30 Settembre 2026 - 10.50

Llívia, la Spagna che si è dimenticata in Francia

I recenti fatti di Ceuta hanno rilanciato il termine “exclave”, il cui significato è abbastanza semplice: una porzione di territorio che appartiene politicamente ad uno Stato, ma che si trova fisicamente separata dal corpo principale del Paese da uno o più territori stranieri.

Ceuta, assieme a Melilla, sono due esempi abbastanza noti: due città spagnole in terra marocchina.

Ma questa storia mi ha fatto ricordare un altro esempio di exclave spagnola, che ebbi modo di visitare, ahimé ormai molti anni fa.

Non è una località da grandi guide turistiche, di quelle che finiscono nei programmi organizzati con tanto di guida munita di bandierina.

Io ci arrivai quasi per caso, mentre da Perpignan ero diretto verso Andorra, che era la mia destinazione.

A un certo punto della strada arrivai in questo paesino e mi accorsi subito che c’era qualcosa di strano.

Entrai in un bar, ordinai una bibita e chiesi qualche informazione.

Fu così che, con mia grande meraviglia, scoprii di non essere più in Francia.

La cosa spiegava anche un particolare che fino a quel momento non avevo notato: in paese non vedevo più sventolare il drapeau della République Française, bensì le bandiere spagnole e catalane.

E allora cominciai a capire.

Ero a Llívia, una piccola cittadina spagnola incastonata nel territorio francese, nel cuore dei Pirenei.

Una specie di errore geografico. Solo che non era un errore. Era la storia.

Per comprenderne il motivo bisogna tornare indietro di oltre tre secoli, quando in Europa i confini non erano ancora quelli che vediamo oggi sulle carte geografiche e, soprattutto, quando a decidere dove finiva un regno e dove ne iniziava un altro erano Re, guerre, matrimoni dinastici e trattati.

Tra Francia e Spagna era in corso una lunga guerra, iniziata nel 1635 e conclusasi con la Pace dei Pirenei del 1659.

La Francia uscì dal conflitto rafforzata ed ottenne dalla Spagna il Rossiglione, il Conflent, il Capcir, il Vallespir e una parte della Cerdagna.

I Pirenei diventavano così, almeno sulla carta, la grande frontiera naturale fra i due Paesi.

Ma c’era un piccolo problema: Llívia.

Il trattato parlava infatti della cessione alla Francia dei “villaggi”della Cerdagna.

E Llívia, per una di quelle circostanze che rendono la storia infinitamente più divertente dei manuali scolastici, non era considerata un villaggio.

Era una “vila”, una città.

Il titolo le era stato concesso nel 1528 dall’imperatore Carlo V. Insomma, una questione di categoria amministrativa.

E quella differenza di una parola cambiò il destino del paesino.

Quando nel 1660 francesi e spagnoli tornarono a mettere nero su bianco i dettagli della nuova frontiera con il Trattato di Llívia, i trentatré villaggi della Cerdagna passarono alla Francia.

Llívia no, rimase spagnola.

E così, quasi senza che nessuno l’avesse progettata fino in fondo, nacque quella che oggi chiamiamo una exclave spagnola in territorio francese.

Una piccola isola di Spagna circondata dalla Francia.

Poco più di dodici chilometri quadrati, a circa 1.200 metri di quota, nel paesaggio pirenaico della Cerdagna.

La cosa curiosa è che questa singolarità non è rimasta soltanto sulle carte.

Per secoli gli abitanti di Llívia hanno dovuto convivere con il fatto di essere spagnoli da una parte, e circondati dai francesi dall’altra.

Per raggiungere il resto della Spagna dovevano attraversare territorio francese.

E infatti esiste ancora quella che viene chiamata Route Neutre, la strada internazionale priva di giurisdizione doganale fissa, che collega Llívia a Puigcerdà, e quindi alla Spagna. 

Per secoli è stata il cordone ombelicale di questa piccola porzione di territorio spagnolo in terra francese.

Oggi, naturalmente, tutto è molto più semplice.

Schengen ha fatto quello che spesso la politica impiega secoli a fare: ha reso la frontiera praticamente invisibile.

Niente doganieri, niente passaporti, niente soldati a controllare chi entra e chi esce.

Ma basta fermarsi un momento e guardare una carta geografica per rendersi conto dell’assurdità apparente della situazione di Llìvia.

Parti dalla Francia, arrivi in Spagna e poi, se prosegui, torni tranquillamente in Francia.

E nessuno si stupisce più.

Forse perché l’Europa, almeno in questo angolo dei Pirenei, ha imparato che le frontiere possono essere importanti senza necessariamente diventare muri.

Llívia, peraltro, non è soltanto una curiosità geopolitica.

Nel piccolo centro storico si trovano le tracce di una storia molto più antica.

C’è la Torre Bernat de So, costruita alla fine del Cinquecento, ci sono i resti dell’antico castello, la chiesa e le strade della vecchia vila.

E poi c’è una piccola meraviglia che forse da sola varrebbe il viaggio: la Farmacia Esteva.

La farmacia di Llívia è documentata almeno dal 1594 e viene considerata una delle più antiche d’Europa. La famiglia Esteva la gestì per sette generazioni, fino alla chiusura nel 1926.

Dopo che mobili, strumenti, libri, recipienti in ceramica blu cobalto, e le caratteristiche cassette lignee policrome furono acquistate dal Comune di Girona con l’impegno di conservarli a Llívia, la Farmacia oggi è diventata un museo.

E forse non poteva esserci destino migliore per una farmacia nata in un luogo dove, per secoli, la geografia aveva deciso di complicare la vita agli uomini.

Passeggiando per Llívia, però, la cosa che più mi colpì allora non fu un monumento.

Fu proprio quella sensazione stranissima di essere in un paese che sembrava francese, incastonato in un paesaggio francese, raggiunto percorrendo strade francesi, ma che era spagnolo.

Con la sua lingua catalana, le sue bandiere, le sue istituzioni.

Una piccola contraddizione geografica che sopravvive da oltre tre secoli.

E forse è proprio questo il bello della storia europea.

Che sotto le carte politiche, sotto i confini tracciati con il righello, e sotto le pretese di chi pensa che le Nazioni siano entità immutabili, c’è una realtà infinitamente più complicata.

Ci sono territori che appartenevano ad un regno e oggi appartengono ad un altro.

Ci sono popolazioni che parlano una lingua diversa da quella dello Stato cui appartengono.

Ci sono confini che sembrano naturali ed invece sono il risultato di una guerra.

E ci sono persino piccoli paesi che sono rimasti dalla parte sbagliata della frontiera semplicemente perché, quattro secoli fa, qualcuno li aveva classificati come “ville” invece che come villaggi.

E qui arriviamo alla cosa che, a me, sembra più interessante di tutta questa storia.

In Europa continuiamo ancora oggi a rispettare trattati stipulati quando non esistevano né l’Unione Europea né gli Stati nazionali nella forma che conosciamo.

Il Trattato dei Pirenei è del 1659. Quello di Llívia è del 1660.

E la storia di Gibilterra ci porta ancora più avanti, al Trattato di Utrecht del 1713, con il quale la Spagna cedette Gibilterra alla Gran Bretagna. L’articolo X stabiliva la cessione della città, del castello, del porto e delle fortificazioni alla Corona britannica.

Tre secoli dopo, quei documenti continuano a produrre effetti sulla carta geografica.

A pensarci bene, è una cosa abbastanza ammirevole.

Perché viviamo in un’epoca nella quale il rispetto delle frontiere e degli accordi internazionali sembra tornato a essere una questione tutt’altro che scontata.

La Russia di Putin ha cercato di modificare con la forza i confini dell’Ucraina, arrivando all’annessione dichiarata di territori ucraini, condannata dall’Assemblea generale dell’ONU come violazione dell’integrità territoriale dell’Ucraina.

La Cina di Xi Jinping continua a considerare Taiwan parte della propria sovranità, mentre Pechino mantiene aperta l’opzione dell’uso della forza.

E persino dagli Stati Uniti di Donald Trump sono arrivati negli ultimi anni discorsi che hanno messo in discussione, almeno sul piano politico e retorico, alcuni equilibri territoriali consolidati, dalla Groenlandia al Canada. 

E allora, tornando con la memoria a quel piccolo paese dei Pirenei, mi viene quasi da sorridere.

Perché Llívia ci ricorda una cosa molto semplice: le frontiere possono essere assurde, complicate, perfino nate da un cavillo linguistico. Ma una volta che sono state stabilite da un Trattato, possono essere rispettate per secoli.

Non è poco.

In un continente che ha conosciuto guerre infinite proprio per spostare di qualche chilometro una frontiera, sapere che una firma apposta nel Seicento può ancora essere rispettata nel Ventunesimo secolo è forse una delle poche stranezze della storia che vale la pena conservare.

Potrebbe interessarti anche:

Llívia, la Spagna che si è dimenticata in Francia | TViWeb Llívia, la Spagna che si è dimenticata in Francia | TViWeb

Testata Street Tg Autorizzazione: Tribunale Di Vicenza N. 1286 Del 24 Aprile 2013

Luca Faietti Direttore Fondatore ed Editoriale - Arrigo Abalti Fondatore - Direttore Commerciale e Sviluppo - Paolo Usinabia Direttore Responsabile

Copyright © 2026 Tviweb. All Rights Reserved | Tviweb S.R.L. P.Iva E C.F. 03816530244 - Sede Legale: Brendola - Via Monte Grappa, 10

Concessionaria pubblicità Rasotto Sas

Credits - Privacy Policy