La pace giusta, le convergenze parallele e il vecchio Sole dell’Avvenire

Umberto Baldo
Ci risiamo
Quando la politica italiana incontra un problema sul quale è difficile mettere d’accordo tutti, normalmente non lo risolve. Gli dà un nome.
È una vecchia specialità nazionale: se non riesci a trovare una soluzione, trova almeno una formula nella quale ciascuno possa leggere quello che gli fa più comodo.
Ai tempi della Prima Repubblica si arrivò persino alla teorizzazione delle «convergenze parallele».
Oggi, quando si parla di Ucraina, potrebbe bastare una formula molto più semplice: «Pace giusta».
La pronuncia spesso Elly Schlein. E probabilmente, detta così, mette tutti d’accordo.
Il problema è che, appena si prova a chiedere che cosa significhi concretamente, la nebbia si infittisce.
Perché una cosa è dire di volere la pace.
Un’altra è spiegare quale pace.
E qui cominciano i problemi anche per il possibile Campo largo.
Perché sul rapporto con la guerra in Ucraina Pd e Cinque Stelle non sembrano esattamente sulla stessa lunghezza d’onda. Il Movimento di Conte insiste molto di più sulla necessità di interrompere l’invio di armi e di puntare immediatamente sul negoziato.
Nel Pd, invece, la posizione ufficiale resta legata al sostegno all’Ucraina aggredita e alla ricerca di una soluzione diplomatica.
Differenze non proprio secondarie.
Ma la politica italiana ha una risorsa inesauribile: le formule.
E quindi perché non mettere tutto sotto l’ombrello della «pace giusta»?
Solo che a questo punto una domanda diventa inevitabile.
Giusta per chi?
Per l’Ucraina? Per la Russia? Per l’Europa? Per gli Stati Uniti? Per chi oggi controlla militarmente un territorio?
E soprattutto: che cosa dovrebbe accadere perché quella pace possa essere definita «giusta»?
Perché se l’Ucraina deve rinunciare a territori strappati con la forza, accettare la neutralità e rinunciare a scegliere liberamente le proprie alleanze, allora bisognerebbe avere il coraggio di dirlo.
Se invece una pace «giusta» significa che l’Ucraina resta pienamente sovrana, decide autonomamente il proprio futuro e non viene trasformata nella zona cuscinetto di una grande potenza, allora bisogna spiegare come arrivarci.
Insomma, «pace giusta» non è una soluzione. È una domanda alla quale bisogna ancora dare una risposta. Meglio è uno slogan che può essere speso in una assemblea studentesca, ma certo non ad un tavolo europeo qualora la sinistra arrivasse al governo.
Ed è qui che entra in gioco un’altra questione, assai più profonda della polemica fra Schlein e Conte.
Quella vecchia idea secondo cui le grandi potenze avrebbero naturalmente diritto a una propria «zona d’influenza».
Per la Russia, naturalmente, dovrebbe essere l’Europa orientale.
La logica è più o meno questa: l’Ucraina confina con la Russia, quindi Mosca ha comprensibili esigenze di sicurezza; l’espansione della Nato verso Est avrebbe creato una minaccia; di conseguenza i Paesi che stanno ai confini russi dovrebbero tenere conto delle esigenze strategiche del Cremlino.
Tutto comprensibile (o quasi!).
Ma da quando le esigenze di sicurezza di una grande potenza diventano un diritto a decidere della politica estera degli Stati vicini?
Perché qui c’è una distinzione fondamentale.
Una cosa è riconoscere alla Russia interessi geopolitici. Un’altra è riconoscerle una zona d’influenza.
La prima è realpolitik.
La seconda significa accettare che alcuni Stati siano meno sovrani di altri.
E questo non è un dettaglio.
Nel 1997, quando la Russia era ancora quella di Boris Eltsin, Mosca sottoscrisse con la Nato un documento nel quale venivano riconosciute la sovranità, l’indipendenza e l’integrità territoriale degli Stati europei ed il loro diritto a scegliere autonomamente gli strumenti con cui garantire la propria sicurezza.
E lo stesso documento respingeva l’idea di sfere d’influenza capaci di limitare la sovranità degli Stati.
C’è poi un precedente che aiuta a capire la diffidenza ucraina.
Nel 1994 Kiev rinunciò all’arsenale nucleare presente sul proprio territorio, restituendolo alla Russia.
In cambio, Russia, Stati Uniti e Regno Unito si “impegnarono” a rispettarne indipendenza, sovranità e confini.
Oggi sappiamo com’è andata.
Ecco perché è difficile chiedere agli ucraini di affidare nuovamente la propria sicurezza soltanto a rassicurazioni internazionali.
Certo dal 1994 il mondo è cambiato. Ma non è cambiato il principio.
Polonia, Estonia, Lettonia, Lituania o Ucraina non sono pezzi di una scacchiera che appartengono naturalmente a qualcuno perché si trovano dalla parte sbagliata del confine.
Sono Stati.
E infatti c’è una cosa che spesso dimentichiamo.
Molti Paesi dell’Europa orientale non sono stati trascinati con la forza dentro la Nato.
Hanno chiesto di entrarci.
Perché avevano memoria di cosa significasse stare nella sfera d’influenza sovietica.
E qui, permettetemi, emerge un piccolo fantasma del Novecento.
L’Urss non esiste più. Il Patto di Varsavia non esiste più. Il Pci non esiste più.
Sono spariti la falce e martello, il centralismo democratico, il mito dell’economia pianificata e persino gran parte del vecchio vocabolario comunista.
Ma qualche vecchia categoria mentale sembra avere una vita assai più lunga; nel senso che non sono scomparse tutte le categorie geopolitiche attraverso cui una parte della cultura italiana di matrice comunista guardava il mondo, e Mosca come “Il sole dell’Avvenire”.
Non parlo, naturalmente, di chiunque chieda un negoziato con Mosca.
Sarebbe una caricatura.
E non penso neppure che chi critica alcune scelte americane debba per questo essere considerato filo-russo.
Il problema è un altro. È quella particolare indulgenza culturale verso l’idea che la Russia abbia un diritto speciale a essere rassicurata dai Paesi che le stanno intorno.
Come se la sovranità dell’Est europeo fosse una cosa un po’ più elastica della nostra.
Ed è qui che la storia dovrebbe aiutarci, invece di essere utilizzata come un menu dal quale scegliere soltanto quello che ci fa comodo.
Prendiamo Helsinki.
L’Atto finale del 1975 viene spesso evocato come simbolo della distensione e della sicurezza europea.
Giustissimo. Ma Helsinki non parlava soltanto della sicurezza delle grandi potenze.
Parlava anche di uguaglianza sovrana degli Stati, integrità territoriale, inviolabilità delle frontiere e non uso della forza.
Quindi, se vogliamo tornare allo spirito di Helsinki, torniamoci davvero.
Non soltanto alla sicurezza della Russia. Anche alla sovranità dei suoi vicini.
Perché altrimenti rischiamo un curioso paradosso: utilizzare Helsinki per spiegare perché Mosca deve sentirsi sicura, e dimenticare Helsinki quando si tratta di spiegare perché Kiev deve essere libera.
E allora torniamo alla nostra «pace giusta».
Io continuo a pensare che la pace debba essere cercata.
Sempre.
Ma una trattativa non è necessariamente una resa, così come il sostegno militare ad un Paese aggredito non significa necessariamente voler continuare la guerra all’infinito.
La vera questione è che cosa mettiamo dentro la parola «pace».
Se significa fermare le armi, proteggere ciò che resta dell’Ucraina, garantire la sua sicurezza ed impedire una nuova aggressione, possiamo discuterne.
Se significa invece che una grande potenza può invadere un Paese, conquistare territori ed alla fine ottenere il diritto di decidere anche le sue alleanze, allora non stiamo soltanto facendo la pace.
Stiamo stabilendo una regola per la prossima guerra.
E questa, francamente, è una cosa che dovrebbe interessare anche chi non ama né Putin né la Nato, né Trump né Bruxelles.
Perché io non ho bisogno di scegliere fra Putin e Trump.
Per me appartengono entrambi, con tutte le differenze del caso, ad una politica internazionale nella quale la forza conta parecchio, e nella quale non mi riconosco.
Ma la questione ucraina non dovrebbe essere un referendum su Putin Trump.
Dovrebbe partire da una domanda molto più semplice: un Paese sovrano ha il diritto di decidere da solo con chi stare?
Se la risposta è sì, allora bisogna trovare una pace che tenga conto di quel principio.
Se la risposta è no, bisogna avere almeno l’onestà di dirlo.
E forse, a quel punto, capiremo anche meglio che cosa significa davvero quella formula tanto amata dalla politica italiana: «pace giusta».
Perché la pace può anche essere possibile, difficile, imperfetta, dolorosa.
Ma prima di chiamarla «giusta», sarebbe bene spiegare chi decide che cosa è giusto e, soprattutto, chi paga il conto.
Altrimenti siamo tornati alle “convergenze parallele”.
Tutti d’accordo. Ma ognuno pensa ad una cosa diversa.
Umberto Baldo




















