6 Novembre 2026 - 9.38

Le elezioni americane non sono una cambiale in bianco per Schlein e Conte

Umberto Baldo

Fin dai primi risultati delle elezioni americane di midterm, a sinistra è partita la solita gara a intestarsi la vittoria. 

I radicali sostengono che abbia vinto la gauche radicale, i moderati rivendicano il successo dei moderati; ciascuno indica il proprio candidato americano come il modello da esportare in Italia.

Una discussione che a mio avviso ha qualcosa di surreale. 

Perché quando arriva uno tsunami come quello che ha investito gli Usa martedì scorso, non ci si mette a discutere se l’onda sia di sinistra o di destra. 

Si cerca di capire che cosa l’abbia provocata.

Eppure, dalle nostre parti, non si perde occasione per trasformare un risultato elettorale straniero in una specie di investitura per le proprie ambizioni domestiche.

Elly Schlein ha trovato nell’esito americano un motivo per attaccare un intero modello politico. 

Nicola Fratoianni ha visto nella bocciatura della destra un possibile anticipo di ciò che potrebbe accadere a Giorgia Meloni. 

Giuseppe Conte, naturalmente, non poteva lasciarsi sfuggire l’occasione di inserire anche il “pacifismo” del Movimento 5 Stelle nel vento del cambiamento.

Insomma, Trump perde, e dalle nostre parti c’è già chi si prepara a festeggiare la propria vittoria. 

Un piccolo dettaglio: gli elettori americani non hanno votato per mandare Schlein o Conte a Palazzo Chigi.

Proviamo allora a guardare che cosa è successo davvero.

I democratici hanno conquistato risultati importanti, ma lo hanno fatto con candidati molto diversi fra loro. 

In Michigan ha prevalso un progressista radicale, per di più musulmano, come Abdul El-Sayed; in Texas un democratico di sensibilità progressista, ma con un profilo religioso e tutt’altro che riconducibile alla sinistra tradizionale, come James Talarico; in North Carolina un centrista di lungo corso come Roy Cooper.  E potrei continuare a lungo.

Quindi, non esattamente una “rivoluzione socialista” in formato americano.

Il Partito Democratico statunitense è una formazione nella quale convivono da sempre sensibilità, culture politiche e posizioni anche molto distanti. 

E questa pluralità non è necessariamente un difetto da correggere: può diventare una risorsa, se si riesce a trovare una sintesi attorno ad obiettivi condivisi.

È proprio questo che alcuni esponenti riformisti del PD italiano hanno cercato di sottolineare, richiamando il pluralismo, il pragmatismo e la capacità dei Democratici americani di parlare ad elettori diversi. 

Non una vittoria della falce e martello, dunque, ma una coalizione capace di presentarsi con volti e proposte differenti.

Naturalmente, il voto americano va letto per quello che è: una bocciatura dell’amministrazione Trump. 

Gli elettori hanno espresso il loro malcontento per il costo della vita, i dazi, le tensioni internazionali ed il modo di governare del Presidente. 

Hanno punito chi è al comando. 

Questo non significa automaticamente che abbiano sottoscritto ogni proposta dei Democratici, né tantomeno che abbiano consegnato loro una cambiale in bianco.

È una distinzione elementare, ma sembra sfuggire a chi, in Italia, confonde sistematicamente il voto contro qualcuno con il voto a favore di qualcun altro.

Ed è qui che la vicenda americana diventa interessante per il nostro Campo largo.

Perché il Partito Democratico americano non è una somma di Partiti che devono trovare un accordo per presentarsi insieme alle elezioni. 

È una grande organizzazione politica che contiene al proprio interno anime diverse, talvolta in conflitto, ma che dispone di una storia e di una struttura comune.

Il Campo largo italiano è un’altra cosa. 

È un’alleanza ancora tutta da costruire fra soggetti che hanno idee differenti non soltanto sulle alleanze, ma anche sull’economia, sulla politica estera, sulla difesa, sul ruolo dello Stato e sul modello di società.

Mettere attorno allo stesso tavolo Conte, Schlein e Fratoianni, aggiungendo magari qualche centrista per dare una parvenza di completezza, non significa aver costruito una proposta politica. 

Significa aver riunito persone che, per ragioni diverse, hanno un unico interesse comune; mandare a casa Giorgia Meloni.

Ma governare un Paese è un mestiere un po’ più complicato che organizzare una manifestazione contro il Governo.

Che cosa farebbe concretamente questa coalizione? Quale politica economica adotterebbe? Come concilierebbe le richieste di spesa con la sostenibilità dei conti pubblici? Quale posizione assumerebbe sulla guerra in Ucraina, sulla NATO e sulla difesa europea? Come affronterebbe il problema della produttività, della crescita e della competitività delle imprese? 

Su questi temi, e badate bene che sono solo alcuni dei nodi da sciogliere, non bastano le fotografie di gruppo, le dichiarazioni di unità, e neppure l’individuazione di un candidato premier.

La battaglia sul tormentone  “primarie Si, primarie No, primarie Come” è già sufficientemente eloquente.

C’è poi una questione che mi interessa particolarmente; quella dello spazio politico che dovrebbe occupare un centro liberaldemocratico e riformatore.

Non credo che l’alternativa alla destra di Meloni debba necessariamente essere una sinistra che guarda a Conte, Fratoianni ed alle vecchie ricette dell’interventismo pubblico, della contrapposizione fra ricchi e poveri, e della redistribuzione come risposta a qualsiasi problema.

Le disuguaglianze esistono e vanno affrontate. 

Ma un Paese non cresce semplicemente spostando risorse da una tasca all’altra. 

Ha bisogno di investimenti, produttività, concorrenza, innovazione, merito, responsabilità fiscale, e di uno Stato che sappia funzionare.

E soprattutto ha bisogno di una politica estera coerente, europeista e atlantica, non condizionata dalle oscillazioni di chi considera la difesa un fastidioso argomento di destra, o continua a guardare alle vicende internazionali con le categorie ideologiche del Novecento.

Non è una questione di collocazione geografica fra destra e sinistra. 

È una questione di cultura politica.

Il voto americano, insomma, dovrebbe suggerire qualche riflessione anche a chi, in Italia, si prepara già a celebrare la futura sconfitta del governo.

I democratici hanno dimostrato che si può costruire un consenso elettorale mettendo insieme candidati e sensibilità differenti. 

Adesso dovranno dimostrare di saper trasformare quel consenso in una proposta di governo. La parte difficile, come sempre, comincia dopo le elezioni.

Il Campo largo, invece, deve ancora dimostrare di essere qualcosa di più di un cartello elettorale costruito contro qualcuno.

Perché c’è una differenza enorme fra vincere le elezioni grazie agli errori dell’avversario, e vincerle perché gli elettori riconoscono nella propria proposta un progetto credibile per il futuro del Paese.

E forse sarebbe il caso che Schlein, Conte e Fratoianni, prima di intestarsi lo tsunami americano, si ponessero proprio questa domanda.

La sconfitta di un avversario non costituisce automaticamente la vittoria delle proprie idee. 

È una lezione elementare di democrazia, ma evidentemente non tutti hanno avuto il tempo di studiarla.

Umberto Baldo

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