9 Ottobre 2026 - 9.11

La casa è tua, ma fino a quando? Patrimoniale, affitti e sfratti: chi vuole mettere le mani sulla proprietà degli italiani?

La casa per gli italiani xe come le téte delle mùneghe

Umberto Baldo

Se fossi Giorgia Meloni, c’é una cosa che mi augurerei sinceramente.

Che il mitico “Campo largo”, quando finalmente riuscirà a mettere insieme il suo programma, ci infilasse dentro tutto quello che in questi giorni si sente proporre sulla casa: patrimoniale, blocco degli sfratti, tetti agli affitti, nuovi vincoli per i proprietari, obblighi di affitto a canone concordato o calmierato, maggiore tassazione degli immobili sfitti,

Sarebbe interessante.

Perché sulla casa la sinistra italiana rischia di fare quello che in Veneto si dice con un’espressione che non ha bisogno di traduzione: “tocàrghe le tète alle muneghe”.

Gli italiani possono discutere di tasse, pensioni, sanità, perfino di debito pubblico, senza sentirsi necessariamente coinvolti.

Ma provate a parlare della loro casa; improvvisamente la politica diventa una faccenda personale.

Perché la casa, in Italia, non è semplicemente un immobile.

È il mutuo pagato per trent’anni. È la casa dei genitori ereditata dopo la loro morte. È la seconda casa al mare comprata mettendo via qualche soldo per una vita. È l’appartamento che qualcuno tiene in affitto per integrare la pensione.

Insomma, non è detto che il proprietario sia un palazzinaro con il sigaro in bocca.

Può essere semplicemente uno che ha risparmiato, o la vedova anziana che lo ha ereditato dal marito. 

E qui comincia il problema di una certa teoretica della sinistra sulla casa.

Il problema dell’accesso alla casa esiste, eccome. 

Ci sono giovani, famiglie e lavoratori che fanno fatica a trovare un’abitazione a prezzi sostenibili.

Ma da qui a pensare che la soluzione consista nel comprimere sempre di più i diritti dei proprietari ce ne passa.

Perché la storia qualche lezione l’ha già impartita.

Prendiamo l’equo canone. Negli anni Settanta si pensò che il modo per rendere gli immobili più accessibili fosse stabilire per legge quanto dovesse costare l’affitto di una casa.

Il risultato fu che una parte dei proprietari si allontanò dal mercato delle locazioni, mentre un’altra finì nel mercato nero.

Una scoperta straordinaria: se rendi meno conveniente offrire qualcosa, generalmente diminuisce l’offerta.

Pare quasi una legge della fisica.

Eppure la politica continua periodicamente a dimenticarsene.

Oggi si torna a ragionare infatti di tetti agli affitti, di blocco o rallentamento degli sfratti, ed altre forme di intervento pubblico sul rapporto fra proprietario ed inquilino.

Con una differenza: nel frattempo abbiamo anche l’esempio spagnolo di Pedro Sánchez, dove il legislatore ha spinto ancora più avanti la tutela dell’inquilino, fino a costruire forme di proroga successiva del contratto che rendono assai più difficile per il proprietario tornare pienamente nella disponibilità del proprio immobile.

Una filosofia che, portata alle estreme conseguenze, sembra avere una regola semplicissima: la casa è tua, ma non sei tu a decidere del tutto cosa farne.

Una curiosa idea di proprietà privata.

E qui arriviamo ad Ilaria Salis.

Non mi interessa discutere della persona. Mi interessa ciò che rappresenta nel dibattito politico sulla casa.

Quando si sostiene che occupare un’abitazione vuota possa essere considerato una risposta legittima al problema abitativo, perché quell’immobile sarebbe altrimenti inutilizzato, si compie un salto concettuale enorme.

Si parte dal diritto all’abitare e si rischia di arrivare al diritto di disporre dell’abitazione altrui.

Sono due cose completamente diverse.

Perché se una casa è vuota non significa che sia senza proprietario.

Può essere vuota perché il proprietario la sta vendendo. Perché vuole ristrutturarla. Perché la tiene per i figli. Perché è una seconda casa. O semplicemente perché, per mille ragioni, non ha ancora deciso cosa farne.

La proprietà privata, in una società liberale, non diventa meno proprietà perché l’immobile è momentaneamente vuoto.

Ed è proprio questo che una parte della sinistra sembra non voler capire.

Il diritto alla casa è un problema sociale, ma la proprietà della casa è un diritto individuale.  

Uno non dovrebbe essere cancellato per garantire l’altro.

Ma attenzione, perché il discorso non riguarda soltanto affitti e sfratti.

Riguarda anche la patrimoniale.

Perché qui si scopre un’altra curiosa caratteristica della casa italiana.

AI nostri cultori del “prelievo sul patrimonio” sembra sfuggire che i capitali finanziari oggi possono essere spostati dall’altra parte del mondo con un clic.

La casa no. Il terreno no. Il capannone no. Il palazzo nemmeno. E allora, quando qualcuno dice che bisogna tassare i patrimoni, la domanda diventa inevitabile: quale patrimonio?

Perché il patrimonio finanziario può muoversi. Quello immobiliare è inchiodato al territorio.

E gli italiani questa cosa la capiscono benissimo.

Possono anche essere d’accordo con l’idea che i grandi patrimoni debbano contribuire maggiormente.

Ma poi guardano la casetta al mare. Quella comprata dopo trent’anni di sacrifici, magari con la liquidazione dopo una vita di lavoro.

E cominciano a chiedersi: “E dopo i ricchi, chi viene?” 

E con l’esperienza che hanno i kulaki di decenni di iniquità fiscale credo che qualche timore sia più che legittimo.

È qui che la patrimoniale, per quanto possa essere presentata come un innocuo “pianto dei ricchi”, diventa una questione politica molto più delicata.

Perché in Italia il proprietario di una casa non è una ristretta élite.

È una fetta enorme del Paese.

E la casa è probabilmente l’ultimo bene che milioni di italiani considerano veramente loro.

Per questo, se fossi Meloni, non mi dispiacerebbe affatto che il campo largo mettesse nero su bianco le  idee sulla casa che si sentono in questi giorni.

Perché, mi ripeto, c’è una cosa che una certa sinistra continua a non capire.

Gli italiani possono accettare che lo Stato chieda loro molti sacrifici.

Ma quando comincia a mettere le mani sulla casa, cominciano a guardarlo con occhi completamente diversi.

Non perché siano tutti evasori, egoisti o “rentier”.

Ma perché quella casa spesso se la sono comprata lavorando e sacrificando.

E perché sanno una cosa elementare che la politica tende periodicamente a dimenticare: la proprietà privata non è un privilegio da tollerare finché non arriva il socialismo. 

È uno dei fondamenti della libertà.

E sulla casa, più che altrove, gli italiani lo ricordano.

Del resto, le monache venete lo sapevano già.

Le téte, meglio non toccargliele.

Umberto Baldo

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