USA – I democratici conquistano (forse) il Mississippi, mentre i repubblicani, un po’ codardi e sicuramente responsabili per Trump, vanno in tilt

Il democratico Scott Colom è avanti di appena 1.138 voti nello Stato che Trump aveva conquistato con 22 punti di vantaggio. Sarebbe un risultato senza precedenti da decenni. Intanto, dopo aver perso il controllo del Congresso, i repubblicani si dividono tra accuse reciproche, silenzi e tentativi di prendere le distanze dal presidente. La guerra in Iran, il carovita e la mancata opposizione alle scelte della Casa Bianca sono al centro della crisi.
Il Mississippi potrebbe regalare alle elezioni americane di metà mandato del 2026 uno dei risultati più clamorosi della storia politica recente degli Stati Uniti. Nello Stato considerato una roccaforte repubblicana, il democratico Scott Colom è in vantaggio sulla senatrice uscente Cindy Hyde-Smith, sostenuta da Donald Trump.
Secondo gli ultimi dati disponibili dell’Associated Press, con circa il 96% dei voti scrutinati, Colom ha ottenuto 464.926 preferenze, contro le 463.788 della rivale repubblicana. La differenza è di appena 1.138 voti. Il candidato indipendente Ty Pinkins raccoglie circa 19.900 consensi.
Il risultato non è ancora definitivo. Restano da esaminare schede per corrispondenza e voti provvisori che potrebbero modificare l’esito. Le contee dovranno certificare i risultati entro il 13 novembre e la proclamazione ufficiale statale è prevista per il 3 dicembre. In Mississippi non esiste inoltre un riconteggio automatico: un’eventuale verifica deve passare attraverso un provvedimento giudiziario.
Ma il semplice fatto che un democratico possa conquistare questo seggio rappresenta già un terremoto politico.
Una vittoria che riscriverebbe la storia del Mississippi
Nel 2024 Donald Trump aveva vinto il Mississippi con circa 22 punti di vantaggio. Il Partito Democratico non conquista un’elezione per il Senato federale nello Stato dal 1982, quando venne rieletto John Stennis.
La possibile affermazione di Colom avrebbe anche un significato storico e simbolico: il Mississippi non elegge un senatore afroamericano dal 1875, anno dell’elezione di Blanche K. Bruce, durante la Ricostruzione successiva alla Guerra civile.
Colom, appartenente a una famiglia presente nello Stato da sette generazioni, ha un percorso politico particolare. Suo padre era repubblicano e aveva sostenuto Ronald Reagan. Lui, invece, nel 2015 è diventato il primo procuratore distrettuale afroamericano del sedicesimo distretto giudiziario, sconfiggendo un titolare della carica in servizio da quasi trent’anni.
Il forte sostegno ricevuto nelle contee a maggioranza afroamericana ha contribuito a rendere competitiva una sfida che, fino a poco tempo fa, sembrava difficilmente contendibile.
Trump perde il Congresso, i repubblicani cercano un colpevole
Il possibile ribaltamento del Mississippi arriva dopo una sconfitta già pesantissima per il Partito Repubblicano: i democratici hanno riconquistato il controllo sia della Camera dei rappresentanti sia del Senato.
Le perdite hanno interessato anche Stati e collegi nei quali i repubblicani contavano su un vantaggio consolidato.
Una ricognizione del Guardian sui candidati direttamente sostenuti da Trump evidenzia la dimensione del problema. Tra i 26 candidati al Senato appoggiati dal presidente, soltanto la metà aveva vinto al momento della rilevazione. Nelle elezioni per governatore, nove dei 23 candidati sostenuti da Trump risultavano eletti, dodici sconfitti e due ancora in attesa del risultato.
Alla Camera, inoltre, erano già 46 i candidati sostenuti dal presidente che avevano perso.
Numeri che mettono in discussione l’efficacia di un sistema politico costruito sempre più attorno alla fedeltà personale a Trump.
Lo stesso presidente, dopo aver invitato ripetutamente gli elettori a comportarsi come se il suo nome fosse sulla scheda, ha spiegato la sconfitta sostenendo di non essere stato direttamente candidato.
Una giustificazione che appare in evidente contrasto con la strategia utilizzata durante la campagna elettorale.
La guerra in Iran divide Trump e Vance
Uno degli aspetti più significativi della crisi è la presa di posizione del vicepresidente JD Vance, che ha individuato nella guerra contro l’Iran la principale causa della sconfitta.
Secondo Vance, molti cittadini che avevano votato per Trump nel 2024 hanno scelto questa volta i democratici, delusi soprattutto dalla prosecuzione del conflitto, dai costi economici e dalla mancata realizzazione delle promesse elettorali.
Una dichiarazione politicamente rilevante, soprattutto perché arriva da un vicepresidente che aveva sostenuto l’Amministrazione anche durante la guerra.
Trump, dal canto suo, ha riconosciuto che il conflitto abbia pesato sui risultati, ma ha ribadito che prenderebbe nuovamente la stessa decisione.
Le conseguenze economiche della guerra, cominciata alla fine di febbraio, sono state particolarmente pesanti sul mercato energetico, con ripercussioni sui carburanti e sull’inflazione.
Anche il ruolo del segretario alla Difesa Pete Hegseth è finito al centro delle critiche, mentre all’interno del Partito Repubblicano cresce il confronto sulla gestione del conflitto e sulle responsabilità politiche della sconfitta.
Il problema dei repubblicani: il sostegno a Trump e la rinuncia al controllo
La crisi, però, non nasce soltanto dalla guerra.
Per quasi due anni buona parte della maggioranza repubblicana al Congresso ha accompagnato le decisioni della Casa Bianca, opponendo una resistenza limitata anche su questioni controverse, dalle tariffe commerciali ai poteri presidenziali nella gestione del conflitto iraniano.
Un comportamento che ha alimentato le accuse di connivenza politica e mancanza di coraggio nel contraddire Trump rivolte ai parlamentari del partito. L’elettorato li identifica come codardi e conniventi con le scelte sciagurate di Trump. Hanno accettato che il Paese andasse alla deriva.
Non tutti i repubblicani hanno seguito questa linea. Il deputato Thomas Massie è stato tra i critici più espliciti e, nel settembre scorso, sette parlamentari repubblicani hanno votato insieme ai democratici una misura della Camera volta a limitare la partecipazione militare americana alla guerra senza un’autorizzazione del Congresso.
Ma queste prese di distanza sono rimaste minoritarie per gran parte del conflitto.
Il punto centrale della critica è proprio questo: molti esponenti del partito hanno difeso le scelte presidenziali quando Trump appariva politicamente forte, mentre soltanto dopo la sconfitta elettorale sono emerse contestazioni più estese.
Un atteggiamento che pone una domanda inevitabile: perché le preoccupazioni sul costo della guerra e sulle conseguenze economiche non hanno prodotto prima un’opposizione più decisa all’interno della maggioranza?
Il governatore della Florida Ron DeSantis ha descritto il risultato elettorale come qualcosa di simile a un evento capace di mettere a rischio la sopravvivenza politica del partito, criticando anche una campagna elettorale incapace di concentrarsi sulle priorità concrete degli elettori.
Gli americani hanno votato soprattutto contro il carovita e la corruzione
I dati raccolti attraverso le indagini sugli elettori aiutano a comprendere le ragioni della sconfitta.
Secondo la rilevazione di ABC News, il 55% degli elettori della Camera ha considerato la corruzione governativa un fattore decisivo per il proprio voto. Il 49% ha indicato il costo della vita e il 34% la guerra in Iran.
La guerra ha quindi avuto un ruolo importante, ma non è stata l’unica causa del risultato.
L’indagine dell’Associated Press evidenzia inoltre che circa due elettori su tre ritengono che le politiche di Trump abbiano peggiorato la situazione economica.
Particolarmente significativo un altro dato: circa sette elettori su dieci ritengono che il Congresso non abbia esercitato un controllo sufficiente sul potere presidenziale. Un’opinione condivisa anche da una parte consistente dell’elettorato repubblicano.
Si tratta di un segnale che va oltre la normale alternanza politica.
Gli elettori sembrano chiedere non soltanto risposte sull’economia, ma anche istituzioni capaci di controllarsi reciprocamente e parlamentari disposti ad assumersi responsabilità autonome rispetto al presidente.
La vittoria democratica, tuttavia, non equivale a un’approvazione incondizionata del partito: le stesse rilevazioni mostrano una diffusa insoddisfazione verso entrambe le forze politiche.
Il Mississippi potrebbe diventare il simbolo della crisi repubblicana
Per Trump e per i repubblicani, la difficoltà più grande potrebbe essere quella di comprendere come ricostruire un rapporto con gli elettori che li avevano sostenuti soltanto due anni fa.
La sconfitta non riguarda esclusivamente il presidente, ma anche un gruppo dirigente che dovrà spiegare le proprie scelte, il sostegno alla guerra e la capacità di rappresentare le preoccupazioni quotidiane degli americani.
In questo quadro, il Mississippi assume un valore che va ben oltre il singolo seggio.
Se Scott Colom riuscisse a prevalere, il risultato dimostrerebbe che perfino una delle roccaforti repubblicane più solide può diventare contendibile quando cambiano le priorità degli elettori.
Per il momento, però, la vittoria storica resta una possibilità e non un risultato acquisito. Saranno le ultime schede a stabilire se il Mississippi scriverà davvero una nuova pagina della sua storia politica.
Per i repubblicani, invece, una certezza esiste già: dopo una sconfitta di questa portata, cercare semplicemente un capro espiatorio non basterà a risolvere le contraddizioni emerse dentro il partito.










