Perché i guai francesi riguardano tutti noi

Umberto Baldo
Riprendendo il tema di un mio pezzo di ieri, osservo che c’è una domanda che la politica tende ad evitare accuratamente: cosa succede quando uno Stato promette più di quanto l’economia riesce a finanziare?
Per qualche tempo la risposta può essere molto semplice: si fa più debito.
È una soluzione straordinariamente comoda.
Consente di promettere oggi, distribuire benefici oggi, e rimandare il conto a domani.
E siccome domani, in politica, è quasi sempre un problema di qualcun altro, la tentazione è fortissima.
La Francia per molti anni ha potuto permetterselo più di altri.
Era la Francia: una delle grandi economie europee, potenza nucleare, membro permanente del Consiglio di sicurezza dell’ONU, pilastro politico dell’Unione europea.
Per i mercati era difficile immaginare che Parigi potesse davvero trovarsi nei guai.
Una sorta di “troppo grande per fallire”.
Ma anche i Paesi grandi, prima o poi, devono fare i conti con la matematica.
E la matematica, come sappiamo, ha un difetto imperdonabile: non vota.
Il problema non è il welfare. È il conto del welfare.
La Francia ha costruito nel tempo uno dei sistemi di protezione sociale più estesi d’Europa.
Pensioni, sanità, trasferimenti, servizi pubblici, sostegni alle famiglie ed alle imprese.
Non c’è nulla di scandaloso nel voler proteggere i cittadini.
Il problema nasce quando diventa politicamente quasi impossibile modificare ciò che è stato promesso, anche quando cambiano le condizioni economiche e demografiche che quelle promesse devono finanziare.
Piazze in fiamme, scioperi ad oltranza, blocchi, ed un’opposizione ideologica che considera sacrilego persino ipotizzare che le risorse siano finite. È il dogma del “non si tocca nulla”.
Ed è precisamente qui che la Francia si è infilata in un vicolo stretto.
Il debito pubblico è salito a 3.345 miliardi, pari al 116% del PIL, mentre il deficit resta su livelli (6%) che rendono indispensabile una correzione.
Nel frattempo la spesa pubblica francese continua a essere fra le più elevate dell’intero mondo sviluppato.
Il punto, però, non è stabilire se la Francia abbia “troppo welfare”.
Il punto è molto più semplice: chi paga quando il welfare diventa più costoso della crescita economica che dovrebbe sostenerlo?
Questa è la domanda alla quale la politica francese fatica a dare una risposta.
Ed ogni tentativo di intervenire, soprattutto sulle pensioni, ha mostrato quanto sia difficile togliere anche solo una parte di ciò che nel tempo è stato trasformato da scelta politica in diritto percepito come acquisito.
Per anni la Francia ha potuto finanziarsi a condizioni estremamente favorevoli.
Tassi bassissimi, e in alcuni periodi addirittura negativi, hanno creato l’illusione che indebitarsi fosse quasi gratis.
Ma il debito non è mai gratis.
Semplicemente, qualche volta costa talmente poco che ce ne dimentichiamo.
Quando i tassi sono risaliti, il costo del debito ha ricominciato a pesare sui bilanci pubblici, ed i mercati hanno iniziato a chiedere alla Francia un premio maggiore per acquistare i suoi titoli di Stato.
Lo spread con la Germania è diventato così una sorta di termometro della fiducia.
Non significa che la Francia sia sull’orlo del default. Non lo è.
Significa qualcosa di più sobrio e, proprio per questo, più importante: i mercati chiedono oggi alla Francia più garanzie di quante ne chiedessero qualche anno fa.
E quando il denaro preso a prestito diventa più caro, una parte crescente delle entrate pubbliche deve essere destinata a pagare gli interessi invece di finanziare nuovi servizi od investimenti.
La festa del debito, insomma, finisce nello stesso modo di quasi tutte le feste: qualcuno deve mettere in ordine la casa.
Qui arriva la parte che dovrebbe interessarci maggiormente.
La Francia non è la Grecia del 2010.
È una delle due grandi colonne politiche dell’Unione europea. Per decenni il famoso motore franco-tedesco ha tenuto insieme interessi diversi, spesso litigando, spesso procedendo a strappi, ma comunque funzionando.
Oggi la Germania deve affrontare una difficile trasformazione del proprio modello industriale.
La Francia deve affrontare contemporaneamente una situazione finanziaria complicata ed una crescente difficoltà politica nel trovare una maggioranza capace di prendere decisioni impopolari.
E questo arriva nel momento peggiore possibile.
L’Europa deve spendere di più per la difesa, investire in tecnologia, energia e infrastrutture, competere con Stati Uniti e Cina, ed affrontare una trasformazione industriale gigantesca.
Non è proprio il momento ideale per avere il motore franco-tedesco che tossisce.
C’è poi un’altra questione.
Se i mercati chiedono rendimenti più elevati alla Francia, cambia il quadro finanziario dell’intera area euro.
Non perché automaticamente lo spread francese si trasferisca a quello italiano (anche se in realtà in parte è così), ma perché aumenta il premio per il rischio richiesto agli Stati europei, e diventa più costoso finanziare il debito.
Per l’Italia, che di debito pubblico ne ha una montagna, non è esattamente una notizia da festeggiare con lo champagne.
E c’è infine l’economia reale.
La Francia è uno dei principali partner commerciali dell’Italia. Se Parigi fosse costretta ad una forte restrizione della spesa e dei consumi, gli effetti non resterebbero confinati alle rive della Senna.
Meno domanda francese significa, molto banalmente, meno ordini anche per una parte della nostra industria.
È qui che la vicenda francese smette di essere una cronaca transalpina e diventa uno specchio nel quale dovremmo avere il coraggio di guardarci.
Perché anche in Italia la discussione economica torna periodicamente allo stesso punto.
Più pensioni. Più sussidi. Meno tasse. Più investimenti pubblici. Più aiuti alle imprese. Più sanità. Più stipendi.
E quando qualcuno domanda dove trovare i soldi, compare la formula magica: facciamo deficit.
Come se il deficit fosse una fonte di finanziamento e non, semplicemente, un modo per spostare nel futuro il problema del finanziamento.
Naturalmente non significa che ogni deficit sia sbagliato.
Un Paese può e deve utilizzare il debito quando serve a finanziare investimenti capaci di aumentare la crescita futura.
Il problema è un altro: usare il debito per finanziare stabilmente spese che non producono crescita sufficiente a ripagarlo.
Questa differenza dovrebbe essere scolpita sulla porta di ogni ministero dell’Economia.
La lezione francese, dunque, non è quella di smantellare il welfare.
E nemmeno di considerare ogni euro di deficit come uno spreco.
È una lezione più semplice: quando per tenere in piedi il modello devi continuare ad aumentare il debito, prima o poi arriva il conto.
E il conto, come sempre, non lo paga Babbo Natale.
Perché non esiste una spesa pubblica gratuita.
Si può scegliere di spendere di più. Si può scegliere di tassare di più. Si può scegliere di tagliare. Si può scegliere di fare debito.
Ma prima o poi bisogna scegliere.
Il vero lusso che uno Stato non può permettersi è fingere che non sia necessario farlo.
La Francia sta scoprendo questa verità dopo avere goduto per anni di una credibilità finanziaria che sembrava quasi infinita.
Chi oggi in Italia invoca una spesa pubblica senza freni, ed indica il modello di welfare francese come traguardo a cui aspirare, sta guardando un miraggio.
La Francia non è un modello da copiare, ma un monito da studiare: dimostra che quando uno Stato spende quello che non ha per accontentare tutti, prima o poi finisce per non poter accontentare più nessuno.
Umberto Baldo




















