7 Ottobre 2026 - 12.05

Pacifisti, vigliacchi, o semplicemente mammoni?

Ci sono notizie che sembrano riguardare una guerra lontana e invece raccontano qualcosa che riguarda molta da vicino noi europei.

Nei giorni scorsi alcune navi mercantili sono state colpite da droni  (quasi sicuramente russi) nelle acque  territoriali ed economiche di Romania e Bulgaria, due Paesi della Nato e dell’Unione europea.

La reazione è stata quella ormai abituale: condanna, preoccupazione, parole come “inaccettabile” e “grave violazione del diritto internazionale”.

Tutto giusto.

Ma viene da chiedersi: e poi?

Perché non è soltanto il Mar Nero.

C’è Hormuz, dove passa una parte enorme dell’energia mondiale. C’è Bab el-Mandeb, attraverso cui transitano alcune delle principali rotte commerciali tra Asia ed Europa. 

E poi c’è appunto il Mar Nero, sempre più esposto agli attacchi contro la navigazione commerciale.

Quando queste rotte diventano insicure, ci accorgiamo subito del problema: aumentano il petrolio, l’energia, i trasporti, le assicurazioni. E quindi il prezzo di quello che compriamo; tanto per dire anche grano e derrate alimentari.

Quando invece si tratta di garantire quelle rotte, l’Europa sembra spesso procedere con il freno tirato.

Eppure stiamo parlando di circa 450 milioni di persone, di una delle più grandi aree economiche del mondo e di Paesi che, presi singolarmente, possiedono capacità militari tutt’altro che trascurabili.

Allora forse il problema non è soltanto militare.

È umano.

Siamo diventati tutti pacifisti? Oppure abbiamo semplicemente paura? O siamo diventati così attaccati al nostro benessere da non essere più disposti a rischiare nulla per difenderlo?

Per ottant’anni noi europei abbiamo avuto la fortuna di vivere senza conoscere direttamente la guerra. Una conquista straordinaria, un unicum nella storia del nostro Continente.

Ma forse abbiamo finito per considerare la pace come l’acqua dal rubinetto: apri e c’è.

E invece la pace non è un fenomeno naturale. Qualcuno deve garantirla.

E poi ci sono i giovani.

In Germania migliaia di ragazzi protestano contro il nuovo servizio militare. 

Nelle nostre piazze e sui social, invece, non mancano mobilitazioni appassionate per guerre lontane, prima fra tutte quella israelo-palestinese.

Nulla da eccepire sulla libertà di manifestare.

Ma viene una domanda: perché siamo così pronti a sostenere le battaglie degli altri e molto meno disponibili a pensare a quella, eventuale, che potrebbe riguardare noi?

Non tutti i giovani sono così, naturalmente. Ma il fenomeno merita una riflessione.

Anche perché qualcosa, in Europa, sta cambiando.

La Francia continua a investire nella propria deterrenza nucleare. La Gran Bretagna mantiene una marina militare di prima grandezza. La Germania sta aumentando enormemente spesa e capacità di difesa.

Insomma, l’Europa non è ferma.

Ma resta il problema di fondo: abbiamo ancora la volontà politica e, soprattutto, la disponibilità umana a pagare il prezzo della sicurezza?

Dov’è finita la grandeur francese? E quella tradizione britannica, quella “Rule Britannia”  che faceva della sicurezza dei mari una questione vitale?

E noi italiani?

Lasciamo perdere. Abbiamo trasformato l’8 settembre in una categoria dello spirito nazionale: quando arriva il momento della scelta difficile, prima cerchiamo di capire da che parte tira il vento.

Forse la parola giusta non è neppure “pacifismo”.

Forse siamo diventati semplicemente mammoni.

Abbiamo molto da perdere: la casa, la pensione, il conto corrente, le vacanze, il nostro benessere.

E allora non vogliamo la guerra. Giustissimo.

Ma non vogliamo nemmeno spendere troppo per la difesa, né rischiare, né sacrificare qualcosa.

Il problema è che la storia non ci garantisce il diritto di conservare tutto senza difenderlo.

E allora la domanda resta lì, scomoda: siamo davvero pacifisti, oppure siamo diventati troppo benestanti per essere ancora disposti a rischiare qualcosa per la nostra libertà?

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