6 Novembre 2026 - 9.57

Sei italiano e tifavi per Trump? Allora sei un cogl…e!

In Italia si sta verificando un fenomeno straordinario. Sono scomparsi i trumpiani.

Estinti. Dissolti. Evaporati. Fino a qualche tempo fa erano dappertutto. Nei talk show, nei bar, sui social, nelle redazioni, nei salotti televisivi. Oggi, a sentirli parlare, Donald Trump dev’essere arrivato alla Casa Bianca per autocombustione.

Nessuno lo sosteneva davvero. Nessuno si fidava. Nessuno immaginava. Tutti avevano qualche dubbio, naturalmente. Tutti avevano capito che era un personaggio complicato.

Curioso. Perché io ricordo tutt’altro.

Ricordo le majorettes italiane di Trump. Quelle con i pon pon dell’America First, i sorrisi estasiati, gli applausi al grande uomo che avrebbe rimesso ordine nel mondo. Tutta la destra italiana, per esempio, esultava e fantasticava sul Nobel per la pace. Ricordo gli entusiasmi nei dibattiti televisivi. Tutti convinti che alla Casa Bianca fosse arrivato una specie di Babbo Natale con il cappellino rosso. Ma non solo la destra politica. Ricordo il negoziante, l’imprenditore, l’uomo comune.

Doveva portarci la pace, la sicurezza, la prosperità. “Con lui non ci sarebbe mai stata a guerra in Ucraina”. Magari anche qualche sconto sulla benzina, già che c’era.

Adesso, tra dazi, tensioni internazionali, guerre e bollette, scopriamo che Babbo Natale ha un piccolo difetto: i regali li vuole per sé.

E qui, permettetemi, nasce una questione che non riguarda soltanto i politici.

Riguarda tutti quelli che tifavano Trump. Dal parlamentare al fruttivendolo, dall’imprenditore all’impiegato, dall’artista al pensionato che passava le giornate su Facebook a spiegare quanto fosse geniale il nuovo presidente americano.

Perché arriva un momento in cui bisogna assumersi la responsabilità delle proprie opinioni. Anche quando non sono reati. Anche quando, purtroppo, non esiste una multa per manifesta ignoranza della realtà.

Partiamo da una questione talmente elementare che dovrebbe comprenderla anche un bambino di due anni.

Un sovranista americano non è amico di un sovranista italiano. Ne è, per definizione, un concorrente.

Sembra difficile?

Proviamo con un disegnino mentale.

Il sovranista americano vuole proteggere le aziende americane, i lavoratori americani, i prodotti americani. Vuole che gli americani comprino americano e che le imprese straniere producano negli Stati Uniti.

Il sovranista italiano vuole esattamente la stessa cosa. Ma per l’Italia.

Ora, se entrambi pretendono di vendere più degli altri, proteggere il proprio mercato e ottenere condizioni privilegiate, prima o poi uno dei due deve perdere qualcosa.

Non è un’alleanza ideologica. È un conflitto di interessi.

I sovranisti possono anche abbracciarsi davanti alle telecamere, scambiarsi complimenti e sorridere nelle fotografie. Ma quando arriva il conto, ognuno guarda il proprio portafoglio.

E quello americano è decisamente più grosso.

Il bello è che questa gente ha passato anni a ripetere «prima gli italiani», salvo poi applaudire un presidente che ripeteva «prima gli americani».

Non vi sfiorava il sospetto che le due cose potessero essere incompatibili?

Trump, almeno, era stato chiarissimo. Lo diceva da anni. America First.

Non Italy First. Non Meloni First. Non Salvini First.

America.

Bisognava soltanto capire l’inglese.

Ma veniamo all’economia, altra materia evidentemente facoltativa nel percorso formativo del tifoso trumpiano.

L’Italia è un Paese che vive anche, e in misura enorme, di esportazioni. Vendiamo macchinari, mobili, alimentari, automobili, farmaci, prodotti industriali. Nel 2025 abbiamo esportato merci per circa 643 miliardi di euro. Quasi 70 miliardi soltanto negli Stati Uniti.

Significa che abbiamo bisogno di mercati aperti, di accordi commerciali, di regole stabili. Di clienti stranieri che possano comprare le nostre merci senza dover pagare balzelli aggiuntivi.

Non occorre una laurea alla Bocconi. Basta aver capito come funziona una fattura.

Se un presidente americano (o qualsiasi altro sovranista) annuncia che vuole proteggere la propria industria con i dazi, un italiano dovrebbe cominciare a preoccuparsi. Non a stappare il prosecco.

E invece no. Tutti ad applaudire il grande negoziatore. Il genio degli affari. L’uomo che avrebbe sistemato la Cina, l’Europa e possibilmente anche il traffico sulla tangenziale.

Poi sono arrivati i dazi, con un’aliquota del 15% su gran parte delle merci europee dirette negli Stati Uniti.

Significa introdurre costi, incertezza e ostacoli proprio nei mercati dai quali dipende una parte importante del nostro benessere.

Se possiedi un’azienda che esporta negli Stati Uniti e tifavi per Trump, complimenti. Hai applaudito il presidente che prometteva di rendere più difficile vendere i tuoi prodotti.

È come essere proprietario di una gelateria e sostenere un candidato che promette di tassare i coni.

Ma perché? Perché parla male degli immigrati?

Un affare magnifico.

E non abbiamo ancora affrontato la questione internazionale.

Per ottant’anni l’Italia ha costruito una parte fondamentale della propria sicurezza e prosperità dentro un sistema di alleanze occidentali, rapporti diplomatici, istituzioni multilaterali e regole condivise.

Un sistema imperfetto, naturalmente. Ma sufficientemente stabile da consentirci di diventare una delle maggiori economie industriali del mondo.

Poi arriva un presidente che tratta gli alleati come clienti insolventi, usa i dazi come strumenti di pressione politica e arriva a provocare una crisi con gli europei persino sulla Groenlandia.

E i nostri patrioti applaudono.

Perché finalmente c’è uno che fa il duro.

Certo. Peccato che quando un presidente americano fa il duro con il resto del mondo, nel resto del mondo ci siamo anche noi.

E infatti il grande amico dell’Italia ha finito per prendersela pubblicamente perfino con Giorgia Meloni.

Una scena istruttiva.

Per anni ci hanno raccontato che bastava essere ideologicamente vicini a Trump per ottenere un trattamento privilegiato. Poi è arrivata la realtà: quando gli interessi divergono, la simpatia politica vale quanto un buono sconto scaduto.

E la pace?

Ah, la pace.

Quanti discorsi abbiamo ascoltato sul presidente che avrebbe spento le guerre. Quante lezioni impartite dai suoi ammiratori italiani. Quanto entusiasmo per l’uomo che avrebbe sistemato tutto con un paio di telefonate.

Nel 2026 abbiamo visto invece gli Stati Uniti entrare in guerra contro l’Iran, con conseguenze pesantissime sulla stabilità energetica internazionale.

E adesso ci ritroviamo a discutere di gas, petrolio, Stretto di Hormuz e rincari.

A ottobre il prezzo del gas per i clienti vulnerabili italiani è aumentato del 9,1%. Per il quarto trimestre ARERA ha registrato un rincaro del 37,3% dell’elettricità per i clienti vulnerabili in Maggior Tutela.

Naturalmente non ogni aumento della bolletta è colpa di Trump. Il mercato energetico è più complesso e le responsabilità sono molteplici.

Ma se avevi scelto di tifare per quello che prometteva pace e stabilità, forse un minimo di riflessione sulle conseguenze delle sue decisioni sarebbe opportuno.

E invece qualcuno continua a stupirsi.

«Ma come, doveva abbassare i prezzi!»

Appunto. Doveva.

Ora, però, arriviamo alla parte che considero più irritante di tutta questa vicenda.

La scusa del woke.

Perché alla fine, quando chiedevi ai tifosi italiani di Trump che cosa ci guadagnasse concretamente il nostro Paese dalla sua elezione, spesso la risposta finiva lì.

Il woke. La cultura woke. I democratici. Le università americane. I bagni gender. Le follie progressiste.

E allora diciamolo: i democratici americani sono inguardabili Questo è vero.. Possono avere idee assurde, candidati deboli, una comunicazione irritante e una straordinaria capacità di perdere elezioni che sembravano impossibili da perdere.

Ma chi se ne frega?

Tu sei italiano.

Non sei un elettore della Pennsylvania. Non lavori necessariamente in Ohio. Non hai un’impresa nel Michigan.

A te dovrebbe interessare quale presidente americano possa favorire la stabilità internazionale, la sicurezza europea, il commercio e, in definitiva, gli interessi dell’Italia.

Invece hai deciso di tifare per un uomo perché faceva arrabbiare quelli che ti stavano antipatici.

Hai scambiato la politica estera per una rissa televisiva. Hai sacrificato l’analisi economica sull’altare della guerra culturale. Ti sei fatto conquistare da un personaggio che gridava più forte degli altri, senza preoccuparti di quello che avrebbe fatto una volta conquistato il potere.

Il woke era il giocattolino luccicante. Dietro c’erano i dazi, la politica di potenza, gli interessi americani, le alleanze messe in discussione e un mondo sempre più imprevedibile.

Ma tu guardavi il giocattolino.

E ridevi.

Perché finalmente qualcuno gliele cantava a quei maledetti progressisti.

Pazienza se poi il conto arrivava anche a casa tua.

Ora, sia chiaro, nessuno pretende che un cittadino sappia prevedere ogni crisi internazionale. Nessuno possiede la sfera di cristallo. E cambiare idea davanti ai fatti è un segno di intelligenza, non una vergogna.

Ma c’è una differenza enorme tra ammettere di aver sbagliato e fingere di non aver mai sostenuto una sciocchezza.

Ed è proprio questa la cosa che non sono disposto a concedere ai trumpiani italiani: l’amnesia gratuita.

Non puoi passare anni a spiegare che Trump è un genio, che l’Europa è governata da incapaci, che finalmente arriverà qualcuno a rimettere le cose a posto, e poi presentarti al primo problema economico con l’aria sorpresa di chi ha appena scoperto che il fuoco brucia.

Non puoi pretendere di essere considerato un raffinato analista politico quando le cose sembrano andare bene e trasformarti in un innocente spettatore quando vanno male.

Hai tifato Trump?

Benissimo. Era un tuo diritto.

Ma adesso almeno riconosci che cosa avevi sottovalutato. Che il nazionalismo americano non coincide con l’interesse nazionale italiano. Che il protezionismo non è un regalo a un Paese esportatore. Che le alleanze internazionali valgono più delle fotografie sorridenti. Che governare il mondo è un po’ più complicato che insultare gli avversari sui social.

Non ti chiedo di diventare di sinistra. Non ti chiedo di apprezzare i democratici americani. Non ti chiedo neppure di odiare Trump.

Ti chiedo qualcosa di molto più semplice.

Di studiare.

Almeno le basi.

Perché la politica non è una partita di calcio. E quando perdi una partita puoi sempre prendertela con l’arbitro. Quando sbagli a valutare gli interessi economici e strategici del tuo Paese, le conseguenze possono finire sulle fatture delle imprese, sui posti di lavoro e sulle bollette delle famiglie.

Ecco perché non mi interessa particolarmente sapere se oggi sei ancora trumpiano.

Mi interessa sapere se hai capito perché lo eri.

Perché magari eri convinto che un miliardario americano, eletto per difendere gli interessi americani, avrebbe messo al primo posto quelli italiani.

Magari pensavi che due sovranisti, anziché farsi concorrenza, si sarebbero scambiati favori per affinità ideologica.

Magari credevi che bastasse combattere il woke per garantire la prosperità economica.

In questo caso ho una notizia spiacevole.

Il problema non era Trump.

Il problema era che tu non avevi capito Trump.

E adesso che ti lamenti dei prezzi, delle tensioni, dei dazi e della bolletta, forse sarebbe il caso di smetterla di cercare un colpevole sempre diverso.

Comincia da una domanda: perché hai applaudito politiche contrarie ai tuoi stessi interessi?

E se la risposta non ti piace, non prendertela con i giornali, con Bruxelles, con i mercati o con i soliti poteri forti.

Prenditela con te stesso.

Perché l’ignoranza politica è un diritto. Ma pretendere che sia sempre qualcun altro a pagarne il conto è un lusso che non possiamo più permetterci.

E la prossima volta, prima di metterti a tifare per un presidente straniero, prova almeno ad aprire un libro di economia.

Costa meno di una bolletta.

E, soprattutto, insegna qualcosa.

Potrebbe interessarti anche:

Sei italiano e tifavi per Trump? Allora sei un cogl...e! | TViWeb Sei italiano e tifavi per Trump? Allora sei un cogl...e! | TViWeb

Testata Street Tg Autorizzazione: Tribunale Di Vicenza N. 1286 Del 24 Aprile 2013

Luca Faietti Direttore Fondatore ed Editoriale - Arrigo Abalti Fondatore - Direttore Commerciale e Sviluppo - Paolo Usinabia Direttore Responsabile

Copyright © 2026 Tviweb. All Rights Reserved | Tviweb S.R.L. P.Iva E C.F. 03816530244 - Sede Legale: Brendola - Via Monte Grappa, 10

Concessionaria pubblicità Rasotto Sas

Credits - Privacy Policy