7 Ottobre 2026 - 9.38

La lezione di Campo Marzo, quando a mancare sono gli adulti

C’è un’immagine di quello che è successo sabato a Vicenza, in zona Campo Marzo, che più di tutte mi sembra raccontare il problema.

Un influencer convoca una folla di giovanissimi attraverso TikTok e Instagram.

Poi arriva.

E la folla che ha convocato gli corre dietro, fino a trasformare quello che doveva essere un appuntamento per una battle aura in un inseguimento, nel caos, in danneggiamenti e, stando alle testimonianze, anche in episodi di violenza.

È un paradosso solo apparente.

Perché forse è proprio questa la prima cosa che dovremmo aver capito dei social: chi è capace di convocare una folla può non essere più capace di controllarla.

Ed è qui che Campo Marzo smette di essere soltanto una vicenda di cronaca vicentina.

Diventa un piccolo laboratorio del mondo nel quale stiamo entrando.

La vicenda è abbastanza nota.

Un TikToker conosciuto come “Ilvucumpra”, Hamza Messaf, aveva invitato i suoi follower a Campo Marzo per una battle aura, una sorta di sfida fatta di pose, balletti, espressioni e riferimenti ai meme, con la promessa di distribuire vestiti ai vincitori.

All’appuntamento si sono presentati centinaia di giovanissimi, forse circa un migliaio secondo alcune ricostruzioni. C’erano ragazzi di 15, 16, 17 anni, ma anche bambini di 10 e 11 anni.

La folla si è progressivamente spostata fino al Park Verdi, dove sono stati registrati danneggiamenti ad una sbarra, alla porta dell’ascensore e al furgone dello stesso Messaf.

Le forze dell’ordine erano presenti. Ma quando una folla si muove, non è facile fermarla.

Ed è qui che dovremmo cominciare a prendere sul serio una trasformazione che riguarda tutti noi.

Una volta, per mettere insieme una massa di persone, servivano un Partito, un Sindacato, un’Associazione, un’Organizzazione, un volantinaggio, un telefono.

Oggi può bastare uno smartphone.

E lo smartphone non serve soltanto a convocare. Il social può diventare una specie di megafono permanente, capace di orientare le persone mentre le cose stanno accadendo.

“Venite qui.” “Spostiamoci là.” “Sta arrivando.” “Seguite quello.”

La piazza può essere convocata e, potenzialmente, guidata in tempo reale da uno schermo.

È una capacità enorme. E proprio per questo anche inquietante.

Perché lo stesso strumento che può servire a organizzare una manifestazione pacifica o una raccolta di aiuti, può alimentare una protesta, una provocazione, una bravata collettiva, o una situazione di disordine.

Ma c’è un altro particolare che non vorrei lasciar cadere.

Ho visto il video girato durante il raduno nel quale un ragazzo collega quello che sta accadendo a Vicenza alle proteste avvenute il giorno precedente in Francia e dice, più o meno: “Ieri hai visto cosa è successo in Francia? Tutti questi vogliono cambiare questo Paese. Sì che lo cambiamo.”

Non so quanto ci fosse di consapevole e quanto di emulazione adolescenziale. E non mi interessa attribuirgli un’etichetta politica.

Ma quel video mostra qualcosa che dovremmo osservare con attenzione: la rete non si limita più a convocare le persone. Può anche fornire alla folla un racconto dentro cui collocare quello che sta facendo.

Qualcuno può dire alla folla non soltanto dove andare, ma anche perché dovrebbe andarci.

Fin qui potremmo prendercela con i social, con l’influencer, con le piattaforme, o con le forze dell’ordine.

Tutto legittimo.

Allora permettetemi una domanda poco politically correct.   Se tuo figlio di undici anni ti dice che vuole andare a una “battle aura” organizzata attraverso TikTok, tu cosa fai?

Gli dici di no? Oppure lo carichi in macchina e lo accompagni?

Perché qui sta il punto.

Un ragazzino può essere ingenuo, facilmente influenzabile, incapace di capire fino in fondo la differenza tra un gioco online ed una situazione reale.

È un ragazzino.

Ma il genitore no.

Il genitore dovrebbe essere l’adulto. Quello che qualche volta dice: “NO, questa cosa non la fai.”

Mi pare che una parte della nostra società abbia progressivamente confuso il mestiere di “genitore” con quello di “amico” del figlio.

Bisogna accontentarlo, evitare che si senta diverso dagli altri, lasciargli libertà, e soprattutto evitare il conflitto.

E così può succedere che un adolescente dica: “Vado a quella cosa”, e l’adulto risponda: “Va bene, ma fai attenzione”.

Come se educare significasse accompagnare il figlio fino alla porta del pericolo e poi raccomandargli di non entrarci.

Educare significa anche mettere dei limiti.  Anzi, forse significa soprattutto questo.

Un figlio non ha bisogno di un altro amico. Ha bisogno di un adulto che abbia il coraggio di essere impopolare.

È un tema sul quale insiste da anni con la sua autorevolezza il mio vecchio compagno di Liceo Paolo Crepet, richiamando i genitori alla necessità di tornare a svolgere fino in fondo il proprio mestiere educativo: non rendere felici i figli a tutti i costi, ma accompagnarli alla responsabilità, anche attraverso il limite ed il “NO”.

Perché il “NO” di un genitore può essere molto più educativo di cento raccomandazioni.

E forse dovremmo ricordarcelo proprio quando un ragazzino ci chiede di partecipare a qualcosa che non conosciamo, organizzato da qualcuno che non conosciamo, attraverso uno strumento che spesso non comprendiamo fino in fondo.

In quel momento non serve essere esperti di TikTok.  Serve essere genitori.

C’è poi un altro paradosso.

Molti genitori sanno perfettamente dove si trova fisicamente il figlio.  Con chi sei?” “Dove vai?” “Quando torni?” 

Ma spesso non hanno la minima idea di dove si trovi il figlio nel mondo digitale.

Non sanno quali influencer segua, quali challenge guardi, che cosa consumi per ore sullo smartphone. 

Magari sanno usare benissimo WhatsApp, ma questo non significa capire il mondo digitale nel quale vivono i figli.

È una forma nuova di analfabetismo.

Non saper usare lo smartphone sarebbe il meno.

Il problema è non capire che cosa lo smartphone sta facendo ai nostri ragazzi.

Poi c’è il branco.

Il singolo ragazzo magari non avrebbe mai divelto una sbarra, danneggiato una porta o inseguito qualcuno.

Ma in mezzo a centinaia di coetanei la percezione cambia.  “Lo fanno tutti.” “Era uno scherzo.” “Non sono stato io.”

È il vecchio meccanismo della folla.  Solo che oggi la folla non nasce più necessariamente da un’Organizzazione.

Può nascere da un algoritmo.

E c’è un’ulteriore differenza: la bravata può essere filmata, pubblicata e trasformata in visualizzazioni. La trasgressione diventa contenuto. Il contenuto produce attenzione. L’attenzione produce follower.

Un circuito perfetto, e terribilmente pericoloso.

Il sindaco Possamai ha parlato giustamente di un problema sociale, e della necessità di intervenire prima che questi fenomeni degenerino.

Ha ragione. Ma non possiamo pensare che la prevenzione possa essere delegata tutta alle Istituzioni.

La Polizia può presidiare Campo Marzo. Il Comune può controllare. La Magistratura può perseguire chi commette reati. Le piattaforme possono essere chiamate alle proprie responsabilità.

Ma nessuna Istituzione può sostituire un padre o una madre.

E soprattutto nessuna Istituzione può pronunciare al posto loro quella parola tanto semplice quanto ormai difficilissima:  NO.

Forse è questa la vera lezione di Campo Marzo.

Non che i giovani di oggi siano peggiori di quelli di una volta. Non lo credo.

E nemmeno che TikTok abbia improvvisamente trasformato i nostri ragazzi in vandali. Sarebbe una spiegazione troppo comoda.

La questione è un’altra.

Abbiamo consegnato agli adolescenti uno strumento potentissimo per comunicare, aggregarsi e seguire modelli di comportamento, ma non abbiamo ancora trovato il modo di accompagnarli dentro questo nuovo mondo.

E qualche volta, peggio ancora, non ci abbiamo nemmeno provato.

Campo Marzo ci ricorda che il problema non è soltanto ciò che succede quando i ragazzi escono di casa.

È ciò che succede prima, quando qualcuno decide, o non decide, che cosa possono vedere, chi possono seguire e dove possono andare.

Una volta si diceva che per educare un figlio servisse un villaggio. 

Oggi, forse, dobbiamo preoccuparci del fatto che il villaggio è diventato digitale. E dentro quel villaggio i nostri ragazzi possono incontrare migliaia di persone.

Mentre noi continuiamo a chiederci soltanto a che ora tornano a casa.

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