15 Ottobre 2026 - 10.09

Se la sinistra democratica si fa scavalcare da Meloni

Umberto Baldo

Ieri mi è capitato di seguire, sia pure a grandi linee, il dibattito parlamentare sull’Ucraina. 

E devo confessare che, a un certo punto, mi sono trovato davanti a un paradosso che merita qualche riflessione.

A difendere con parole nette il diritto dell’Ucraina a non arrendersi all’aggressione russa è stata Giorgia Meloni. 

Non Elly Schlein, segretaria del Partito Democratico e teoricamente rappresentante di una tradizione che dovrebbe avere nella libertà dei popoli uno dei suoi pilastri.

La presidente del Consiglio ha detto una cosa elementare: la resa non è pace, è conquista. 

Se gli ucraini smettessero di difendersi, non avremmo la fine della guerra, ma l’occupazione di un Paese europeo da parte di una potenza che ha deciso di riscrivere i confini con le armi.

Parole difficili da contestare per chiunque abbia conservato un minimo di cultura democratica. 

E infatti, in Parlamento, qualcuno ha applaudito. Non soltanto esponenti della maggioranza, ma anche liberali e riformisti dell’opposizione.

Nell’opposizione, ad applaudire le parole della premier sono stati anche esponenti del PD come Filippo Sensi, Walter Verini e Sandra Zampa. E poi Pier Ferdinando Casini, Carlo Calenda e i senatori di Italia Viva. Persino Franco Bassanini ha ricordato che fare opposizione in democrazia non significa dire sempre no.

Hanno fatto bene. 

Perché riconoscere che un avversario politico ha ragione su una questione fondamentale non significa passare dalla sua parte. 

Significa semplicemente non aver smarrito la capacità di distinguere il merito dall’appartenenza.

Una capacità che, a quanto pare, nella politica italiana sta diventando merce rara.

Fare opposizione non significa essere contrari per contratto. 

Se il governo sostiene una posizione giusta, la si riconosce. 

Se poi non mantiene gli impegni, non stanzia le risorse necessarie o si mostra incoerente nei fatti, lo si contesta. 

Non c’è bisogno di complicare una regola di buon senso che dovrebbe essere patrimonio di qualsiasi democrazia adulta.

Del resto, Meloni non merita un’assoluzione generale per aver pronunciato parole condivisibili sull’Ucraina. 

Le dichiarazioni vanno giudicate anche alla luce dei fatti, e il sostegno a Kyiv non si misura soltanto contando gli applausi in Parlamento. Resta da verificare la coerenza concreta del governo, così come restano tutte le contraddizioni di una maggioranza nella quale Matteo Salvini non ha mai nascosto le sue ambiguità nei confronti di Mosca.

Ma proprio per questo il riconoscimento ha valore: non è un’investitura politica, è un giudizio su una posizione precisa.

Il problema, semmai, è quello che accade dall’altra parte.

Elly Schlein ha pronunciato il suo discorso di opposizione, ma non ha trovato lo spazio per riconoscere il merito delle parole della premier. 

E viene da chiedersi se la ragione sia soltanto politica o se, dietro quel silenzio, ci sia il timore di compromettere il rapporto con Giuseppe Conte.

Perché il Movimento 5 Stelle, sull’Ucraina e sulle spese per la difesa, ha coltivato posizioni che rendono assai complicata una linea comune con i democratici europeisti e atlantisti. 

E Schlein, nel  “testardo” tentativo di tenere insieme il cosiddetto campo largo, sembra spesso più preoccupata di non irritare il suo potenziale alleato che di chiarire quale sia la propria posizione.

È qui che la faccenda diventa interessante. E anche un po’ avvilente.

Non pretendo che il Partito Democratico condivida tutto ciò che dice Meloni. 

Ci mancherebbe altro. 

Ma mi aspetterei che una forza politica che si richiama alla sinistra democratica sapesse affermare senza esitazioni che l’Ucraina ha il diritto di difendersi, che la pace non può coincidere con la capitolazione imposta dall’aggressore, e che la sicurezza europea non è una fissazione della destra.

Sono principi, non concessioni alla maggioranza.

Eppure, nella politica del Campo largo, sembra che ogni affermazione debba prima passare al vaglio degli alleati. 

Come in certi condomìni, dove per cambiare una lampadina nelle scale occorre convocare l’assemblea, ottenere il consenso di tutti e sperare che nessuno sia contrario per principio.

Il risultato è che, pur di non mettere a rischio l’alleanza, si finisce per annacquare proprio quelle idee che dovrebbero dare un’identità ad un Partito.

Da uomo che viene dalla tradizione repubblicana e laica, questa cosa mi colpisce particolarmente. 

Non perché abbia nostalgia di una Prima Repubblica nella quale tutto funzionasse alla perfezione. Sarebbe una sciocchezza. Ma perché ricordo una cultura politica nella quale le differenze tra Partiti non impedivano necessariamente di riconoscere i principi comuni, né obbligavano a rinunciare alle proprie convinzioni per assicurarsi un posto al tavolo delle trattative.

Il riformismo, se significa qualcosa, dovrebbe essere proprio questo: la capacità di ragionare con la propria testa, anche quando il risultato è scomodo per i propri alleati.

Se invece diventa l’arte di tacere per non disturbare Conte, allora non è più riformismo. 

È diplomazia condominiale applicata alla politica nazionale.

E così si arriva al paradosso: su una questione decisiva per il futuro dell’Europa, Meloni riesce ad esprimere una posizione più limpida di quella della leader del principale partito di opposizione. 

Non perché la presidente del Consiglio sia diventata improvvisamente la custode di tutti i valori democratici, ma perché, almeno sull’Ucraina, ha detto ciò che andava detto.

Il punto, allora, non è stabilire chi abbia vinto il dibattito parlamentare. 

È capire che cosa stia succedendo alla sinistra democratica italiana.

Se per costruire un’alternativa di governo bisogna mettere sotto silenzio le differenze su libertà, difesa europea e aggressione russa, forse il problema non è soltanto la difficoltà di Schlein a guidare il suo partito. 

Forse è l’idea stessa di coalizione che viene prima di quella di progetto politico.

E qui mi permetto una considerazione conclusiva.

Un partito può cambiare alleati, può modificare i programmi, può persino correggere le proprie idee quando la realtà dimostra che erano sbagliate. 

Quello che non dovrebbe fare è nascondere i propri principi per non disturbare un alleato.

Altrimenti, prima o poi, rischia di scoprire che gli elettori non sanno più perché dovrebbero votarlo.

E a quel punto non basterà neppure un campo larghissimo. 

Perché, quando si allargano troppo le alleanze e si restringono troppo le idee, può capitare di ritrovarsi con tanti compagni di viaggio e nessuna direzione.

Umberto Baldo

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