Il vizietto della politica e il grande ‘spezzatino’ bancario

Umberto Baldo
Chi ha, ahimè, molte primavere alle spalle ricorda perfettamente che durante la cosiddetta “Prima Repubblica” la politica – o per meglio dire, i Partiti – è stata, almeno fino ai primi anni ’90, il vero “padrone” delle Banche.
Questo predominio assoluto sugli Istituti di credito si fondava su pilastri precisi:
La Legge Bancaria del 1936: introdotta dal regime fascista dopo la grande crisi del 1929 per salvare il sistema dal fallimento attraverso la nazionalizzazione di fatto, dando vita al modello della Banca Pubblica.
Istituti di Diritto Pubblico: realtà storiche come il Banco di Napoli, il Banco di Sicilia, l’Istituto Bancario San Paolo di Torino e il Monte dei Paschi di Siena operavano come enti pubblici. I loro vertici non erano espressione del mercato azionario, ma venivano decisi col bilancino della lottizzazione politica, tramite nomine dirette dei partiti di governo (in primis Democrazia Cristiana e Partito Socialista).
Le Casse di Risparmio: fortemente radicate sul territorio, erano controllate dagli enti locali e dai politici che ne gestivano i consigli di amministrazione.
Essendo all’epoca Segretario Provinciale di Padova del Partito Repubblicano di La Malfa – e quindi, teoricamente, un addetto ai lavori – ricordo bene le riunioni “notturne” nei luoghi più disparati per sfuggire ai cronisti.
Ricordo gli scontri e le “baruffe” per accaparrarsi la Presidenza della Cassa di Risparmio, o almeno una Vicepresidenza.
Per essere onesti, data la limitata forza elettorale che gli italiani concedevano alle forze del centro laico, noi repubblicani venivamo ascoltati al massimo come “opinionisti”, quasi mai come “decisori”.
Quel mondo si è chiuso agli inizi degli anni ’90, travolto dalla crisi della Prima Repubblica e spinto dalle direttive europee.
Oggi le Banche sono a tutti gli effetti imprese private (SpA) soggette alle regole del mercato e vigilate da BCE e Banca d’Italia.
Ma in un Paese come il nostro, è davvero credibile che la politica sia stata messa definitivamente fuori gioco in un settore così vitale come quello del credito e della finanza?
Le recenti vicende del Golden Power, utilizzato in modo piuttosto rocambolesco per impedire la scalata di Unicredit su Banco BPM, la dicono lunga: il “vizietto” di mettere le mani sul credito la politica non l’ha perso, e probabilmente non ha alcuna intenzione di perderlo.
Venendo all’operazione lanciata domenica sera da Intesa su MPS, ho avuto modo di scrivere proprio ieri (https://www.tviweb.it/mps-e-il-triello-del-credito-italiano-se-la-finanza-gioca-alla-sergio-leone/) che non crederò mai che il Governo non fosse stato preventivamente informato; l’aver mantenuto una posizione neutra è già di per sé un segnale preciso.
Certo è che di fronte ad Intesa Sanpaolo, un colosso tutto italiano da quasi 100 miliardi di capitalizzazione di Borsa, è difficile sollevare obiezioni.
Intesa si è sempre comportata – e non solo con l’Esecutivo in carica – come una vera Banca di sistema.
Questa OPAS può a ragione essere considerata un’operazione “di mercato” che mette il comparto al riparo da sorprese, stabilizzando gli assetti proprietari.
Ma si sa che nell’Italia dell’”Amichettismo” tutto può diventare lecito.
E poiché a nessuno piace essere digerito e spacchettato (soprattutto dopo aver gustato gli onori delle cronache come “Banca predatrice”), potrebbe anche darsi che, a livello politico, sia Banco BPM sia Monte dei Paschi di Siena cerchino ora una sponda nella Lega, che ha sempre considerato questa fusione come un affare di propria pertinenza.
Infatti, per quel che si percepisce dalla stampa e dai rumors, se Fratelli d’Italia plaude all’operazione di Messina – felice di riportare nell’alveo della “Nazione” istituti che rischiavano di passare sotto controllo straniero –, è indubbio che l’OPAS assesti un brutto colpo al progetto del terzo polo bancario nazionale caldeggiato da Giorgetti e costruito sull’asse MPS-Banco BPM.
Un boccone rimasto decisamente in gola a quella parte della Lega che ha sempre identificato in Banco BPM la banca di riferimento della Lombardia (nonostante sia partecipata al 20% da Crédit Agricole e al 5% da BlackRock).
Non sta a me esprimere giudizi sulle competenze o sulle doti dei singoli banchieri, ma non occorre essere geni della finanza per capire che Giuseppe Castagna ha perso l’occasione della vita.
Se, come sembra, aveva sentore delle voci sull’OPAS in arrivo, avrebbe dovuto accelerare, tentando la fusione con MPS prima di essere assoggettato alla passivity rule scattata con la mossa di Intesa.
Credo che ormai sia tardi per recuperare: così Banco BPM, nel volgere di una notte, è rimasto “solo” nel panorama bancario italico.
Forse troppo solo per pensare di restare immune dal tornado del risiko in atto.
La prima domanda che viene in mente è se Unicredit abbia intenzione di tornare alla carica, dopo il tentativo fallito dell’anno scorso.
Di certo, la figura fatta a suo tempo dal Governo con il Golden Power contro una Banca con sede a Milano è irripetibile, ma i paletti imposti allora sono ormai un ricordo ridicolo.
Dopo il ritiro dell’OPS di Unicredit su Banco BPM a fine luglio dello scorso anno, l’Unione Europea ha avviato a novembre una procedura d’infrazione contro l’Italia, accusandola di violare i principi di libera circolazione dei capitali e diritto di stabilimento, oltre che di ingerenza nei meccanismi di vigilanza bancaria unica.
Per risolvere le tensioni con Bruxelles ed evitare sanzioni, a gennaio l’Italia ha dovuto modificare la propria normativa: ora il Golden Power sulle banche può scattare solo dopo il parere vincolante delle autorità di vigilanza dell’UE, riducendo drasticamente la discrezionalità unilaterale dello Stato.
E non è cosa da poco. Sicuramente uno schiaffo ai sostenitori del “sovranismo bancario”.
In generale non nutro particolari simpatie per i banchieri, specie per i loro emolumenti stellari, ma so riconoscere quando lavorano bene.
E se Carlo Messina con l’OPAS su MPS ha dimostrato intelligenza e tempismo, va ammesso che anche Andrea Orcel, quando serve, non è da meno.
Orcel è attualmente impegnato in una lotta senza quartiere con i tedeschi, ma sa perfettamente che la sfida italiana è altrettanto vitale per il suo Gruppo.
Se l’OPAS di Intesa su MPS andasse in porto, Unicredit verrebbe scavalcata dalla nuova realtà, ed il suo posizionamento lungo la penisola rischierebbe di diventare marginale, soprattutto al Nord, e sul fronte dei servizi alle imprese.
Eppure, in questo scenario del tutto inedito per l’universo del credito nazionale, se ci pensate bene Unicredit potrebbe trasformarsi nella classica ciliegina sulla torta per un Governo ossessionato dalle conquiste straniere.
Se tutto dovesse andare come suggerisce la mossa di Messina, la governance di Generali – il vero gioiello di famiglia – risulterebbe blindata da un nocciolo duro di azionisti “de sangre italiano”.
A quel punto, un eventuale controllo di Unicredit su Banco BPM diventerebbe l’opzione migliore per mettere definitivamente in sicurezza tutto il risparmio della “Nazzzzzziiiione”.
E a quel punto Crèdit Agricole potrà anche suonare le proprie trombe, ma Unicredit risponderebbe con le proprie campane.
Umberto Baldo













