12 Ottobre 2026 - 9.48

Navi Pillay, il Nobel e il diritto internazionale a senso unico

Machiavellus

Chi mi legge sa che non temo di essere provocatorio, anche quando rischio di essere fuori dal coro.  Sono fatto così: non ho mai avuto la tentazione di seguire la corrente, per quanto impetuosa possa essere.

L’assegnazione del Premio Nobel per la Pace a Navi Pillay è stata accolta con soddisfazione da molti. 

Io, invece, qualche dubbio ce l’ho. E credo valga la pena spiegarlo.

Sia chiaro: non ho nulla da obiettare sulla storia personale di questa Signora ormai ottantacinquenne.  

Sudafricana,  di origine Tamil, nata sotto l’apartheid, ha avuto il coraggio di battersi contro la discriminazione razziale, diventando una pioniera nel mondo della professione legale. 

Ha ricoperto incarichi prestigiosi nelle Istituzioni Internazionali e contribuito alla lotta contro i crimini di guerra.

Una carriera importante, che merita rispetto.

Ma una biografia rispettabile non rende automaticamente incontestabili tutte le scelte successive. 

E un Nobel non dovrebbe mettere al riparo dalla critica.

Il mio problema è l’imparzialità. 

O, meglio, il sospetto che nel sistema delle Nazioni Unite i diritti umani non siano sempre difesi con la stessa determinazione.

Nel 2011 UN Watch pubblicò uno studio sull’attività di Pillay, allora Alto commissario dell’ONU per i diritti umani. 

Esaminando le sue dichiarazioni pubbliche fra il 2008 e il 2010, denunciò una disparità di attenzione: su 21 interventi riguardanti Paesi del Medio Oriente e del Nord Africa, nove erano dedicati a Israele.

Lo stesso studio rilevava che non erano state rilasciate dichiarazioni pubbliche sulle violazioni dei diritti umani in 34 Paesi classificati come “non liberi” da Freedom House, fra cui Cuba, Corea del Nord, Eritrea, Arabia Saudita e Siria. 

È un’analisi di parte? 

UN Watch è certamente un’Organizzazione critica nei confronti delle Nazioni Unite. Ma i dati che solleva meritano una risposta, non una scrollata di spalle.

Perché Israele sembra finire così spesso sotto i riflettori, mentre le persecuzioni e le repressioni in tante dittature ricevono un’attenzione assai meno insistente?

Penso alla Cina. Agli uiguri dello Xinjiang, ai tibetani, alle minoranze mongole. 

Non sostengo che le Nazioni Unite non abbiano mai denunciato questi abusi. 

Mi chiedo perché non si avverta sempre la stessa pressione internazionale, la stessa mobilitazione, la stessa indignazione.

Forse perché criticare Israele costa meno che disturbare Pechino?

E parimenti, perché negli anni sempre l’Alto Commissario non si è risparmiato nelle accuse ad Israele, mentre teneva il silenzio assoluto sugli abusi, a volte veri e propri genocidi, commessi in molti altri Paesi, in primis l’Iran?

È una domanda scomoda, lo so bene. 

Ma chi pretende di rappresentare universalmente i diritti umani dovrebbe essere il primo a non temerla.

C’è poi un altro precedente significativo. 

Nel 2022 l’allora sindaca socialdemocratica di Berlino, Franziska Giffey, rinunciò a partecipare alla cerimonia per la consegna a Pillay della medaglia Otto Hahn per la pace. La cerimonia fu successivamente annullata dagli organizzatori, che annunciarono verifiche sulle contestazioni sollevate nei confronti della premiata.

Non fu una medaglia ritirata, come è stato scritto, ma fu comunque una vicenda che avrebbe meritato maggiore attenzione prima di assegnare a Pillay un riconoscimento ancora più prestigioso.

E arriviamo al punto centrale.

Criticare il governo Netanyahu è legittimo. Indagare su possibili crimini è doveroso. Nessuno Stato, Israele compreso, può considerarsi al di sopra delle norme internazionali.

Ma la Commissione d’inchiesta dell’ONU presieduta da Pillay ha concluso che Israele ha commesso un genocidio a Gaza. 

Una conclusione gravissima, che non va confusa con una sentenza definitiva della Corte Internazionale di Giustizia.

Per amor del vero non sarebbe corretto sostenere che Navi Pillay abbia ignorato il 7 ottobre o risparmiato Hamas dalle accuse. 

La Commissione da lei presieduta ha riconosciuto che gli attacchi contro i civili israeliani, le uccisioni e la presa di ostaggi costituivano crimini di guerra. 

Ma una domanda rimane: nel valutare le responsabilità delle parti, ha riservato la stessa attenzione, la stessa nettezza e la stessa severità alle atrocità commesse da Hamas rispetto a quelle attribuite a Israele? 

È su questo terreno, quello dell’equilibrio e dell’imparzialità, che per quanto mi riguarda va condotta la discussione. 

Non servono accuse di complicità, che richiederebbero prove ben diverse. 

Servono fatti, confronti e criteri uguali per tutti.

Perché il problema non è soltanto ciò che si afferma. 

È anche l’autorevolezza di chi lo afferma, il rigore con cui valuta i fatti e la coerenza con cui applica gli stessi criteri a tutti.

Perché il diritto internazionale è indispensabile. 

Ma, se diventa uno strumento utilizzato selettivamente contro alcuni Paesi e con maggiore cautela verso altri, rischia di perdere proprio ciò che dovrebbe garantirgli credibilità: l’universalità.

I diritti umani o sono universali, oppure diventano uno strumento di convenienza diplomatica.

Ecco perché non mi convince questo Nobel.

Non perché Israele debba essere risparmiato dalle critiche. 

Ma perché nessuna Istituzione, nessun  Alto Commissario, nessun Funzionario, e nessun premio Nobel, dovrebbero essere sottratti al giudizio critico.

Altrimenti finiamo per confondere il diritto con la politica, la giustizia con la propaganda, e l’autorevolezza con il prestigio.

E la pace, quella vera, non ha bisogno di santini. 

Ha bisogno di regole uguali per tutti.

Machiavellus

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