più onesto e forse più utile partire da ciò che non vorremmo più vedere. Per il 2026 io non vorrei, prima di tutto, un mondo che continui<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p>Si parla spesso di desideri, promesse e buoni propositi, ma a volte è più onesto e forse più utile partire da ciò che non vorremmo più vedere. Per il 2026 io non vorrei, prima di tutto, un mondo che continui a considerare la guerra una soluzione accettabile, normalizzando la distruzione e il dolore come se fossero effetti collaterali inevitabili della politica. Non vorrei un pianeta che prosegue indisturbato verso il collasso ambientale, mentre si moltiplicano le conferenze, le parole solenni e gli impegni disattesi, e il tempo reale della natura scorre molto più veloce di quello dei governi. Non vorrei un’Italia rassegnata, che ha smesso di indignarsi e di pretendere, dove l’ingiustizia diventa abitudine e la precarietà viene raccontata come flessibilità. Non vorrei una società in cui la disinformazione e l’odio viaggiano più rapidi della conoscenza, alimentati da algoritmi che premiano lo scontro e semplificano la complessità fino a renderla caricatura. Non vorrei un’economia che continua a produrre disuguaglianze sempre più profonde, in cui pochi accumulano ricchezze smisurate mentre molti faticano a vivere dignitosamente pur lavorando. Non vorrei che la politica restasse prigioniera di slogan, personalismi e paure costruite ad arte, incapace di visione e di coraggio, soprattutto quando si tratta di investire sui giovani e sul futuro. Non vorrei un’Italia che perde i suoi talenti perché non sa o non vuole offrir loro spazio, fiducia e prospettive, trasformando l’emigrazione in una scelta obbligata invece che libera. Non vorrei una cultura ridotta a ornamento, considerata un lusso superfluo e non una necessità, mentre scuole, biblioteche e luoghi di sapere vengono impoveriti o lasciati soli. Non vorrei un mondo che tratta le persone  come numeri o problemi, dimenticando che dietro ogni essere umano ci sono storie, diritti e speranze. E infine non vorrei arrivare al 2026 con la sensazione di aver sprecato un altro anno aspettando che qualcosa cambiasse da solo, senza assumerci la responsabilità, individuale e collettiva, di provare davvero a cambiare direzione.<br></p>
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		<title>Fine delle regole: Trump, Maduro e il nuovo ordine del rischio globale</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 04 Jan 2026 09:20:13 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[POLITICA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Con l’annuncio della cattura di Nicolás Maduro gli Stati Uniti hanno fatto qualcosa di molto più rilevante di un’operazione contro un regime isolato. Hanno attraversato una soglia. Una di quelle che per anni si fingono inesistenti, coperte da formule eleganti<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p></p>



<p>Con l’annuncio della cattura di Nicolás Maduro gli Stati Uniti hanno fatto qualcosa di molto più rilevante di un’operazione contro un regime isolato. Hanno attraversato una soglia. Una di quelle che per anni si fingono inesistenti, coperte da formule eleganti – “multilateralismo”, “regole condivise”, “comunità internazionale” – finché qualcuno decide di dire la verità con un fatto.<br>Oggi quella finzione è saltata.<br>Un Presidente americano in carica rivendica apertamente un blitz militare diretto, senza mandato internazionale, senza una guerra dichiarata, con un obiettivo politico esplicito: rimuovere un regime.<br>Non è solo il dossier Venezuela a essere riscritto. È il manuale del rischio globale che cambia edizione.<br>Il nuovo messaggio è brutale, ma chiarissimo: quando serve, Washington agisce (ed agira?) da egemone sovrano. Le istituzioni si aggirano. Il diritto internazionale diventa opzionale. La deterrenza non passa più da sanzioni lente o da proxy logori, ma da atti diretti, chirurgici, irreversibili.<br>Non è una questione morale. È una questione di potere operativo.<br>Per Iran, Corea del Nord, Russia e per l’intero mondo BRICS che sogna multilateralismo e binari monetari alternativi, il segnale è inequivocabile: la distanza geografica non è più una protezione e l’ambiguità strategica americana è finita.<br>L’ordine globale non è più fondato sulla previsione delle regole, ma sulla velocità della decisione.<br>In America Latina l’effetto sarà tellurico. Ogni governo dovrà ricalcolare le proprie garanzie di sicurezza, l’esposizione al dollaro, il rischio politico interno.<br>Altra lezione che emerge con crudezza: l’autoritarismo non protegge più, espone. E lo fa in dollari, petrolio e Credit Default Swaps<br>Questa non è escalation. È un cambio di fase.<br>La storia ha appena accelerato.<br>Dentro questo terremoto geopolitico si muove, spaesata, una parte della sinistra occidentale – e italiana in particolare – che per anni ha difeso, giustificato o minimizzato il regime venezuelano in nome di un antiamericanismo radicale e di un fantomatico “socialismo caraibico”.<br>Oggi quello schema salta, insieme a Maduro.<br>E qui a mio avviso sta il punto politico vero, spesso rimosso: il “socialismo autoritario” di Maduro non è mai stato un’anomalia tattica, ma una contraddizione teorica.<br>Contraddiceva i fondamenti stessi del pensiero socialista moderno, per il quale la libertà non è un accessorio dell’uguaglianza, ma la sua pre-condizione<br>Il cuore del sistema madurista è sempre stato la delegittimazione totale dell’opposizione. Ogni dissenso trasformato in tradimento. Ogni movimento democratico ridotto a strumento dell’“estrema destra” o del “colonialismo americano”.<br>La persecuzione di María Corina Machado – leader di Vente Venezuela e premio Nobel per la Pace 2025 – ne è il simbolo più limpido.<br>Accusata di cospirazione, criminalizzata come agente straniero, usata per costruire una narrazione tossica che equipara la libertà politica all’imperialismo.<br>È una logica che nulla ha a che fare con la tradizione della sinistra italiana.<br>Da Gramsci a Bobbio, da Rosselli a Togliatti, la trasformazione sociale è sempre stata pensata come ampliamento della libertà, della cultura civile, della partecipazione.<br>Il modello venezuelano, che confondeva il Popolo con il Partito, e lo Stato con l’apparato di sicurezza, era dunque antitetico alla nostra storia politica, della sinistra democratica europea.<br>Il madurismo non era la continuità del socialismo: era la sua negazione autoritaria e criminalizzata.<br>Non era un’alternativa al neoliberismo, ma la sua immagine speculare: un sistema oligarchico criminale, retto dal clientelismo, dalla violenza e – sempre più spesso – dal narcotraffico.<br>Difendere la democrazia venezuelana non significa aderire all’imperialismo americano. Significa difendere la stessa idea di libertà che in Europa pose fine al nazifascismo.<br>E forse questa vicenda costringe la sinistra a una resa dei conti necessaria: smettere di confondere l’antiamericanismo con l’emancipazione, ed il potere autoritario con il socialismo.<br>Solo una sinistra che sappia tenere insieme giustizia sociale, diritti umani e legalità democratica può ancora dirsi erede di una grande tradizione.<br>Tutto il resto è ideologia di copertura.<br>Ed oggi, anche quella è stata “catturata”.</p>
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		<title>Arcugnano, gestione dispotica e Comune bloccato: ecco i perché della crisi!</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 03 Jan 2026 11:55:28 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
		<category><![CDATA[OVEST VICENTINO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>.«Le nostre dimissioni non sono state un gesto improvviso né una reazione emotiva, ma l’esito inevitabile di una crisi politica e amministrativa profonda, che si è sviluppata nel tempo ed è ormai evidente a tutta la comunità di Arcugnano.” È<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p><br>.<br>«Le nostre dimissioni non sono state un gesto improvviso né una reazione emotiva, ma l’esito inevitabile di una crisi politica e amministrativa profonda, che si è sviluppata nel tempo ed è ormai evidente a tutta la comunità di Arcugnano.” <br></p>



<p>È ciò che affermano 4 dei consiglieri dimissionari,Zucconi, Vicari, Bruscato ed Artolozzi.</p>



<p>“Il voto al bilancio è stato espresso esclusivamente per senso di responsabilità verso i cittadini e per evitare che il Comune subisse ulteriori danni. Quel passaggio non rappresentava una fiducia politica, ma un atto dovuto. Già allora, infatti, era chiaro che il rapporto con il Sindaco era compromesso in modo irreversibile e che non esistevano più le condizioni minime per un’amministrazione condivisa. Le dimissioni degli assessori Matteo Bruscato ed Enrico Maria Zucconi si collocano nella stessa identica traiettoria politica. Entrambi sono stati progressivamente svuotati di autonomia, di spazi decisionali e di libertà di azione, all’interno di un modello di governo sempre più accentrato e chiuso. Le dimissioni di Matteo Bruscato, inoltre, si inseriscono in questo percorso come un atto di responsabilità e generosità politica, compiuto anche per dare una scossa positiva al gruppo e favorire la nomina di Moreno Vicari, quinto eletto per una manciata di preferenze, nella convinzione di poter garantire continuità ed energie nuove. Un tentativo di rilancio che si è però arenato rapidamente a causa di veti interni, di fatto avvallati dal Sindaco, rendendo evidente l’impossibilità di proseguire su quella strada. Un metodo che dunque non tollerava il confronto, né sul piano politico né su quello umano, e che ha reso impossibile svolgere il proprio ruolo con dignità e responsabilità. Questo approccio ha avuto conseguenze evidenti anche sul funzionamento dell’amministrazione. Negli ultimi mesi il confronto si è di fatto azzerato, mentre le decisioni venivano concentrate in poche mani. Il clima interno è peggiorato, alimentato da dichiarazioni pubbliche del Sign. Carollo, spesso offensive e delegittimanti nei confronti di chi fino a poco prima faceva parte della stessa squadra di governo. Sul piano amministrativo, Arcugnano è entrata in una fase di sostanziale immobilismo. Investimenti e lavori pubblici sono rimasti bloccati, in attesa degli sviluppi sul maxi cantiere della scuola Foscolo. Anche su questo tema è doveroso essere chiari: l’unico canale istituzionale concreto con il Governo è stato attivato grazie all’iniziativa diretta dell’assessore Zucconi, mentre l’azione complessiva dell’amministrazione guidata dal Sign. Carollo si è limitata a una gestione confusa e alla ricerca di responsabilità esterne. Le reazioni successive del Sign. Carollo alle dimissioni non fanno che confermare le nostre valutazioni: dichiarazioni scomposte, accuse personali, toni emotivi e allusioni che nulla hanno a che vedere con il ruolo istituzionale che dovrebbe ricoprire chi guida un Comune. Un comportamento che rafforza l’idea di una guida inadeguata, incapace di tenere insieme una squadra e di governare con equilibrio. Le nostre dimissioni sono quindi un atto politico chiaro e necessario, assunto per fermare una deriva fatta di accentramento, conflitto permanente e paralisi amministrativa. A tutela di Arcugnano, delle sue istituzioni e del rispetto dovuto ai cittadini. Arcugnano merita una guida capace di ascoltare, confrontarsi e decidere con responsabilità. Quando queste condizioni vengono meno, fermarsi diventa l’unica scelta possibile.»<br>.<br></p>
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		<title>Capodanno all’italiana: quando la mamma dei cretini fa gli straordinari</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 02 Jan 2026 14:36:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
		<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Ogni anno è la stessa storia.Cambia il calendario, cambiano i buoni propositi, ma una cosa resta immutabile come le tasse: a Capodanno una fetta consistente di italiani perde temporaneamente l’uso del cervello.Altro che botti: qui esplode la deficienza mentale.E non<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p></p>



<p>Ogni anno è la stessa storia.<br>Cambia il calendario, cambiano i buoni propositi, ma una cosa resta immutabile come le tasse: a Capodanno una fetta consistente di italiani perde temporaneamente l’uso del cervello.<br>Altro che botti: qui esplode la deficienza mentale.<br>E non mi si venga a parlare di fatalità.<br>La fatalità è un fulmine che ti cade in testa mentre stai attraversando la strada.<br>Non è accendere volontariamente un petardo, o sparare un colpo di pistola, magari ad alzo zero, magari in mezzo alla gente, e questo dopo settimane di appelli, avvisi, ordinanze, comunicati delle Autorità che ti dicono chiaramente: &#8220;non farlo, è pericoloso, è stupido&#8221;.<br>E tu lo fai lo stesso.<br>Questa non è fatalità: è una sfida aperta alle norme basilari di sicurezza e, prima ancora, alla logica ed al buon senso.<br>Il caso simbolo di quest’ultimo Capodanno meriterebbe di finire nei manuali di psichiatria sociale.<br>In quel di Napoli un ragazzo di 24 anni, residente a Roma, la notte del 31 dicembre resta gravemente ferito ad una mano per l’esplosione di un petardo.<br>Risultato: Pronto soccorso, intervento dei sanitari dell’Ospedale Pellegrini, amputazione di tre dita;<br>Fin qui la solita, tristissima cronaca.<br>Poi arriva il capolavoro. Dimesso dall’ospedale, cosa fa?<br>Torna a casa a riflettere sulla propria idiozia, a ringraziare di essere vivo, a promettersi che magari il prossimo Capodanno lo passerà guardando un film?<br>Ma quando mai. Esce dall’ospedale, accende un altro petardo e lo fa esplodere.<br>Di nuovo. Risultato: lesioni al volto e ad un occhio, nuovo rientro nello stesso pronto soccorso.<br>A questo punto la tentazione è forte: altro che ulteriori interventi sanitari, qui ci vorrebbe una robusta terapia a base di ceffoni o calci in culo educativi.<br>Ovviamente è una provocazione, ma rende l’idea del livello di assurdità che si è raggiunto.<br>E non si tratta di un caso isolato.<br>Il bilancio della Notte di San Silvestro parla chiaro: un morto e 283 feriti, di cui 54 ricoverati. Tra i feriti, 245 con prognosi fino a 40 giorni, cinquanta feriti gravi con prognosi superiori ai 40 giorni. E poi il dato più sconfortante: 68 minori feriti. Bambini e ragazzi che pagano l’idiozia propria o, spesso, quella degli adulti.<br>Ogni anno le Autorità invitano a non sparare botti, a non maneggiare petardi, ad usare il buon senso.<br>Ogni anno una parte del Paese risponde con un’alzata di spalle e un accendino in mano.<br>Via tranquillo, spara pure ad alzo zero: tanto “a me non succede”.<br>Succede, invece. Succede puntualmente, con una regolarità che farebbe invidia all’Agenzia delle Entrate.<br>È proprio vero: “la mamma dei cretini è sempre incinta”.<br>E a Capodanno partorisce a ritmo industriale.<br>Il problema è che il conto, tra pronto soccorso intasati, medici sottratti ad altri pazienti, feriti, mutilazioni e morti evitabilissime, lo paghiamo tutti.<br>Anche quelli che, quella notte, si limitano a stappare una bottiglia e a guardare i fuochi… da lontano.<br>Umberto Baldo</p>
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		<title>Arcugnano, se ne vanno 8 consiglieri: a casa il sindaco e la giunta</title>
		<link>https://www.tviweb.it/arcugnano-se-ne-vanno-8-consiglieri-a-casa-il-sindaco-e-la-giunta/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 02 Jan 2026 08:38:27 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Ultim’ora: 8 consiglieri su 12 di Arcugnano si sono dimessi, per cui decade il governo cittadino e va a casa pure il sindaco Carollo. “Non esistono più le condizioni per andare avanti. Questa crisi la dobbiamo al rispetto che abbiamo<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p>Ultim’ora: 8 consiglieri su 12 di Arcugnano si sono dimessi, per cui decade il governo cittadino e va a casa pure il sindaco Carollo. “Non esistono più le condizioni per andare avanti. Questa crisi la dobbiamo al rispetto che abbiamo per le istituzioni” hanno affermato gli otto dimissionari. Si tratta di Matteo Bruscato, Alessandro Artolozzi, Simone Cuomo, Patrizia Muraro, Laura Posenato, Moreno Vicari, Michele Zanotto, Enrico Zucconi. “Non vogliamo restare in sella quando la precarietà di questa amministrazione è dimostrata nei fatti. Non possiamo più esercitare il mandato con serietà ed efficacia. La paralisi amministrativa è evidente. Abbiamo comunque approvato il bilancio e avviato l’iter per la scuola Foscolo. Ora i cittadini di Arcugnano potranno partire con una nuova amministrazione”.</p>



<p>COMUNICATO STAMPA: il testo</p>



<p>Le istituzioni meritano sempre rispetto;&nbsp;è proprio per rispetto verso le istituzioni e, soprattutto, verso i cittadini di Arcugnano — che da tempo chiedono un cambio di passo chiaro e credibile — che oggi riteniamo non sia più possibile ignorare la realtà.</p>



<p>Negli ultimi mesi è diventato evidente ciò che molti cittadini segnalano con crescente preoccupazione:&nbsp;non esistono più le condizioni politiche, numeriche e di fiducia per garantire una guida stabile ed efficace del Comune di Arcugnano. Non si tratta di una lettura di parte o di una valutazione strumentale, ma di una constatazione oggettiva dei fatti.</p>



<p>I numeri in Consiglio comunale non assicurano più stabilità. La maggioranza non è più tale. Sono venute meno l’unità, la coesione e la fiducia politica necessarie per portare avanti un progetto condiviso. Governare cercando ogni volta una maggioranza su singoli provvedimenti non significa dialogare o confrontarsi: significainseguire i numeri, svuotando di senso l’azione amministrativa. Far passare singoli atti non equivale a governare, ma a&nbsp;sopravvivere politicamente.</p>



<p>La responsabilità politica non è andare avanti comunque, né tirare a campare, né ostinarsi a restare in sella quando la precarietà dell’amministrazione è ormai certificata dai fatti. La responsabilità politica, in questo caso, è riconoscere che il mandato ricevuto non può più essere esercitato con la necessaria serietà ed efficacia.</p>



<p>Per questo, le dimissioni contestuali di otto consiglieri comunali, avvenute questa mattina,&nbsp;non rappresentano una rinuncia, ma&nbsp;un atto di responsabilità istituzionale e democratica, assunto nel rispetto delle istituzioni e, prima di tutto, dei cittadini. È una scelta difficile,&nbsp;che non affrontiamo con superficialità o leggerezza,&nbsp;ma necessaria per evitare che il Comune venga trascinato in una paralisi amministrativa sempre più evidente.</p>



<p>Quando il Sindaco&nbsp;e la Giunta&nbsp;decidono&nbsp;di non compiere questo passo, nonostante il venir meno delle condizioni politiche&nbsp;che permettono di governare il comune, spetta ai consiglieri assumersi la responsabilità di farlo.&nbsp;Responsabilmente lasciamo il Consiglio con un bilancio, seppur migliorabile, approvato, ma soprattutto consapevoli che è stato avviato l’iter giudiziario riguardante la scuola secondaria di primo grado U. Foscolo di Torri e che, per poter intervenire, dobbiamo attendere le decisioni del Tribunale.</p>



<p>Restituire la parola ai cittadini non è una sconfitta, ma l’unica scelta corretta&nbsp;quando viene meno la fiducia politica e la stabilità amministrativa.</p>



<p>Oggi il gesto più serio, dignitoso e democratico è proprio questo:&nbsp;consentire ai cittadini di Arcugnano di decidere come ripartire, con un’amministrazione&nbsp;che abbia&nbsp;numeri certi, una visione condivisa e&nbsp;la forza politica necessaria per governare davvero.</p>



<p><em>I Consiglieri comunali dimissionari</em></p>



<p><em>Alessandro&nbsp;</em><em>Artolozzi</em></p>



<p><em>Matteo Bruscato</em></p>



<p><em>Simone&nbsp;</em><em>Cuomo</em></p>



<p><em>Patrizia&nbsp;</em><em>Muraro</em></p>



<p><em>Laura&nbsp;</em><em>Posenato</em></p>



<p><em>Moreno Vicari&nbsp;</em></p>



<p><em>Michele Zanotto</em></p>



<p><em>Enrico Maria Zucconi</em></p>



<p></p>
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		<title>Il 2025 se ne va ma il gattopardo resta: scopri che anno è stato</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Dec 2025 08:41:38 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
		<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Nel bene o nel male – dipende sempre dai punti di vista – siamo arrivati all’epilogo&#160;&#160;anche di questo 2025. Come&#160;ogni&#160;31 dicembre, avvicinandosi alle fatidiche 23.59, scatta quasi automaticamente il riflesso di guardare avanti, all’anno che inizierà&#160;alle 00.01, riversandoci sopra paure,<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p></p>



<p></p>



<p><strong>Nel bene o nel male – dipende sempre dai punti di vista – siamo arrivati all’epilogo&nbsp;&nbsp;anche di questo 2025.</strong></p>



<p><strong>Come</strong>&nbsp;ogni&nbsp;31 dicembre, avvicinandosi alle fatidiche 23.59, scatta quasi automaticamente il riflesso di guardare avanti, all’anno che inizierà&nbsp;alle 00.01, riversandoci sopra paure, speranze, illusioni e aspettative.<br>Quest’anno però evito volentieri la solita presa in giro degli oroscopi, scritti da abili furbacchioni che campano da sempre sulla credulità altrui, usando frasi talmente vaghe da consentire a chiunque, a posteriori, di dire: “Visto? Ci avevano preso”.<br>È la nota storia dell’orologio rotto: due volte al giorno segna comunque l’ora esatta.</p>



<p>No, per questo mio ultimo pezzo del 2025 preferisco provare a fare un bilancio.&nbsp;</p>



<p>Dell’anno, certo, ma anche della fase politica che stiamo attraversando.</p>



<p>Come ormai accade dal lontano 2018, anche il 2025 si chiude con l’approvazione della legge di Bilancio a colpi di voti di fiducia, trascinandosi dietro le rituali proteste: quelle dell’opposizione, ma anche quelle – sempre più frequenti – di pezzi della stessa maggioranza.<br>Impossibile dire che questa sia una Finanziaria capace di far sognare.&nbsp;</p>



<p>Anche perché, per il terzo anno consecutivo, appare piuttosto evidente come molte delle promesse elettorali dei “patrioti” al governo siano rimaste tali.</p>



<p>Quindi nessuna misura sfacciatamente populista che ci indebiti di più o ci renda inaffidabili, ma nemmeno manovre coraggiose in senso liberista che diano uno slancio alla crescita asfittica degli ultimi anni.&nbsp;</p>



<p>Va riconosciuto, questo sì, che sono state ripristinate le regole di bilancio europee, devastate dalle follie miliardarie del Superbonus 110%.&nbsp;</p>



<p>Ma, da liberale, permettetemi di dire che forse si poteva osare qualcosa in più sul terreno di una seria revisione della spesa pubblica, soprattutto di quella assistenziale,&nbsp;delle privatizzazioni, e della riduzione dello Stato nell’economia.</p>



<p>Il problema è noto: sussidi e bonus, insieme a flat tax e condoni, restano la via maestra dei nostri moderni Demostene.&nbsp;</p>



<p>Tagliare davvero significherebbe andare contro la logica del consenso, e questo – in politica – è quasi sempre un peccato mortale.</p>



<p>La vera domanda, però, quella che ad esempio ha permesso a Donald Trump di vincere le ultime presidenziali, è un’altra: dopo tre anni di destra al governo, cosa è cambiato concretamente nella vita degli italiani?<br>Meglio ancora: il cittadino medio può dire di stare meglio di prima?</p>



<p>Onestamente faccio fatica a indicare qualcosa di davvero rilevante, qualcosa che segni una svolta netta e dica al Paese, nel bene o nel male: “da qui è passata la destra” – sovranista, nazionale, sociale, patriottica, popolare, conservatrice, cristiana, o come preferite chiamarla – lasciando un’impronta inconfondibile.<br>Lo dico senza alcuna soddisfazione, e senza compiacimento.</p>



<p>Le campagne propagandistiche, sia filogovernative che antigovernative, raccontano trionfi e disastri che nella realtà non esistono, dipingono paradisi o inferni immaginari, alimentando una contrapposizione bipolare che serve più che altro a mobilitare le tifoserie.<br>La sensazione, invece, è che nulla di veramente sostanziale sia cambiato nella vita quotidiana, negli assetti economici e sociali, nella politica estera, ma anche – ed è forse più grave – sul piano delle idee, della cultura e degli orientamenti pubblici.</p>



<p>Persino in Rai, il “servizio pubblico” (dei pacchi), la minestra è sempre la stessa: Vespa, Venier, Carlucci.<br>Nulla di nuovo sotto il sole.&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Con l’aggravante che ai telegiornali Rai, dove ormai onorevoli ridotti a “veline” recitano ogni sera la poesia imparata dai Capi, personalmente tendo a preferire Mentana, o i canali All-news: almeno lì le notizie non me le spiegano, provo a capirle da solo. E se qualcosa non mi convince, approfondisco.</p>



<p>A onor del vero, non è che le cose siano peggiorate con la destra al potere.&nbsp;</p>



<p>Del resto la spiegazione l’aveva data, con disarmante sincerità, Bruno Vespa nel lontano 1992: “Il mio editore è la Dc”. In Rai l’editore è sempre stato il partito – o la coalizione – che comanda.&nbsp;&nbsp;&nbsp;Cambiano i colori, non il meccanismo.</p>



<p>Certo, i “patrioti” ci hanno rassicurato sull’oro, mettendo nero su bianco che è “nostro”, degli italiani. Ma dubito che per questo il cittadino comune si senta più ricco.<br>In sintesi: tanta retorica da comizio, parecchia ipocrisia, molte furbizie.</p>



<p>Perché mentre nei convegni, come da ultimo Atreju, si parla di rivoluzione e di egemonia culturale finalmente ritrovata, nella realtà dei fatti non si vede alcun cambio di passo: nessuna svolta e nessuna discontinuità.&nbsp;</p>



<p>Quello a cui stiamo assistendo è un semplice, ordinato e rassicurante mantenimento del potere.</p>



<p>Neppure sul piano del personale politico si sono viste rivoluzioni.&nbsp;</p>



<p>Se la diffidenza porta a circondarsi di familiari o di fedelissimi il cui unico merito è l’essere sempre stati “a destra”, o aver fiutato per tempo l’aria saltando sul carro di Fratelli d’Italia, non ci si può stupire se molti Ministri sembrano più comparse che protagonisti, e se la cifra dominante resta l’aurea mediocritas.</p>



<p>Risultato? La classe dirigente della destra italiana è molto modesta, con qualche eccezione che conferma la regola.&nbsp;&nbsp;</p>



<p>Ma la sinistra di Schlein-Conte-Fratoianni oggi sarebbe in grado di mettere in campo una classe dirigente migliore?</p>



<p>Nulla di tutto ciò mi ha veramente sorpreso.&nbsp;</p>



<p>Ho visto troppa politica per credere che anche solo una minima parte delle iperboliche promesse elettorali&nbsp;&nbsp;potesse davvero essere mantenuta.<br>Ormai è chiaro: a dettare l’agenda, qualunque sia l’inquilino di Palazzo Chigi, è l’economia.&nbsp;</p>



<p>E con un bilancio dissestato dal Superbonus, cosa avrebbe potuto fare davvero la Premier? Togliere le accise? Tagliare le tasse? Alzare gli stipendi?</p>



<p>Forse qualcosa si poteva fare: limitare la politica del&nbsp;<em>panem et circenses</em>&nbsp;(bonus, condoni, sovvenzioni), rinunciare alla tutela di rendite intoccabili, dai balneari ai tassisti, e magari provare a far pagare qualcosa in più (non tutto, tranquilli che se no si inquietano) a chi evade e campa sulle spalle dei contribuenti onesti.</p>



<p>Alla fine ha prevalso la solita politica del “un colpo al cerchio e uno alla botte”, del “lisciare il pelo” alle categorie “amiche”, con l’unico risultato concreto di riportare il rapporto deficit/Pil nei parametri europei ,ed uscire dalla procedura di disavanzo eccessivo.<br>E non fatevi incantare dalle intemerate di Schlein, Conte o Fratoianni: fossero stati loro al governo, le “patrimoniali” e gli “espropri proletari”&nbsp;&nbsp;sarebbero evaporati in fretta, sostituiti da una rigorosa adesione alla linea politico-economica “draghiana”.</p>



<p>Nel complesso, va detto, Giorgia Meloni ha governato con abilità, astuzia e prudenza.&nbsp;</p>



<p>È cresciuta sul piano internazionale, anche grazie al vuoto di leadership in Europa, dove molti capi di governo appaiono più deboli e meno popolari di lei.</p>



<p>In economia, che è la grande assente dalla cultura politica di tutti i Partiti, nessuno escluso, servirebbe andare di più verso il mercato, ridurre la presenza dello Stato in quasi tutti i settori in cui opera, abbandonare le corporazioni (es. tassisti, balneari, ecc.) che palesemente non vogliono la concorrenza ma la difesa delle loro rendite di posizione.&nbsp;</p>



<p>Vi sembra un’analisi disfattista? Può darsi. Dipende da come la pensate.<br>Ma se, facendo gli auguri di fine anno ai dipendenti di Palazzo Chigi, la stessa Meloni ha detto: “È stato un anno tosto, ma il 2026 sarà molto peggio”, forse non è il caso di indulgere in facili ottimismi.&nbsp;</p>



<p>Se lo dice lei, solitamente abituata a mostrare che “<em>tout va très bien”</em>, un motivo ci sarà.</p>



<p>Del resto, la tradizione più antica e diffusa è augurarsi che l’anno nuovo sia migliore del precedente.&nbsp;</p>



<p>È un’abitudine significativa: ci ricorda che, nella storia dell’umanità, non c’è mai stato un anno così ben riuscito da sperare in un&nbsp;&nbsp;bis.</p>



<p>Ad ogni buon conto, ovunque voi siate, con chiunque voi siate, e comunque la pensiate, anche a nome degli amici della redazione di&nbsp;<strong>Tviweb</strong>, auguro a tutti un sincero&nbsp;<strong>Buon Anno Nuovo</strong><strong>.</strong></p>
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		<title>L’oroscopo come supercazzola nazionale. L’Italia che si affida alle stelle ed allo stellone</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 27 Dec 2025 10:04:54 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
		<category><![CDATA[Gossipando]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>C’è una legge non scritta, ma solidissima, dell’economia di mercato: se qualcosa viene offerto con regolarità, è perché qualcuno la vuole e la compra.Vale per i panettoni a Ferragosto, per le criptovalute improbabili e – purtroppo – per l’oroscopo quotidiano.Nessun<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p></p>



<p>C’è una legge non scritta, ma solidissima, dell’economia di mercato: se qualcosa viene offerto con regolarità, è perché qualcuno la vuole e la compra.<br>Vale per i panettoni a Ferragosto, per le criptovalute improbabili e – purtroppo – per l’oroscopo quotidiano.<br>Nessun produttore insiste su un bene che nessuno vuole.<br>Nessuna trasmissione televisiva spreca minuti preziosi per qualcosa che non fa audience.<br>Dunque, se ogni mattina, puntuali come una tassa, arrivano le “previsioni”, il problema non è chi le propone, ma chi le aspetta.<br>E non parlo solo di quelle del tempo, che in fondo ci stanno, ma bensì di quelle del futuro, che evidentemente hanno una grossa fetta di estimatori.<br>Perché l’oroscopo non viene imposto con la forza.<br>Nessuno entra in casa armato di “zodiaco”, obbligandoti ad ascoltarlo.<br>È un prodotto richiestissimo, coccolato, difeso. Un bene rifugio dell’anima fragile.<br>E così, tra una ricetta light ed un collegamento dal mercato rionale, ecco comparire l’astrologo di turno.<br>Grafica stellata, voce impostata, sorriso da santone televisivo.<br>E via con la grande narrazione cosmica: oggi Marte è nervoso, Venere tentenna, Mercurio fa le bizze.<br>Una specie di Consiglio dei Ministri celeste che decide se litigherai col collega, o se troverai parcheggio sotto casa.<br>ll tutto con una precisione scientifica degna delle interiora di un pollo.<br>La scena, se la guardiamo bene, è fantastica nel senso letterale del termine.<br>Milioni di individui diversi – operai e notai, disoccupati e manager, studenti e pensionati – ridotti a dodici categorie cosmiche.<br>Dodici. Neanche i salumi al banco hanno una classificazione così rozza.<br>Eppure funziona. Funziona benissimo.<br>Perché l’oroscopo è una grande macchina di deresponsabilizzazione di massa.<br>Se la giornata va male, non è perché hai sbagliato. È Saturno.<br>Se una relazione naufraga, non è perché non vi parlavate più. È Venere in opposizione.<br>Se prendi decisioni disastrose, tranquillo: “era scritto”.<br>L’oroscopo è il fatalismo per pigri, il determinismo per chi non ha voglia di pensare.<br>È la favola moderna per adulti che non credono più alle fiabe, ma hanno ancora un disperato bisogno di essere rassicurati.<br>E attenzione: non stiamo parlando di ingenui cronici o di analfabeti funzionali.<br>Ci credono anche avvocati, professori, dirigenti, opinionisti.<br>Persone che nella vita quotidiana pretendono dati, prove, numeri, evidenze.<br>Ma poi, al mattino, prima del caffè, si consegnano mani e piedi ad una previsione scritta in modo talmente vago da sembrare il bugiardino di un farmaco: “Possibili tensioni”, “Occasioni da valutare”, “Attenzione alle parole”.<br>Grazie. Lo poteva dire anche il portiere del palazzo, o il barista sotto casa. Almeno loro esistono davvero.<br>Il bello è che l’oroscopo non sbaglia mai.<br>Perché è strutturato per non poter sbagliare.<br>È una profezia elastica, adattabile a posteriori, come le promesse elettorali. Se accade qualcosa, era previsto.<br>Se non accade, era implicito che potesse non accadere. Geniale.<br>E così l’astrologia, espulsa da secoli dalla scienza, rientra dalla porta di servizio dell’intrattenimento.<br>Si mimetizza. Si traveste da gioco. “Ma dai, è solo per ridere”, dicono.<br>Peccato che poi la stessa gente prenda decisioni vere – umore, aspettative, perfino rapporti personali – sulla base di quel gioco.<br>ll risultato è un esercito di cittadini che non governano più la propria vita, ma la consultano.<br>Non decidono: interpretano. Non agiscono: attendono segnali.<br>Come se l’universo avesse davvero tempo da perdere con le loro beghe condominiali.<br>E allora sì, l’oroscopo ha un merito straordinario: racconta perfettamente il nostro tempo.<br>Un’epoca che ha paura della complessità, allergica alla responsabilità, e sempre in cerca di una scusa cosmica per non scegliere.<br>Altro che stelle.<br>Il vero allineamento è quello tra pigrizia mentale, bisogno di consolazione, e televisione che fiuta il mercato.<br>Le stelle, in fondo, stanno benissimo dove sono.<br>Silenziose, indifferenti, lontanissime.<br>Siamo noi che, incapaci di guardare in faccia la realtà, preferiamo farci leggere il futuro da chi non sa nulla né del cielo né della terra.<br>E magari, domani mattina, prima di uscire di casa, daremo ancora un’occhiata all’oroscopo.<br>Non si sa mai. Saturno potrebbe offendersi.<br>Forse, allora, l’oroscopo non è soltanto un innocuo riempitivo televisivo.<br>È un indicatore sociale. Un termometro.<br>Un Paese che affida le proprie giornate alle stelle è un Paese che ha smesso di pretendere spiegazioni dalla politica, dalle istituzioni, da chi comanda davvero.<br>Quando non ci si fida più di chi governa, ci si rifugia in chi “prevede”.<br>L’oroscopo educa alla rinuncia.<br>Ti abitua all’idea che le cose accadano, non che si cambino. Che il futuro si aspetti, non si costruisca.<br>È la palestra perfetta del cittadino deresponsabilizzato: niente cause, niente colpe, niente meriti.<br>Solo allineamenti.<br>Non sorprende, allora, che lo stesso atteggiamento si ritrovi davanti alle urne.<br>Si vota come si legge l’oroscopo: di pancia, per simpatia, per destino, per sensazione. Programmi, numeri, coerenza? Roba da scettici.<br>Molto meglio affidarsi all’intuizione del momento, possibilmente con Mercurio favorevole.<br>E mentre Marte consiglia prudenza e Venere invita al dialogo, qualcun altro decide sul serio.<br>Senza stelle, senza oroscopi, senza alibi; decide per tutti.<br>Alla fine l’oroscopo svolge una funzione politica precisa, anche se non dichiarata: assolvere.<br>Assolvere il cittadino da ogni responsabilità, il votante da ogni scelta, il Paese da ogni fallimento.<br>Se va male, non è colpa di nessuno. È Saturno.<br>C’è poi il momento dell’anno in cui questa industria della superstizione smette ogni pudore e va in scena a pieno organico: le ultime settimane di dicembre.<br>È la stagione in cui gli astrologi, come le zanzare d’estate, proliferano ovunque.<br>Non più semplici previsioni quotidiane, ma la grande epica del futuro nazionale, continentale, quasi cosmico.<br>L’“anno che verrà”, spiegano, sarà “di svolta”, “di passaggio”, “di assestamento”.<br>In pratica: succederà qualcosa, forse, o forse no.<br>In quei giorni, studi televisivi e pagine di giornale si popolano di indovini che parlano dell’anno nuovo con la stessa sicurezza con cui un cartomante da bar decide se troverai l’amore.<br>Nessuno chiede conto dell’anno precedente, di quello prima ancora, o delle previsioni clamorosamente sbagliate.<br>Nel mondo dell’astrologia non esiste archivio, non esiste memoria, non esiste responsabilità.<br>Il sogno di ogni classe dirigente.<br>Il capolavoro è la formula: “anno difficile ma ricco di opportunità”.<br>È la supercazzola cosmica definitiva.<br>Vale sempre, ovunque, per chiunque.<br>È l’equivalente zodiacale del “stiamo lavorando per voi”.<br>E il pubblico annuisce, sollevato. Qualunque cosa accada nei dodici mesi successivi potrà essere spiegata come perfettamente coerente con ciò che “era stato previsto”.<br>Così, mentre si stappano bottiglie e si fanno buoni propositi che non dureranno oltre l’Epifania, milioni di persone delegano il futuro ad un oroscopo annuale, redatto da un furbacchione che ha ben capito come vivere sulle debolezze altrui.<br>È un gesto comodo, rassicurante, infantilizzante.<br>Il futuro non è più una responsabilità collettiva, ma una lotteria astrale.<br>E se l’anno nuovo sarà mediocre, ingiusto o peggiore del precedente, nessuna indignazione: era un anno “di transizione”. Lo avevano detto.<br>In definitiva, le stelle non votano, non governano, non firmano decreti.<br>Ma fanno un lavoro straordinario: ci convincono, ogni mattina, che la colpa non sia mai nostra.<br>Ed è così che un popolo che si affida al destino finisce per accettare qualunque destino.<br>Anche il peggiore.<br>Umberto Baldo</p>
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		<title>Quei test maledetti di Medicina: quando l’accesso diventa una farsa di Stato”</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 26 Dec 2025 10:07:38 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[Gossipando]]></category>
		<category><![CDATA[IL GRAFFIO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Per scriverne il finale servirebbero davvero le menti di Agatha Christie, Simenon e Conan Doyle messi insieme.E forse neppure loro basterebbero.Eppure &#8211; rischio la blasfemia – questa doppia tornata di prove scritte è stata, paradossalmente, una benedizione.Perché ha finalmente messo<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p></p>



<p>Per scriverne il finale servirebbero davvero le menti di Agatha Christie, Simenon e Conan Doyle messi insieme.<br>E forse neppure loro basterebbero.<br>Eppure &#8211; rischio la blasfemia – questa doppia tornata di prove scritte è stata, paradossalmente, una benedizione.<br>Perché ha finalmente messo nero su bianco, al di là di ogni ragionevole dubbio, lo stato comatoso in cui versa da anni il nostro sistema educativo.<br>Altro che mistero.<br>Il dato che salta agli occhi è uno solo, enorme come un elefante in corsia: il disallineamento gravissimo tra le aspettative di chi ha costruito i test (professori universitari) e la realtà della preparazione con cui i ragazzi escono dal liceo.<br>Due mondi paralleli che non si parlano più. Io lo sostengo da tempo: il problema non è Medicina, ma l’intero sistema scolastico, da decenni orientato più all’ascolto, all’inclusione, al “non traumatizziamo nessuno”, che alla preparazione vera.<br>Nei sistemi selettivi – Cina in testa – si studia, punto. Qui da noi si partecipa.<br>Capisco che, in una società ormai disinteressata al valore del sapere in sé (se non è immediatamente monetizzabile, non conta), questo discorso suoni stonato.<br>Ma tant’è.<br>E cosa avrebbero dovuto fare gli insegnanti, in questi anni? Resistere eroicamente? Impossibile. I genitori chiedono voti e promozioni, costi quel che costi, e spesso trovano nel sistema giudiziario un alleato pronto a intervenire se qualcuno osa valutare troppo severamente il pargolo.<br>Così si è arrivati qui.<br>Ma torniamo ai test, che meritano un capitolo a parte.<br>Più che una graduatoria, il risultato assomiglia a un gioco dell’oca.<br>Erano partiti in 54 mila.<br>Dopo il tormentato semestre filtro di Medicina, e due appelli che al confronto Waterloo fu una brillante vittoria strategica, al Ministero sono riusciti a mettere insieme una lista di circa 22.500 “idonei” (i numeri ballano a seconda delle fonti, ma siamo lì).<br>Il seguito della fiaba è stato fissato dal decreto del Ministero dell’Università e della Ricerca n. 1115 del 22 dicembre 2025, che spiega come funzionerà la graduatoria (pubblicazione prevista per il 12 gennaio 2026) e come verranno gestiti i recuperi dei famigerati “debiti”.<br>Nel frattempo, i Tribunali farebbero bene ad attrezzarsi: la valanga di ricorsi è già in formazione.<br>I numeri, più precisamente, parlano di 25.450 idonei complessivi tra Medicina, Odontoiatria e Veterinaria. P<br>Per “idoneo” si intende chi ha ottenuto almeno una sufficienza nelle tre prove di fisica, chimica e biologia (sic!).<br>Di questi, circa sette su dieci (17.175) avrebbero portato a casa almeno due sufficienze su tre. E ora arriva il capolavoro.<br>La graduatoria che assegnerà una sede universitaria agli “eletti” sarà suddivisa in nove sezioni, ordinate dal paradiso all’inferno, così:</p>



<ol class="wp-block-list">
<li>chi ha passato tutte e tre le prove, senza rifiuti</li>



<li>chi ha passato tutte e tre le prove, con un voto rifiutato al primo appello</li>



<li>chi ha passato tutte e tre le prove, con due voti rifiutati</li>



<li>chi ha passato tutte e tre le prove, rifiutandole tutte al primo appello</li>



<li>chi ha passato due prove su tre, senza rifiuti</li>



<li>chi ha passato due prove su tre, con un voto rifiutato</li>



<li>chi ha passato una prova su tre, senza rifiuti</li>



<li>chi aveva passato due prove al primo appello ma ha rifiutato e poi è andato peggio</li>



<li>chi aveva passato una prova al primo appello, ha rifiutato e poi ha fatto disastro<br>Vi siete persi? La vostra mente vacilla? Tranquilli. È normale.<br>La mia prima reazione è stata chiedermi chi avesse partorito un simile marchingegno.<br>Mi sono venuti in mente il Mago Otelma, Branko, Simon &amp; The Stars.<br>Poi ho capito che avevo esagerato: loro almeno qualche stella la guardano.<br>E non è finita. Le ultime due categorie sono dedicate a chi, nella prima prova, aveva uno o due risultati sufficienti ma ha deciso di rifiutarli, per poi non riuscire a ottenere nemmeno una sufficienza al secondo appello.<br>Questi studenti potranno chiedere, entro il 27 dicembre, di “ripescare” il risultato del primo appello.<br>Peccato che finiranno comunque in fondo alla graduatoria. Il sistema di punteggio è altrettanto creativo:</li>
</ol>



<ul class="wp-block-list">
<li>categoria 1: 700 punti di base + punteggi delle tre prove</li>



<li>categoria 2: 600 punti + risultati</li>



<li>categoria 3: 500 punti + risultati</li>



<li>categoria 4: 400 punti + risultati</li>



<li>categoria 5: 300 punti + risultati delle due prove passate</li>



<li>categoria 6: 200 punti + risultati</li>



<li>categoria 7: 100 punti + risultati</li>



<li>categorie 8 e 9: zero punti di partenza, conta solo ciò che resta<br>No, non state avendo un ictus.<br>È proprio questa “genialata” che provoca questi sintomi.<br>L’8 gennaio verrà finalmente pubblicata la graduatoria definitiva e ognuno saprà dove potrà immatricolarsi.<br>Ma per chi ha debiti non finisce qui: la palla passa ai singoli Atenei, che dovranno decidere se e come organizzare corsi di recupero e ulteriori prove.<br>Il decreto parla di esami “uniformi” su tutto il territorio nazionale.<br>Senza spiegare come.<br>Il rischio di difformità è altissimo, così come quello di nuovi ricorsi per il cambio delle regole a partita già giocata.<br>Resta difficile da comprendere come in poco più di un mese si possano recuperare vuoti di preparazione grandi come i buchi neri, ma siate certi che nessun Rettore vorrà entrare nel mirino delle associazioni studentesche.<br>Solo a marzo inizierà il vero percorso universitario dei futuri medici.<br>E ciliegina sulla torta: i voti del semestre filtro non faranno media per la laurea, se lo studente non lo vorrà.<br>Evvai. Dopo, cosa concediamo? Il libretto a punti?<br>Ah, dettaglio rassicurante: i dati delle graduatorie saranno conservati per cinque anni, poi anonimizzati.<br>Non sia mai che tra qualche decennio un paziente curioso voglia sapere se il chirurgo che gli aprirà la pancia entrò a Medicina con un “sei politico”.<br>Capisco che il Ministro avrebbe preferito “mangiare una merda” (scusate il francesismo) piuttosto che gestire una débâcle del genere, e che sia istituzionalmente costretto a dire: “È solo la prima volta, la prossima faremo meglio”.<br>Certo. C’è sempre l’opzione di chiedere una consulenza all’esimio professor Ucamàra, Magnifico Rettore dell’Università della Baucàra, celebre per il motto immortale: “Più ch’el studia, manco impara.”<br>Tanto, Peggio di così non potrebbe fare!<br>Umberto Baldo</li>
</ul>
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		<item>
		<title>Natale senza neve, stagione a rischio per il turismo Veneto e non solo!</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 21 Dec 2025 16:42:21 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ECONOMIA]]></category>
		<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[IL GRAFFIO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il Natale&#160; si avvicina e in molte località di montagna l’atmosfera è tutt’altro che invernale. Piste verdi, prati scoperti, temperature sopra la media: la mancanza di neve naturale non è più un’eccezione ma una condizione che si ripete con inquietante<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Il Natale&nbsp; si avvicina e in molte località di montagna l’atmosfera è tutt’altro che invernale. Piste verdi, prati scoperti, temperature sopra la media: la mancanza di neve naturale non è più un’eccezione ma una condizione che si ripete con inquietante regolarità. Per il turismo montano, che da sempre fonda gran parte della propria economia sulle festività natalizie, il rischio di un flop è concreto. Alberghi, rifugi, scuole di sci, ristoranti e tutto l’indotto legato alla stagione bianca guardano al calendario con preoccupazione, sapendo che senza neve le prenotazioni calano e le disdette aumentano.</p>



<p>È ormai evidente che il pianeta si stia scaldando. Non è un’opinione né una bandiera politica, ma un dato di fatto supportato da osservazioni, misurazioni e dall’esperienza quotidiana. Il tema del cambiamento climatico non appartiene né alla destra né alla sinistra: riguarda l’economia, il lavoro, i territori e le comunità. La montagna è uno degli ambienti più sensibili a queste variazioni e lo sta dimostrando in modo lampante, soprattutto sulle Alpi ma anche sugli Appennini, dove le stagioni sciistiche iniziano sempre più tardi e finiscono sempre prima.</p>



<p>La domanda che molti si fanno è semplice e al tempo stesso rivelatrice: da quanto tempo non nevica davvero in pianura? Nelle aree della Pianura Padana la neve è diventata un evento raro, spesso limitato a brevi episodi che durano poche ore o pochi giorni. Un tempo le nevicate invernali erano parte della normalità; oggi sono ricordate quasi con nostalgia, come qualcosa di straordinario. Questo cambiamento, percepibile anche da chi non vive in montagna, è uno dei segnali più chiari di un clima che sta mutando rapidamente.</p>



<p>Per cercare di salvare la stagione, molte località fanno sempre più affidamento sull’innevamento artificiale. Una soluzione tampone, costosa e energivora, che richiede grandi quantità d’acqua e temperature comunque sufficientemente basse per funzionare. Ma anche questa strada mostra limiti evidenti: senza freddo stabile, i cannoni non bastano, e i costi rischiano di superare i benefici. Nel medio-lungo periodo, la questione diventa strutturale e pone interrogativi seri sul futuro del turismo invernale tradizionale.</p>



<p>Il rischio, oggi, non è solo quello di un Natale sottotono, ma di un intero modello economico da ripensare. La montagna si trova di fronte a una sfida epocale: adattarsi a un clima che cambia, diversificare l’offerta turistica, investire in forme di sviluppo più sostenibili. Ignorare il problema o ridurlo a uno scontro ideologico significa rinviare soluzioni che invece diventano ogni anno più urgenti. La neve che manca non è solo un disagio stagionale: è il segnale di una trasformazione profonda che sta già incidendo sulla vita e sul lavoro di migliaia di persone.</p>
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		<title>Arcugnano, il sindaco Carollo sotto scacco</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 13 Dec 2025 13:21:50 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ATTUALITA']]></category>
		<category><![CDATA[POLITICA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Quattro consiglieri comunali escono dal gruppo consiliare di maggioranza ed entrano nel gruppo misto mettendo di fatto sotto scacco il sindaco e la giunta di Arcugnano. Come comunicato all’Ufficio Protocollo del Comune di Arcugnano nella giornata di lunedì 1 dicembre<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p>Quattro consiglieri comunali escono dal gruppo consiliare di maggioranza ed entrano nel gruppo misto mettendo di fatto sotto scacco il sindaco e la giunta di Arcugnano. <br>Come comunicato all’Ufficio Protocollo del Comune di Arcugnano nella giornata di lunedì 1 dicembre 2025, a mezzo lettera firmata, i consiglieri comunali Alessandro Artolozzi, Matteo Bruscato, Moreno Vicari ed Enrico Maria Zucconi hanno manifestato la propria volontà di uscire dal gruppo consiliare “Arcugnano al Centro” e hanno contestualmente richiesto l’iscrizione al Gruppo Misto.</p>



<p>“La scelta assunta -dicono- non rappresenta un passaggio all’opposizione, né un atto di contrapposizione pregiudiziale all’Amministrazione comunale. Al contrario, nasce dalla volontà di esercitare il mandato consiliare con maggiore autonomia e responsabilità”.</p>



<p>I consiglieri aderenti al Gruppo Misto valuteranno di volta in volta i provvedimenti sottoposti al Consiglio, assumendo le proprie posizioni esclusivamente nell’interesse di Arcugnano e dei suoi cittadini, senza logiche di schieramento.</p>



<p>Un approccio pragmatico, libero e costruttivo, che intende mettere al centro i contenuti, la qualità delle decisioni e il bene della comunità.</p>
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		<title>Il Veneto ha la nuova giunta: ecco tutti gli assessori</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 13 Dec 2025 11:29:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[POLITICA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La nuova Giunta regionale del Veneto è stata ufficializzata dal presidente Alberto Stefani, che ha completato la squadra di governo regionale indicando assessori politici e tecnici, con l’obiettivo di garantire continuità amministrativa e allo stesso tempo introdurre nuove competenze nei<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>La nuova Giunta regionale del Veneto è stata ufficializzata dal presidente Alberto Stefani, che ha completato la squadra di governo regionale indicando assessori politici e tecnici, con l’obiettivo di garantire continuità amministrativa e allo stesso tempo introdurre nuove competenze nei settori chiave.</p>



<p>Alla Sanità è stato chiamato Gino Gerosa, figura tecnica di alto profilo, considerata una scelta di garanzia per uno dei comparti più delicati della Regione. Le Attività produttive e lo sviluppo economico sono state affidate a Massimo Bitonci, mentre Marco Zecchinato ha ricevuto le deleghe alle Infrastrutture e all’urbanistica. Al Sociale, con competenze che includono anche sport e politiche per l’abitare, è stata nominata Paola Roma.</p>



<p>Confermata Valeria Mantovan, che mantiene le deleghe a istruzione, formazione e lavoro, mentre il Bilancio è stato assegnato a Lucas Pavanetto, che assume anche il ruolo di vicepresidente della Giunta. L’Agricoltura e le politiche per le aree montane sono state affidate a Dario Bond. Filippo Giacinti segue trasporti e mobilità, mentre Diego Ruzza ha ottenuto le deleghe a turismo e cultura. Completa la squadra Elisa Venturini, in quota Forza Italia, con competenze ambientali e di protezione civile.</p>



<p>La Giunta rispecchia gli equilibri della maggioranza di centrodestra, con una presenza prevalente di Fratelli d’Italia, seguita dalla Lega e da Forza Italia, affiancate da un innesto tecnico. Il presidente Stefani ha sottolineato come la squadra sia stata costruita puntando su esperienza amministrativa, conoscenza del territorio e capacità di affrontare le principali sfide del mandato, dalla sanità allo sviluppo economico, dalle infrastrutture al welfare.</p>



<p>L’avvio dei lavori è previsto nei prossimi giorni, con le prime delibere attese già nelle settimane iniziali di attività della nuova Giunta.</p>
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		<title>E se fossimo noi ad abolire Musk? Ultima chiamata per l’Europa</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 07 Dec 2025 11:33:11 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[IL GRAFFIO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>E se fossimo noi europei a decidere finalmente il nostro destino? E se smettessimo di oscillare tra la sudditanza tecnologica a Musk, il ricatto politico di Trump e l’aggressione strategica di Putin? Oggi l’Europa è schiacciata tra tre poteri che<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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<p>E se fossimo noi europei a decidere finalmente il nostro destino? E se smettessimo di oscillare tra la sudditanza tecnologica a Musk, il ricatto politico di Trump e l’aggressione strategica di Putin? Oggi l’Europa è schiacciata tra tre poteri che non la rispettano: l’oligarchia tecnologica americana, il nazionalismo aggressivo statunitense e l’imperialismo russo. A tenerli insieme è un capitalismo estremo che non riconosce più confini, leggi, diritti. La tecnologia è diventata un’arma di dominio, l’informazione uno strumento di manipolazione, la paura una leva di controllo. E l’Europa, finora, ha scelto troppo spesso di obbedire invece che governare.</p>



<p>Musk non è soltanto un imprenditore visionario, è il simbolo di un potere privato che detta l’agenda pubblica. Dalle piattaforme social ai satelliti, dalle infrastrutture digitali alla finanza globale, il messaggio è chiaro: chi controlla la tecnologia controlla la politica. Trump non è solo un candidato ma la voce di un’America che non pensa più in termini di alleati bensì di vassalli. Lo ha già detto: chi non si piega verrà abbandonato. Difesa, economia, sicurezza energetica verranno subordinati a un interesse nazionale interpretato in chiave brutale e transazionale. Putin completa il cerchio sfruttando le divisioni europee, alimentando il caos, investendo nella destabilizzazione permanente. La sua non è solo una guerra militare ma informativa, culturale e politica, una guerra per svuotare l’Europa dall’interno e renderla irrilevante.</p>



<p>Nel frattempo noi ci perdiamo nei decimali dei bilanci, nei veti incrociati, in nazionalismi sempre più piccoli mentre i poteri che contano diventano sempre più grandi. Il rischio non è soltanto l’invasione militare. Il rischio vero è la colonizzazione politica ed economica, diventare una zona grigia del mondo: mercato di consumo, base militare, periferia tecnologica senza sovranità digitale, senza difesa comune, senza una politica estera unitaria.</p>



<p>Serve una reazione adesso. Un’Europa che investa davvero nella propria autonomia tecnologica, che costruisca una difesa comune reale e non simbolica, che parli con una sola voce su energia, guerra, diplomazia e commercio, che metta limiti chiari al potere dei colossi privati e che difenda la democrazia anche contro chi la logora dall’interno. Non c’è più tempo per l’ambiguità, non possiamo più permetterci di essere prudenti mentre il mondo si riarma, si polarizza e si radicalizza. Trump ci anticipa già come saremo spazzati via, Putin lavora ogni giorno perché accada, i nuovi oligarchi globali prosperano sul nostro immobilismo.</p>



<p>L’Europa ha davanti solo due strade: continuare a essere terreno di conquista oppure diventare finalmente soggetto politico della storia. Abolire Musk, in senso politico, significa abolire l’idea che il potere privato possa governare il destino collettivo. Contrapporsi a Trump significa smettere di pensarsi come colonia. Resistere a Putin significa smettere di essere divisi. Non è più una questione di ideologia, è una questione di futuro. E il futuro, se non lo costruiamo noi, verrà deciso da altri.</p>
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		<title>Elezioni in Veneto: caro candidato ti voto solo se farai queste 10 cose!</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 22 Nov 2025 10:05:08 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[POLITICA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Si vota in Veneto, e mai come questa volta i cittadini chiedono ai partiti di mettere da parte slogan e promesse generiche per concentrarsi su ciò che davvero serve. Il territorio attraversa una fase complessa: la pressione sulla sanità, i<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Si vota in Veneto, e mai come questa volta i cittadini chiedono ai partiti di mettere da parte slogan e promesse generiche per concentrarsi su ciò che davvero serve. Il territorio attraversa una fase complessa: la pressione sulla sanità, i cambiamenti economici, le emergenze ambientali, lo spopolamento delle aree interne, le difficoltà dei giovani. Per questo, entrando nella campagna elettorale, l’appello che arriva dai veneti è chiaro: date risposte concrete, fate scelte coraggiose, occupatevi dei problemi reali.</p>



<p>La sanità resta la prima preoccupazione. Liste d’attesa troppo lunghe, personale insufficiente, difficoltà nel reperire medici e specialisti hanno reso difficile l’accesso alle cure anche in quella che per anni è stata una delle migliori regioni d’Italia sotto il profilo sanitario. I cittadini chiedono investimenti, assunzioni e un riequilibrio tra pubblico e privato convenzionato per poter tornare a prenotare visite e interventi in tempi ragionevoli.</p>



<p>Un’altra priorità è la mobilità. Dal Veneto delle città a quello delle aree montane, la richiesta è la stessa: trasporti più efficienti, treni puntuali, collegamenti adeguati anche fuori dai centri principali. Non è solo una questione di comodità, ma di lavoro, studio, qualità della vita. Tante persone vorrebbero rinunciare all’auto, ma spesso non possono farlo.</p>



<p>Per i giovani la questione decisiva è la casa. In molte zone, soprattutto nelle città universitarie o turistiche, affittare o acquistare un’abitazione è diventato proibitivo. Servono politiche abitative più forti: alloggi a prezzi calmierati, incentivi per le giovani coppie, recupero degli immobili sfitti. La stessa urgenza riguarda le aree interne, dove invece il problema è l’opposto: paesi che si svuotano, servizi che diminuiscono, montagne che rischiano di restare senza residenti. Anche qui i cittadini chiedono interventi mirati: infrastrutture, connessioni digitali, sostegno alle imprese locali.</p>



<p>Sul fronte economico, imprese e lavoratori sollevano preoccupazioni condivise. Le piccole e medie aziende – cuore dell’economia veneta – affrontano una doppia transizione, ecologica e digitale, che richiede investimenti e competenze. La richiesta ai partiti è di alleggerire la burocrazia, sostenere chi vuole innovare e garantire percorsi di formazione continua, insieme a salari più equi e contratti stabili.</p>



<p>Accanto all’economia c’è il tema del turismo, risorsa enorme ma anche fonte di squilibri, soprattutto nelle città d’arte e nelle località montane. I veneti chiedono una gestione più equilibrata, che tuteli i residenti, protegga l’ambiente e distribuisca meglio i flussi anche fuori dai luoghi più famosi. E parlando di ambiente, impossibile ignorare le criticità legate alla sicurezza idrogeologica, alla siccità, all’erosione delle coste. Il territorio veneto è fragile e chiede interventi di prevenzione, non solo emergenze dopo i danni.</p>



<p>Scuola e università restano un altro snodo decisivo. Famiglie e studenti chiedono strutture adeguate, un legame più forte tra formazione e mondo del lavoro, più opportunità per trattenere i giovani talenti che oggi spesso emigrano altrove. Nelle città come nei piccoli centri, la questione educativa è vista come fondamentale per il futuro.</p>



<p>Infine, un tema trasversale: la sicurezza e la coesione sociale. Si chiede attenzione alle periferie, alle zone degradate, alla microcriminalità, ma anche politiche di integrazione che evitino tensioni e ghettizzazioni. La sicurezza per i veneti è fatta di ordine, ma anche di comunità.</p>



<p>Soprattutto, ciò che i cittadini pretendono è una politica che ascolti, che sia trasparente, che renda conto delle scelte. Una politica che non cali decisioni dall’alto, ma coinvolga territori e amministratori locali. In vista del voto, il messaggio è semplice: i problemi sono chiari, ora servono risposte all’altezza. I veneti non chiedono miracoli, ma impegno. Non chiedono slogan, ma soluzioni. E da queste elezioni si aspettano il segnale che la politica ha davvero capito la lezione.</p>
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		<title>Tartufo e caviale: perché vanno apprezzati come simbolo dello slow food</title>
		<link>https://www.tviweb.it/tartufo-e-caviale-perche-vanno-apprezzati-come-simbolo-dello-slow-food/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 08 Nov 2025 07:54:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[EDITORIALE]]></category>
		<category><![CDATA[FOOD & DRINK]]></category>
		<category><![CDATA[IL GRAFFIO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Caro Baldo,ho letto il tuo articolo su Tviweb. L’ho letto con attenzione, perché quando tu scrivi, ti si deve seguire. Anche quando stai leggermente provocando, cioè… quasi sempre. Ora, tu ti domandi come mai ci sia questa mia dichiarata simpatia<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.tviweb.it/tartufo-e-caviale-perche-vanno-apprezzati-come-simbolo-dello-slow-food/">Tartufo e caviale: perché vanno apprezzati come simbolo dello slow food</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.tviweb.it">TViWeb</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Caro Baldo,<br>ho letto il tuo articolo su Tviweb. L’ho letto con attenzione, perché quando tu scrivi, ti si deve seguire. Anche quando stai leggermente provocando, cioè… quasi sempre.</p>



<p>Ora, tu ti domandi come mai ci sia questa mia dichiarata simpatia per il tartufo e questa mia tenera considerazione per il caviale. Bene. Preparati.</p>



<p>Prima di tutto: il tartufo non è un “ingrediente costoso”. È un personaggio. Ha carisma. Si presenta al tavolo con la stessa disinvoltura con cui certi politici appaiono in conferenza stampa: non chiede permesso, invade la scena. Apri una campana di vetro e boom: lui domina l’aria, i pensieri, le conversazioni e a volte anche le persone.</p>



<p>Il tartufo non piace a tutti, e va benissimo. Chi lo ama, lo riconosce da lontano. Chi non lo capisce, lo guarda e dice: “Ma sa di terra”. E certo che sa di terra. È nato lì. Non viene dal supermercato in fiore. È la natura che parla chiaro: profondo, radicato, senza trucco. Il tartufo è come un pensatore: non lo puoi affrontare distrattamente.</p>



<p>Il caviale, invece, è tutta un’altra storia. All’opposto del tartufo, non urla. Sussurra. È l’eleganza della misura. Il caviale è l’unico alimento che ti insegna la lezione fondamentale della vita: la qualità sta nella quantità giusta. Se ne metti troppo, rovini tutto. Se lo mangi come se fosse salsa, stai sbagliando mestiere.</p>



<p>E poi diciamocelo: il caviale è una meditazione zen in forma commestibile. Devi fermarti. Devi assaggiare lentamente. Devi sentire la salinità che si apre piano, come una conversazione interessante. È una pausa. Una parentesi. Una parentesi di gusto che ti costringe alla calma. Altro che status symbol: è autodisciplina.</p>



<p>E allora perché piacciono a me, Baldo?<br>Semplice: perché rappresentano il contrario della velocità con cui viviamo. Sono una dichiarazione di resistenza umana. Una piccola rivoluzione personale contro il panino mangiato in auto, il caffè trangugiato in corsa, l’aperitivo fatto “tanto per”.</p>



<p>Tartufo e caviale ti dicono: fermati. Respira. Assapora. Vivi il momento.<br>Che poi, se fossimo onesti, la vera domanda non è “Perché mi piacciono?”.<br>È “Perché non dovrebbero piacermi?”.<br>Ho forse l’obbligo morale di dichiarare amore solo alla pasta al pomodoro? A cui, tra l’altro, io voglio benissimo. Ma si può amare la semplicità e l’eccellenza, il pane e la poesia, la trattoria e la cucina stellata. Non sono contraddizioni. Sono possibilità.</p>



<p>In conclusione: non ho bisogno che il tartufo e il caviale mi rappresentino. Non sto cercando medaglie gastronomiche. Mi piacciono perché mi fanno sentire presente, sveglio, sensibile al mondo.</p>



<p>Tutto qui.<br>Se poi qualcuno vuole trasformare questo in una questione di status, almeno che sia status con sapore.</p>



<p>Cordialmente,<br>quello che quando arriva il tartufo sorride già prima di mangiare….</p>
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		<title>Uilca e desertificazione bancaria: un convegno in Emilia con De Pascale</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Luca Faietti]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 07 Nov 2025 09:52:15 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ECONOMIA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La progressiva chiusura delle filiali bancarie continua a rappresentare un tema di forte impatto sociale, economico e occupazionale. La riduzione della presenza fisica degli sportelli, infatti, non solo incide sull’occupazione, ma mina anche la coesione sociale e il diritto di<span class="sospensione">...</span><span class="more-link"><span class="testo">Leggi tutto</span></span></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.tviweb.it/uilca-e-desertificazione-bancaria-un-convegno-in-emilia-con-de-pascale/">Uilca e desertificazione bancaria: un convegno in Emilia con De Pascale</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.tviweb.it">TViWeb</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>La progressiva chiusura delle filiali bancarie continua a rappresentare un tema di forte impatto sociale, economico e occupazionale. La riduzione della presenza fisica degli sportelli, infatti, non solo incide sull’occupazione, ma mina anche la coesione sociale e il diritto di accesso ai servizi finanziari, soprattutto per le fasce più fragili della popolazione e per le comunità locali più piccole.</p>



<p>Per affrontare queste criticità e promuovere un confronto costruttivo tra istituzioni, mondo del credito e rappresentanze sindacali,&nbsp;<strong>UILCA Emilia Romagna</strong>&nbsp;e&nbsp;<strong>Uil Emilia Romagna</strong>&nbsp;organizzano la tavola rotonda:&nbsp;<strong>“Chiusura filiali? No, grazie”</strong>, che si terrà&nbsp;<strong>mercoledì 19 novembre 2025 a Bologna</strong>, con inizio alle ore 9.30 presso&nbsp;<strong>Palazzo Grassi – Circolo Unificato dell’Esercito</strong>.</p>



<p>Dopo i saluti istituzionali di&nbsp;<strong>Michele de Pascale</strong>,&nbsp;<strong>Matteo Lepore</strong>&nbsp;e&nbsp;<strong>Mario Cusano</strong>, seguirà la relazione introduttiva di&nbsp;<strong>Roberto Telatin</strong>&nbsp;del Centro Studi Orietta Guerra Uilca Nazionale.</p>



<p>La&nbsp;<strong>tavola rotonda</strong>&nbsp;vedrà la partecipazione di&nbsp;<strong>Fulvio Furlan</strong>,&nbsp;<strong>Davide Baruffi</strong>,&nbsp;<strong>Gian Luca Galletti</strong>&nbsp;e&nbsp;<strong>Marcello Borghetti</strong>, moderati da&nbsp;<strong>Valerio Baroncini</strong>, vicedirettore de&nbsp;<em>il Resto del Carlino</em>.</p>



<p>L’evento rappresenta un momento di dialogo e riflessione per ribadire l’importanza di una banca vicina alle persone, un confronto aperto sul futuro del credito e del lavoro nel territorio emiliano-romagnolo.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.tviweb.it/uilca-e-desertificazione-bancaria-un-convegno-in-emilia-con-de-pascale/">Uilca e desertificazione bancaria: un convegno in Emilia con De Pascale</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.tviweb.it">TViWeb</a>.</p>
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