8 Giugno 2026 - 10.11

Mps e il “Triello” del credito italiano: se la finanza gioca alla Sergio Leone

Umberto Baldo

Sicuramente i duelli finali dei film di Sergio Leone rimarranno nella storia del cinema, e nelle menti di chi li ha vissuti davanti allo schermo.
Come dimenticare il “Triello” de “Il buono, il brutto, il cattivo”, i lunghi silenzi, i primi piani sugli occhi, e la musica iconica di Ennio Morricone?
Ieri pomeriggio, fatte le debite proporzioni, mi è sembrato di rivivere uno di quei duelli iconici; solo che il terreno non era il solito spiazzo assolato di un ranch, bensì gli ambienti condizionati dei palazzi del potere bancario italico.
Per capire cosa è successo, proviamo a metterla giù semplice, senza il fumo negli occhi del gergo finanziario che serve solo a far sembrare intelligenti gli addetti ai lavori.
Sul tavolo c’è la Banca più antica del mondo, il Monte dei Paschi di Siena (Mps), da poco risanata dopo anni di Purgatorio ed iniezioni di denaro pubblico, e tornata a fare gola.
Sabato sera era andata in scena la prima mossa: il Banco Bpm di Giuseppe Castagna aveva rotto gli indugi proponendo ad Mps un’aggregazione “tra pari”, con l’obiettivo dichiarato di creare un secondo polo bancario italiano in grado di competere con i giganti.
L’obiettivo di Castagna è chiaro: creare un grande polo bancario italiano, forte nei territori, nella gestione del risparmio, nel credito e nei prodotti assicurativi.
Banco Bpm porta in dote Anima, la fabbrica prodotto, una rete solida e un posizionamento industriale coerente.
Mps porta invece Mediobanca, il 13,2% di Generali, ed una storia recente di rilancio che ha trasformato Siena da problema pubblico a preda ambita.
Le sinergie stimate sarebbero importanti: circa 1,1 miliardi lordi.
Ma il problema, come sempre, non è solo industriale.
È azionario, politico, regolamentare e strategico.
Perché dentro Banco Bpm c’è Crédit Agricole.
Dentro Mps ci sono Delfin, Caltagirone, il Tesoro ed il fantasma sempre presente di Mediobanca.
E sopra tutti c’è il Golden Power.
Vista sul piano della strategia bancaria si tratta di una mossa da manuale, anche se si vagheggia di un certo scetticismo che aleggerebbe in una parte della maggioranza di Governo sull’unione tra Banco Bpm e Mps, per il fatto che il primo azionista del nuovo gruppo risulterebbe la francese Crédit Agricole.
Non meravigliatevi se la politica alla fine c’entra sempre; lo si vede in Germania con l’affaire CommerzBank-Unicredit, e figuriamoci se qualche parte politica italica custode del sovranismo non paventa che una banca importante de “a Nazzziiiioooone” diventi preda dei cugini-nemici francesi.
A questo io aggiungo una mia osservazione: avendo vissuto professionalmente svariate fusioni, posso testimoniare che in particolare una fusione bancaria “tra pari” non rappresenta il migliore dei mondi possibile.
Ma tornando a bomba, il bello del risiko bancario è che quando pensi di aver fatto scacco, c’è sempre qualcuno con un pezzo più grande pronto a mangiarti la regina.
E quel qualcuno in questo caso è Carlo Messina, il grande capo di Intesa Sanpaolo.
Mentre tutti guardavano a Milano e Siena, da Torino e Milano è partito il colpo di scena teatrale, un vero e proprio blitz da 30,6 miliardi di euro: Intesa Sanpaolo ha lanciato un’Opas (un’offerta pubblica di acquisto e scambio) sulla totalità delle azioni di Mps.
In parole povere?
Intesa ha offerto agli azionisti del Monte un mix di proprie azioni più un euro in contanti per portarsi a casa l’intera Banca toscana, mettendo sul piatto un premio generoso rispetto ai valori di borsa.
Per gli amanti dei numeri, per ogni 10 azioni di Mps portate in adesione all’offerta, saranno corrisposte 16 azioni ordinarie di Intesa, più un importo di 10 euro cash.
Saranno ovviamente i mercati a dirci se si tratta di un’offerta congrua ed appetibile.
Ma siccome a questi livelli nessuno si muove da solo, Messina ha fatto un accordo preventivo con il gruppo Unipol.
Il piano è di una furbizia geometrica: se l’operazione va in porto, Unipol entra nella partita per rilevare filiali, marchio e pezzi importanti del Monte, con Bper pronta a diventare il veicolo bancario dell’operazione.
È una mossa enorme, che non può essere scaturita da quattro chiacchiere in un Cda convocato in una calda ed assolata serata di giugno.
Perché Intesa non comprerebbe solo Mps.
Comprerebbe, soprattutto, il perimetro più ricco e strategico che Mps oggi controlla: Mediobanca, il wealth management, il credito al consumo, l’investment banking e, indirettamente, quel 13,2% di Generali che da anni è il vero gioiello della corona.
Ma che gioco stiamo giocando, visto che più che una partita a scacchi sembra una battaglia navale giocata dentro Piazza Affari?
Semplice: Intesa punta a blindare la sua leadership assoluta nel Wealth Management (la gestione dei risparmi delle famiglie italiane, che sono la vera miniera d’oro del nostro Paese) e punta a far salire i suoi utili a cifre strabilianti, promettendo piogge di dividendi miliardari ai propri azionisti da qui al 2029.
Con questa mossa, quello che doveva essere un tranquillo matrimonio tra Banco Bpm ed Mps si è trasformato in un duello ravvicinato ad altissima tensione.
Resta ora da vedere come reagiranno i mercati, la politica e la Vigilanza europea.
Ma una cosa è certa: la colonna sonora di Morricone sta suonando forte, le dita sono vicine alle fondine e, nei palazzi della finanza italiana, nessuno ha intenzione di battere le ciglia per primo.
Concludendo, non mi si venga a dire che a Roma non sapevano nulla della mossa di Messina perché non ci credo neanche se me lo giurano, e quasi sicuramente il potere è interessato anch’esso a quel 13% di Generali, che mai e poi mai dovrà andare in mani straniere.
E celiando un po’, mi sento di dire a Giuseppe Castagna che forse avrebbe dovuto andarsi a rivedere “Per un pugno di dollari”, in particolare quella scena in cui Clint Eastwood afferma “quando un uomo con la pistola incontra un uomo col fucile, quello con la pistola è un uomo morto”.
La mia impressione, a caldo, è che l’uomo col fucile sia Carlo Messina.
Umberto Baldo

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