11 Giugno 2026 - 11.24

Vannacci da Lilli Gruber.  La7 e l’effetto boomerang

Ieri sera, annunciata da un inevitabile tam tam mediatico, è andata in onda a Otto e mezzo (La7) l’intervista al nuovo “fenomeno” della politica italiana: il generale Roberto Vannacci. 

Di questa specie di “Sfida all’ok Corral” parlerò fra un attimo. 

Voglio infatti partire dalle recenti e fustiganti affermazioni del direttore del TgLa7, Enrico Mentana. 

Che, si sa, non è tipo da girare intorno ai problemi. 

Intervistato da Mia Ceran al Festival della Tv di Dogliani, Mentana ha dato voce a quello che in molti – io compreso – pensano, ma che pochi nel circuito mediatico osano affermare pubblicamente: “La7 è diventata la tele-anti Meloni, una sorta di nuova Rai 3, con la differenza che, rispetto al passato, non esistono più una Rai 1 e una Rai 2 capaci di bilanciare l’offerta complessiva”.

Confesso che, nel panorama desolante dell’emittenza nazionale – con una Rai che ha da tempo abbandonato la propria missione di promozione culturale per inseguire share e logiche commerciali –, anni fa mi ero avvicinato a La7 proprio per la varietà e la freschezza dei suoi approfondimenti. 

Col tempo, però, le cose sono cambiate, e in peggio. 

Oggi la mia “dieta mediatica” su quella Rete si limita quasi esclusivamente al Tg di Mentana, l’unico che percepisco come meno condizionato da posizionamenti politici.

Cosa è successo nel frattempo? 

È successo che La7 si è trasformata in un presidio sistematicamente critico nei confronti del Governo in carica e, di riflesso, nel palcoscenico d’elezione della sinistra italiana. 

I dati citati da Mentana sono tranchant: in un anno, i talk show della rete avrebbero ospitato i leader dell’opposizione, Elly Schlein e Giuseppe Conte, circa un centinaio di volte ciascuno, contro le appena due apparizioni di un ministro di peso come Guido Crosetto. 

Un indicatore chiaro di come la Rete abbia scelto di coccolare un pubblico già orientato, rinunciando al confronto tra sensibilità diverse. 

Come ha sintetizzato il Direttore: “Un elettore di centrodestra non può guardare i programmi di La7 sentendosi a casa”.

Direte voi: che le serate monopolizzate dai vari Floris, Formigli, Gruber e Bianchi parlino a un elettorato progressista è la scoperta dell’acqua calda! 

Certamente lo è. 

Ma in Italia, se il mondo progressista decreta che l’acqua è fredda, ci vuole uno spirito libero come Mentana per gridare che invece bolle.

Ed è qui che si salda il cerchio con la puntata di ieri sera. 

L’intervista di Lilli Gruber e Lina Palmerini al leader di “Futuro Nazionale” – la new entry che sta togliendo il sonno al centrodestra di governo – doveva rappresentare il saggio finale per “il Generale prestato alla politica”.

A scanso di equivoci: Vannacci si trova agli antipodi delle mie convinzioni liberal-democratiche, e non ho alcun interesse a difendere tesi che non condivido. 

Ma è altrettanto vero che quella di ieri non è stata una partita equa. 

Gruber e Palmerini non hanno fatto nulla per nascondere la propria parzialità.

Com’è andata? 

Non spetta a me dare i voti: chiunque abbia visto la trasmissione, o la recupererà in streaming, potrà giudicare da sé. 

Mi limito a constatare che, se l’obiettivo del tandem giornalistico era far fare una figuraccia a Vannacci, il tiro ha ampiamente mancato il bersaglio. 

Sfoggiando un’estiva camicia di lino a righe, il generale ha risposto a Lilly e Lina con i toni assertivi di chi, per una vita intera, ha dato ordini piuttosto che mediare discussioni. 

Anzi, a ben guardare, l’effetto boomerang è stato totale. 

Lungi dall’essere messo all’angolo come nelle intenzioni della vigilia, Vannacci a mio avviso è riuscito quasi a far fare la figura delle dilettanti alle sue interlocutrici. 

In più passaggi, infatti, l’irritazione ed il palese nervosismo di Gruber e Palmerini hanno finito per tradire una netta difficoltà gestionale, schiantandosi contro la pacatezza e la sicurezza quasi provocatoria del Generale, che non ha mai perso il controllo del match.

Non si è sottratto ai temi più divisivi – quelli da “linea rossa”: immigrazione, famiglia tradizionale, diritti LGBTQ+ – e anzi, quando la Gruber incalzava sul fatto che i migranti preferiscano la Germania all’Italia, ha ribattuto algido: “Lo chieda ai miei colleghi di Alternative für Deutschland”.

Non ho la pretesa di fare il critico televisivo, ma l’impressione è che il generale Vannacci sia mediaticamente molto più efficace, per dire, di un Matteo Salvini. 

E a voler fare qualche previsione credo che la sua presenza sia destinata a spostare ancora più a destra il baricentro del linguaggio politico italiano, sdoganando concetti come la “remigrazione” e raccogliendo quel testimone identitario che dalla Germania al Nord Europa si sta diffondendo a macchia d’olio.

Comunque la si pensi, la politica dovrà fare i conti con questo fenomeno. 

Dovranno farci i conti Giorgia Meloni, Matteo Salvini e persino Marina Berlusconi per i riflessi su Forza Italia. 

Ma qualche riflessione farebbe bene a farla anche Giuseppe Conte: perché il Movimento 5 Stelle, nato “né di destra né di sinistra”, ha intercettato negli anni un forte voto di rottura anche in ambienti conservatori. 

Se oggi quel voto cerca una casa più radicale, il posizionamento “progressista” di Conte rischia di lasciare scoperti i fianchi.

Chi vivrà, vedrà.

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Testata Street Tg Autorizzazione: Tribunale Di Vicenza N. 1286 Del 24 Aprile 2013

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