Promesse elettorali: chi paga il conto? Prima di votare fai la somma.

Umberto Baldo
Care amiche, cari amici, nei prossimi mesi mettete via per qualche minuto la fede politica e tirate fuori la calcolatrice. Potrebbe salvarvi dai Pifferai.
La campagna elettorale, anche se qualcuno finge di non essersene accorto, è già cominciata.
E nei prossimi mesi ne vedremo delle belle.
Ci verranno promessi grandi progetti, grandi riforme, grandi svolte, grandi restituzioni, grandi aumenti, grandi riduzioni delle tasse, grandi aiuti alle famiglie, grandi pensioni, grandi salari.
Insomma, tutto grande.
Anche la batteria di pentole, se necessario.
I Pifferai della politica stanno già scaldando gli strumenti e, quando arriverà il momento, suoneranno tutti la loro musica preferita: quella delle promesse che non costano nulla a chi le pronuncia.
E siccome nei prossimi mesi la musica aumenterà di volume, vi avverto fin d’ora: questo articolo ve lo riproporrò periodicamente.
Non perché io abbia poca fantasia, ma perché temo che avremo bisogno di ricordarcelo spesso.
Ogni volta che arriverà una nuova promessa mirabolante, un nuovo bonus, una nuova elargizione, una nuova miracolosa soluzione capace di farci diventare tutti più ricchi, più felici e magari pure più belli, tornerò da voi con questo “memento”.
Perché durante una campagna elettorale la memoria degli elettori è una cosa preziosa.
E quella dei politici, curiosamente, tende a diventare molto selettiva.
Ecco perché voglio rivolgere un piccolo appello a quelli che, come me, non hanno intenzione di farsi prendere per i fondelli.
Non importa se votate a destra, a sinistra, al centro, o se avete ancora nostalgia della Prima Repubblica.
Non importa se amate Giorgia Meloni o non la sopportate.
Non importa se considerate Elly Schlein la risposta ai problemi del mondo, oppure pensate che rappresenti esattamente il contrario.
Non importa se avete la tessera di un Partito, se non ne avete mai avuta una, o se siete ormai convinti che i Partiti siano diventati una specie di circolo ricreativo per professionisti della promessa.
Quando arriveranno i programmi elettorali, fate una cosa semplicissima; quella che una volta ci insegnavano alle elementari.
“Più. Meno”.
Prendete ogni singola promessa. Leggetela.
E chiedetevi: Quanto costa?
Poi fate un’altra domanda, ancora più importante: Chi paga?
E infine quella che i Pifferai tendono accuratamente a dimenticare: per quanto tempo?
Non serve essere economisti, commercialisti o premi Nobel.
Ormai esistono giornali, centri studi, istituti di ricerca, Corte dei conti, uffici parlamentari ed una quantità infinita di persone che passeranno i prossimi mesi a fare i conti al posto nostro.
Usiamoli.
Perché una cosa dovrebbe essere ormai chiara anche al più distratto degli elettori: lo Stato non possiede un bancomat magico.
Quando un politico promette un beneficio, da qualche parte deve comparire la copertura.
E se non compare, o al massimo vengono indicate coperture vaghe e incerte, non significa che la spesa sia gratuita.
Significa semplicemente che il conto è stato nascosto.
Magari nelle tasse. Magari nel deficit. Magari nel debito. Magari nei servizi pubblici che domani non potranno essere finanziati. E magari, come spesso accade, un po’ in tutte queste cose.
Il populismo ha infatti una caratteristica straordinariamente comoda per chi lo pratica: si prende gli applausi oggi e lascia ad altri il conto di domani.
Lo abbiamo già visto.
Il Reddito di cittadinanza è stato presentato come una risposta ad un problema sociale reale. Il Superbonus 110% come una grande occasione per rilanciare l’edilizia, migliorare le abitazioni e contribuire alla transizione energetica.
Discussioni legittime, risultati e costi sui quali si può confrontarsi.
Ma una cosa dovrebbe esserci rimasta impressa: quando lo Stato promette qualcosa, la domanda sul costo non è un dettaglio tecnico.
È la domanda principale.
Perché i soldi pubblici non sono soldi del Governo di turno.
Sono soldi nostri.
E soprattutto sono soldi anche di quelli che oggi hanno dieci, quindici o vent’anni, e che magari non hanno ancora votato una volta.
Sono loro che rischiano di ritrovarsi domani con meno margini per finanziare sanità, scuola, pensioni, infrastrutture, sicurezza e tutto il resto.
E qui arriviamo al punto.
Un politico può promettere tutto quello che vuole. È gratis; almeno per lui.
Il problema arriva quando quella promessa diventa una legge e qualcuno deve pagarla.
Per questo, nei prossimi mesi, suggerirei agli elettori un piccolo esercizio di igiene mentale.
Quando sentirete annunciare una nuova mirabolante misura, non applaudite immediatamente. Non fischiate immediatamente. Non correte sui social a insultare quelli dell’altra parte.
Come vi ho detto: fate la somma.
Se qualcuno promette di aumentare una spesa, chiedete dove prenderà i soldi. Se promette di ridurre una tassa, chiedete quanto gettito si perde. Se promette un bonus, chiedete quanto costa complessivamente. Se promette una pensione più alta, chiedete chi finanzierà l’aumento. Se promette più servizi pubblici, chiedete dove troverà il personale e le risorse. Se promette di fare tutto contemporaneamente, fatevi venire un sospetto.
Perché normalmente nella vita reale vale una regola piuttosto antipatica: non si può avere tutto senza pagare niente.
La politica italiana, invece, sembra aver scoperto da tempo il contrario.
E così ogni elezione diventa una specie di asta al rialzo: io ti do questo, lui ti dà quello, l’altro rilancia, il quarto promette persino ciò che non gli hai chiesto.
Alla fine arriva il Pifferaio capo, tira fuori dal cilindro l’ultima meraviglia e qualcuno applaude.
Peccato che, finita la musica, resti sempre la stessa domanda.
Chi paga?
Ecco perché questa volta propongo agli elettori una piccola disobbedienza civile nei confronti dei pifferai.
Non credete a nessuno sulla parola. Non a destra. Non a sinistra. Non al centro.
Perché il voto è certamente un diritto. Ma dovrebbe essere anche un esercizio di responsabilità.
E se proprio vogliamo lasciare qualcosa ai nostri figli e ai nostri nipoti, oltre ai debiti che abbiamo già accumulato, almeno evitiamo di consegnargli anche il conto delle promesse che oggi qualcuno ci farà per conquistare il nostro voto.
La prossima volta che ascolterete un politico promettere qualcosa, quindi, non chiedetevi soltanto: «Quanto mi dà?»
Chiedetevi anche: «Quanto costerà a mio figlio?»
E poi tirate fuori la calcolatrice.
È un gesto molto meno spettacolare di un comizio.
Ma potrebbe essere molto più utile per il futuro del Paese.
Umberto Baldo










