12 Ottobre 2026 - 9.42

La casa, Sánchez e l’illusione dei miracoli

Umberto Baldo

La casa è un problema serio. Talmente serio che sarebbe il caso di smetterla di raccontare agli italiani che esistono soluzioni semplici, possibilmente da realizzare con un decreto e, se necessario, con una bella dose di propaganda.

A parte gli espropri forzati e le occupazioni abusive, cari ad una certa sinistra e a chi considera le occupazioni una risposta al problema abitativo, non esistono scorciatoie miracolose per risolvere un problema che riguarda milioni di persone. 

Lo capisco, è un messaggio poco adatto ai comizi. Ma la realtà ha questo difetto: non sempre si lascia convincere dagli slogan.

Prendiamo la Spagna di Pedro Sánchez, per mesi presentata da una parte della sinistra italiana come un modello da imitare. 

Salari in crescita, economia dinamica, governo progressista e politiche sociali. Insomma, quasi un paradiso terrestre, possibilmente con Sánchez nel ruolo del santo patrono.

Peccato che, mentre si celebrava il miracolo spagnolo, trovare una casa in affitto nelle grandi città  iberiche diventasse sempre più difficile, e per comprarla servissero cifre sempre più lontane dalle possibilità di una famiglia normale.

Il problema è reale e ha radici profonde. 

La popolazione è cresciuta, si sono formate nuove famiglie, ma le abitazioni costruite non sono bastate. 

Quando aumentano le persone che cercano casa, e l’offerta non riesce a tenere il passo, i prezzi salgono. 

Non serve una laurea in economia per capirlo. Basta aver cercato un appartamento in affitto.

Di fronte a questa emergenza, Sánchez ha scelto la strada politicamente più seducente: rafforzare le tutele degli inquilini, limitare gli aumenti dei canoni, e rendere più difficile lo sfratto.

Attenzione: cercare di proteggere chi rischia di perdere la propria abitazione è un obiettivo assolutamente rispettabile. 

Nessuno può essere indifferente alle difficoltà di una famiglia che non riesce più a pagare l’affitto.

Il problema nasce quando si pretende di risolvere la crisi senza affrontarne una delle cause principali: la mancanza di case.

Perché il mercato, piaccia o no, non funziona secondo i desideri del legislatore. Se un proprietario ritiene che affittare un appartamento sia diventato troppo rischioso, può decidere di non farlo più. 

Può venderlo, destinarlo ad altri usi, o semplicemente lasciarlo fuori dal mercato.

E non stiamo parlando soltanto di ipotesi teoriche. 

In Spagna, proprio nei giorni successivi all’annuncio delle nuove misure del governo Sánchez, tra il 28 e il 30 settembre, le rilevazioni del mercato hanno registrato una contrazione anomala delle offerte di case in affitto sui portali immobiliari, nell’ordine di centinaia di annunci. Naturalmente, non possiamo attribuire automaticamente ogni singola scomparsa ai provvedimenti del Governo.

Ma il segnale è significativo: quando le regole aumentano l’incertezza, ed i rischi per chi affitta, una parte dei proprietari può decidere di ritirarsi. 

E le case che scompaiono dagli annunci non diventano certo più accessibili per chi ne ha bisogno.

Badate bene che non stiamo necessariamente parlando di avidi speculatori: può essere anche un pensionato che ha investito i propri risparmi in un piccolo appartamento e teme di non riuscire più a rientrarne in possesso.

Naturalmente non tutti i proprietari reagiscono allo stesso modo, e non possiamo attribuire alla legislazione ogni aumento dei prezzi od ogni appartamento ritirato dal mercato. 

Ma ignorare queste reazioni sarebbe altrettanto sbagliato.

Il risultato rischia di essere paradossale: si rafforzano le tutele di chi una casa in affitto l’ha già trovata, mentre diventa ancora più difficile per chi la sta cercando. 

Chi è dentro viene protetto; chi è fuori deve arrangiarsi.

È una delle contraddizioni delle politiche che inseguono il consenso immediato. Si promette di difendere i più deboli, ma si finisce per trascurare proprio quelli che non hanno ancora accesso al bene che si vorrebbe garantire.

E così il caso spagnolo dovrebbe insegnarci qualcosa anche in Italia. 

La casa non si trova con gli slogan, non si costruisce per decreto e non compare per magia perché un Governo decide che gli affitti devono costare meno.

Servono nuove abitazioni, procedure più rapide, regole stabili, edilizia sociale ed incentivi che rendano conveniente investire nella costruzione e nella locazione. Servono tempo, risorse, e capacità amministrativa. Tutte cose meno spettacolari di un annuncio televisivo, ma decisamente più utili.

C’è poi una lezione più generale, che riguarda il rapporto fra politica e cittadini.

In una democrazia, le persone non sono pedine da spostare su una scacchiera. 

Quando una norma viene percepita come ingiusta, troppo onerosa o semplicemente insostenibile, cercano il modo di adattarsi, di aggirarla nei limiti della legge, e così di sottrarsi alle conseguenze che produce. 

È un comportamento umano, non una congiura dei cattivi.

Il legislatore può stabilire per legge quanto debba durare un contratto, quali aumenti siano consentiti e quali garanzie spettino all’inquilino. 

Ma non può ordinare ad un proprietario di trovare conveniente affittare casa, né può imporre al mercato di offrire abitazioni che non esistono.

Ecco perché diffido di chi promette soluzioni miracolose a problemi complessi. 

Spesso dietro le buone intenzioni si nasconde la convinzione, assai poco liberale, che basti comandare per cambiare la realtà.

La casa è un diritto fondamentale sul piano sociale. 

Ma renderlo concretamente accessibile richiede politiche serie, non espropri, occupazioni, o decreti concepiti per raccogliere applausi.

Perché una cosa è promettere una casa a tutti. 

Un’altra è fare in modo che ci siano case per tutti. 

E fra le due, purtroppo per i venditori di illusioni, c’è di mezzo la realtà.

In definitiva, le misure di Sánchez, concepite per proteggere i più deboli, rischiano di penalizzare proprio i debolissimi: quelli che una casa in affitto non ce l’hanno e che, con un’offerta sempre più scarsa, vedono allontanarsi ulteriormente la possibilità di trovarla.

Il premier spagnolo è riuscito nell’impresa di alimentare una domanda già crescente, ma con le sue politiche, rischia di indebolire ulteriormente l’offerta. 

Un raro «capolavoro»: non ha creato da solo la crisi abitativa spagnola, ma rischia di aggravarla. 

Ma intanto è riuscito a trasformare l’emergenza-casa in un argomento “centrale” per la propria campagna elettorale.  

Perché, in politica, anche una crisi può diventare un’occasione per recuperare consensi. E Sánchez sembra intenzionato a non lasciarsela sfuggire.

Umberto Baldo

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