6 Ottobre 2026 - 9.41

Israele, la democrazia che gli anti-israeliani non vogliono vedere

Umberto Baldo

Ci sono notizie che meritano di essere guardate un po’ più attentamente di quanto suggerisca il titolo con cui vengono pubblicate.

Quella arrivata da Israele il 2 ottobre è una di queste.

La Corte Suprema israeliana ha annullato la decisione della Commissione Elettorale che aveva escluso dalle prossime elezioni del 27 ottobre due liste arabe: Ra’am e la Lista Comune.

La decisione è arrivata nel pieno di una campagna elettorale tutt’altro che tranquilla, ed in un Paese che, dopo il 7 ottobre 2023, vive una condizione nella quale sicurezza, terrorismo e questione palestinese sono diventati temi ancora più esplosivi di prima.

E proprio per questo la decisione della Corte mi pare interessante.

Non perché i Partiti arabi siano simpatici a tutti.  Non lo sono affatto.

La Lista Comune comprende formazioni che contestano duramente la politica israeliana nei Territori e sostengono i diritti nazionali palestinesi. Balad, in particolare, propone una concezione di Israele come Stato di tutti i suoi cittadini, mettendo in discussione la sua caratterizzazione come Stato nazionale del popolo ebraico.

Ra’am, invece, guidata da Mansour Abbas, ha un’impostazione più pragmatica. Abbas ha condannato il 7 ottobre ed il suo partito ha già dimostrato, nel 2021, di poter entrare in una maggioranza di governo israeliana.

Insomma, non sono due Partiti che abbiano bisogno del permesso di qualcuno per essere definiti “scomodi”.

Eppure correranno alle elezioni.

La Corte ha ritenuto che gli elementi presentati contro le due liste, ed accettati dalla Commissione Elettorale, non fossero sufficienti per superare la soglia prevista dalla legge per l’esclusione dalla competizione elettorale.

E qui arriva il punto che, secondo me, va oltre la cronaca.

La democrazia si vede soprattutto quando deve garantire spazio a chi non ci piace.

Perché quando lasciamo votare soltanto quelli che condividono le nostre idee, non abbiamo bisogno di una democrazia particolarmente sofisticata.

Basta un buon ufficio di censura.

C’è poi un elemento politico che rende la decisione ancora più interessante.

I partiti arabi non sono una presenza folcloristica destinata a qualche seggio di testimonianza.

I sondaggi più recenti li collocano attorno ai 13-14 seggi sui 120 della Knesset. 

E né il blocco che sostiene Benjamin Netanyahu, né quello di opposizione, dispongono oggi dei 61 seggi necessari per una maggioranza.

Tradotto dal politichese: quei Partiti potrebbero avere un peso concreto nell’aritmetica del prossimo governo.

Ed è proprio qui che la storia diventa interessante.

La Corte Suprema non sta concedendo un premio simbolico ad una minoranza.

Sta consentendo a forze politiche che potrebbero risultare determinanti nella formazione della prossima maggioranza di chiedere il voto agli elettori israeliani.

Poi c’è la seconda parte della storia.   Quella che riguarda noi

Il console onorario di Israele in Italia, Marco Carrai, ha commentato la vicenda mettendo a confronto quanto avviene in Israele con alcune manifestazioni che si sono svolte a Roma, nelle quali sono comparsi simboli di Hamas, Iran e Hezbollah e slogan come “dal fiume al mare”.

Il suo ragionamento, espresso con parole volutamente dure, è questo: mentre in Italia si protesta davanti al Parlamento contro la legge sull’antisemitismo e compaiono quei simboli, in Israele la Corte Suprema consente a partiti arabi fortemente critici verso lo Stato di partecipare alle elezioni.

È un confronto ruvido. Ma la domanda che pone non è affatto irrilevante.

Perché da noi capita abbastanza spesso di sentire descrivere Israele come se fosse semplicemente una specie di dittatura travestita da democrazia.

E allora una domanda forse vale la pena farsela.

Come si comporta una democrazia quando una parte della propria popolazione esprime idee che la maggioranza considera ostili o addirittura pericolose?

La risposta israeliana, in questo caso, è stata affidata alla Corte Suprema.

La Commissione elettorale aveva detto no.

La Corte ha detto: le prove non sono sufficienti, quindi quelle liste possono correre.   

Non ha detto che le loro idee sono giuste.  Non ha detto che quelle formazioni sono affidabili.  Ha detto che, non essendo state superate le condizioni previste dalla legge, la competizione elettorale viene prima del desiderio di escludere l’avversario politico.

Non è un dettaglio.

È uno dei fondamenti della democrazia liberale.

Criticare Israele è legittimo. Criticare Netanyahu è legittimo. Contestare la politica israeliana nei confronti dei palestinesi è non solo legittimo, ma necessario in una democrazia.

Ma quando la critica ad Israele diventa la negazione del diritto dello Stato ebraico ad esistere, quando si cancellano le responsabilità di Hamas, quando si esibiscono simboli di organizzazioni terroristiche come Hezbollah, o si trasformano gli ebrei, israeliani  e non, in un unico popolo colpevole per definizione, allora il confine comincia a diventare molto meno sottile.

E forse sarebbe il caso di dirlo senza troppi giri di parole.

Perché dietro certi “anti-israeliani” non c’è sempre un amore sconfinato per i palestinesi. Qualche volta c’è semplicemente un antisemitismo che ha imparato a vestirsi meglio.

E la cosa paradossale è che alcuni di questi signori pretendono persino di impartire lezioni di democrazia ad Israele.

Nel frattempo, in Israele, una Corte Suprema ha appena garantito il diritto di correre alle elezioni proprio a quei partiti arabi che contestano una parte fondamentale dell’identità dello Stato.

Prima di dare lezioni agli altri, forse sarebbe utile ricordarsi che una democrazia si giudica anche da come tratta chi la contesta. 

E che l’antisemitismo, anche quando cambia vestito, resta sempre lo stesso vecchio veleno.

Umberto Baldo

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