4 Novembre 2026 - 10.34

L’America oltre il modello WASP. Quando il potere cambia pelle

C’è un aspetto delle elezioni di Midterm americane che, a mio avviso, merita forse più attenzione della stessa sconfitta di Donald Trump, peraltro annunciata, anche se non in queste dimensioni.

E’ il progressivo cambiamento della composizione della classe politica americana. 

Una trasformazione che sta portando ai vertici delle istituzioni personaggi che fino a qualche decennio fa sarebbero stati difficilmente immaginabili nei tradizionali circuiti del potere di Washington.

Parliamo di afroamericani, ispanici, musulmani, donne appartenenti a comunità indigene, e persino di candidati che si dichiarano apertamente socialisti.

Per capire la portata del fenomeno basta guardare alcuni dei risultati di queste elezioni.

In Georgia, Keisha Lance Bottoms è diventata la prima donna afroamericana eletta governatrice di uno Stato americano.

In Florida, il repubblicano Byron Donalds (sostenuto da Trump) è diventato il primo governatore nero dello Stato. Una circostanza interessante, perché dimostra come il colore della pelle non determini automaticamente l’appartenenza politica.

In Texas, Gina Hinojosa sarà la prima governatrice latina della storia dello Stato, mentre in New Mexico Deb Haaland, appartenente alla comunità indigena Laguna Pueblo, è diventata la prima donna nativa americana eletta governatrice.

E non è finita.

In Michigan, Abdul El-Sayed ha conquistato un seggio al Senato, diventando il primo musulmano a entrare nella Camera Alta del Congresso americano.

Sono primati che raccontano un cambiamento nella rappresentanza politica di un Paese che, per molto tempo, ha avuto nella cultura WASP (White, Anglo-Saxon, Protestant) il riferimento prevalente della propria classe dirigente.

Ma c’è un altro elemento che merita attenzione.

Per la prima volta un gruppo di dimensioni significative di candidati sostenuti dai Democratic Socialists of America è riuscito a conquistare cinque seggi alla Camera dei rappresentanti.

Non parliamo semplicemente di democratici progressisti. 

Parliamo di persone che si riconoscono esplicitamente nel socialismo democratico, con proposte che vanno dalla sanità universale alla redistribuzione della ricchezza, fino a posizioni molto radicali sull’immigrazione e sulla politica estera.

Un fenomeno che sarebbe sbagliato liquidare come una semplice curiosità elettorale.

Ricordiamoci sempre che siamo negli Usa della “Capanna dello zio Tom”, e del “maccartismo”, vera e propria persecuzione politica e ideologica contro persone sospettate di essere comuniste o socialiste.

Che cosa ci raccontano tutti questi risultati?

Innanzitutto che la società americana è cambiata, e che la sua rappresentanza istituzionale sta progressivamente rispecchiando questa trasformazione.

Il vecchio modello di una classe dirigente prevalentemente bianca, protestante e di ascendenza anglosassone non è più in grado di rappresentare da solo la complessità della società statunitense.

Ma c’è una seconda considerazione, forse ancora più interessante.

L’appartenenza etnica o religiosa non coincide necessariamente con quella politica. 

Un afroamericano può essere repubblicano, un musulmano democratico, un ispanico conservatore ed un socialista un convinto sostenitore delle istituzioni liberaldemocratiche.

Byron Donalds, repubblicano e primo governatore nero della Florida, è probabilmente l’esempio più evidente di questa distinzione.

È un passaggio importante, perché dimostra che l’integrazione politica non consiste soltanto nel portare nelle Istituzioni persone appartenenti a minoranze, ma nel renderle protagoniste di una competizione nella quale contano anche idee, programmi e appartenenze politiche.

Naturalmente non bisogna confondere i diversi fenomeni. 

La maggiore presenza delle minoranze nelle istituzioni e la crescita della sinistra socialista sono due processi distinti, anche se in parte possono incontrarsi nella stessa coalizione elettorale democratica.

E non sappiamo ancora quali saranno le conseguenze di questa trasformazione.

Una cosa, però, mi sembra evidente.

L’America non sta semplicemente diventando meno WASP. 

Sta diventando un Paese nel quale essere WASP non costituisce più un requisito implicito per aspirare al potere.

Per noi europei, abituati a discutere di integrazione, identità, immigrazione e rappresentanza,  e di recente anche  di remigrazione, è un segnale che merita qualche riflessione.

La democrazia, quando funziona, non conserva eternamente la fotografia di chi detiene il potere. 

La cambia insieme alla società che rappresenta.

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