L’asinello prende a calci l’elefante

Ci sono notti che hanno una loro valenza storica. E quella appena trascorsa è una di quelle.
Così, anziché andare a letto alla solita ora, ho passato buona parte della notte davanti al televisore per seguire lo spoglio delle elezioni di Midterm americane.
Mentre scrivo sono oggettivamente un po’ assonnato, ma l’adrenalina scorre ancora. Cercherò quindi di raccontarvi, a volo d’uccello, quello che è successo finora, basandomi esclusivamente sulle informazioni dei grandi giornali, delle agenzie di stampa e dei media statunitensi.
Alcuni risultati sono ancora in fase di definizione, ma il quadro politico è già sufficientemente chiaro.
Prima, però, una considerazione.
Prevedo che nelle prossime ore assisteremo alle manifestazioni di entusiasmo delle sinistre italiane ed europee.
E, sia chiaro, non avranno tutti i torti.
Io stesso ho sperato in una sconfitta di Donald Trump e non ho alcuna difficoltà ad ammetterlo.
Ma da qui a trasformare la sconfitta elettorale del presidente americano in una futura sconfitta di Giorgia Meloni, di Marine Le Pen, e delle destre europee ce ne corre.
Conoscendo i nostri politici, qualcuno sarà già pronto a spiegarci che se perde Trump, per proprietà transitiva, deve cominciare a fare le valigie anche la Meloni.
Peccato che la politica non funzioni così.
Gli Stati Uniti hanno una storia, un sistema istituzionale, una cultura politica e problemi economici e sociali profondamente diversi da quelli europei.
E gli elettori americani non sono chiamati a votare con il telecomando di Washington.
Detto questo, veniamo alla notizia.
Non ho alcuna difficoltà a parlare di un terremoto, e non soltanto a Washington.
L’immagine che emerge da questa notte è quella di un vero sisma elettorale, tanto che lo stesso Trump ha riconosciuto la sconfitta, dichiarandosi disponibile a collaborare con i democratici.
Alcune roccaforti repubblicane, considerate quasi inespugnabili, sono cadute di fronte all’avanzata democratica.
E non stiamo parlando di qualche seggio conquistato in Stati tradizionalmente in bilico.
In Texas, dove Trump aveva vinto nettamente nel 2024, il democratico James Talarico ha conquistato il seggio al Senato, mentre Gina Hinojosa ha strappato il governatorato al repubblicano Greg Abbott. Una doppia vittoria di portata storica per i Democratici in uno Stato che da decenni rappresenta una delle principali roccaforti repubblicane.
In Kansas Adam Hamilton ha sconfitto il senatore repubblicano Roger Marshall. I Democratici non conquistavano quel seggio dal 1932.
In Iowa Josh Turek ha conquistato il Senato, mentre i Democratici hanno ottenuto anche il governatorato.
In Ohio Sherrod Brown è tornato al Senato sconfiggendo il repubblicano Jon Husted, mentre Amy Acton ha conquistato il governatorato battendo Vivek Ramaswamy.
In Carolina del Nord l’ex governatore democratico Roy Cooper ha conquistato il seggio senatoriale. E persino nella tradizionalmente conservatrice Carolina del Sud la democratica Annie Andrews ha battuto la senatrice repubblicana Darline Graham.
Non sono episodi isolati.
Sono risultati che, messi insieme, raccontano un cambiamento significativo degli equilibri elettorali americani.
Ma le Midterm non riguardano soltanto il Congresso.
Questo è un particolare che spesso sfugge a chi osserva le elezioni americane dall’Europa.
Gli americani non hanno votato soltanto per rinnovare tutti i 435 membri della Camera dei Rappresentanti e 35 seggi del Senato.
Erano in palio anche 36 Governatorati, numerosi seggi nelle assemblee legislative dei singoli Stati, cariche amministrative e, dove previsto, anche cariche giudiziarie.
A questo si aggiungono referendum e consultazioni locali su una quantità impressionante di questioni.
È un sistema elettorale molto più articolato del nostro, nel quale il voto di metà mandato diventa anche una verifica del consenso ai governi dei singoli Stati.
E questa volta il messaggio degli elettori è arrivato forte e chiaro.
I Democratici hanno conquistato il Senato e stanno compiendo una rimonta importante anche alla Camera.
Il tabellone del Washington Post, mentre scrivo, indica 217 seggi democratici contro 126 repubblicani, con numerose assegnazioni ancora da completare.
Se la conquista della Camera sarà confermata, cosa altamente probabile, Trump si ritroverà con entrambe le Camere del Congresso controllate dagli avversari.
Non esattamente quello che si augurava quando ha trasformato queste elezioni in un referendum sulla propria presidenza.
Perché è successo?
Leggendo le ricostruzioni di tutti i media statunitensi, emergono alcuni elementi ricorrenti.
Il primo è il portafoglio. L’inflazione, il costo della vita, la benzina e la difficoltà delle famiglie ad arrivare a fine mese.
Trump aveva costruito una parte importante del proprio consenso sulla promessa di rendere nuovamente prospera l’America. Ma quando le promesse economiche non si traducono in risultati percepibili, gli elettori presentano il conto.
Il secondo riguarda i dazi commerciali. Una politica che avrebbe dovuto proteggere l’economia americana ha finito per creare maggiori costi per imprese e consumatori, alimentando anche il malcontento di settori agricoli importanti, come quello dell’Iowa.
Il terzo è la politica estera, con la guerra contro l’Iran e le sue conseguenze economiche, a partire dal prezzo dei carburanti.
Infine, c’è Trump stesso. Ha personalizzato talmente tanto la campagna elettorale da trasformare le Midterm in un referendum sulla propria persona.
E quando si vince è facile prendersi tutti i meriti.
Quando si perde, invece, diventa improvvisamente difficile riconoscere le proprie responsabilità.
Non credo che questa notte americana rappresenti una conversione degli Stati Uniti al Partito Democratico.
Lo stesso consenso dei Democratici rimane tutt’altro che travolgente.
Una parte importante di questo risultato sembra essere soprattutto una bocciatura dell’amministrazione repubblicana.
Ma una lezione c’è, ed è molto semplice.
Nessun leader, per quanto forte e sicuro del proprio consenso, dovrebbe considerare gli elettori una proprietà privata.
Le vittorie di oggi non garantiscono quelle di domani, e soprattutto non autorizzano nessuno a governare dimenticandosi dei problemi concreti delle persone.
Trump questa notte ne ha avuto una dimostrazione piuttosto sonora.
E adesso, se permettete, vado a recuperare qualche ora di sonno.
Anche le rivoluzioni democratiche, almeno quelle seguite davanti al televisore, hanno un costo in termini di riposo.










