Le elezioni non si vincono candidando i propri tifosi

Machiavellus
C’è una lezione che arriva dalle elezioni americane di Midterm e che, forse, in Italia qualcuno dovrebbe prendersi la briga di studiare.
I Democratici hanno ottenuto una vittoria importante non soltanto perché gli elettori hanno manifestato la loro insofferenza verso Donald Trump, ma anche perché, in diversi Stati, hanno capito che per vincere non bastava parlare solamente alla propria base elettorale.
Dovevano conquistare anche gli elettori che normalmente votavano Repubblicano.
E per farlo hanno scelto candidati capaci di parlare a un’America molto diversa da quella delle grandi metropoli progressiste: un pastore metodista in Kansas, un ex seminarista in Texas, un’ex repubblicana in Ohio.
Non esattamente il catalogo delle personalità che ci si aspetterebbe di trovare a una convention della sinistra radicale americana.
Il messaggio era chiaro: possiamo essere Democratici senza chiedervi di diventare progressisti su tutto.
Possiamo condividere le vostre preoccupazioni economiche, rispettare le vostre sensibilità culturali e rappresentare i vostri interessi senza pretendere di cambiare la vostra identità.
Insomma, hanno capito che per vincere le elezioni bisogna convincere anche chi non la pensa esattamente come noi.
Una lezione elementare, direi. Ma evidentemente non per tutti.
E veniamo all’Italia.
Proviamo a immaginare che cosa succederebbe se il nostro sistema elettorale restituisse davvero ai cittadini la possibilità di scegliere i propri rappresentanti, anziché lasciare alle Segreterie dei partiti il potere sostanziale di decidere chi mandare in Parlamento.
Sarebbe interessante vedere quanti partiti avrebbero il coraggio di sottoporre al giudizio degli elettori alcune delle candidature che oggi sembrano considerate irrinunciabili.
Prendiamo tre nomi: Ilaria Salis, Aboubakar Soumahoro, e teoricamente Francesca Albanese.
Tre figure molto diverse, naturalmente, e che non intendo mettere sullo stesso piano per vicende personali, responsabilità o percorsi professionali.
Ma tutte e tre rappresentative di un certo modo di intendere la politica: quello nel quale la forza simbolica, la capacità di mobilitare una parte dell’opinione pubblica e la riconoscibilità presso un determinato mondo militante sembrano diventare criteri sufficienti per costruire una candidatura.
Ilaria Salis è diventata un simbolo per una parte della sinistra antagonista e dei centri sociali.
Soumahoro era stato presentato come il rappresentante degli ultimi, l’uomo che avrebbe dato voce agli invisibili, salvo poi essere travolto dalle vicende che hanno coinvolto la sua famiglia e dalle polemiche sulla sua gestione dell’immagine pubblica.
Francesca Albanese, ammesso che accettasse di candidarsi, è diventata una figura di riferimento per una parte del movimento che sostiene la causa palestinese e contesta radicalmente la politica israeliana.
Ognuno di loro può avere sostenitori e rivendicare il diritto di partecipare alla vita politica.
Non è questo il problema.
Il problema è un altro: queste candidature servono ad allargare il consenso di un partito o a rassicurare e gratificare la propria componente più militante?
Perché le due cose non coincidono necessariamente.
Un elettore può essere contrario a Meloni senza per questo identificarsi con Ilaria Salis.
Può essere favorevole ai diritti dei migranti senza considerare Soumahoro il proprio rappresentante.
Può criticare Netanyahu e la politica del governo israeliano senza condividere ogni posizione di Francesca Albanese.
E soprattutto può essere un elettore di centrosinistra senza essere un militante della sinistra radicale.
Questa distinzione, che dovrebbe essere abbastanza ovvia, sembra invece sfuggire ad una parte della classe dirigente italiana.
Il guaio è che il nostro sistema elettorale favorisce proprio questa distorsione.
La scelta dei candidati: continua a essere fortemente condizionata dalle Segreterie.
La scelta degli eletti: le preferenze restituiscono agli elettori una parte del potere di selezione, ma non tutto.
La selezione della classe dirigente: resta determinante il potere dei Partiti di stabilire chi occupa le posizioni privilegiate.
In altre parole, la nuova legge elettorale ci ha restituito le preferenze, ma non il pieno diritto di scegliere i nostri rappresentanti.
Così l’elettore sceglie di fatto il Partito o la coalizione.
Sono le Segreterie a stabilire chi sarà eletto, collocando i propri fedelissimi nei posti sicuri.
Il candidato, quindi, non deve necessariamente conquistare la fiducia degli elettori del proprio territorio.
Deve soprattutto conquistare quella di chi decide le candidature.
E così la selezione della classe dirigente rischia di premiare la fedeltà alla propria tribù politica piuttosto che la capacità di rappresentare una comunità più ampia.
Non sto sostenendo che le preferenze siano la soluzione miracolosa.
Anche il voto di preferenza può favorire clientele, cordate e personalismi. Ma almeno restituirebbe ai cittadini una parte del potere di scelta che oggi è nelle mani dei gruppi dirigenti.
C’è poi una questione ancora più importante.
Un partito che aspira a governare un Paese non può permettersi di ragionare soltanto in funzione del proprio elettorato più fedele.
Deve parlare a chi lavora, a chi fa impresa, a chi paga le tasse, a chi ha una famiglia da mantenere, a chi è preoccupato per la sicurezza, per la sanità, per le pensioni e per il futuro dei figli.
Persone che possono avere sensibilità progressiste su alcuni temi e conservatrici su altri, senza per questo sentirsi obbligate a sottoscrivere un pacchetto ideologico completo magari di “patrimoniale” e “reddito di cittadinanza”.
Gli americani sembrano averlo capito. Almeno la maggioranza dei Democratici.
In Italia, invece, assistiamo spesso alla competizione opposta: chi riesce a interpretare meglio le parole d’ordine della propria area, chi alza maggiormente il tono della polemica, chi conquista più visibilità sui social.
È una politica che può produrre entusiasmo, applausi e qualche candidatura di successo. Ma non necessariamente una maggioranza di governo.
E qui c’è anche una considerazione che riguarda il centro liberaldemocratico, che in Italia continua a cercare uno spazio politico.
Non basta avere un programma ragionevole, europeista, riformista e moderato. Occorrono persone credibili, capaci di parlare a mondi diversi, di superare le appartenenze e di convincere anche chi non frequenta i circoli di partito e non partecipa alle manifestazioni.
Perché la politica non dovrebbe essere una gara a chi riesce a rappresentare meglio la propria minoranza di riferimento.
Dovrebbe essere l’arte di costruire una maggioranza intorno ad un progetto di governo.
E allora torno alla domanda iniziale.
Se le candidature dovessero essere davvero sottoposte al giudizio degli elettori, quanti partiti avrebbero il coraggio di mettere alla prova i propri personaggi più divisivi?
Forse scoprirebbero una cosa che sembra essere stata dimenticata nei palazzi romani: essere molto popolari fra i propri sostenitori non significa essere popolari nel Paese.
E le elezioni, spiace per le Segreterie, non si vincono con gli applausi dei propri tifosi.
Si vincono convincendo anche gli altri, soprattutto gli altri.
Machiavellus










