6 Novembre 2026 - 9.41

Dalla kefiah della Fiom alla paura a Berlino: il cortocircuito della sinistra con Hamas

Quando il nemico del mio nemico diventa mio amico

Umberto Baldo

Ci sono notizie che leggi distrattamente, magari mentre scorri i giornali del mattino, e che invece finiscono per farti riflettere.

Ne ho incontrate due nei giorni scorsi. 

Apparentemente lontane, una in Germania e l’altra in Italia. 

Protagonisti diversi, circostanze diverse. 

Ma un particolare le accomuna: entrambe raccontano qualcosa dei rapporti sempre più ambigui che una parte della sinistra europea intrattiene con il radicalismo islamista e con gli ambienti che gravitano attorno ad Hamas.

La prima riguarda Elif Eralp, che dopo la vittoria elettorale del suo partito (la Linke), punta a diventare la nuova Sindaca Governatrice di Berlino. 

Durante un’intervista a Der Spiegel le viene chiesto di Ibrahim Ibrahim, un attivista filopalestinese vicino agli ambienti della Linke, che aveva pubblicamente celebrato Yahya Sinwar, il capo di Hamas ucciso da Israele, definendolo un «eroe martire».

Eralp inizialmente riconosce il problema, ma quando arriva il momento di autorizzare la pubblicazione dell’intervista chiede di cancellare il passaggio.

Fin qui niente di particolarmente straordinario. Il bello, si fa per dire, arriva dopo.

Il suo staff restituisce al settimanale il documento con alcune annotazioni interne che avrebbero dovuto rimanere riservate. 

E lì emerge la vera ragione della richiesta: Eralp scrive di non voler mettere in pericolo sé stessa e la propria famiglia. Aggiunge che anche il marito ha paura di queste persone.

Der Spiegel ha deciso di pubblicare anche quelle annotazioni.

La seconda notizia arriva dall’Italia e riguarda Samuele Lodi, appena eletto segretario generale della Fiom-Cgil.

Durante la proclamazione indossa una kefiah palestinese. 

Un simbolo che ormai vediamo dappertutto, ma che in questo caso presenta un particolare non proprio trascurabile.

Su uno dei lembi compare infatti una scritta in arabo che si legge Tūfān al-Aqṣā, ovvero «Diluvio di Al-Aqsa».

Non è uno slogan qualsiasi.

È il nome che Hamas ha dato all’operazione terroristica del 7 ottobre 2023, quella dei massacri, degli stupri, dei rapimenti e dell’uccisione di oltre 1.200 israeliani.

La Fiom interviene precisando che nessuno era consapevole del significato della scritta, essendo in arabo. 

Aggiunge anche che quel motto è incompatibile con la storia e i valori dell’organizzazione ed annuncia verifiche interne.

Insomma, il nuovo Segretario dei metalmeccanici italiani si è ritrovato addosso, a sua insaputa, il nome dell’operazione terroristica di Hamas.

Due episodi diversi. 

Nel primo una donna che dichiara di avere paura di alcuni ambienti che frequentano la sua area politica. 

Nel secondo un sindacato che non sa nemmeno cosa ci sia scritto sul simbolo che mette al collo di un dirigente del massimo livello.

Ma a mio avviso sarebbe un errore considerarli soltanto due incidenti di comunicazione.

Il problema è più profondo e riguarda una parte della sinistra europea, che negli ultimi anni sembra avere progressivamente smarrito la capacità di distinguere fra la solidarietà verso il popolo palestinese e la legittimazione politica di chi pretende di rappresentarlo attraverso il terrorismo e il fanatismo religioso.

Ormai la bandiera palestinese compare dappertutto. Nelle manifestazioni sindacali, nei cortei studenteschi, nelle università, nei Gay Pride, nelle iniziative contro il carovita, nelle proteste contro qualsiasi cosa.

Sembra diventata una bandiera universale, una specie di sostituto della bandiera dell’ONU o addirittura della Pace.

Non importa quale sia l’argomento della manifestazione: prima o poi spunta il vessillo palestinese, accompagnato dalla kefiah e da qualche slogan contro Israele.

Mi chiedo se qualcuno si sia mai domandato perché.

La solidarietà con i palestinesi è legittima. La loro aspirazione ad uno Stato, all’autodeterminazione ed a una vita dignitosa non è in discussione.

Ma da quando sostenere un Popolo significa doverne condividere qualsiasi rappresentante, qualsiasi organizzazione e qualsiasi forma di lotta?

È qui che si manifesta il cortocircuito culturale.

Una parte della sinistra ha trasformato l’antisionismo in una sorta di lasciapassare ideologico. Israele viene identificato con l’Occidente, l’Occidente con il capitalismo, il capitalismo con tutte le forme di oppressione. 

Di conseguenza, chi combatte Israele viene collocato automaticamente dalla parte giusta della storia.

Anche quando si tratta di organizzazioni che non riconoscono la democrazia, perseguitano gli oppositori, negano la libertà alle donne e considerano l’omosessualità un crimine.

È il trionfo dell’antimperialismo da salotto, quello che consente di sventolare la bandiera palestinese durante una manifestazione per i diritti civili senza chiedersi quale destino attenderebbe quegli stessi diritti in una Gaza governata da Hamas.

I famosi Queer for Gaza sono forse l’esempio più paradossale di questa confusione. Manifestare per la popolazione civile palestinese è assolutamente legittimo. 

Ma qualcuno dovrebbe spiegare ai partecipanti che, se applicassero a Gaza le libertà che rivendicano nelle nostre piazze, rischierebbero di non poter più tornare a casa.

E non è una questione secondaria.

La libertà delle donne, i diritti degli omosessuali, la laicità delle istituzioni, il pluralismo politico non sono concessioni dell’Occidente imperialista. Sono conquiste di civiltà che hanno richiesto secoli di lotte e che dobbiamo difendere ovunque.

Non possono diventare valori negoziabili quando a metterli in discussione è qualcuno che porta una kefiah.

Attenzione, però, a non commettere l’errore opposto. 

I palestinesi non sono Hamas, così come non tutti coloro che manifestano contro le politiche del governo israeliano sono antisemiti o simpatizzanti del terrorismo.

Ma proprio per questo occorre distinguere. 

E distinguere significa anche avere il coraggio di denunciare Hamas senza sentirsi obbligati ad aggiungere ogni volta un «però» giustificativo.

Qui torniamo ai nostri due episodi.

Una candidata alla guida di Berlino che dichiara di temere le reazioni di determinati ambienti legati al radicalismo filopalestinese. Un importante sindacato italiano che scopre soltanto dopo la proclamazione di un proprio segretario che sulla kefiah indossata dal dirigente c’è scritto il nome dell’operazione terroristica del 7 ottobre.

Non sono prove che tutta la sinistra europea sia diventata complice dell’islamismo politico. Sarebbe una generalizzazione ingiusta.

Sono però segnali di una difficoltà culturale che non può essere liquidata come una semplice distrazione degli uffici stampa.

Perché il problema nasce prima degli uffici stampa. Nasce da un sistema di alleanze, simpatie e indulgenze che ha finito per rendere imbarazzante perfino la condanna esplicita di chi celebra il massacro di civili israeliani.

E allora permettetemi una considerazione da liberale, prima ancora che da osservatore politico.

Il nemico del mio nemico non è necessariamente mio amico.

Anzi, qualche volta è semplicemente un altro nemico.

La democrazia liberale non si difende facendo sconti a chi vorrebbe distruggerla. 

Non si può condannare il fascismo e tollerare l’islamismo radicale. 

Non si può difendere la libertà delle donne in Europa e tacere sulla loro condizione nei territori governati da movimenti integralisti islamici.  

Non si può condannare il terrorismo soltanto quando colpisce gli amici.

Il vero discrimine non è essere di destra o di sinistra. 

È stabilire se si sta dalla parte della libertà oppure dalla parte di chi vuole sopprimerla.

E questo discrimine dovrebbe valere sempre, anche quando la bandiera che sventola in piazza è quella palestinese.

Umberto Baldo

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