29 Luglio 2026 - 9.57

Hormuz. Gli Stati Uniti hanno vinto la guerra. L’Iran la pace.

C’era un tempo in cui la sola presenza della Flotta degli Stati Uniti nel Golfo Persico bastava a garantire la libertà di navigazione e, con essa, una parte decisiva dell’ordine economico mondiale. 

Bastava una portaerei americana all’orizzonte perché il messaggio fosse chiaro: le rotte del petrolio non si toccano.

Oggi, dopo settimane di bombardamenti, centinaia di missili lanciati, infrastrutture distrutte e un doloroso bilancio di vite umane, la domanda s’impone con brutale semplicità: se il punto di arrivo è quello che si sta delineando, valeva davvero la pena combattere questa guerra?

A giudicare dall’assetto strategico che sembra prendere forma nello Stretto di Hormuz, la risposta è tutt’altro che scontata.

Nelle prossime settimane assisteremo probabilmente alla consueta celebrazione della vittoria. 

La Casa Bianca parlerà di deterrenza ristabilita, di missione compiuta, di libertà di navigazione finalmente garantita. 

Ogni guerra moderna ha bisogno del proprio racconto, e anche questa non farà eccezione.

Ma i rapporti di forza non si misurano nelle conferenze stampa. 

Si misurano sulle carte nautiche.

E su quelle carte compare una realtà molto diversa dalla narrazione ufficiale.

Lo Stretto di Hormuz non torna sotto la piena tutela del diritto internazionale, né sotto il controllo esclusivo delle flotte occidentali. 

Si profila invece una sorta di condominio strategico tra Iran e Sultanato dell’Oman: un corridoio meridionale lungo le acque omanite ed uno settentrionale che attraversa le acque territoriali iraniane, inevitabilmente sorvegliato dai Pasdaran.

In altre parole, Teheran non viene esclusa dalla partita; ne diventa uno degli arbitri.

È un risultato che, fino a poche settimane fa, sarebbe sembrato paradossale. 

L’obiettivo dichiarato era contenere l’influenza iraniana. 

Il risultato rischia di essere invece il suo riconoscimento, sia pure implicito.

Naturalmente c’è chi sostiene che l’obiettivo americano non fosse quello di abbattere il regime degli Ayatollah, bensì quello molto più limitato di riaprire le rotte commerciali e ristabilire la capacità di deterrenza. 

È una lettura rispettabile. 

Ma se per garantire il traffico marittimo occorre riconoscere all’Iran un ruolo permanente nella gestione dello Stretto, allora è difficile parlare di una vittoria politica senza qualche imbarazzo.

Il paradosso appare ancora più evidente osservando il quadro regionale.

Le monarchie sunnite del Golfo, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti in testa, stavano pensando di investire miliardi per ridurre la propria dipendenza da Hormuz attraverso nuovi oleodotti e terminali affacciati sul Mar Rosso. 

Era una strategia intelligente: aggirare il collo di bottiglia controllato dall’Iran.

Ma Teheran ha dimostrato ancora una volta di saper giocare una partita lunga.

Gli attacchi degli Houthi contro la navigazione nel Golfo di Bab el-Mandeb hanno ricordato a tutti che anche la via alternativa può essere resa vulnerabile. 

Quando un avversario riesce a mettere sotto pressione contemporaneamente Hormuz e Bab el-Mandeb, il messaggio è inequivocabile: nessuna via energetica del Golfo può considerarsi completamente al sicuro senza fare i conti con l’Iran e con la sua rete di alleati.

Eppure la vera domanda è un’altra.

Perché Washington sembra disposta ad accettare un compromesso che, almeno sul piano geopolitico, appare così poco favorevole?

La risposta potrebbe non trovarsi nel Medio Oriente ma a migliaia di chilometri di distanza, tra Wall Street e Washington.

Le guerre costano. E costano ancora di più quando si avvicinano appuntamenti elettorali decisivi.

Con il prezzo della benzina americana tornato sopra la soglia psicologica dei quattro dollari al gallone, con rendimenti dei Treasury elevati, e con un’economia che mostra crescenti segnali di rallentamento, il vero nemico della Casa Bianca rischia di non essere il missile iraniano, ma il malcontento dell’elettore americano.

Trump è arrivato alla Casa Bianca promettendo due cose: mettere al primo posto gli interessi degli Stati Uniti, e non trascinare il Paese in nuove guerre infinite.

Se il conflitto può essere congelato con un compromesso, anche imperfetto, egli potrà rivendicare di aver mantenuto quella promessa. 

Non importa se il risultato geopolitico appare meno brillante del previsto. 

Per l’elettore medio americano il prezzo della benzina pesa spesso più degli equilibri strategici del Golfo Persico.

Da qui nasce quella che qualcuno ha già definito, con una punta di ironia, una Trumpian Tactical Retreat: un arretramento tattico presentato come una vittoria diplomatica.

In questo scenario emerge anche una divergenza che probabilmente esisteva fin dall’inizio.

Washington e Tel Aviv combattevano la stessa guerra, ma non necessariamente perseguivano lo stesso obiettivo.

Per Israele questa rappresentava forse l’occasione storica per ridimensionare in modo permanente il potenziale strategico iraniano.

Per gli Stati Uniti era soprattutto una crisi da chiudere prima che il conto economico e finanziario diventasse insostenibile.

È una differenza enorme.

Israele puntava a cambiare gli equilibri regionali; Washington sembra invece essersi accontentata di congelarli.

Per questo, a Gerusalemme, il compromesso rischia di lasciare un retrogusto amaro: un Iran certamente indebolito, ma ancora perfettamente capace di esercitare influenza attraverso i propri alleati regionali e, soprattutto, ancora centrale nella sicurezza delle rotte energetiche.

Nemmeno le monarchie sunnite possono guardare con serenità a questo scenario.

Se gli Stati Uniti finiscono per riconoscere, anche indirettamente, un ruolo iraniano nella gestione di Hormuz, la credibilità della tradizionale garanzia di sicurezza americana inevitabilmente si affievolisce. 

Non perché Washington scompaia dal Golfo, ma perché dimostra di non essere più disposta a sostenere qualsiasi costo pur di conservarne il monopolio strategico.

C’è poi un grande convitato di pietra che molti commentatori occidentali sembrano dimenticare: la Cina.

Pechino importa dal Golfo una quota essenziale del proprio fabbisogno energetico. 

Più che vincere una guerra, ha interesse a che il petrolio continui semplicemente a scorrere. Non è un caso che negli ultimi anni abbia rafforzato i rapporti con l’Iran senza rompere quelli con l’Arabia Saudita, arrivando perfino a favorire il riavvicinamento diplomatico tra i due Paesi. 

Ogni arretramento dell’influenza americana amplia inevitabilmente lo spazio diplomatico cinese.

Anche la Russia osserva gli eventi con un certo distacco. Un Medio Oriente più instabile mantiene elevati i prezzi dell’energia e costringe Washington a disperdere uomini, mezzi ed attenzione strategica su più fronti contemporaneamente. Per il Cremlino non è certo una cattiva notizia.

Quanto all’Europa, continua a oscillare tra dichiarazioni di principio, ipotesi di missioni navali ed appelli alla de-escalation. 

Ancora una volta conferma la propria irrilevanza geopolitica quando le grandi potenze ridisegnano gli equilibri del mondo.

La storia insegna che una guerra si vince quando modifica a proprio favore i rapporti di forza.

Qui, invece, i rapporti di forza sembrano essere rimasti sorprendentemente simili a quelli precedenti al conflitto.

Con una differenza, però, non trascurabile.

L’Iran entra nella fase successiva non come il Paese isolato che si voleva marginalizzare, ma come un interlocutore inevitabile nella gestione del principale check point energetico del pianeta.

Se davvero questo sarà il punto di approdo della crisi, allora la domanda iniziale torna con ancora maggiore forza.

Forse gli Stati Uniti hanno vinto la guerra militare.

Ma è molto meno evidente che abbiano vinto quella politica.

E, nella storia, è quasi sempre la seconda a decidere chi abbia davvero prevalso.

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Testata Street Tg Autorizzazione: Tribunale Di Vicenza N. 1286 Del 24 Aprile 2013

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