13 Ottobre 2026 - 9.47

Il ceto medio? Prima lo corteggiano, poi lo prendono per il c..o

Umberto Baldo

Cosa c’è di peggio che promettere qualcosa a un bambino e poi dirgli che non è possibile mantenerla?

Poche cose. La delusione negli occhi di un cucciolo ci aveva creduto è una di quelle che colpiscono.

Mi si perdoni la similitudine, ma oggi la mia sensazione è un po’ questa.

Avevo deciso di limitarmi al pezzo sul Centro politico. 

Poi ho sentito le notizie delle rassegne stampa: la riduzione dal 43% al 33% dell’aliquota IRPEF per i redditi fino a 60mila euro potrebbe essere a rischio nella prossima manovra.

E allora lasciamo perdere per un momento il Centro e parliamo di una cosa molto più concreta: la credibilità della Politica.

Sono mesi che esponenti del Governo, della maggioranza e la stessa Giorgia Meloni ci raccontano che ridurre quella maledetta aliquota è una priorità. 

Una questione di giustizia fiscale, ci spiegano. 

Un modo per dare un po’ di respiro al ceto medio, quello che lavora, produce, paga le tasse e, quando arriva il momento di distribuire benefici, scopre regolarmente di essere troppo ricco per chiedere aiuto, e troppo poco ricco per potersene fregare.

Adesso, però, pare che i soldi non ci siano.

Servirebbero 2,5-2,8 miliardi. Una cifra importante, nessuno lo nega. 

Ma possibile che non si riesca a trovare questa somma dopo averne buttata nel cesso nelle scorse settimane una analoga per ridurre il prezzo dei carburanti, con risultati che meritano ben più di qualche dubbio?

E c’è un altro particolare. Secondo i calcoli di qualche economista, nel 2027 il drenaggio fiscale potrebbe sottrarre agli italiani  ulteriori 3,7 miliardi di euro. 

In altre parole, gli aumenti nominali dei redditi possono spingere i contribuenti verso una tassazione più pesante, senza che il loro potere d’acquisto migliori davvero.

Insomma, lo Stato rischia di incassare di più mentre il contribuente si ritrova con meno soldi in tasca. E poi ci sentiamo spiegare che non ci sono risorse per alleggerirgli il conto.

Diciamocelo senza tanti giri di parole: se la riduzione promessa dovesse saltare, sarebbe una colossale presa per il culo.

Prima si alimentano le aspettative, si annuncia una priorità, si lascia intendere che finalmente qualcuno abbia capito il problema. 

Poi, quando arriva il momento di mettere mano al portafoglio, si scopre che bisogna fare i conti con la realtà.

La realtà, guarda caso, arriva sempre dopo le promesse e per caso presenta il conto sempre agli stessi.

Non è soltanto una questione di aliquote. 

È una questione di fiducia. 

Perché chi paga le tasse non può essere trattato come il bancomat dello Stato quando c’è da incassare, e come un postulante quando chiede di pagare un po’ meno.

E qui casca l’asino, perché il ceto medio adesso è corteggiato da tutti, ma difeso da pochi.

A sinistra si fatica a riconoscerne le ragioni, prigionieri di un pauperismo di maniera che tende a guardare con sospetto chiunque non rientri nella categoria dei bisognosi. Come se lavorare, guadagnare e pagare le tasse fossero colpe da espiare.

A destra, invece, si preferisce blandire categorie elettoralmente più vicine. Basta guardare all’insistenza sull’innalzamento da 85mila a 100mila euro della soglia di reddito per accedere alla flat tax degli autonomi, mentre per i dipendenti e per gli altri contribuenti la coperta sembra sempre troppo corta.

Non è una gara a chi è più bravo a distribuire favori. 

È il problema di un sistema fiscale che dovrebbe applicare le stesse regole di fondo a tutti, con differenze giustificate da ragioni oggettive e non dall’appartenenza a una categoria elettoralmente utile.

Ma forse chiedo troppo alla politica. Quella che, quando si avvicinano le elezioni, riscopre il ceto medio con lo stesso entusiasmo con cui si ritrova un vecchio amico che potrebbe tornare utile.

Poi, passate le elezioni, ciascuno torna ai propri affari.

Perciò, se appartenete al ceto medio, se siete ricchi da 2500 euro lordi al mese, non fate affidamento sulle due coalizioni. 

La sinistra rischia di non vedere le vostre ragioni, obnubilata dall’ideologia.

La destra rischia di ricordarsi di voi soltanto quando servono i vostri voti, preferendo poi blandire le categorie che considera più amiche.

Vi prometteranno attenzione. Magari anche giustizia fiscale. 

Ma, quando arriverà il momento di mantenere la promessa, tenetevi pronti: potreste scoprire che i soldi sono finiti. 

E che, ancora una volta, a restare con il cerino in mano (ma se preferite i francesismi, con un  cetriolo nel culo)  siete proprio voi.

Umberto Baldo

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