19 Novembre 2022 - 9.43

Esterno Notte. La storia democristiana raccontata da chi ha sempre odiato la DC

Vale sempre la pena di vedere una film, specie se è l’ennesimo che prova a raccontare la storia e soprattutto la tragedia di Aldo Moro, della sua famiglia, del suo partito, la Democrazia Cristiana, ancora così tanto presente nel nostro quotidiano e nel nostro modo di parlare e pensare.

Al di là dell’immersione nell’Italia cupa degli anni Settanta, che è comunque un punto di vista di un Paese che era anche altro, e del bagno di nostalgia per la nostra infanzia e adolescenza da boomers in un mondo definitivamente scomparso, Esterno Notte è un film pieno di contraddizioni e che, alla fine, non convince.

Non convince la scelta così caricaturale di una DC piena di ipocrisie e paure, non convince l’Andreotti così simile al Divo di Sorrentino, ancora meno il Benigno Zaccagnini piagnucolone ed inetto o il Francesco Cossiga bipolare ed ossessivo. Sono i ritratti semplificati dei leader dell’epoca che ne faceva l’estrema sinistra, quella che scriveva Kossiga con la kappa e applaudiva alle BR.

Perfetta, al contrario, l’interpretazione di Fabrizio Gifuni, che sorprende ancora una volta per lo straordinario talento nei ruoli drammatici di impegno civile, pari solo a quella di Margherita Buy che ci restituisce degnamente la netta personalità di Eleonora Moro, nella dimensione umana e privata che finora era sempre stata trascurata.

Per tutta la durata delle sei puntate rimane però costante un senso di angoscia e di impotenza, che a volte ci fa spingere l’acceleratore di immagine e la domanda che ci resta alla fine è, a chi parla questa versione del dramma del rapimento e dell’uccisione di Aldo Moro? Pensiamo alle nuove generazioni che ne hanno solo sentito parlare, al massimo letto qua e là o costretti a studiarla grazie a qualche zelante professore.

A loro questo film non parla, è un parlarsi tra di noi che c’eravamo, ai miei figli ventenni la versione di Bellocchio dell’Italia del 1978 non spiega nulla perchè dà per scontata la conoscenza di troppe cose che sono note solo alle nostre generazioni. Peccato perchè sarebbe stata una bella occasione per raccontare ai ragazzi com’erano quegli anni e come tutti abbiamo vissuto quella tragedia, diventata poi il discrimine tra un prima e un dopo, come accadde nel 1963 a Dallas con JFK, ed ognuno di noi pensa a dov’era quando rapirono Moro e quando ne trovarono il cadavere. Operazione bocciata, per quanto ci riguarda, per la modernità perchè narcisisticamente rivolta ai Boomers di cui non se ne può più.

Operazione bocciata soprattutto perchè Bellocchio salva Aldo Moro e condanna la DC.

Ma Aldo Moro era la DC, ne incarnava l’anima più profonda e strutturata, lo si capisce nei primi minuti di film quando i leader democristiani si stracciano le vesti alla proposta di accordo con il PCI, il famoso compromesso storico, e alla fine prende la parola ”il nostro caro Aldo” – come lo chiamavano nella Balena Bianca – e li convince ad andare avanti, con argomenti semplici e sinceri, bisogna vincere insieme o perdere insieme, stare da soli non va bene. La forza della DC è stare tutti insieme, trovare la sintesi, costringersi a farlo, ma mai dividersi. Questo non era solo Aldo Moro, era la Democrazia Cristiana, che Marco Bellocchio continua a condannare da quando ha iniziato la sua carriera di regista e il sacrificio di Moro diventa l’alibi per la sentenza alla DC.

Del resto i democristiani una colpa ce l’hanno, hanno accettato – o subito – di far raccontare la loro storia da chi li ha sempre osteggiati, a volte anche odiati, anzichè pensare ad una narrazione autentica, magari scritta da chi li ha conosciuti e vissuti da dentro.

La prossima volta una sceneggiatura scritta da Marco Follini spiegherebbe meglio che cos’è stata davvero la Democrazia Cristiana in Italia e anche a Vicenza e nel Veneto.

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