12 Ottobre 2026 - 10.13

Vicenza, l’aura dei ragazzini e il business degli influencer: chi ci guadagna davvero?

Di Alessandro Cammarano

Che cos’è questa aura battle che sabato 3 ottobre scorso ha portato a Campo Marzo, davanti alla stazione di Vicenza, da quattrocento a mille ragazzini a seconda delle cronache? Nel gergo della Gen Z l’aura è il fascino di chi si atteggia a duro, il fare la ruota dei pavoni; la battle è il duello a colpi di pose, smorfie, balletti e citazioni da meme, in cui si accumulano punti come nei videogiochi, da cui il nome alternativo di farming battle.

Nata come presa in giro, in poche settimane è diventata costume giovanile, fino ai professori che si sfidano in classe. A Vicenza l’ha convocata Hamza Messaf, in arte Ilvucumpra, creator di origini marocchine con oltre mezzo milione di follower, aggiungendo un incentivo irresistibile: più ci si presenta malvestiti, più si vincono abiti di marca. “Un casino di roba”, aveva promesso.

La roba non bastava. Dovevano essere meno di cinquanta, secondo alcuni quotidiani; la folla, in maggioranza tra i quindici e i diciotto anni, con qualche bambino di dieci o undici e in alcuni casi i genitori al seguito, ha scoperto il magazzino scarso e ha inseguito il benefattore fino al furgone, protetto dalla polizia. La battle non si è mai disputata. Restano una sbarra piegata e un ascensore danneggiato al park Verdi. Il sindaco Possamai ha tenuto a precisare che nessun bene comunale è stato toccato, e il Comune procede contro il tiktoker per il danno d’immagine. Spintoni, inseguimenti, qualche schiaffo, un Comitato per l’ordine pubblico mai convocato: una vicenda sgradevole, di taglia da cronaca cittadina.

Qui entra in scena la politica, con puntualità da orologeria. Salvini ha chiesto punizioni per i “balordi”, il forzista Pretto ha evocato un'”orda di maranza” insieme alla responsabilità civile dei genitori, il deputato di Fratelli d’Italia Silvio Giovine ha annunciato un’interrogazione a Piantedosi sulla prevenzione e sul Comitato mancato.

Il boomerang è già in volo. Piantedosi guida il Viminale di un esecutivo in cui il partito di Giovine pesa quanto sappiamo, e prefettura e questura rispondono a lui: l’interrogazione domanda al capo perché i suoi uomini non abbiano fatto di più. Quanto alla rivalsa sulle famiglie, i primi della fila sarebbero i padri e le madri venete che quel sabato hanno accompagnato i figli in piazza, cioè l’elettorato di casa. Il lancio è stato rumoroso, il ritorno omeopatico.

E l’aura, quanto rende? Meno di quanto raccontino i sogni dei quindicenni. In Italia gli influencer con partita IVA sono circa quarantamila e fatturano in media 24mila euro l’anno, lordi di contributi e imposte, a stare ai dati di Fiscozen e Kolsquare; tre su quattro stanno sotto i centomila follower. Un rapporto I-Com del 2024 aveva stimato 84mila euro: quando le statistiche litigano, il lettore sceglie quella che preferisce. Il listino DeRev per Instagram, ai massimi di fascia, fissa il prezzo dell’aura: fino a 350 euro a post con 5-10mila follower, 1.000 con 10-50mila, 5.000 con 50-300mila, 9.000 tra 300mila e un milione, fascia in cui i giornali collocano Messaf, 50.000 oltre il milione. Tre inserzioni da 9.000 superano il fatturato medio annuo dell’intera categoria.

Il mercato cresce, con stime divergenti di oltre cento milioni: 490 milioni nel 2025 per UPA, 385 per DeRev, con previsioni 2026 di 550 e 425. Sull’intera pubblicità italiana, 11,8 miliardi nel 2025 per il Politecnico di Milano, la quota resta attorno al 4%: un’industria da qualche centinaio di milioni con pose da multinazionale.

A perdere terreno sono le star: nell’ultimo anno i compensi delle celebrity oltre i tre milioni di follower sono calati del 31,6%, quelli dei mega del 16%. Salgono quelli di nano (+12,5%), micro (+17,5%) e mid-tier (+23%). I marchi, spiega DeRev, diffidano delle folle ultragenerali, dove il ritorno resta incerto e il danno d’immagine sempre in agguato. Campo Marzo ne è il caso di scuola.

Quanto appeal serve per contare davvero? Lo stabilisce l’Agcom, secondo cui circa venti milioni di italiani tra i 18 e i 54 anni seguono almeno un influencer; i minorenni, che quella rilevazione non conta, a Campo Marzo costituivano la maggioranza. La soglia attuale è questa: 500mila follower su una piattaforma, oppure un milione di visualizzazioni mensili. Sopra quella soglia scatta l’iscrizione a un registro – circa duemila soggetti, stimava il Sole 24 Ore –, una responsabilità editoriale simile a quella delle televisioni e multe fino a 250mila euro, che salgono a 600mila se si violano le tutele dei minori. Se i 500mila di Messaf stanno su una sola piattaforma, il suo nome è atteso nell’elenco. Una norma sui minori applicata a un raduno di minorenni ha il sapore della profezia.

Nel mondo, calcola Goldman Sachs, i creator sono cinquanta milioni e solo il 4% supera i centomila dollari l’anno. In Italia il 36% degli intervistati di Creator Economy 2025 aspira a fare l’influencer, attratto da guadagni giudicati facili: più di un terzo della platea sogna di entrare in quel 4%.

Resta la scena finale, quella che nessun listino registra: un migliaio di ragazzini, in alcuni casi accompagnati da mamma e papà, in marcia verso una piazza per il miraggio di qualcosa di gratis. Il gratis, d’altronde, è l’unica aura che non invecchia. Negli anni Ottanta ci si spintonava anche noi, nei negozi, per lo Swatch che arrivava col contagocce dagli orologiai, per la cintura del Charro, per la felpa di Best Company; si faceva la fila, si litigava sull’ultimo pezzo, si tornava a casa con lo scontrino. Li pagavamo.

Oggi l’oggetto del desiderio si conquista per carisma, e il carisma consiste nel presentarsi vestiti peggio degli altri, con il genitore in seconda fila a reggere il cappotto.

A listino l’aura vale da 350 a 50.000 euro a post; in piazza, sabato, valeva una maglia che non c’era. Allora si sudava per comprare la roba, adesso si fa la ruota per riceverla, e il furgone, almeno, non ha chiesto lo scontrino.

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