29 Giugno 2026 - 17.11

Ondata di calore, le città bruciano: e se l’inferno fosse ora?

Siamo cresciuti immaginando l’inferno come un luogo sotterraneo, pieno di fiamme, diavoli con il forcone e anime in coda per l’eternità. Una specie di ufficio pubblico, ma con più zolfo e meno aria condizionata. E invece, a guardarsi attorno, viene un sospetto: e se l’inferno non fosse sotto di noi, ma tutto intorno? E se non iniziasse dopo la morte, ma durante una conferenza stampa in cui qualcuno dice: “È solo estate”?

Le città bruciano. Non in senso poetico, purtroppo. Bruciano nell’asfalto che restituisce calore anche di notte, nei palazzi che diventano forni verticali, nelle case degli anziani, nelle fabbriche, nei cantieri, nei campi. Bruciano nei pronto soccorso, nei treni fermi, nelle scuole chiuse, nei parchi vuoti perché perfino i cani guardano il padrone come a dire: “Oggi no, umano, oggi sopravviviamo sul divano”.

L’Europa sta vivendo ondate di caldo sempre più violente. In questi giorni diverse città italiane ed europee sono finite sotto allerta rossa, con temperature prossime o superiori ai 40 gradi, incendi, disagi nei trasporti e un aumento dei rischi sanitari. Secondo la World Meteorological Organization, il periodo 2015-2025 è stato il più caldo mai registrato e il 2025 è risultato tra gli anni più caldi di sempre, circa 1,43 °C sopra la media preindustriale. Non è più una previsione da convegno scientifico: è il bollettino medico del pianeta. 

Eppure l’uomo minimizza. È una delle nostre specialità evolutive: abbiamo inventato la ruota, la penicillina, internet e la frase “ha sempre fatto caldo”. Quest’ultima, va detto, è una meraviglia della pigrizia intellettuale. Sta al cambiamento climatico come “mio nonno fumava ed è campato cent’anni” sta all’oncologia. Un capolavoro di negazione, pronunciato magari mentre il termometro segna 41 gradi e il gatto si è trasferito spontaneamente nel frigorifero.

Il problema è che il caldo non è solo fastidio. Non è soltanto sudore, notti insonni e condizionatori che lavorano come minatori dell’Ottocento. Il caldo uccide, peggiora le malattie cardiovascolari e respiratorie, colpisce i più fragili, riduce la produttività, consuma energia, mette sotto stress reti elettriche, agricoltura, turismo, trasporti e sanità. L’IPCC ha già segnalato che in Europa i danni da cambiamento climatico riguardano persone e beni, con impatti legati soprattutto a inondazioni, tempeste e ondate di calore. Le città, poi, amplificano tutto con l’effetto “isola di calore”: cemento, asfalto e poco verde trasformano i centri urbani in griglie da barbecue, ma senza la parte allegra della grigliata. 

Anche l’economia, che spesso viene usata come scusa per rinviare le scelte ambientali, comincia a presentare il conto. Meno ore lavorabili all’aperto, più spese sanitarie, raccolti danneggiati, turismo che cambia rotta, assicurazioni più care, infrastrutture che cedono. Il caldo piega i binari, svuota le piazze, riempie gli ospedali e costringe le amministrazioni a rincorrere emergenze sempre più frequenti. È curioso: per anni ci hanno detto che salvare il clima costava troppo. Ora stiamo scoprendo che non salvarlo costa molto di più. Solo che arriva senza preventivo, senza sconto e senza possibilità di recesso.

Intanto continuiamo a inquinare. Bruciamo combustibili fossili, consumiamo suolo, costruiamo quartieri senz’ombra, tagliamo alberi come se fossero elementi decorativi e poi ci stupiamo se la città diventa invivibile. È come buttare benzina sul pavimento, accendere un fiammifero e poi convocare una task force per capire da dove venga tutto questo caldo.

La tragedia è che non manca la conoscenza. Non siamo ignoranti per mancanza di dati, ma per eccesso di comodità. Sappiamo cosa sta succedendo, sappiamo perché succede, sappiamo perfino cosa bisognerebbe fare: ridurre le emissioni, cambiare energia, ripensare mobilità e consumi, piantare alberi veri e non rendering elettorali, proteggere i fragili, adattare le città, smettere di trattare l’ambiente come una cantina dove buttare quello che non vogliamo vedere.

Ma l’umanità, spesso, assomiglia a quel passeggero sul Titanic che, mentre l’acqua sale, protesta perché il mojito non ha abbastanza ghiaccio. Ci indigniamo per il traffico, per il parcheggio, per il vicino che annaffia fuori orario. Poi davanti al riscaldamento globale diventiamo filosofi del fatalismo: “Tanto cosa vuoi che cambi?”. Cambia tutto. Cambia l’aria che respiriamo, il cibo che produciamo, le città in cui viviamo, le bollette che paghiamo, la salute dei nostri figli.

E allora sì, forse l’inferno è questo: non un luogo mitologico, ma una condizione costruita giorno dopo giorno da una specie intelligentissima e ostinatamente sciocca. Un inferno con il climatizzatore acceso, l’auto in doppia fila, il centro commerciale refrigerato e il telegiornale che parla di “temperature anomale” come se l’anomalia non fosse ormai diventata la nuova normalità.

La buona notizia, se così vogliamo chiamarla, è che questo inferno non è ancora eterno. Non siamo condannati da un dio vendicativo, ma dalle nostre scelte. E proprio per questo possiamo ancora cambiare rotta. Non basterà un albero piantato il giorno della festa dell’ambiente, non basterà bere più acqua, non basterà dire “state al fresco” a chi vive in case roventi e lavora sotto il sole. Servono politiche serie, città più verdi, energia pulita, meno emissioni, più cura e meno propaganda.

L’inferno, dopotutto, potrebbe non essere una punizione. Potrebbe essere un avvertimento. E come tutti gli avvertimenti, ha una scadenza.

Il problema è che il termometro non aspetta. E nemmeno il pianeta.

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