5 Ottobre 2026 - 9.19

Il Sánchez che la sinistra italiana non conosce

Umberto Baldo

Mai dare per morto Pedro Sanchez.

Dopo aver seguito negli ultimi anni la sua parabola politica credo sia questa la prima regola non scritta della politica spagnola.

E bisogna riconoscere che il Senor Sánchez ha fatto di tutto per meritarsi questa fama.

Nel 2016 sembrava politicamente finito. Si dimise da segretario del PSOE, entrò in rotta di collisione con il suo stesso Partito, e sembrava destinato a diventare una nota a piè di pagina della politica spagnola.

Invece risalì la china, vinse le primarie socialiste e tornò al comando.

Nel 2018 arrivò alla Moncloa con una mozione di sfiducia contro Mariano Rajoy. 

Nel 2019, dopo l’ennesima impasse parlamentare, la Spagna tornò alle urne due volte. 

Nel 2023, dopo una pesante sconfitta del PSOE alle amministrative, Sánchez fece un’altra delle sue mosse a sorpresa: sciolse le Cortes e convocò elezioni anticipate.

Perse anche quelle, almeno nel senso più tradizionale del termine: il PP ottenne più voti e più seggi. 

Ma Sánchez riuscì comunque a costruire una maggioranza parlamentare e a tornare alla Moncloa.

Insomma, se la politica fosse una partita a poker, Sánchez sarebbe quello che continua a giocare anche quando gli altri hanno già cominciato a sparecchiare il tavolo.

E qui arriviamo al punto.

Perché in Italia Pedro Sánchez è diventato qualcosa di più di un primo ministro straniero.

È diventato un modello.

Soprattutto per una parte della sinistra italiana e, in particolare, per Elly Schlein.

Non è una mia interpretazione: Schlein ha indicato più volte l’esperienza spagnola come riferimento per il Partito Democratico, mentre il PD ha mantenuto negli anni un rapporto politico molto stretto con Sánchez. 

Ancora nel marzo scorso la Segretaria democratica gli ha espresso pubblicamente solidarietà e sostegno.

E qui comincia la parte divertente.

Perché esiste Pedro Sánchez. E poi esiste il Pedro Sánchez raccontato in Italia.

Il primo è un politico assai più complicato del santino progressista che talvolta sembra emergere dalle nostre parti.

È un socialista pragmatico, abilissimo nella sopravvivenza politica, capace di costruire maggioranze con partiti che, messi insieme, sembrano usciti da una riunione nella quale nessuno aveva controllato prima chi fossero gli invitati.

Per governare ha dovuto dipendere da una costellazione di partiti regionalisti ed indipendentisti. 

Ed è alla Moncloa soprattutto per aver varato la legge di amnistia per i protagonisti del processo indipendentista catalano;  una delle condizioni politicamente più controverse, che potrebbe anche essere letta come cinismo, o come machiavellismo estremo.

Non è dunque esattamente il modello lineare di una sinistra che governa perché dispone di una solida maggioranza e di un programma condiviso.

È piuttosto il modello di un politico che sa stare dentro una maggioranza impossibile, anche quando i suoi amici e collaboratori più stretti, e sua moglie, sono in carcere o sotto processo. 

E questa è una differenza non proprio irrilevante.

Del resto Sánchez ha persino scritto un libro, Manual de resistencia, nel quale racconta la propria vicenda politica. Il libro uscì nel 2019, quando era già Presidente del Governo, ed è costruito proprio attorno alla sua storia di sopravvivenza politica.

Diciamo che, almeno sul piano dell’autobiografia, il messaggio era abbastanza chiaro: “Non sono qui perché non ho mai perso. Sono qui perché sono tornato dopo aver perso”.

Ed eccoci all’attualità.

Venerdì il Congresso spagnolo ha bocciato entrambi i decreti del Governo sulla casa. Il primo è caduto con 178 voti contrari contro 172 favorevoli; il secondo con 184 contro 166. 

Contro Sánchez hanno votato PP, Vox e Junts (gli indipendentisti Catalani), mentre il Governo dipende proprio da una maggioranza parlamentare estremamente frammentata.

Una sconfitta parlamentare bella pesante.

Ma qui entra in scena il Sánchez che conosciamo.

Perché qui viene il sospetto più interessante.

E se Sánchez avesse persino messo in conto di perdere?

Non dico che sia andata necessariamente così. Non ho la sfera di cristallo per vedere dentro la Moncloa. Ma politicamente l’ipotesi non è affatto campata per aria.

Presentare i decreti sulla casa, portarli in Parlamento sapendo di avere numeri fragilissimi, e poi trovarsi davanti al voto contrario di PP, Vox e Junts, gli offre infatti un’occasione che, fino a qualche settimana fa, probabilmente non aveva.

Andare alle urne parlando di casa invece che di migranti.

Perché fino a poco tempo fa il terreno sul quale Sánchez rischiava di essere trascinato era quello dell’immigrazione, di Ceuta e delle polemiche che ne derivano. Un terreno sul quale la sinistra non parte necessariamente con il vento a favore.

La casa è un’altra cosa.

È il giovane che non riesce a permettersi un affitto. È la famiglia che rischia lo sfratto. È il pensionato che vede aumentare il canone. È un problema concreto, quotidiano, facilmente comprensibile.

E allora il paradosso sarebbe formidabile: Sánchez potrebbe aver perso in Parlamento proprio per poter vincere la partita del racconto politico: «Io ho cercato di proteggere gli inquilini. Loro hanno votato contro.»

La legge non passa, ma il tema della campagna elettorale è trovato.

Se questa fosse stata davvero la strategia, sarebbe una mossa da autentico Sánchez: trasformare una debolezza parlamentare in un’arma elettorale.

Ma, ripeto, questa mia è solo un’ipotesi. 

La realtà documentata è che la bocciatura dei decreti ha aperto concretamente nel PSOE il dibattito sull’anticipo elettorale e che diversi dirigenti socialisti considerano proprio la casa un terreno favorevole per affrontare la campagna. Ed è questo, più che le intenzioni personali di Sánchez, il dato politicamente interessante.

Il Premier ha preso la parola poco prima del voto e ha detto ai partiti contrari che “la storia li avrebbe giudicati prima di quanto pensassero”.

Una frase che sembra già scritta non per il verbale del Parlamento, ma per il manifesto di una campagna elettorale.

Il problema della casa rimane. La legge è stata bocciata.

Ma il racconto politico è già pronto.  E non è detto che sia un dettaglio. 

E allora permettetemi una domanda molto semplice: È davvero questo il modello che la sinistra italiana dovrebbe importare?

Non sto dicendo che Sánchez sia un cattivo politico. Al contrario.

Se c’è una cosa che gli va riconosciuta è proprio la capacità di sopravvivere politicamente in condizioni nelle quali altri sarebbero già a casa a guardare la televisione.

Ma una cosa è riconoscere l’abilità politica di un leader, un’altra è trasformarlo in un santino.   Perché il Sánchez reale non è un santino. È un politico pragmatico, spregiudicato nelle alleanze, abilissimo nella comunicazione, e capace di cambiare schema al volo quando lo schema precedente non funziona.

Il problema della casa in Spagna non è un’invenzione propagandistica: gli sfratti e l’aumento dei prezzi hanno prodotto una mobilitazione sociale molto ampia, e negli ultimi giorni decine di migliaia di persone sono scese in piazza in varie città spagnole chiedendo interventi urgenti.

Quindi attenzione a non fare l’errore opposto.

La crisi esiste.

Il problema è reale.

Le persone che non riescono a pagare l’affitto non sono comparse per gentile concessione di Sánchez.

E proprio per questo sarebbe interessante vedere la sinistra italiana guardare alla Spagna senza gli occhiali del tifo.

Perché una cosa è dire: «Questa misura spagnola funziona, vediamo se possiamo adattarla all’Italia».

Un’altra è dire: «Guardate Sánchez, quello è il modello».

Il primo è riformismo.  Il secondo rischia di diventare culto della personalità in formato progressista.

E noi italiani, in fatto di santini politici, abbiamo già dato parecchio.

Forse sarebbe il caso di smettere di cercare all’estero il leader che conferma le nostre idee, e cominciare a studiare davvero quello che fa.

Perché Pedro Sánchez può essere un interessante caso di studio.

Ma proprio perché è Pedro Sánchez. Non perché sia il santo patrono della sinistra europea.

Umberto Baldo

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