Ma un federalista veneto perché dovrebbe votare la Lega?

Umberto Baldo
C’è una domanda che, prima o poi, qualcuno nella Lega dovrebbe avere il coraggio di porsi: ma un federalista veneto, oggi, perché dovrebbe votare la Lega di Matteo Salvini?
Non è una provocazione gratuita.
È il problema di identità di un movimento che, nato per contestare il centralismo romano e rivendicare l’autonomia dei territori, si trova oggi a dover conciliare quelle origini un progetto di Partito nazionale.
E le vicende venete di questi giorni riportano la questione prepotentemente d’attualità.
Partiamo da una notizia che potrebbe sembrare marginale.
Di recente Alessio Morosin, consigliere regionale della Liga Veneta Repubblica, ha rilanciato l’idea di una macroregione che riunisca Veneto e Friuli Venezia Giulia, con un unico statuto speciale.
L’iniziativa è personale, non è una proposta ufficiale della Lega, e tanto meno una decisione del Consiglio regionale.
Eppure ha trovato spazio in un comunicato ufficiale del Consiglio Regionale Veneto del 2 novembre.
Morosin riferisce inoltre di aver ricevuto una lettera dal ministro Roberto Calderoli, che ha manifestato interesse per il progetto, richiamando espressamente le idee sulle macroregioni sostenute da Umberto Bossi e elaborate sul piano teorico da Gianfranco Miglio.
Non è un dettaglio secondario.
La proposta si inserisce nel problema della cosiddetta fuga dei Comuni veneti di confine verso il Friuli Venezia Giulia, di cui vi ho riferito nei giorni scorsi (https://www.tviweb.it/la-lega-voleva-unire-il-nord-adesso-rischia-di-perdere-il-veneto/) .
Alcune Amministrazioni comunali guardano alla Regione confinante, attratte dalle maggiori disponibilità finanziarie e dalle opportunità offerte dallo statuto speciale.
Insomma, mentre il Veneto cerca di trattenere i propri Comuni, riemerge l’idea di un grande spazio istituzionale capace di superare gli attuali confini regionali.
E qui vale la pena ricordare che cosa rappresentasse davvero la Lega delle origini.
Certo, nella sua storia ci fu anche la stagione della secessione della Padania, con il Parlamento del Nord e le celebrazioni sul Po.
Ma sarebbe un errore identificare il progetto di Bossi soltanto con quella battaglia, che a mio avviso aveva più un sapore folkloristico.
La grande intuizione politica era il federalismo.
E in questo Gianfranco Miglio, il professore che fu l’ideologo del movimento, ebbe un ruolo fondamentale.
Bossi aveva dato voce politica al malessere dei territori; Miglio aveva elaborato una visione istituzionale alternativa allo Stato centralista: più poteri alle comunità locali, maggiore autonomia fiscale e amministrativa, responsabilità diretta degli amministratori.
Non necessariamente dividere l’Italia, dunque, ma cambiarne profondamente l’organizzazione.
Era un progetto che poteva interessare il Veneto come la Lombardia, ma anche la Sicilia o la Puglia.
Non una battaglia contro una parte del Paese, ma per un diverso funzionamento dello Stato.
E arriviamo alla Lega di oggi.
Salvini ha progressivamente trasformato il movimento in un Partito nazionale, con ambizioni di governo e l’obiettivo di rappresentare elettoralmente l’intero Paese.
Una trasformazione legittima, naturalmente.
Ma che ha aperto una contraddizione mai veramente risolta: come conciliare le esigenze di un Partito che partecipa al Governo nazionale con quelle di un movimento nato per difendere l’autonomia dei territori anche nei confronti del potere centrale.
Il recente congresso federale non ha sciolto questo nodo.
La candidatura di Massimo Garavaglia, espressione di una sensibilità più legata alle origini nordiste, ha raccolto il 24% dei voti, mentre Salvini è stato riconfermato con il 76%.
Qualche distinguo, qualche mugugno, qualche richiamo alle radici.
Ma la leadership è rimasta saldamente nelle mani di Salvini e non si è vista una vera inversione di rotta.
Le vicende venete di questi giorni rendono la contraddizione ancora più evidente.
Prendiamo la legge regionale sul fine vita, fortemente voluta da Luca Zaia ed approvata dal Consiglio regionale con 32 voti favorevoli, 14 contrari e 5 astenuti.
A quanto trapela il Governo si appresterebbe a impugnarla, contestando la possibilità che le Regioni intervengano autonomamente su una materia così delicata.
Non è in discussione il diritto dello Stato di sollevare una questione di legittimità costituzionale.
Ma politicamente resta da capire come si comporteranno i Ministri leghisti e quale posizione assumerà il Partito nei confronti di Zaia e dei propri Amministratori veneti.
Una Regione governata dal centrodestra rischia insomma di vedersi contestare dal proprio Governo una scelta legislativa maturata soprattutto grazie ai voti della Lega.
Ecco perché la vicenda della Macroregione e quella del fine vita, apparentemente lontane, finiscono per intrecciarsi.
In entrambi i casi torna la stessa domanda: quanto spazio resta per l’autonomia dei territori quando il Partito che dovrebbe rappresentarla è impegnato a sostenere una maggioranza nazionale e centralista?
Da federalista convinto (che non vuol dire leghista eh!) non ho mai creduto che per dare autonomia ai territori fosse necessario dividere l’Italia.
Ho sempre pensato che il federalismo fosse una strada assai più intelligente della secessione.
Era questa, a mio avviso, la grande battaglia politica della Lega di Bossi e dell’elaborazione di Miglio.
Una battaglia che poteva coinvolgere anche chi non aveva mai condiviso le tentazioni secessioniste del movimento. Ed i Veneti infatti ci avevano creduto in massa, compresi quelli che non votavano Lega.
Ma oggi, guardando alla Lega di Salvini, mi sembra che quella prospettiva sia rimasta soprattutto nei richiami alle origini, mentre la politica quotidiana segue altre priorità.
E allora torno alla domanda iniziale: perché un federalista veneto dovrebbe votare la Lega di Salvini?
Per nostalgia di Bossi? Per qualche richiamo a Miglio? Perché nel simbolo compare ancora la parola «federale»?
Temo che non basti.
Perché il federalismo non è una parola da mettere su un simbolo o da rispolverare in occasione dei congressi.
È un progetto politico, istituzionale ed economico.
E soprattutto è una battaglia che si deve essere disposti a combattere anche quando, per farlo, bisogna discutere con Roma.
Umberto Baldo










