14 Ottobre 2026 - 8.44

Trump passerà. Non il problema americano

Mi è capitato sotto gli occhi uno studio dello European Council on Foreign Relations, che dovrebbe far riflettere parecchio noi europei. 

Il rapporto si intitola Life of the party: Democrats and the search for a post-Trump future. 

È stato pubblicato il 15 settembre 2026 ed è firmato da Célia Belin, Chris Herrmann e Nevada Joan Lee. Gli autori hanno analizzato 42 campagne elettorali democratiche e 63 candidati in vista delle elezioni americane di Midterm.

La conclusione merita attenzione: anche se Trump dovesse uscire di scena, non è affatto detto che gli Stati Uniti tornino a guardare all’Europa come facevano in passato.

E qui casca l’asino. Anzi, l’intero allevamento  equino europeo.

Noi continuiamo a comportarci come se Trump fosse un incidente della storia, una specie di febbre passeggera della democrazia americana. 

Basterebbe aspettare che passi, magari con l’arrivo di un Presidente democratico, e tutto tornerebbe come prima: l’America amica, la NATO rassicurante, l’ombrello militare sempre aperto e noi sotto, possibilmente senza bagnarci.

Peccato che lo studio racconti una storia diversa.

Gli autori individuano tre anime nel Partito democratico. 

I Revolutionaries, i rivoluzionari,  che in poche parole vogliono cambiare radicalmente il sistema americano. 

I Renovators, i riformisti, pensano che il sistema sia stato corrotto e vada ripulito. 

I Revivalists, i restauratori, puntano invece a recuperare le Istituzioni e la cooperazione bipartisan del passato.

Tre visioni differenti, dunque. 

Ma con un elemento comune che dovrebbe toglierci qualche illusione: l’Europa occupa uno spazio marginale nei loro discorsi elettorali.

Non significa che i democratici siano diventati tutti nemici dell’Europa. 

Sarebbe una conclusione sbagliata. 

Significa però che i loro interessi, le loro priorità, e la loro idea del ruolo americano nel mondo, stanno cambiando.

Per i Rivoluzionari il sistema politico-economico degli Usa funziona esattamente come è stato progettato, cioè al servizio dei super capitalisti, della ricchezza concentrata. 

l nemico non è tanto Trump od il Partito Repubblicano, quanto la classe dominante nel suo complesso, e di conseguenza la via per risollevare l’America è attuare un cambiamento strutturale di vasta portata

In quest’ottica guardano con sospetto ad un’Europa identificata con riarmo e austerità. 

I Riformisti considerano il sistema imperfetto ma ritengono che vada conservato: è stato catturato dal denaro, dall’avidità aziendale, da una classe dirigente corrotta o a corto di idee.  Possono considerare noi Europei come interlocutori su temi come la lotta alla corruzione, il fisco e la democrazia, ma si aspettano che provvediamo da soli alla nostra sicurezza.

Detta diversamente i Riformisti vogliono correggere un sistema inquinato da interessi particolari, mentre i rivoluzionari ritengono che l’ingiustizia sia incorporata nel sistema stesso. È una differenza politica profonda, che spiega anche le diverse posizioni sulla politica estera.

Restano i Restauratori; la corrente più legata alla tradizione istituzionale del Partito Democratico, e quella che continua a mostrare una notevole capacità elettorale

Credono nell’eccezionalismo americano, che considera gli Stati Uniti d’America qualitativamente unici e diversi da ogni altra nazione sviluppata.  Attribuiscono al liberalismo americano ottant’anni di pace e prosperità, e individuano in Trump e nel movimento MAGA la causa della polarizzazione che paralizza Washington. Ne consegue che, una volta mandato a casa Trump, con competenza e ragionevolezza si potrà lavorare con i Repubblicani moderati per rimettere in moto la macchina. 

Fra i tre gruppi è quello più legato alla NATO, ma nemmeno i Restauratori garantiscono il ritorno alla vecchia divisione dei compiti tra le due sponde dell’Atlantico.

Insomma, cambiano le sensibilità, ma non possiamo dare per scontato che cambi il rapporto di forza.

Eppure, in Europa, c’è ancora chi sogna il ritorno all’età dell’oro transatlantica. 

Come se bastasse cambiare inquilino alla Casa Bianca per ritrovare il mondo di ieri.

È un errore politico, prima ancora che strategico.

Gli Stati Uniti non sono un’associazione di beneficenza e non hanno mai fatto politica estera per generosità.

Le alleanze durano quando servono agli interessi reciproci. 

Se l’Europa appare divisa, militarmente dipendente, economicamente appesantita ed incapace di decidere, non possiamo stupirci se Washington ci considera un problema secondario, od un partner da mettere in riga.

E non è neppure una novità esclusiva di Trump. 

Anche durante la presidenza Biden gli europei hanno scoperto che Washington era pronta a prendere decisioni importanti senza preoccuparsi troppo delle ricadute sugli alleati. L’Afghanistan, l’accordo AUKUS con Australia e Regno Unito, gli incentivi dell’Inflation Reduction Act: basta ricordare questi casi per capire che l’America di prima non era esattamente il paradiso della consultazione preventiva.

La domanda, allora, non è soltanto che cosa succederà dopo Trump. 

È che cosa intendiamo fare noi europei nel frattempo.

Possiamo continuare a dividerci, a difendere le nostre piccole patrie, a litigare su chi debba pagare il conto, ed a invocare l’unità europea soltanto quando arriva una crisi. 

Oppure possiamo finalmente costruire una politica estera comune, una difesa credibile, ed una capacità di decidere che non dipenda ogni volta dall’umore di chi siede nello Studio Ovale.

Naturalmente è più comodo sperare nel prossimo Presidente americano. Costa meno che fare i compiti a casa, almeno nell’immediato.

Ma la realtà non si commuove davanti alle nostre nostalgie.

Il problema dell’Europa non è soltanto avere Trump alla Casa Bianca. 

È illudersi che basti mandarlo via per ritrovare l’America di prima.

Se vogliamo che Washington torni a considerarci importanti, dobbiamo dimostrare di esserlo. Non con i discorsi sull’amicizia transatlantica, ma con la nostra forza economica, politica e militare.

Perché gli amici si scelgono. 

I partner deboli, invece, si sopportano finché servono.

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