Allevatori ‘boccaloni’ che hanno votano Trump e ora… sono finiti al macello

Avevano sostenuto Donald Trump per difendere l’America, i valori conservatori e combattere le politiche progressiste. Ora, tra dazi, gasolio alle stelle e carne straniera importata dalla Casa Bianca, molti allevatori americani si sentono traditi. E qualcuno comincia a chiedersi se il presidente che doveva salvare i loro ranch non stia contribuendo a metterli in ginocchio.
La storia arriva dal Nebraska, uno degli Stati più fedeli a Trump, dove un’inchiesta della BBC racconta la crescente insofferenza degli allevatori nei confronti delle politiche economiche del presidente. Un malcontento documentato nelle ultime settimane anche da Reuters, Washington Post e Associated Press.
Il paradosso è evidente: proprio il presidente che ha fatto del motto America First la propria bandiera ha autorizzato un aumento delle importazioni di carne bovina dall’estero, provocando la reazione dei produttori americani.
Prima i dazi, poi la carne straniera: il conto arriva nei ranch
Yvette Mannon, 63 anni, alleva circa 300 bovini in Nebraska e ha votato Trump. Ad aprile un incendio le ha distrutto circa 647 ettari di pascolo e 21 chilometri di recinzioni. Ricostruirle le è costato oltre 300mila dollari, anche a causa dei rincari dell’acciaio, aggravati dalle tariffe commerciali introdotte dal presidente.
Nel frattempo la guerra con l’Iran ha fatto aumentare il prezzo del gasolio di oltre il 40% rispetto all’anno precedente, rendendo più costosa ogni operazione agricola.
Poi è arrivata la decisione della Casa Bianca che ha fatto esplodere la protesta.
Ad agosto Trump ha autorizzato, per un periodo limitato, l’ingresso di altre 300mila tonnellate di tagli di carne bovina destinati principalmente alla produzione di macinato, beneficiando di condizioni doganali agevolate. L’obiettivo dichiarato era ridurre i prezzi pagati dai consumatori americani, ma il provvedimento ha suscitato forti proteste tra gli allevatori.
Mannon non ha nascosto la propria delusione alla BBC: dopo aver sostenuto gli slogan patriottici e l’invito a comprare prodotti americani, si è sentita tradita dalle decisioni del presidente.
«Basta politiche woke». Ma intanto i bovini valgono meno
Ancora più emblematica è la vicenda di Jake Wolfinger, allevatore di 45 anni che insieme alla moglie gestisce un’azienda con 5.500 capi di bestiame vicino a Lexington.
Wolfinger ha raccontato alla BBC di aver votato Trump perché riteneva che il Paese avesse bisogno della sua energia politica. Tra le ragioni del suo sostegno c’era anche il rifiuto delle politiche considerate woke, in particolare quelle legate ai programmi di diversità, equità e inclusione.
Adesso, però, i conti aziendali stanno diventando un problema ben più concreto delle battaglie culturali.
Secondo il suo racconto, il prezzo del bestiame è sceso da 240 a 225 dollari per cento libbre di peso, una variazione che può significare centinaia di dollari di ricavi in meno per animale. A questo si aggiungono i costi energetici: alcune attrezzature della sua azienda possono consumare fino a 400 galloni di gasolio al giorno.
Wolfinger critica apertamente le interferenze dell’amministrazione nel mercato della carne, pur continuando a considerare Trump, nel complesso, un presidente che cerca di portare il Paese nella direzione giusta.
È uno degli aspetti più sorprendenti della vicenda: la fedeltà politica resiste anche quando le scelte economiche del governo colpiscono direttamente chi lo ha votato.
Il «compra americano» vale per gli elettori, meno per la carne
Il malcontento non è limitato al Nebraska.
A settembre il Washington Post ha raccolto le proteste degli allevatori del Montana e di altre zone rurali, dove la decisione di favorire l’ingresso di carne straniera ha alimentato accuse di incoerenza nei confronti della Casa Bianca.
Il problema, secondo i produttori, è che gli Stati Uniti stanno già attraversando una fase difficile, con una mandria nazionale ridotta ai minimi da circa 75 anni a causa anche di siccità e incendi.
Nel tentativo di rendere meno cara la bistecca agli americani, Trump ha quindi scelto una misura che molti allevatori interpretano come un danno alla produzione nazionale.
La situazione si inserisce in una crisi agricola più ampia. In un’analisi pubblicata l’8 ottobre, Reuters Breakingviews ha evidenziato come le tensioni commerciali abbiano favorito lo spostamento di importanti acquisti agricoli dalla produzione statunitense a quella brasiliana.
Le esportazioni americane di carne bovina verso la Cina, ad esempio, sono passate da 474 milioni di libbre nel 2024 a 154 milioni nel 2025. Sul fronte della soia, gli acquisti cinesi risultavano in calo del 45% su base annua a luglio 2026.
Un problema che non può essere attribuito interamente a Trump, ma che le politiche commerciali della sua amministrazione hanno contribuito ad aggravare.
Trump corre ai ripari, ma gli allevatori non sono convinti
Con le elezioni di metà mandato del 3 novembre ormai vicine, la Casa Bianca sta cercando di recuperare terreno nelle aree rurali.
Il 6 ottobre Trump si è recato proprio in Nebraska, promettendo interventi per alleggerire il peso del gasolio. Successivamente ha firmato un provvedimento che amplia temporaneamente alcune agevolazioni sull’impiego del carburante diesel.
Secondo Associated Press, tuttavia, diversi agricoltori e operatori del settore ritengono che i benefici saranno limitati, anche perché alcune agevolazioni erano già disponibili per i mezzi agricoli e parte della stagione dei raccolti è ormai trascorsa.
Intanto il malcontento si affaccia anche nelle competizioni elettorali. In Nebraska il repubblicano Pete Ricketts, sostenuto da Trump, affronta la candidatura indipendente di Dan Osborn, in un confronto che ha assunto maggiore rilevanza politica proprio per le difficoltà economiche del mondo agricolo.
Non tutti gli allevatori, comunque, hanno cambiato opinione. Alcuni continuano a difendere il presidente, ricordando che molti problemi del settore precedono il suo ritorno alla Casa Bianca. Altri condividono ancora le sue posizioni su immigrazione, valori religiosi e spesa pubblica, pur contestandone le decisioni economiche.
La battaglia contro i «woke» non paga il gasolio
La contraddizione raccontata dalla BBC è soprattutto politica. Per alcuni allevatori la guerra culturale contro il progressismo è stata una ragione importante per sostenere Trump, ma adesso a pesare sui bilanci sono problemi molto meno ideologici: il prezzo del carburante, le recinzioni da ricostruire, i mercati esteri perduti e la concorrenza della carne importata.
Non tutti sono pentiti del voto, né tutti attribuiscono a Trump la responsabilità della crisi. Ma tra i suoi stessi sostenitori cresce la richiesta di politiche capaci di proteggere concretamente le aziende.
Il risultato è un paradosso tutto americano: per combattere il «woke» hanno scelto il presidente dell’America First, ma oggi alcuni scoprono che gli slogan patriottici non bastano a far quadrare i conti. E che, quando arriva la fattura del gasolio, le guerre culturali non fanno sconti.




















