Elly Schlein e la Sindrome di Robin Hood

C’è qualcosa di profondamente romantico, quasi poeticamente adolescenziale, nel modo in cui una certa sinistra italiana carezza la politica.
È quel fascino intramontabile da assemblea d’istituto o da centro sociale occupato, dove i problemi complessi del mondo si risolvono con uno slogan efficace, una chitarra scordata, e la promessa di espropriare il “ricco” di turno. Il problema è che quando si passa dal muretto sotto casa alla guida del principale Partito d’opposizione, le nostalgie “guevariste” rischiano di trasformarsi in un formidabile assist per gli avversari.
L’ultima perla? Rispolverare dal baule dei cimeli la parola magica: patrimoniale.
Bisogna riconoscere ad Elly Schlein un certo talento per il “tempismo tragico”.
Presentarsi alle porte di scadenze elettorali decisive, dove i voti moderati del centro sono potenzialmente l’ago della bilancia, agitando lo spettro della tassa sui beni, è l’equivalente politico del presentarsi ad un primo appuntamento decantando le virtù del celibato.
Perché anche uno studente al primo anno di Scienze Politiche sa che “patrimoniale” è, per definizione, “la parola che fa perdere”.
Romano Prodi forse farebbe bene ad insegnare alla Segretaria del Pd che nell’ormai lontano 2006, il suo vantaggio oceanico nei sondaggi si ridusse a un pugno di voti di scarto proprio perché il centrodestra cavalcò il terrore dell’esproprio proletario sui risparmi dei nonni.
La narrazione della Segretaria dei Centri Sociali è tanto affascinante quanto ingenua: colpire i super-ricchi per redistribuire.
Un piano perfetto, se non fosse che i “super-ricchi” veri – quelli con i patrimoni schermati in trust, holding lussemburghesi o paradisi fiscali – davanti ad una patrimoniale nazionale non si scompongono.
Semplicemente, schiacciano un tasto su un computer e trasferiscono i capitali altrove prima ancora che il decreto arrivi in Gazzetta Ufficiale.
L’Italia, ironia della sorte, è persino diventata un paradiso fiscale per miliardari globali grazie alle norme introdotte a suo tempo proprio da un Governo di centrosinistra guidato da Matteo Renzi.
Chi si spaventa, allora?
I piccoli risparmiatori.
Quella sterminata platea di italiani che non ha un paradiso fiscale nei Caraibi, ma ha magari due case (quella di abitazione e magari quella per la villeggiatura) ereditate o comprate con i sacrifici di una vita di lavoro dipendente.
Gente che non evade, che fa già parte di quella metà di Paese che paga le tasse anche per l’altra metà, e che al solo sentire la parola “patrimoniale” si sente il portafoglio vibrare per autoconservazione.
E, puntualmente, si vendica nelle urne.
Il vero dramma della nostra politica fiscale non è che si tassino poco i patrimoni (sugli immobili, tra l’altro, la patrimoniale c’è già e si chiama IMU).
Il dramma, su cui vi ho intrattenuto ormai fin troppe volte, è che l’intera impalcatura dello Stato sociale italiano si regge sulle spalle di una minoranza; quel 30% dei contribuenti che garantisce l’80% del gettito IRPEF.
Dire a quella metà di italiani che non paga nulla (usufruendo di tutti i servizi) che “così non si può continuare” richiederebbe coraggio, pragmatismo, ed una visione socialdemocratica matura.
Richiederebbe di spiegare che la vera giustizia sociale si fa combattendo i 100 miliardi di evasione fiscale e sfoltendo le detrazioni inutili, per abbassare le tasse sul lavoro e sul ceto medio.
Ma fare questo significa scontentare fette di elettorato.
Molto più facile, più “pop”, più “guevarista”, e decisamente più comodo, evocare una tassa globale sui miliardari proposta insieme al Presidente brasiliano Lula.
Nell’era di Trump è fallita persino l’ipotesi di una minima tassa sulle multinazionali, specie del web, che in Europa scelgono di risiedere comodamente in Irlanda.
Un’utopia, la patrimoniale, che nell’era della geopolitica frammentata fa sorridere persino i funzionari di Bruxelles.
Com’era ampiamente prevedibile, l’uscita solitaria di Schlein ha suonato la sveglia nel variegato condominio del “Campo Largo”, scatenando mal di pancia immediati.
Giuseppe Conte – che non sarà esattamente Camillo Benso Conte di Cavour, ma insomma, a Palazzo Chigi ci ha preso la residenza per un paio di stagioni e sa come funziona la ditta – ha subito espresso forti perplessità, annusando il potenziale suicidio elettorale.
Per non parlare di Matteo Renzi, che si troverebbe nell’ingrato compito di dover spiegare al suo residuo elettorato moderato della “Milano bene” o del Nord-Est produttivo che sì, è arrivato il momento di farsi tosare il conto corrente in nome del bene comune.
Gli unici a non aver avuto bisogno di un “Moment” per il mal di testa sono i compagni di Alleanza Verdi Sinistra.
Loro la patrimoniale ce l’hanno stampata direttamente nel DNA.
Del resto, parliamo di una forza politica capace di lanciare ed eleggere in Parlamento figure come Ilaria Salis, una che sulla gestione dei patrimoni – e in particolare sul concetto di “proprietà privata delle case” – ha sviluppato una visione teorico-pratica decisamente personale e flessibile.
La leadership di Elly Schlein sbatte continuamente contro questo muro di realtà.
Un leader socialdemocratico di stampo europeo dovrebbe guardare ai modelli del Nord, non ai manifesti della sinistra radicale degli anni ’70.
Ma quelli erano altri tempi; tempi in cui i leader della sinistra occidentale arrivavano al vertice dopo decenni di militanza, con una solida cultura di base ed una reale esperienza sul campo, e non per il traino emotivo di un’elezione primaria.
Olof Palme, il più grande alfiere della socialdemocrazia europea, ripeteva una massima che andrebbe scolpita nella sede del PD: “Il compito della sinistra non è quello di far piangere i ricchi, ma di far sorridere i poveri”.
Agitando lo spettro della patrimoniale alla vigilia del più grande passaggio generazionale di ricchezza della storia italiana (quello dei risparmi dei boomers verso i figli), l’unico risultato che la Segretaria rischia di ottenere non è far piangere i ricchi, né far sorridere i poveri.
È far ridere, di gusto, i suoi avversari politici del Centrodestra, che probabilmente si vedrebbero regalare un’altra legislatura senza grandi meriti.
Umberto Baldo













