Onorevoli assenti, stipendi presenti

di Umberto Baldo
Ieri alla Camera, mentre il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti parlava di conti pubblici, debito e manovra finanziaria, in Aula c’erano quattro gatti (dodici all’inizio, destinati a salire a una ventina).
E forse anche quei quattro stavano aspettando qualcuno.
Ora io capisco tutto. La politica è faticosa, le poltrone sono scomode, gli impegni istituzionali stressanti.
Ma una domanda mi sorge spontanea: per quale diavolo di motivo paghiamo profumatamente dei Parlamentari che sembrano concepire la settimana lavorativa dal martedì al giovedì, con il venerdì dedicato al recupero psicofisico?
Noi comuni mortali, quando non ci presentiamo al lavoro, rischiamo che qualcuno ci chieda spiegazioni. Loro, invece, possono disertare persino le sedute in cui si discute di come spendere i soldi che noi versiamo allo Stato.
Ma forse il problema è più profondo.
Un tempo, per entrare in Parlamento, bisognava avere alle spalle una storia politica, conoscere il territorio, avere idee, competenze, magari anche una professione. Non era una garanzia assoluta di qualità, sia chiaro: anche allora qualche furbacchione non mancava. Ma almeno si pretendeva che un Parlamentare fosse qualcosa di più di un nome infilato in una lista elettorale.
Oggi, invece, il rischio è che le Camere si riempiano di scappati di casa della politica, selezionati non tanto per quello che sanno, quanto per la fedeltà al capo, per la capacità di ripetere davanti alle telecamere del Telegiornale di turno la linea del Partito, e per la disponibilità a votare qualsiasi cosa senza disturbare il manovratore.
Insomma, non serve conoscere i problemi del Paese. Basta conoscere il pensiero del Segretario. E, possibilmente, anticiparlo, perché la carriera è fatta anche di zelo preventivo.
Il curriculum ideale? Poche idee personali, nessuna pericolosa autonomia di giudizio, obbedienza garantita ed una discreta capacità di sorridere nelle fotografie di gruppo.
Il Parlamento a poco a poco si è trasformato da luogo in cui si formano le decisioni in un ufficio di ratifica delle decisioni prese altrove. Con la differenza che negli uffici, almeno, qualcuno deve esserci per timbrare il cartellino.
La vera anomalia non è che un parlamentare venga pagato bene.
È che possa essere pagato bene senza che nessuno sembri pretendere altrettanto impegno.
E allora, la prossima volta che qualcuno ci spiegherà che la politica è una missione, proviamo a chiedergli se si tratta di una missione istituzionale o di una missione turistica con rimborso spese.
Perché il Parlamento non è un dopolavoro per fedelissimi, né un parcheggio per chi ha trovato nel Partito un mestiere che altrimenti non saprebbe come procurarsi. È il luogo in cui si rappresentano i cittadini e si decide il destino dei loro soldi.
Almeno sulla carta. Perché ieri, alla Camera, di carta ce n’era parecchia. Di parlamentari, un po’ meno.




















